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lunedì 1 gennaio 2018

Il gigante sepolto

Della serie “bisogna pensare positivo”, cominciamo il 2018 con una stroncatura.
Mi trovo un po’ in imbarazzo a scrivere questo post. Un po’ perché parlar male del romanzo di un premio Nobel è una faccenda già di per sé scottante, un po’ perché di Kazuo Ishiguro ne avevo già parlato molto bene in occasione di altri suoi libri che avevo recensito e quindi mi sembra di offendere la mia coerenza, e infine perché tutte le recensioni che ho letto in rete su Il gigante sepolto ne parlano magnificamente.
A quanto pare io sono l’unica persona al mondo alla quale questo romanzo non è piaciuto. Ma proprio per niente, non l’ho neanche terminato: l’ho piantato quasi a metà. E allora, visto che tutti gli altri lo hanno giudicato un romanzo superbo, sarò io ad avere qualcosa che non funziona?
Dovrò farmi visitare?




Ma a saper leggere tra le righe, in tutti quei commenti entusiasti si riscontrano spesso alcune parole particolari che mi hanno lasciato pensare come in realtà il mio giudizio non fosse così tanto lontano da una possibile verità accuratamente mimetizzata: una narrazione delicata… un romanzo emozionale… un sublime stile desueto… un libro di sensazioni… atmosfere oniriche
Vi racconto una scenetta. Qualche sera fa ho partecipato a una cena aziendale nel corso della quale hanno servito un risotto allo zafferano. Presentazione magnifica, con un’abbondantissima pioggia di sottili filamenti rossi a guarnire la pietanza. Splendido. Lo assaggio e rimango perplesso. Terminato di mangiare il piatto mi chino verso il mio vicino di sedia e gli domando: «Come ti è sembrato?». Lui ci pensa un po’ e mi risponde: «Molto delicato».
«Bello era bello, ma per me non sapeva di un cazzo» ribatto io, al che tutti i maschi della tavolata sono esplosi. È vero! È vero! Hai ragione! Non sa di niente! Lo volevo dire anch’io! Non ha nessun sapore! Che delusione! Ma nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo per primo.
Questo per dire che l’uso di determinate parole molte volte non serve ad altro che a camuffare i pensieri reali di chi è chiamato in causa. Vuoi per diplomazia, per vergogna, per paura di dire una stronzata, perché “non sta bene” e basta. Si cercano allora termini che girino intorno alla sostanza senza mai affrontarla di petto. “Delicato” è uno dei più diffusi. Si può dire di tutto: di un romanzo, di un piatto, di un colore, di un quadro, di una poesia, di una creazione architettonica. Non hai detto nulla di concreto, e nessuno potrà accusarti di avere parlato male di quella determinata cosa.
Io invece sono un vero e proprio becero, ho scarsissimo tatto e diplomazia assente del tutto. Se penso una cosa prima o poi la esterno, e questo non contribuisce a far lievitare il numero delle mie amicizie. Ma pazienza.
Ho trovato Il gigante sepolto una vera e propria sega.
Noiosissimo, tanto da costringermi ad abbandonarlo per puro e semplice tedio. Nella prima metà del libro non succede assolutamente nulla: ci sono queste due persone anziane, immerse in atmosfere nebbiose e pure sofferenti di amnesie, che dopo alcuni capitoli di nulla partono alla ricerca del figlio senza che sia dato di sapere le ragioni per le quali lo stesso è via e il perché si sono decisi a cercarlo. Tra le nebbie dei paesaggi e della memoria viene raccontato (con un linguaggio che era di moda un centinaio di anni fa, e quindi in uno stile da alcuni definito “desueto”) il loro viaggio, nel quale non succede assolutamente nulla, e poi… basta, a metà libro l’ho piantato perché di tutto quel nulla non ne potevo proprio più.
Non dico che un romanzo dovrebbe essere fatto di azione, ma perlomeno una qualsiasi cosa falla succedere. Non puoi continuare a parlare del nulla più assoluto sperando nella benevolenza del lettore che solo alla fine capirà, forse, quanto sei stato bravo. Se ci arriva.
Ma ripeto, tanti lo hanno trovato un romanzo da non poterne fare a meno, e non voglio pensare (lo penso, lo penso…) che siano stati così ipocriti perché “non sta bene” parlare male di un Premio Nobel (che poi non sarebbe l’unico: mi viene in mente Dario Fo e la sua pessima biografia di Lucrezia Borgia). Sicuramente sarò io che non avrò saputo capirlo, che non ho avuto la pazienza necessaria a proseguire, che non ho saputo cogliere la “delicatezza” dell’insieme.
Colpa mia, me ne assumo tutte le responsabilità. Kazuo Ishiguro rimane un grande e lo testimoniano gli altri libri di cui invece ho parlato bene. Lui non ha assolutamente fatto uno scivolone, è colpa mia se non ho saputo apprezzarlo.
E poi c’è sempre la possibilità che io abbia veramente qualcosa che non va.
Il Lettore 

martedì 7 novembre 2017

Perché non sono cristiano

Fermi! Rilassatevi e prendetevi un attimo di pausa in modo di leggere questo post in tutta tranquillità, perché oggi parliamo di un libro assolutamente fondamentale, un libro basilare nella letteratura e nella filosofia del ventesimo secolo e che tutti dovrebbero leggere, un libro di quelli che ti invitano a riflettere a fondo su ogni affermazione che l’autore ha scritto (ed è per questo che ci ho messo molto tempo a leggerlo).
Ognuno di noi prima o poi si sarà chiesto che cosa succederà quando moriremo. La risposta di Bertrand Russell è estremamente semplice: “Quando morirò, sarò niente di niente e nulla di me sopravviverà. Non sono più giovane e amo la vita. Ma mi rifiuto di vivere tremando di terrore al pensiero del nulla, la felicità non è meno vera perché deve finire, né il pensiero e l'amore perdono il loro valore perché non sono immortali.
Un modo di pensare ragionato e nello stesso tempo estremamente positivo e umano.




