Dopo Andrea Vitali e quell’altra, la… non mi ricordo il nome, sì, quella
lì, giovane, l’autrice di quella cagata con l’anatomopatologa, la
scopiazzatrice della Cornwell, va be’… alla fine chissenefrega, ecco un altro
medico che a un certo punto della propria vita si è messo a sfornare romanzi.
Una ginecologa, per la precisione. Siciliana.
Le minne del titolo sono un tipico dolce catanese e la tradizione
vuole che debbano andare sempre in coppia, così come le mammelle, il seno
femminile, simbolo di vita e femminilità e oggetto del desiderio maschile.
Dalle minne Giuseppina Torregrossa
parte per raccontare sia di temi cari a lei e all’universo femminile, come l’amore, il tradimento, la malattia e la
vecchiaia, l’infanzia e la disillusione, sia per compiere un excursus sulla vita delle donne della
sua famiglia e sul cosa significa essere donna oggi in Sicilia.
Narrare delle donne a lei
vicine all’autrice riesce bene, e ne nasce una prima parte del libro divertente
e ammaliante nella quale si penetrano con interesse sia l’universo femminile
che quello siculo, scavando in particolare nella magia di quel feminino trasmesso con amore dalla nonna
alla nipote.
Peccato però che la
Torregrossa esaurisca i temi che voleva trattare nella prima parte del romanzo,
e sia costretta a ricorrere ad una trama abborracciata per poterlo terminare.
Da metà libro il tono cambia: da interessante diventa banale, da frizzante si
trasforma in scadente, a tratti francamente noioso, e anche le scelte e i
comportamenti della protagonista fanno emergere una figura lontana dall’immagine
che si vuole dare della Donna con la “D” maiuscola. Un vero peccato.
Anche perché nello scaffale
dei libri ancora da leggere ne ho un altro della Torregrossa, e dopo queste
premesse chissà quando mi verrà la voglia di dargli un’occhiata.
Il Lettore
