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lunedì 20 novembre 2017

I migliori di noi

Stavolta Andrea Scanzi non mi è piaciuto.
E ne sono rimasto deluso, perché Scanzi è un giornalista che apprezzo molto sia per l’humour che per lo stile, ma questo romanzo se lo poteva anche risparmiare.




Soprattutto per il fatto che la trama è assolutamente inconsistente, e per di più con un finale aperto che più aperto non si può. Sì, l’ho capito che erano proprio queste le intenzioni dell’autore, ma pur avendolo capito non ne sono rimasto per nulla soddisfatto.
In pratica è un libro che si regge solo sulle battute di un pur talentuoso “cazzaro” quale è l’autore. Scritto molto bene sia come ritmo che come scelta della terminologia, è costituito di una battuta dietro l’altra, di situazioni paradossali che fanno ridere ma non bastano a dare corpo a un romanzo vero e proprio. Alcune scene veramente esilaranti, ma basta, finisce qui e al termine ti lascia poco più di nulla.
Per dire, il personaggio che mi è piaciuto di più è un cane, Bergie, la femmina leonberger di uno dei protagonisti.
Oltretutto sembra che il libro glielo abbia sponsorizzato la pro-loco di Arezzo, da come l’autore inneggia in modo sfacciato alla sua toponomastica e ai vari locali che i personaggi hanno modo di frequentare in continuazione. Un po’ troppo.
Di sicuro Andrea Scanzi riesce molto meglio come giornalista e come opinionista che come autore di romanzi.
Il Lettore

venerdì 21 luglio 2017

I cani lo sanno

Approfondiamo la conoscenza di Andrea Scanzi come autore di libri. Di suo ho appena finito di leggere I cani lo sanno, dall’accattivante sottotitolo (per chi ha un cane) Elogio dello sguardo rasoterra.
Penso che chiunque abbia o abbia avuto un cane sia stato prima o poi tentato di mettere nero su bianco il proprio rapporto personale con quell’essere pulcioso e sbavante ma capace di infinita devozione. Ho amici che lo hanno fatto e io stesso ho cento buone pagine pronte sulla storia del mio cane, ma quando mi metto a scrivere le altre cento che servirebbero per terminare il libro mi blocco sempre. E so bene anche il perché, ma non ve lo dico. Affari miei.
Perlomeno lasciandolo in sospeso non rischio di cadere nel melenso come fanno tutti i compagni di cani quando scrivono del proprio rapporto.
Andrea Scanzi compreso.




Per carità, non che il libro sia brutto, anzi, si legge benissimo, è scritto da professionista e spesso fa anche ridere, ma anche il giornalista non è riuscito ad evitare di cadere nelle sdolcinature e di enfatizzare non poco i sentimenti che si provano condividendo la vita con un cane, dalle gioie più elettrizzanti ai dolori più estremi, finendo inevitabilmente con il rimarcare il banale.
Un cane è pace, bussola, riferimento.”
Evidentemente, quando si intende scrivere di cani non si può fare a meno di andare sempre a finire così.
Scanzi racconta il suo rapporto a tre con le due Labrador nere con cui da qualche anno condivide la vita: Tavira e Zara, mamma e figlia, ognuna con le proprie particolari caratteristiche somatiche e caratteriali che l’autore descrive minuziosamente analizzando ogni peculiarità e trovando anche lo spazio per inserire riallacci, come suo solito, alla musica, ai fumetti, alla cinematografia e alla letteratura, non disdegnando di lanciare qualche frecciatina politica (ma questo in modesta quantità).
Ne deriva una scrittura rapida, acuta e briosa, anche piacevole, ma che man mano scade nel banale, nel già vissuto, con vicende attraverso le quali, con poche differenze, sono passati tutti i compagni di cani.
Questo indubbiamente è un sistema per suscitare empatia in un’ampia cerchia di persone, e basta guardare i commenti al capitolo del blog di Scanzi dedicato a questo testo per essere sopraffatti dal tedio suscitato dall’infinità di interventi che inneggiano a questo libro… i cui autori subito dopo si sentono in dovere di raccontare la propria vicenda personale.
E io non ne posso più del banale.
Mille volte ho pensato di buttare via le mie cento pagine e non pensarci più, ma ancora non l’ho fatto perché a tratti, rileggendole, mi faccio i complimenti da solo per quanto sono stato bravo a scriverle, ma quanto a completarle… E poi, il cane di cui parlo io si comportava più da gatto che da cane, e già questo basterebbe a uscire dal piattume. Ma va be’.
Il Lettore cinogattofilo