Russell parte da queste parole per dare vita a una profonda disamina di come influisce qualsiasi religione, quella cristiana in particolar modo, nella vita di tutti gli uomini. Una persona grezza come me la direbbe alla perugina: le religioni hon fatto sempre più danni de la grandine, ma un Premio Nobel, eccheccazzo, è molto più forbito e diplomatico: “[...] non sono cristiano: in primo luogo, perché non credo in Dio e nell'immortalità; e in secondo luogo, perché Cristo, per me, non è stato altro che un uomo eccezionale”, precisando, poi, che il suo insegnamento (quello di Gesù Cristo, capiamoci), pur eccellente sotto molti aspetti, appare difettoso sotto molti altri e dal punto di vista morale non regge il confronto né con Buddha né con Socrate.
Ma non si limita solo al ridimensionare qualsiasi professione di fede: “È indesiderabile credere vera una proposizione quando non c'è alcun fondamento per supporre che sia realmente vera” allargandosi sul pensare in modo razionale; inoltre insiste particolarmente sui danni collaterali che le religioni possono provocare con i loro insegnamenti distorti. Si prenda il caso della religione cattolica nei confronti del sesso: "Il sesso come l'alimentazione va vissuto in modo semplice e naturale: ogni eccesso è negativo e come nel caso del cibo ogni proibizione ne accresce il desiderio eccessivo. L'insegnamento della Chiesa, com'è dimostrato negli Stati Uniti, con il suo rigido moralismo ha stimolato in modo malato l'interesse per il sesso. L'impulso naturale represso non produce uomini sani e aperti."
In questa raccolta di saggi scritti da Russell tra il 1899 e il 1954 e in seguito pubblicati in volume, il filosofo premio Nobel per la Letteratura nel 1950 tira le somme dei motivi del suo ateismo, ma con questo non intende invitare tutti a seguire il suo esempio: incita solamente qualsiasi persona alla libertà di pensiero: ragionare con la propria testa, non spinti da dogmi o sotto l’influenza di qualsiasi tipo di insegnamento interessato. Per la sua abiura di un qualsiasi credo religioso Russell è stato oggetto, da parte di alcuni vescovi, di ostracismo e di una martellante campagna denigratoria dopo che gli era stata assegnata una cattedra al City College di New York. Gli è andata anche bene: a Roma forse sarebbe stato scomunicato (per quanto poco gliene sarebbe potuto interessare), in Islam direttamente giustiziato. Sono i più fanatici quelli a cui fa più paura una persona che pensa con la propria testa.
Dan Brown nel suo ultimo libro ha romanzato lo stesso tema, Bertrand Russell invece lo spiega in modo ragionato: non esiste nessun Dio, siamo solo frutto di un’evoluzione durata miliardi di anni e ancora in proseguire. Facciamocene una ragione e piantiamola perlomeno con le guerre religiose che non hanno nessun senso ma provocano ancora oggi migliaia di morti in ogni parte del globo.
Ragioniamo liberi da qualsiasi costrizione o insegnamento coatto, cioè in modo contrario a ciò che vogliono invece coloro ai quali fa comodo tenerci soggiogati. Sia in campo religioso che in campo politico. Grande.
Per la sua umanità e il suo pacifismo se fosse ancora vivo si meriterebbe di prendere il Nobel per la seconda volta. Uno dei pochi Nobel per la Letteratura che non hanno ammazzato nessuno dei propri personaggi.
Il Lettore 

domenica 8 ottobre 2017

Lo Squizzalibro di domenica 8 ottobre 2017 (senza quiz)

Senza quiz perché la domandina di oggi è di una facilità irrisoria e non contempla nemmeno un libro, per cui vi fornisco subito la soluzione.
Chi si è aggiudicato quest’anno il Premio Nobel per la letteratura?



Qualche dritta:
1 – Una volta tanto è un autore conosciuto. Non come il francese Patrick Modiano o la bielorussa Svetlana Alexievich, e una volta tanto fa letteratura e non canzonette. Si vede che gli svedesi alla fine si sono sentiti in colpa e hanno deciso di tornare in carreggiata.
2 – L’autore che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura del 2017 è di nazionalità giapponese. Ma, a differenza di quanto si sarebbe portati a dire, il suo nome non è Haruki Murakami. E a dire il vero non sapevo nemmeno che fosse nella rosa dei papabili, ma ci stà. Per dirla tutta è giapponese ma naturalizzato inglese ormai da molto tempo.
3 – E scrive altrettanto bene quanto Murakami, ma è famoso a livello planetario più che altro per il film che è stato tratto da una delle sue opere, risalente al 1989, che incidentalmente è stato uno dei primissimi romanzi che ho recensito in questo blog. Lo potete trovare qui. Il film ha vinto una caterva di premi, meritatissimi come il successo del libro.
4 – In questo blog ho recensito anche un altro dei suoi romanzi, dalla tematica veramente atroce. Come conferma a quanto scrivevo da qualche altra parte, se non ricordo male in merito a un Premio Nobel cinese, se non ammazzi qualcuno nel modo più crudele possibile puoi pure scordarti di vincere il premio. E la recensione a questo secondo romanzo potete trovarla qui.
5 – Va be’, senza farla lunga più di tanto, per quelli che in questi ultimi due giorni non hanno letto i giornali fornirò (per una volta) anche la soluzione del quiz: il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura del 2017 è Kazuo Ishiguro.


Un nome così incontestabile ci voleva proprio, se non altro per far riacquistare credibilità alla commissione del premio dopo tutte le polemiche che si sono tirati addosso per la scelta di Bob Dylan lo scorso anno.
Immagino che ne sarà rimasto sommamente contento anche Sir Anthony Hopkins.
Freereader

venerdì 16 giugno 2017

Cecità

Che cosa accadrebbe se all’improvviso tutta l’umanità, per ragioni inspiegabili, diventasse cieca? Semplice: che l’umanità non esisterebbe più.
È questa la domanda che si pone Josè Saramago in questo che è uno dei suoi libri più conosciuti. Di punto in bianco le persone cominciano a non essere più capaci di vedere, senza alcuna causa apparente. Le autorità pensano dapprima a una malattia contagiosa e cercano di risolvere il problema internando tutti i ciechi nell’ipotesi che possano trasmettere quello che loro pensano sia un morbo, ma ben presto la situazione si fa insostenibile. All’interno dei ghetti le persone “contagiate” perdono ben presto ogni dignità umana e si trasformano nell’animale che si trova nascosto dentro ognuno di noi.




Scritto con uno stile continuo quasi da flusso di coscienza, in cui i dialoghi sono separati solo da virgole all’interno di ogni periodo e contrassegnati dall’iniziale maiuscola di ogni frase, Cecità è un romanzo estremamente crudo che narra di uomini che in presenza di un grave problema tornano a un puro stato animalesco, che cercano di sopraffarsi a vicenda in ogni modo, per quanto è possibile a un cieco, o perlomeno di sopravvivere, abbandonando qualsiasi progresso fatto in passato sulla strada della civiltà, costretti a sguazzare nei propri escrementi e nei fetidi odori di tutti coloro che hanno intorno, e che arrivano a considerare la morte come una liberazione.
Leggendolo, mi ha ricordato i concetti che avevo espresso in questo post a proposito dei Premi Nobel per la Letteratura: se intendi aspirare a vincere il Nobel devi scrivere di e sulle tragedie più terribili. Ancora meglio anzi se ci metti anche qualcosa sulla religione, o sul rifiuto della religione: Il Vangelo secondo Gesù Cristo ha contribuito non poco a far assegnare questo Premio a Josè Saramago nel 1998.
Tutti i personaggi rinchiusi nel ghetto prima o poi cadono nell’abiezione, chi più chi meno, costretti e rassegnati a dover attendere l’elemosina di un governo che si comporta da tiranno e che non esita a sparare e uccidere chi tenta di scappare da quelli che non sono altro che luoghi di detenzione. Ben presto tutta la comunità cade nell’anarchia in una totale perdita di ogni residuo di umanità.
Qualche citazione dal libro renderà più chiara l’idea di ciò che Saramago ha voluto rappresentare:
“Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali.”
“Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza.”
“Con le budella in pace chiunque può avere delle idee, discutere, per esempio, se esista un rapporto diretto fra gli occhi e i sentimenti, o se il senso di responsabilità sia la naturale conseguenza di una buona visione, ma quando la tortura incalza, quando il corpo ci fa impazzire di dolore e angoscia, allora sì, si vede che povero animale siamo.”
“È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria.”
“Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra.”
In parole povere Saramago mette i protagonisti di fronte a una situazione in cui sono costretti a ritornare a uno stato bestiale per sopravvivere, e di come la cosiddetta civiltà, o la barbarie stessa, dipendano in gran parte dalle circostanze nelle quali sei costretto a vivere.
Gran romanzo, tostissimo e deprimente e per questo non facile da consumare, ma sicuramente una di quelle letture che lasciano il segno.
Il Lettore

