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sabato 19 dicembre 2015

La sposa giovane

Ed eccoci all’ultimo romanzo di Alessandro Baricco, pubblicato in questo 2015 del quale per fortuna stiamo per arrivare alla fine. Quando mi accingo alla lettura di un nuovo Baricco non so mai cosa aspettarmi. Mi piacerà? Mi stuferà? Non posso considerare il torinese come un Child col quale vai sempre a colpo sicuro: se rileggete le mie recensioni precedenti su di lui troverete che siamo pressappoco alla pari tra letture soddisfacenti e romanzi piantati a metà, peggio che tirare una monetina.
Vi tolgo subito dalle ambasce: stavolta mi è piaciuto.




Certo è che La Sposa giovane non è un romanzetto semplice e chiaro ma anzi, un inno all’ellisse e al “lasciato immaginare”. Di sicuro nella sua Scuola Holden Baricco spiegherà il concetto di contestualizzazione e di quanto questa sia necessaria, ma quando scrive lui stesso allora si può andare tranquillamente fuori dalle regole: in questo romanzo nessuno possiede un nome proprio al di fuori del maggiordomo Modesto (personaggio eccezionale, che si esprime preferibilmente a colpi di tosse e ripreso dal più puro Wodehouse); sia la localizzazione geografica della vicenda che quella temporale sono lasciate nel vago, e la storia della famiglia di cui si narra è limitata solo agli episodi strettamente necessari all’evoluzione del racconto.
I personaggi sono indicati solo dal proprio ruolo: il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia, lo Zio, ognuno con le proprie virtù, i propri bizzarri problemi e particolarità che vengono man mano descritti in modo da permettere loro di interagire ognuno a suo modo con la Sposa, questa nuova figura anch’essa enigmatica che si trova ad entrare all’improvviso in una famiglia sui generis.
Non che con questo si senta che manchi qualcosa, anzi, il romanzo è piacevole e intrigante, con i personaggi che pur nella loro vaghezza sono ben caratterizzati e una conclusione soddisfacente.
Certo è che bisogna leggerlo con attenzione: dopo le prime pagine ci si trova un po’ spaesati dalla variazione continua dell’io narrante, cosa che Baricco stesso spiega con queste parole:
 “Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.
Ma una volta che si è entrati in questo modo di fare lo si apprezza e la lettura scorre senza intoppi, anche grazie alla raffinatezza dello stile e della prosa sui quali proprio non c’è nulla da criticare. I dialoghi, inseriti alla McCarthy senza segni interpuntivi, scorrono fluidi e il comportamento dei personaggi è coerente con la loro rappresentazione, compresi quei segni particolari distintivi di ognuno che contribuiscono in modo sostanziale a far sì che rimangano impressi nella memoria del lettore.
Ma quello che Baricco chiama “fastidioso effetto di virtuosismo” si sente eccome. Quelle ragioni “squisitamente tecniche” sono le stesse nelle quali Baricco si crogiola all’atto dello scrivere, perché dal romanzo emerge in continuazione tra le righe anche il concetto del: “ecco, guardate bene, imparate, è così che si scrive…”, e per carità, a parte quel po’ di vanagloria sottilmente ostentata, non gli si può dire proprio nulla d’altro. Chissà cosa ne avrebbe pensato Grazia Cherchi, di queste intrusioni dell’autore nel proprio romanzo. Ma già, non è che Baricco abbia mai seguito del tutto le indicazioni di quella che è stata uno dei suoi primi editor (se lo avesse fatto, magari, il suo Castelli di rabbia sarebbe stato forse meno noioso), tanto è vero che anche a distanza di anni il suo rapporto con gli editor non è cambiato: “Ovviamente, paginette come queste parranno all’editor che si occuperà di loro, tra qualche mese, del tutto inutili e tristemente poco funzionali al decorso del racconto. Con la consueta educazione, mi suggerirà di cancellarle. So già che non lo farò, ma fin d’ora posso ammettere di non avere più probabilità di lui di farla giusta.
Il ché indica la consapevolezza del: so bene che “questo” non andrebbe fatto, ma io lo faccio lo stesso perché io sono Alessandro Baricco. E soprassediamo sul fatto che il complicare la vita al lettore sia una cosa trascurabile…
La Sposa giovane resta comunque un bel romanzo, una lettura che non lascia delusi e che solleva degli interrogativi sui temi trattati che sono quelli dell’accettazione della morte e del proprio destino. Anche le frequenti incursioni nell’erotismo sono realizzate con una finezza scevra da moralismi e contribuiscono al mantenimento dello stato di tensione creato dal non sapere quale sarà la fine di questa promessa sposa, personaggio che mi ha ricordato il tenente Drogo di Buzzatiana memoria, nella continua attesa di un nemico che non arriverà mai.
Ma per fortuna, e questo è il bello della Letteratura, la Sposa giovane non farà la stessa fine di Giovanni Drogo.
Il Lettore

sabato 14 marzo 2015

Tre volte all’alba

Un altro Alessandro Baricco, stavolta in un divertimento d’autore che… be’, sì, lui si sarà anche divertito, non lo metto in dubbio, e non nego nemmeno che la sua bravura si fa ancora una volta notare, non si può dire di no, ma alla fine questo Tre volte all’alba, con i suoi personaggi enigmatici, le situazioni fumose, i concatenamenti misteriosi, alla fine, dicevo, lascia un po’ il tempo che trova.