lunedì 12 giugno 2017

La vita è un ballo fuori tempo

C’è un solo giornalista/opinionista che seguo, sia pure con costanza fallace, con cui condivido in parte idee politiche e musicisti da ascoltare, e del quale cerco di emulare il cinismo e la capacità di attirare antipatie: Andrea Scanzi.
Mi piace come scrive, apprezzo il suo modo di pensare e di non mandarla a dire, e quando mi hanno riferito che aveva scritto anche un romanzo l’ho letto appena mi è stato possibile.




La vita è un ballo fuori tempo è un romanzo particolare, nel quale Scanzi riversa tutto il suo cinismo e la sua arguzia trasformando un romanzetto leggero in una gigantesca presa per il culo nei confronti dei politicanti nazionali, dei loro accoliti e della cultura (!) attuale che più vacua non si può.
Dico subito che mi è piaciuto, attirandomi così addosso gli anatemi di tutti coloro, e non sono pochi, che lo hanno massacrato sulla stampa (sapete già che vado a leggere anche le critiche degli altri, giusto per rendermi conto del numero di coloro che non capiscono un caz non hanno i miei stessi gusti in fatto di libri). Le critiche a questo romanzo si possono spiegare facilmente, come se fosse un diktat governativo: se sei renziano ne devi parlare male. Punto.
Il libro narra le vicissitudini di un giornalista sportivo di mezza età praticamente fallito, il cui nonno e la propria combriccola di amici novantenni, riscopertisi hacker di successo avendo inventato videogiochi dedicati alla terza età, si preparano a mettere in atto una rivoluzione informatica contro il governo dispotico della nazione di fantasia in cui vivono. E contro la subcultura imperante, il nepotismo, i leccaculo, gli arrivisti, i raccomandati e tutti coloro che sguazzano soddisfatti nella merda dilagante della società contemporanea.
Surreali sono la trama e l’ambientazione, improbabili i nomi stessi dei protagonisti e le loro particolarità caratteriali. Il gruppo di vecchietti rivoluzionari ricorda quello del Bar Lume per la simpatia e gli acciacchi senili, con in più la coerenza rivoluzionaria di un Lenin e la fedeltà di un Labrador di nome Clarabelle, con la “e” finale, che passa la vita a scodinzolare e a sbafare crocchette al gusto alchermes. L’attuazione del loro golpe risulterà entusiasmante. Il protagonista, Stevie Vaughan, saprà redimere il suo comportarsi da perfetta nullità con un mirabile colpo di reni finale che farà passare il lettore sopra alla pancetta e alla calvizie incipiente e al suo girare in un’ipotesi di SUV (oltre al baciare male e allo scopare peggio).
Ma il consueto Scanzi si riconosce negli attacchi al Governo romanzato e alla sua politica tanto simile al Nostro attuale: “Stevie pensò che la propaganda bacarozziana aveva davvero fatto un gran lavoro. Persino i disoccupati erano contenti di esserlo. Prima o poi anche i morti, dall’oltretomba, avrebbero chiesto una deroga a Satana in persona per votare Bacarozzi”, e nell’esorbitante quantità di citazioni delle quali il romanzo è costellato: letterarie e musicali, politiche e filosofiche (cosa che gli ha valso le critiche più dure da coloro che lo hanno massacrato, accusandolo di essersi ridotto allo stesso livello di coloro che condanna (!)).
Torno a ripetere che a me è piaciuto e non solo, mi ha strappato spesso qualche risata sulle battute più ciniche, pur essendo permeato di un’amarezza esistenziale di fondo che sta lì a ricordarci che quello sempre un romanzetto è, e la vita vera è infinitamente peggiore.
E con questa perla di saggezza vi saluto e vado a cuccarmi, da buon’ipotesi di vecchietto in un empito di autoconservazione, una manciata di bacche di Gorky. Pardòn, Goji.
Il Lettore