lunedì 13 marzo 2017

Di là dal fiume e tra gli alberi

Per leggere certi libri bisogna raggiungere una certa età.
Questo romanzo dal titolo splendido era l’unica cosa che mi era rimasta da leggere di tutta la produzione hemingwayana, compresi i romanzi postumi, gli articoli, le lettere e le poesie, per non parlare delle biografie che hanno scritto su di lui. E non è che non ci avessi provato. In passato lo avevo preso in mano e iniziato più volte, fermandomi sempre dopo poche pagine perché non lo avevo mai ritenuto abbastanza interessante da consentirmi di proseguire. Nonostante lo desiderassi.
Stavolta sono arrivato in fondo. Posso dire finalmente di aver letto tutto Hemingway.




Ernest Hemingway mette tutto il personaggio “se stesso” in questo libro che nel 1950 viene dato alle stampe dopo dieci anni di silenzio seguiti all’uscita di Per chi suona la campana. Dieci anni in cui ha scritto per i giornali, ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale, ha scorrazzato per l’Oceano Atlantico sulla sua barca a caccia di sottomarini tedeschi e ha effettuato battute di caccia in Africa.
E ce lo mette nel personaggio di un ex generale ― retrocesso al grado di colonnello ― dell’esercito americano che ha partecipato sia alla Prima che alla Seconda Guerra Mondiale e che sta facendo un viaggio in Italia subito dopo la fine di quest’ultima. Richard Cantwell è stato ferito più volte, oltre che con i tedeschi ha combattuto con la gerarchia militare e con l’idiozia umana, e si ritrova deluso e amareggiato e con il cuore che ha già subìto qualche infarto. Nonostante le sue condizioni di salute siano precarie vuole rivedere la città che ama, Venezia, e andare a caccia di anatre in laguna, oltre che passare un po’ di tempo, quello che egli pensa sia l’ultimo, con la donna di cui è innamorato, la diciannovenne Renata.
Di là dal fiume e tra gli alberi è un romanzo che al momento della sua pubblicazione è stato molto criticato soprattutto perché i lettori si aspettavano, dopo dieci anni di attesa, di ritrovare lo stesso Hemingway di Per chi suona la campana, e invece hanno letto di un vecchio soldato triste e innamorato, demotivato, demoralizzato, rassegnato ad attendere la propria morte, in una vicenda nella quale non accade assolutamente nulla e si dipana tra infiniti dialoghi tra Cantwell e Renata nelle calli e negli alberghi di Venezia, persi entrambi in un amore che sanno essere senza futuro.
Non succede nulla, è vero, ma Dio!, come l’ha saputo scrivere!
Ernest Hemingway ha adoperato l’esatto contrario dell’enfatizzazione: ha portato la semplicità di scrittura ai massimi livelli in un inno alla concisione e all’omissione. Leggere i suoi dialoghi è puro piacere, mai scontati o banali, semplici, brevi ed essenziali, con la ripetitività del concetto di amore a marcare l’importanza del sentimento. L’intero romanzo stesso è un atto d’amore, oltre che per la reale Adriana Ivancich (la Renata del romanzo), per Venezia e per l’Italia tutta nella quale lo scrittore si trovava così bene. Una Venezia descritta da maestro: “Mentre camminavano col vento alle spalle e i capelli di lei che sventolavano meglio di qualsiasi bandiera, la ragazza gli chiese, stringendosi a lui: «Mi ami ancora nella luce fredda e cruda del mattino veneziano? È proprio fredda e cruda, vero?» «Ti amo ed è proprio fredda e cruda.» Alla faccia di quegli editor che non sopportano le ripetizioni.
Esplorando i temi dell’amore, della guerra, dell’invecchiamento e della solitudine nell’avvicinarsi della morte, Hemingway ha riempito il libro di simboli e allegorie non esplicitati ma solamente lasciati intuire al lettore. Sembra che voglia dire: se ci arrivi bene, altrimenti chissenefrega, io non sto qui per doverti spiegare.
Quattro anni dopo la pubblicazione di questo romanzo queste stesse tecniche “semplici”, riconfermate in Il vecchio e il mare,  gli frutteranno il Premio Nobel per la letteratura.
È vero che nel romanzo praticamente non c’è azione, ad eccezione di qualche breve racconto di guerra e della caccia alle anatre finale (questa scena non me la sono goduta molto perché sono arrivato ad essere decisamente contro il concetto stesso di caccia, ma c’è da apprezzare comunque il modo in cui E.H., pur essendo stato un accanito cacciatore, tratta con infinita tenerezza gli animali come prede), ma nonostante l’apparente piattezza questo è uno dei libri che una volta letti non si scordano più.
I personaggi di Richard Cantwell e di Renata restano impressi nella memoria in modo indelebile e ci si trova spesso, anche dopo giorni, a rimuginare su qualche passaggio del romanzo  e sulle simbologie che l’autore ha voluto inserirci.
Sarà che una volta passati i cinquanta alla morte cominci a pensarci seriamente, e forse è per questo motivo che un romanzo del genere va letto solo dopo aver lasciato passare un congruo lasso di tempo dalla tappa del mezzo secolo.
Il Lettore 

venerdì 14 ottobre 2016

Il Nobel a Bob Dylan

Va be’, dai, sto zitto.
È meglio.
Fammi stare zitto che è meglio.
Non che abbia nulla contro il signor Zimmerman, per carità, in vita sua ha anche scritto cose buone, tipo che il vento soffia e si porta via le risposte, che se non soffiasse si chiamerebbe bonaccia, ma io nei confronti della poesia continuo sempre a pensarla come la vignetta qui sotto.




O forse sarà che non l’ho mai ascoltato abbastanza, anche perché tra i righi parlando mi pare che abbia apportato la stessa innovazione musicale di un Fabrizio de Andrè: rari sprazzi di piacevolezza in un mare di scontati giri di do. Evidentemente la creatività è tutta nella poesia, che mi ci sforzo, e qualche volta la capisco anche, ma quanto ad apprezzarla preferisco i porcaputtana e i vaffanculo.
Ma giustamente questo è il Nobel per la Letteratura, e non della Musica, quindi fammi stare zitto che è meglio.
Del resto di poeti che hanno preso il Nobel ce ne sono stati diversi, anche in casa nostra: Carducci, Quasimodo, Montale, anche Fo, pace all’anima loro. Quanto a sindacare quanti di loro se lo meritassero è un altro discorso.
Ma visto che la poesia e la musica d’autore oggi come oggi non vendono un cazzo vediamo pure di incentivarle, che qualcuno, da qualche parte, ne sarà contento.
Va be’, forse è meglio che ritorno a stare zitto.
Ma il parlare poetico verrà meglio con la chitarra elettrica o con quella “analogica”? Perché se qualcuno ritiene che viene meglio con quella elettrica allora propongo Bruce Springsteen per il Nobel dell’anno prossimo.
Basta, chiudo, sto zitto.
Il Lettore 

domenica 25 settembre 2016

Everyman

Dal momento che con tutta probabilità sarà uno dei prossimi Premi Nobel per la Letteratura ― è in lista già da una decina d’anni insieme ad Haruki Murakami e non si capisce perché finora questo premio non l’abbiano assegnato a nessuno dei due preferendo anno dopo anno degli illustri sconosciuti ― e che io ancora non avevo mai letto nulla di suo, era parecchio tempo che intendevo leggere uno dei romanzi di Philip Roth, e quando ne ho visti alcuni nella libreria di un’amica ho avuto solo l’imbarazzo della scelta.
Lì per lì mi sono sentito intimorito dalla mole di Pastorale americana e dal fatto che fa parte di una trilogia, così ho preferito portarmi a casa questo Everyman del 2006, molto più breve, tanto per assaggiare.




