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giovedì 27 febbraio 2014

Il conto delle minne

Dopo Andrea Vitali e quell’altra, la… non mi ricordo il nome, sì, quella lì, giovane, l’autrice di quella cagata con l’anatomopatologa, la scopiazzatrice della Cornwell, va be’… alla fine chissenefrega, ecco un altro medico che a un certo punto della propria vita si è messo a sfornare romanzi. Una ginecologa, per la precisione. Siciliana.


Le minne del titolo sono un tipico dolce catanese e la tradizione vuole che debbano andare sempre in coppia, così come le mammelle, il seno femminile, simbolo di vita e femminilità e oggetto del desiderio maschile. Dalle minne Giuseppina Torregrossa parte per raccontare sia di temi cari a lei e all’universo femminile, come  l’amore, il tradimento, la malattia e la vecchiaia, l’infanzia e la disillusione, sia per compiere un excursus sulla vita delle donne della sua famiglia e sul cosa significa essere donna oggi in Sicilia.
Narrare delle donne a lei vicine all’autrice riesce bene, e ne nasce una prima parte del libro divertente e ammaliante nella quale si penetrano con interesse sia l’universo femminile che quello siculo, scavando in particolare nella magia di quel feminino trasmesso con amore dalla nonna alla nipote.
Peccato però che la Torregrossa esaurisca i temi che voleva trattare nella prima parte del romanzo, e sia costretta a ricorrere ad una trama abborracciata per poterlo terminare. Da metà libro il tono cambia: da interessante diventa banale, da frizzante si trasforma in scadente, a tratti francamente noioso, e anche le scelte e i comportamenti della protagonista fanno emergere una figura lontana dall’immagine che si vuole dare della Donna con la “D” maiuscola. Un vero peccato.
Anche perché nello scaffale dei libri ancora da leggere ne ho un altro della Torregrossa, e dopo queste premesse chissà quando mi verrà la voglia di dargli un’occhiata.
Il Lettore