Questo titolo sotto forma di romanzo ipotetico, Tre volte all’alba, compare all’interno del libro Mr Gwyn che ho già recensito (vedi), e lo stesso Baricco dice che una volta terminato di scrivere quello gli è venuta voglia di rendere reale un racconto immaginario che originariamente era solo un mezzo narrativo. “Una sorta di continuazione del pensiero di Jasper Gwyn,” dice l’autore, “che può essere capito anche senza aver letto il precedente lavoro.”
Ora, “capito” è una parola un po’ azzardata, visto che occorre una buona dose di intuito per “capire” i tre racconti dai quali è costituito questo libretto, tre episodi tutti sullo sfondo di un albergo, tre incontri notturni che finiscono (proseguiranno?) all’alba tra personaggi che attendono il sorgere del sole per dare voce alle loro ansie, ai loro segreti, come se una nuova luce infondesse anche il coraggio di dare inizio a una nuova vita. Personaggi che sono gli stessi in diverse fasi delle loro vite, cristallizzati attraverso tre storie sospese nel tempo.
Ma ci vuole un po’, per capirlo, non è che ci sia tutta questa immediatezza, e i collegamenti restano sempre sibillini.
Lo stile è proprio baricchiano, piacevole alla lettura e con quella dose di ricercatezza da maestro di scrittura creativa con cui sembra che l’autore abbia voluto ricordarti: vedi, impara, è così che si scrive, mica bau bau micio micio.
In particolare i dialoghi sono caratterizzati da un ritmo velocissimo, la cui andatura è ulteriormente accelerata dall’assenza di virgolette o altri segni interpuntivi a evidenziarli. Un po’ come usa fare Cormac McCarthy.
Un’oretta di lettura impegnativa e anche tutto sommato piacevole ma alla fine, come ho già detto, dopo aver apprezzato lo stile ed essersi congratulati con se stessi per aver captato alcuni dei nessi che l’autore ha voluto inserirci, non è che ti resti molto dentro.
Va be’, in fondo per lui è stato un divertimento e questo, da scrittore, lo capisco benissimo e sono contento per lui che si sia divertito, davvero.
Il Lettore 

mercoledì 9 ottobre 2013

Mr Gwyn

In ordine temporale di approccio, di Alessandro Baricco ho già letto/tentato di leggere: Seta (molto buono); Oceano Mare (non terminato, uffa che barba che noia che barba…); Castelli di rabbia (piantato a metà, uffa ecc.); Novecento (ottimo); City (piantato ancora prima di essere giunto a metà); Senza sangue (buono).

Da un rapido riepilogo emerge un equilibrato 3 a 3, quindi capirete come mi sia apprestato a leggere Mr Gwyn con una certa dose di curiosità ma anche un pizzico di scetticismo.


Bene, dopo la lettura ora siamo sul 4 a 3 per i “buoni”: Mr Gwyn l’ho divorato in un giorno e devo dire che è uno dei libri più godibili che ho letto negli ultimi tempi. Sarà perché parla di scrittura?
Quello che viene in mente leggendo questo romanzo è la precisione. Precisione di intenti, di immagini, di concetti e sensazioni. Precisione nella ricerca delle parole, nella maniacale accuratezza con cui queste concorrono a costruire le frasi e le frasi i periodi. Precisione nei scambi verbali: poche volte mi è capitato di imbattermi in dialoghi così freschi e verosimili. Una precisione sicuramente frutto di un lungo lavoro di limatura, che ha contribuito a comporre uno stile di quelli che facendoti l’occhiolino ti trasmettono il concetto: “ecco, lo vedi com’è che si scrive?” ma che in fondo è perfettamente adeguato alla storia e al come l’autore ha inteso narrarla.
La trama è originale, dipanata in modo encomiabile, senza alcun deludente calo di tensione e/o aspettativa, e i due protagonisti che si danno il cambio dopo la metà del libro sono dipinti con una professionalità che conferma le doti di Baricco. Le atmosfere che Mr Gwyn vuole ricostruire per il suo strano progetto sono descritte in modo tale da fartici sentire dentro, e le invenzioni romanzesche, dal ritratto scritto alle lampadine fatte a mano, sono spiegate in modo così accattivante che non puoi fare a meno di sorridere mentre leggi.
Un altro aspetto che emerge prepotente dal romanzo, insieme alla figura dell’agente letterario, è il rapporto di lavoro/amicizia che lega quest’ultimo al protagonista: in poche pagine Baricco tratteggia un legame tra uomini di quelli che potrebbero essere citati in una discussione. 
Un libro pieno di garbo, di magìa, un libro che per il modo di indagare sulla conoscenza consapevole di se stessi e degli altri mi ha ricordato le tematiche di Pirandello.
Bello. Da leggere, soprattutto se uno è interessato alle problematiche degli scrittori.
Il Lettore