Ma che scoperta! Ci sono parecchi scrittori che scrivono bene, ma sono veramente pochi quelli che scrivono magnificamente bene.
Con uno stile sublime, in poco più di 120 pagine Philip Roth dipana la storia di un pubblicitario di successo dalla nascita alla morte, senza mai farne sapere neppure il nome (cosa di cui mi sono accorto solo una volta terminato il libro), focalizzando l’attenzione sul decadimento fisico e psicologico del protagonista che lo conduce pian piano, come succede per ogni uomo, alla fine dell’esistenza.
La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro” ci avverte impietosamente l’autore a pagina 106.
Come potrete immaginare, non è per nulla un libro allegro, del tutto inadatto ai depressi. Ma com’è scritto! Roth sa concatenare parole e frasi da vero professionista, formandoci delle verità assolute che ognuno potrà tragicamente riconoscere nel proprio vissuto personale o in quello delle persone che gli sono o gli sono state vicine, tenendo sempre ben presente che dalla battaglia con la morte non si esce mai vincitori.
“Erano ossa e basta, ossa dentro una bara, ma le loro ossa erano le sue ossa, e lui andò a mettersi più vicino a quelle ossa che poteva, come se la vicinanza potesse unirlo a loro e mitigare l’isolamento scaturito dalla perdita del futuro e ricollegarlo a tutto quello che se n’era andato. (…) La carne si dilegua, ma le ossa durano. Le ossa erano l’unico conforto che esistesse per uno che non credeva nell’aldilà e sapeva con certezza che Dio era un’invenzione e che questa era l’unica vita che avrebbe mai avuto.
In 120 pagine Roth riesce a mettere dentro tutta la vita del protagonista con tutti i suoi errori, i rimpianti, le amarezze, il primo incontro con la morte e le numerose operazioni chirurgiche alle quali ha dovuto sottoporsi, i desideri, le angosce e i sentimenti, e tratteggia un quadro esaustivo anche dei genitori, del fratello, delle sue ex mogli e dei figli, riuscendo a far apparire reale e dotato di spessore ognuno di loro. Come solo un grande scrittore sa fare.
Certo non è un libro facile e spensierato: è un romanzo crudo e denso di realtà, di quella che fa male, e che prima o poi, chi in un modo chi in un altro, tutti noi ci troviamo a vivere dal momento che siamo nati. Ma lascia anche il messaggio che della morte non bisogna avere paura: in un attimo ci sei e nell’attimo dopo non ci sarai più, basta, finita lì. Quello che sarebbe da temere, penso io, è solo il percorso necessario per arrivare a quell’attimo dopo.
Ma cerchiamo di tornare allegri che è meglio. Nonostante l’argomento forte è un libro che vi consiglio, non fosse altro per rendersi conto di come scrive uno situato un gradino sopra. Il prossimo mese verranno assegnati i Nobel 2016 per la Letteratura: penso che Roth o Murakami lo meriterebbero in assoluto. Sarò sincero, non mi farebbe piacere vederlo assegnato a un altro perfetto sconosciuto.
Il Lettore 

venerdì 5 febbraio 2016

Nemico, amico, amante…

L’altro giorno mi è capitato di soffermarmi su Rai 5 mentre stavano trasmettendo una rappresentazione della Fedra, un’opera sinfonica di Sylvano Bussotti del 1988. Per la serie: se proprio devo accendere la televisione, perlomeno cerco canali che trasmettano un qualcosa di culturale. Ce ne sono pochi, intendiamoci, ma ogni tanto si incappa in qualcosa di interessante.
Non è stato questo il caso.
Questo tipo di musica sinfonica contemporanea ritengo sia del tutto inascoltabile. Ci ho provato, giuro, mi sono sforzato di apprezzarla, di capire perché fosse ritenuta degna di plauso e quindi riproponibile da una grande orchestra, ma più insistevo, più il mio cervello si rifiutava di apprezzare quello che sentivano le mie orecchie. Non entro nei particolari tecnici perché non è questo il luogo, ma la stessa riflessione si può applicare anche in campi diversi.
Va bene la cultura seria, ma penso che una delle sue componenti fondamentali debba essere quella di porsi in modo piacevole. Se ciò che senti non è piacevole, perché dovresti continuare ad ascoltare?
Se ciò che leggi non è piacevole, perché continuare?




È stato questo il caso del Premio Nobel 2013 per la Letteratura, Alice Munro. Ho voluto iniziare la sua raccolta di racconti Nemico, amico, amante… perché non avevo mai letto questa autrice, ma ho faticato ad arrivare al terzo racconto che ho lasciato a metà, dopo che nei primi due mi era capitato di addormentarmi sulle pagine o di dover tornare indietro perché non ricordavo nulla di cosa avevo letto la sera prima.
Per carità, non perché fossero scritti male, anzi! La Munro scrive benissimo, con uno stile da Grande Maestro supportato da una tecnica narrativa mirabile, ma i suoi racconti non sono per nulla piacevoli da leggere. Superficialmente si potrebbe affermare che sono noiosissimi, il che non sarebbe così lontano dalla realtà, ma in questo caso preferisco dire, proprio perché mi sono reso conto di trovarmi di fronte una grande scrittrice ― che purtroppo a più riprese mi ha fatto addormentare ― che non hanno suscitato in me quell’interesse necessario a poter proseguire nel leggere una cadenza lenta, rarefatta, e il cui contenuto è molto lontano dal mio vissuto personale.
Gli spaccati di vita normale rappresentati dalla Munro, privilegiando il contenuto dell’anima femminile, di persone che abitano un mondo diverso dal nostro come può essere quello dell’interno del Canada, non hanno fatto scattare in me nessuna molla di interesse, pur comprendendo benissimo i giochi sottili, velati, enigmatici, che si andavano formando tra i protagonisti e che sono stati realizzati con una grande tecnica.
Grande stile, grande tecnica, noia infinita. È la mancanza della piacevolezza del leggere che mi ha fatto abbandonare il libro, e me ne dispiace perché ho colto la bravura dell’autrice, ma d’altra parte non capisco perché per gustarmi un autore bravo io debba per forza soffrire. Sono sicuro che a molti altri possa piacere veramente molto e insegnare qualcosa, ma non nel mio caso.
O forse, per alcuni libri bisogna avere la fortuna di leggerli al momento giusto. È possibile che non si riesca ad apprezzare un romanzo se lo si prende in mano in un momento sbagliato, quando la nostra esistenza è dominata da pensieri che con il contenuto di quel testo non hanno nulla a che fare o ne sono in contrapposizione.
Magari ci riproverò fra una decina d’anni.
Il Lettore 

venerdì 9 ottobre 2015

Il Premio Nobel 2015 per la Letteratura

Lo ha ottenuto la bielorussa Svetlana Alexievich!
Viene da chiedersi: e chi cazz’è?




Mai sentita nominare. Un po’ come era successo per Alice Munro (Nobel 2013) e Patrick Modiano (Nobel 2014). Questi perfetti sconosciuti (almeno per me) che prendono il Nobel per la Letteratura mi lasciano basito.
Leggo in rete che Svetlana Alexievich è una scrittrice e giornalista che si è sempre occupata di cose allegre come la guerra in Afghanistan e il disastro di Chernobyl, e i responsabili del Nobel hanno ritenuto che fosse più meritevole di Haruki Murakami o di Philip Roth per il suo modo di “raccontare i nostri anni e far capire cosa è rimasto del comunismo dopo il crollo dell’Unione Sovietica”.
Leggo anche che secondo molti giornalisti questa assegnazione ha un significato fortemente politico, essendo la scrittrice stata perseguitata per i suoi articoli contro il regime dittatoriale di Aleksandr Lukasenko. Ma una volta per queste cose non davano il Premio Pulitzer? Capisco alle volte i premi politici, ma non ritengo che il giornalismo sia letteratura. Sarebbe come assegnare il Premio Nobel per la Chimica a Piero Angela. Va be’, il paragone non è un gran ché azzeccato, ma ci siamo capiti.
Bene, dovremo documentarci.
Ma credo già che andrà a finire come per Modiano o la Munro: i buoni propositi ci sarebbero anche, peccato che manchi una spinta forte!
Freereader

venerdì 25 settembre 2015

E l’uomo incontrò il cane

Per approfondire la ricerca su un progetto che ho in mente mi sono riletto da poco questo libretto che avevo già assaporato decenni fa, in pratica appena pubblicato, quando ancora non c’erano mai stati cani a tenermi compagnia. Questi sarebbero venuti dopo, e i gatti ancora più tardi, e con il loro arrivo ho ripreso in mano diverse volte E l’uomo incontrò il cane (So kam der Mensch auf den Hund) per studiare i comportamenti reciproci di queste due bestie e prepararmi al confronto.
Da quando è stato pubblicato nel 1973 quindi, lo stesso anno in cui Konrad Lorenz ha conseguito il Premio Nobel per la medicina, fino alla settimana scorsa, avrò letto questo libricino almeno sette o otto volte.
Quanti altri proprietari di cani avranno fatto altrettanto?




Pur essendo costruito con il linguaggio semplice della divulgazione scientifica ad uso dei profani, e con parecchie scene narrate più con il piglio del romanziere che dello scienziato ricercatore, questo libro è un vero e proprio saggio sull’evoluzione del rapporto uomo-cane condito con molte delle considerazioni etologiche che hanno fatto di Lorenz uno dei padri di questa scienza. L’etologia non è altro che la ricerca comparata sul comportamento degli animali e Lorenz, paleontologo mancato, ne è stato uno dei fondatori arrivando a conseguire il Nobel per i suoi studi sull’imprinting nelle oche, che ha poi esteso a molte altre specie animali.
Un libro veramente delizioso che tutti i proprietari (compagni) di cani dovrebbero leggere. Dopo di questo, e soprattutto in questi ultimi anni, di libri seri sui cani ne sono usciti a centinaia e anche di notevole importanza ― La vita segreta dei cani, L’intelligenza dei cani eccetera ―, ma E l’uomo incontrò il cane resta sempre il basilare antesignano di una corrente che rimarrà sempre attuale fino a che vi saranno bavosi quattrozampe a tenere compagnia a semplici bipedi.
Di Konrad Lorenz ho letto anche L’anello di Re Salomone, forse il suo libro più famoso, L’aggressività e L’altra faccia dello specchio, e in tutti ho riscontrato, insieme alla conoscenza delle materie trattate per quanto all’epoca innovative, uno sconfinato amore per gli animali oltre ad una notevole capacità di saper scrivere e divulgare concetti complessi con un linguaggio semplice.
Questo ti fa anche mettere da parte, per un momento, la simpatia di Lorenz per il partito nazional-socialista e le sue discutibili affermazioni sulla “doverosa” egemonia della razza ariana.
Col tempo, dopo la prigionia in Russia (dalla quale confessa di aver riportato la sorprendente analogia riscontrata tra nazismo e marxismo), e una volta persa la guerra, si sarà anche redento con le sue ricerche, ma di sicuro la disciplina del Reichstag gli era rimasta dentro se, allo scopo di proteggere il figlio dai numerosi animali che circolavano liberi per la sua fattoria, non ha trovato di meglio che chiudere lui in una gabbia…
Il Lettore 

sabato 12 settembre 2015

Viaggio in India

Quanto tempo era che non leggevo Hermann Hesse!
Di sicuro più di venticinque anni. Dopo aver letto, a cavallo dei vent’anni, una buona parte dei suoi libri: da Siddharta a Il gioco delle perle di vetro (tanto per citarne solo due, rigorosamente in ordine cronologico ma anche di numero di pagine), ho lasciato passare veramente tanto tempo prima di riprendere in mano questo Viaggio in India del 1913 che costituisce un prodromo della sua produzione più celebre.




In realtà Hesse aveva cominciato a scrivere fin da prima che scoccasse il 1900, ma delle opere antecedenti questo diario di viaggio è restato famoso solo il Peter Camenzind. Un viaggio che lo scrittore tedesco ha iniziato appena compiuti i trent’anni sulla scia delle esperienze di genitori e nonni: ci sono uomini che, non sopportando più l’atmosfera di una casa affollata di moglie e tre figli piccoli, cominciano a giocare a bridge, Hesse si è preso una pausa di riflessione trasferendosi dall’altra parte del mondo. Ma poi è tornato a casa (a differenza di altri), e si è messo a scrivere sul serio fino a ottenere il Nobel nel 1946.
Questo Viaggio in India è stato un po’ una sorpresa: ho scoperto un Hermann Hesse più semplice per non dire terra terra, meno maturo di colui al quale ero abituato e più legato alle cose di vita comune, fosse una buona cena o una sigaretta, sempre riflessivo e acuto nelle sue considerazioni ma lontano dalle atmosfere magiche e misteriose de Il lupo della steppa o dalla spiritualità di Narciso e Boccadoro. Del resto, forse, il tema del contrasto tra natura e spirito si è evoluto in Hesse anche grazie a questo viaggio in cui, come molti occidentali, ha voluto toccare con mano le differenze tra la cultura europea e quella asiatica, e del quale si sente poi traccia in tutte le sue opere successive.
Più volte, leggendo, per come riporta la cronistoria dei luoghi visitati e degli incontri che lo hanno colpito inserendovi le sue considerazioni, mi ha ricordato Tiziano Terzani, che come Hesse era rimasto affascinato dall’Oriente e vi ha ambientato le sue peregrinazioni diverse  decine di anni dopo fino a scriverci sopra parecchi libri. Anche a distanza di tanti anni gli ambienti descritti sono analoghi, quasi immutati gli usi e i costumi, a testimonianza di abitudini radicate da secoli in un mondo del tutto diverso dal nostro che i due scrittori hanno narrato in modo sorprendentemente simile.
Lo stile di Hesse è più “grezzo” rispetto a quello che ricordavo, ma l’ultimo libro suo che avevo letto era stato proprio il “Gioco” del quale avevo ancora in mente la prosa adamantina, e cinquant’anni di differenza tra le due stesure costituiscono una notevole differenza. A parte il fatto che molte piccole stonature potrebbero essere imputabili alla traduzione risalente agli anni ’70:
La gigantesca farfalla, attratta più volte dalla luce, si era ormai bruciata le ali. Presi a cercarla e la trovai sul pavimento priva di vita. Quando la sollevai, il suo corpo, già in parte rosicchiato brulicava di quelle minuscole e grige formiche nane, che qui si ritrovano nello zucchero, nelle scarpe, nelle calze, nella scatola delle sigarette e nel letto, e sulla cui selvaggia avidità di preda si impara presto a scrollare le spalle, come sulla crudeltà dei cinesi, sulla falsità dei giapponesi, sulla mania di rubare dei malesi e su altri piccoli e grandi mali dell’Oriente.
Non che in questo brano vi siano errori ― a parte quel “grige” che nel libro è scritto proprio con questa grafia, senza “i” ― e avevo pensato di citarlo per rimarcare come anche ai primi del ‘900 gli stereotipi sui popoli orientali fossero simili agli attuali, ma può costituire anche un esempio della maniera, non sbagliata, ma perlomeno discutibile di come sono inserite le virgole in tutto il testo.
Bene, ho un’oretta da far passare e quasi quasi, per rifarmi la bocca con uno stile più maturo, mentre riporrò questo volumetto sullo scaffale lascerò che il Siddharta mi resti attaccato alla mano e ne rileggerò qualche pagina a caso…
Il Lettore

mercoledì 15 aprile 2015

Aufwiedersehen!

È strano venire a sapere che uno dei portavoce della democrazia tedesca degli ultimi decenni si era iscritto volontariamente, a suo tempo, nelle Waffen SS, e si capisce come Günther Grass questa cosa abbia sempre fatto di tutto per tenerla nascosta. Ma del resto qui in Italia abbiamo visto numerosi esempi di dichiarati fascisti che hanno improvvisamente cambiato ideologia politica alla fine della guerra, e per restare nell’attuale capita tutti i giorni che qualche politicante cambi partito ogni dieci giorni. Come a dire che ci abbiamo fatto il callo.
Perlomeno Grass ha avuto la scusante di essersi iscritto alle SS da giovanissimo, quando uno, oltre a non capire un cazzo del suo per la poca esperienza, è più sensibile agli allettamenti della demagogia.




Un altro Premio Nobel che se ne è andato, un intellettuale politicamente impegnato, uno scrittore sempre in prima linea nelle battaglie contro il riarmo e contro l’influenza degli Stati Uniti in Europa.
Non ho mai letto nulla di suo, e questa è una lacuna che più e più volte mi sono riproposto di colmare non raggiungendo mai lo scopo. Capita. Forse lo farò ora, magari cominciando da quel Il tamburo di latta che è il suo libro più famoso.
La morte arriva sempre inaspettata. Per oggi mi ero riproposto di pubblicare un post scherzoso, poi ho letto la notizia e ho voluto rimarcarla su queste pagine. Per sorridere un po' dovrete aspettare venerdì.
Freereader

martedì 7 aprile 2015

Uomini e topi

John Ernst Steinbeck Junior ha scritto questo romanzo subito dopo la grande crisi statunitense del 1929: se lo andiamo a rileggere ora, nel pieno della crisi italiana odierna, possiamo trovarci dentro dei parallelismi deprimenti tra le due situazioni. Ma non disperiamo, che i nostri illuminati governanti continuano a dirci che tutto sta andando bene e la ripresa è alle porte!




In un romanzo di 120 pagine John Steinbeck mette in scena con piglio teatrale la vicenda di Lennie e George, due poveri braccianti che migrano da un lavoro di fatica a un altro sempre con la speranza di un futuro migliore. Lennie è dipinto come un omone dalla forza erculea e dal cervello debole, George come l’amico affezionato che si prende cura dell’ingenuo compagno e cerca di evitargli i guai che potrebbero derivargli dal non saper controllare la sua forza. Nel corso delle peregrinazioni alla ricerca di un lavoro che permetta loro di guadagnare abbastanza per poter rendere reale il loro sogno ― una casetta, un orto, quattro animali da allevare, un coniglio da carezzare ― i due amici si scontrano con la realtà della miseria umana, con le bassezze, con la cattiveria, la prepotenza e la prevaricazione, e l’ineluttabilità di certe scelte che conducono ad un finale tragico attraverso un crescendo che viene lasciato presagire con angoscia.
La bravura di Steinbeck è stata quella di creare una tensione crescente innescata solamente dai fatti che si succedono e dal comportamento dei personaggi, una tensione che monta pian piano del lettore facendogli temere, come infatti succede, che si possa arrivare al dramma. Il tutto utilizzando un linguaggio semplicissimo, con nulla di ricercato, con dialoghi che si susseguono tra gente semplice, di poche pretese e magnificamente caratterizzata. In un susseguirsi di fatti semplici il lettore è preso da vicende intense e commoventi, ma sente che la tragedia è incombente, che qualcosa di irrefrenabile è stato innescato e porterà ad un finale che vorrebbe non dover leggere.
Uomini e topi è un romanzo che tutti dovrebbero assaporare e sul quale tutti dovrebbero riflettere.
Purtroppo una pecca del romanzo, a ottant’anni dalla pubblicazione, è la traduzione in italiano che nel 1937 ne è stata fatta da quel sia pur grandissimo scrittore che è stato Cesare Pavese. Probabilmente anche a causa delle imposizioni e delle censure operate dal regime fascista, Pavese ha usato un linguaggio politicamente corretto per l’epoca, ma che al giorno d’oggi non trova più riscontro e per questo appare obsoleto e molte volte perfino impreciso. Insieme a vere e proprie perle in cui il nostro autore lascia emergere tutta la sua vena poetica, a partire dallo stesso incipit, si incontrano periodi che non rendono il tono originale, con significati del tutto travisati come ad esempio “mascalzone” per “son of a bitch - figlio di puttana” o l’ancora più stucchevole “lazzarone” a tradurre l’epiteto “bastard - bastardo”, rendendo di molto meno incisiva l’intenzione dell’autore. Un editore illuminato dovrebbe prendersi la briga di farlo ritradurre, le nuove generazioni ci guadagnerebbero.
Così come qui da noi ora, anche subito dopo il 1929 negli Usa c’erano una miriade di persone che non sapevano dove sbattere la testa, al punto che in molti hanno scelto di sbatterla direttamente sul marciapiede dopo un volo di qualche piano. Le scelte dei governanti americani di allora, seppure opinabili, in effetti hanno permesso il risollevamento di una situazione disastrata nel giro di pochi anni, mentre qui continuiamo a trastullarci con discutibili placebo e diciamo che va tutto bene. E aumentiamo le tasse.
E non abbiamo nemmeno degli Steinbeck che possano far vedere a tutti com’è veramente la realtà.
Il Lettore 

sabato 28 marzo 2015

Torrenti di primavera

Passo davanti alla mia libreria tutti i giorni. Più volte al giorno. Trascorro in casa la gran parte del mio tempo, circondato dalla mia libreria, ed è inevitabile che io ci transiti davanti ogniqualvolta mi alzo dalla sedia per andare in qualsiasi altro luogo. Quando sono seduto davanti al computer volto le spalle allo scaffale in cui sono riposti i libri di e su Ernest Hemingway. Tutti insieme occupano esattamente 78 centimetri di scaffale.
Sopra di essi trovano collocazione Tom Clancy e Frederick Forsyth (142 centimetri per 39 volumi, non sindachiamo sui rispettivi valori); sotto, un termosifone inutilizzato al quale fa da tetto una mensola in arenaria grigia sotterrata dalle cianfrusaglie. Quando vado verso la cucina non posso fare a meno di trovarmi Hemingway all’altezza degli occhi. Quante volte al giorno? Trenta? Quaranta? E non ci faccio mai caso: è lì, lo so, un dato di fatto, uno di quegli elementi che conferiscono stabilità alla vita. È lì; c’è tutto l’Hemingway pubblicato in italiano, compresi i romanzi postumi, comprese tre o quattro biografie, un volume fotografico, le poesie, gli articoli pubblicati sui giornali, le lettere private, tre o quattro testi di critica hemingwayana e altrettanti romanzi in lingua originale (se vi interessasse, sono 34 libri in tutto).
Ho letto l’intera collezione almeno tre decine di anni fa.
Ma d’un tratto…
È come il quadro appeso alla parete che d’improvviso si stacca, chiodo e tutto, e precipita fracassandosi a terra senza che nulla abbia potuto far presagire che ciò accadesse. Perché? Perché proprio in quel momento e non in un altro? Perché in quel momento, e non in un altro dei tanti, lo sguardo mi si è appigliato sulla costa di questo Torrenti di primavera (stretto tra Verdi colline d’Africa e l’edizione economica Bantam di The old man and the sea), e mi è presa l’irrefrenabile voglia di afferrarlo e rileggerlo? Solo perché ci ho fatto mente locale? Perché in una frazione di attimo ho letto il titolo e ho realizzato di non ricordarne il contenuto? Per riassaporare lo stile di quello che è stato uno dei caposaldi della mia giovinezza?
Fatto sta che l’ho preso, e l’ho riletto, e lo stile di Hemingway mi ha fornito lo stesso piacere di un tempo. Dopo le stroncature degli ultimi post, era ora che rileggessi qualcosa di piacevole. La cosa preoccupante è che davvero non mi ricordavo di cosa trattasse questo libretto.




Una volta Hemingway disse a Fernanda Pivano che il suo problema più grosso era stato quello di liberarsi dell’influsso di Sherwood Anderson. Tra le varie cose che Hemingway ha fatto per esorcizzare quella spada di Damocle della sua scrittura c’è anche questo romanzo breve, scritto in dieci giorni per puro divertimento (scrive romanzi brevi per divertimento Alessandro Baricco, non avrebbe dovuto farlo il nostro Ernest?), un esercizio intellettuale con una leggera carica ironica che satireggia il famoso Riso nero di Anderson sul quale Hemingway nel corso della narrazione scherza più volte: “Dietro il banco Bruce, il barista negro, piegato in avanti, era stato a osservare le conchiglie passare di mano in mano. La sua faccia scura luccicava. D’un tratto, senza preavviso, ruppe in un’acuta, incontrollabile risata. Il riso nero del negro”.
Tipico esempio di divertimento d’autore, unito alle frequenti Note d’Autore avulse dalla narrazione delle quali il racconto è costellato. È E.H. stesso a dirci che il testo è stato scritto in appena dieci giorni, che una parte è meglio di un’altra, che il capitolo che ci stiamo apprestando a leggere è più veloce del precedente, che ha scritto quel determinato capitolo dopo un piacevole pranzo insieme a John Dos Passos, che lo stesso Sherwood Anderson lo è passato a trovare in un pomeriggio di ozio; e come al solito non si risparmia le frecciatine sarcastiche su Francis Scott Fitzgerald e i commenti quasi riverenti sull’amica Gertrude Stein.
La trama quasi paradossale (è o non è un divertimento?) tira in ballo le esistenze di povera gente, un’umanità derelitta ma sempre speranzosa in un futuro migliore, che si muove quasi a caso nei gelidi stati del nord degli USA subito dopo il termine della Prima Guerra Mondiale. Svolgendo i dialoghi tra ex-combattenti, “papà” Hemingway ne approfitta per lanciare una delle prime fra le tante condanne che ha scritto nei confronti della guerra e delle sue atrocità, tre anni prima della pubblicazione di Addio alle armi e quattordici prima di Per chi suona la campana.
Lo stile preconizza la ricerca per la quale E.H. diverrà famoso: periodi brevi e staccati, molti dei quali del tutto senza verbi, che velocizzano la lettura e forniscono istantanee di situazioni determinanti; dialoghi estremamente realistici; libere intromissioni autoriali e brevi flussi di coscienza dei personaggi di volta in volta in primo piano; senza considerare i commenti ad autori e opere letterarie come continuerà a fare in Verdi colline d’Africa.
E fa parte del divertimento l’inserire spesso dei “tormentoni” ricorrenti come: “Fuori, attraverso la finestra, giunse l’eco di un grido di guerra indiano”, che non ha alcuna attinenza con la trama del libro né anticipa un qualche avvenimento: sta lì, senti questo lontano grido di guerra indiano alla fine di quasi ogni capitolo e poi resta lettera morta, un inserimento il cui scopo è solo quello di creare un’atmosfera.
Non credo che perlomeno a breve mi riprenderà la voglia di rileggere altri romanzi del nostro. Gli altri me li ricordo ancora. A volte penso che ho letto Hemingway troppo presto: anche questo autore è uno di quelli che bisognerebbe leggere con più esperienza sopra le spalle, per poterne apprezzare meglio le tante sfaccettature. Ma se cercate un esempio di stile da maestro, se state cercando di costruire un dialogo che regga, allora riprendete in mano uno dei suoi romanzi, uno a caso, mettetevi a leggere, e imparate.
Il Lettore & lo Scrittore 

mercoledì 25 febbraio 2015

Vergogna

Potente. È questa la parola che mi è venuta in mente alla fine di questo romanzo.
Siamo in presenza di un’opera dalla potenza straordinaria, e leggendola si capisce come essa abbia contribuito in maniera sostanziale a far assegnare a John Maxwell Coetzee il Premio Nobel 2003 per la Letteratura.
Quando l’ho iniziato, lì per lì sono potuto andato avanti solo per una trentina di pagine, quindi ho ripreso a leggere a letto, la sera verso le 21.30 – sì, vado a letto presto, va bene? Avrete mica qualcosa da dire? Sempre meglio leggere che guardare Sanremo… – e l’autore mi ha tenuto incatenato fino al termine della storia dopo la mezzanotte senza che mi fosse venuta un briciolo di sonnolenza.




Di John Maxwell Coetzee avevo già parlato in quest’altra recensione e, proprio perché mi era rimasta la voglia di leggere un suo romanzo, quando mi è capitato sotto mano questo Vergogna nel solito negozietto me lo sono subito portato a casa.
La trama (imparate come si scrive una sinossi…): in seguito allo scandalo scoppiato per la relazione intessuta con una sua allieva, un professore universitario è costretto ad abbandonare l’insegnamento e a rifugiarsi a casa di sua figlia in una campagna primordiale, dove si scontrerà con la violenza e i problemi razziali del Sudafrica.
In questo panorama Coetzee si confronta con i temi della discesa dell’uomo verso la vecchiaia e tutte le complicazioni, non ultime quelle sessuali, che ne derivano (e la cosa mi ha innervosito non poco, dal momento che il protagonista si reputa vecchio a cinquantadue anni, mentre io che ne ho qualcuno in più mi sento ancora un ragazzino. O quasi. Sarà un problema mio?); con i difficili progressi verso un’integrazione razziale pacifica all’interno di un paese marchiato da secoli di apartheid; con la problematica psicologia dell’accettazione di situazioni tragiche in favore della speranza di un futuro migliore e, last but not least, con la sua sempre viva questione del riconoscimento della dignità e del diritto di vivere degli animali, per i quali riserva sempre parole e pensieri che vanno dal toccante allo sconvolgente.
La prosa è veramente superba, pragmatica, di quelle che fanno vedere l’essenziale e in cui ogni parola ha un proprio scopo preciso. La Vergogna del titolo si può riscontrare su più piani narrativi e la storia ti coinvolge continuamente mostrandoti una realtà cruda, la cui ineluttabilità va in ogni caso combattuta con ogni mezzo purché sia moralmente lecito. E quando la battaglia è persa, e non resta che ricorrere alla pietà, allora bisognerà sempre  fare in modo di mantenere alta la dignità di tutti gli esseri viventi.
Ho trovato questo romanzo davvero meraviglioso, inquietante, saturo di tensione psicologica per le problematiche irrisolvibili, e per molti giorni dopo averlo letto mi è tornato alla mente in parecchi momenti.
Un vero capolavoro, leggetelo anche voi. 
Il Lettore
PS: Dopo aver scritto questo post, mentre ero impegnato nella lettura di Un mattino d’ottobre, un romanzo di Gianni Simoni di cui pubblicherò la recensione nei prossimi giorni, mi sono imbattuto in questo brano, in cui uno dei protagonisti della storia sta scegliendo in libreria dei romanzi da comperare:
“Scelse subito i primi due: Leviatano di Paul Auster, un autore che conosceva, e Il maestro di Pietroburgo di Coetzee, del quale possedeva tutto quanto era stato tradotto, folgorata dal primo, Vergogna, che aveva letto in una domenica di riposo, chiudendo l’ultima pagina alle undici di sera, dimenticandosi di cenare.”
Neanche a farlo apposta, no? Si vede che anche questo autore apprezza Auster e Coetzee…

martedì 10 febbraio 2015

La figlia del papa

Se questo La figlia del papa fosse stato scritto prima del 1997, e i componenti la commissione incaricata di assegnare il Premio Nobel per la Letteratura lo avessero letto prima di operare la scelta, col cavolo che Dario Fo ne sarebbe uscito vincitore!
Una delle peggiori biografie lette in vita mia.




In questo libretto di 190 pagine, con molte illustrazioni delle quali però non sono riportati né autori né crediti, Dario Fo ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, personaggio enigmatico e affascinante, fornendo uno spaccato della vita sociale e politica del 1400 e delle lotte intestine alla Chiesa Cattolica soprattutto per ciò che riguarda l’elezione dei Papi.
Lucrezia Borgia, figlia di un cardinale futuro papa di cui forse è stata anche amante (così come dicono del suo stesso fratello), è una di quelle donne che hanno scatenato l’immaginazione popolare per cinque secoli, dando origine a leggende e credenze nelle quali l’aspetto negativo supera quello positivo e fornendo materiale per una serie impressionante di biografie e romanzi imperniati su di lei.
Questa sembra sia l’ultima della serie, e a parer mio, senza stare a sindacare sulla veridicità storica e sulla pur sempre presente possibilità di una semplice operazione commerciale, un Premio Nobel se la sarebbe potuta anche risparmiare.
Esagerato! Penserete. Stiamo parlando di Dario Fo! Penserete ancora. Be’, stavolta non crediate di trovarvi davanti un capolavoro come il Mistero buffo, vi rispondo io: quella era una cosa, questa è del tutto diversa, anche se Fo ha cercato di infiorettare una biografia con guizzi da attore consumato che magari in teatro lo avrebbero fatto applaudire ma in un testo scritto ci stanno come i finocchi a merenda. Lo so che sarebbero i cavoli, ma a me piacciono meno i finocchi.
Quando ho detto a un altro superlettore che ero impegnato in questo libro mi ha risposto con uno sbuffo (che stava a significare: perlamordidio!), al ché anch’io (come voi) ho ribattuto: ma come, Dario Fo! Vedrai… è stata la risposta conclusiva.
E in effetti la qualità di questa biografia è nettamente sotto la media, e questo da un autore del calibro di Dario Fo non me lo sarei aspettato. Mi sono trovato di fronte un testo sconnesso, pieno di divagazioni e richiami caotici nel tentativo di riallacciare i fili della Storia, farcito di commenti dell’autore che vorrebbero essere per lo più ironici e inseriti allo scopo di strappare un sorriso a un lettore annoiato, melense domande retoriche del tipo: Tizio è morto. Chi l’avrà ucciso? , e i dialoghi diretti aggiunti per rendere più dinamica la narrazione mi sono sinceramente sembrati obbrobriosi.
Per darvi un assaggio, tratto da pag. 26: “A ciò pensa appunto la ruffiana che propone come sposo per l’amante del prossimo pontefice addirittura suo figlio, Orsino Orsini. Una soluzione proprio casa e chiesa! Il figlio oltretutto è orbo di un occhio, quindi lasciamo correre e chiudiamo anche l’altro! Bisogna subito affrettarsi, Giulia è incinta, naturalmente di Rodrigo… Non a caso il termine vescovo nell’espressione degli antichi cristiani si traduceva in «attivo e infallibile». Perfetto! Ad ogni modo è meglio che il figlio nasca con un padre legittimo.”
In questo brano c’è di tutto: divagazioni, avverbi superflui, salti di palo in frasca, addirittura tre punti esclamativi, più i puntini di sospensione, senza parlare di ben tre interventi autoriali, in sole sette righe. Più che una prosa da Premio Nobel mi sembra un testo scritto dai principianti che sono chiamato a valutare. E proprio perché è di Fo che stiamo parlando sono riuscito a reggere fino a metà libro, altrimenti l’avrei piantato prima.
Le divagazioni e le puntualizzazioni specifiche fanno perdere il filo del discorso, i continui riferimenti storici, sia pur necessari alla contestualizzazione, annoiano, i frequentissimi interventi dello scrittore stuccano non poco, e non parliamo più dei dialoghi; il tutto conducendoti ben presto a pensare che se ti resta davvero la voglia di sapere qualcosa della vita di Lucrezia Borgia, allora sarebbe senz’altro molto meglio rivolgersi a qualche altra biografia.
Seria.
Il Lettore