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martedì 6 novembre 2018

L’ingegnere in blu


Così come in questi ultimi tempi sono affascinato da David Foster Wallace, un altro autore che mi ha molto incuriosito (in questo caso pur non piacendomi quasi per nulla, vedi qui), è Carlo Emilio Gadda, e per andare più a fondo ho letto un libro con protagonista questo scrittore.
Questo L’ingegnere in blu non è una vera e propria biografia, e neanche un libro di critica “gaddiana” (a dire il vero non ho ancora ben capito cosa sia), forse un misto di entrambi: racconta della vita di Gadda e delle cose che ha scritto e del come e perché le ha scritte e come mai le ha scritte in quel modo, e anche qualcosa in più.



Alberto Arbasino è uno scrittore e giornalista (e anche politico, ma sorvoliamo questo aspetto che qui non si parla di politica), del quale fino ad ora non avevo mai letto nulla. È un grande estimatore di Gadda, si sente da come ne scrive, e questo non è l’unico saggio che ha completato con argomento lo scrittore milanese.
Evidentemente era affascinato dal suo fare in modo che il lettore non capisca pressoché nulla perché, a detta di alcuni, in genere anche la scrittura di Arbasino vira molto sul surrealista (e a detta di altri invece è proprio delirante).
Fatto sta che io non l’ho trovata né surrealista né delirante, ma certo, non è che sia stata una lettura tra le più leggere. Anzi, direi proprio che mandar giù questo L’ingegnere in blu è stato proprio pesantuccio quando non decisamente noioso.
Arbasino mostra diversi aspetti di Gadda: oltre ai cenni biografici tratta della sua produzione sotto l’aspetto critico e degli autori italiani che amava. O che non amava: se ammirava molto Alessandro Manzoni, non si può dire la stessa cosa per Giovanni Pascoli, per esempio. Si sfiorano le sue parentele, la scelta di rimanere scapolo e i suoi interessi politici fino a formare un quadro per niente esaustivo ma in fondo sufficientemente coprente tutti gli aspetti di questo personaggio, e in definitiva si sente che il libro è stato scritto principalmente per l’ammirazione sconfinata che prova l’autore per questo scrittore.
Quanto al risultato… ve l’ho già detto che l’ho trovato abbastanza noioso?
Il Lettore 

martedì 18 settembre 2018

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana


Nei giorni scorsi mi sono trovato a combattere con uno dei romanzi più famosi della letteratura italiana. Era molto tempo che avevo intenzione di confrontarmi con Carlo Emilio Gadda e, sapendo già come la sua opera fosse di non facile approccio, avevo sempre tergiversato fino a che mi sono deciso e ho iniziato, con timore, la lettura di quello che, insieme a La cognizione del dolore, è il suo romanzo più conosciuto: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Ve lo anticipo subito: non è stato facile.



Come saprete, uno degli aspetti che prediligo nella lettura è appunto la leggibilità, e alla fine ho concordato con coloro che hanno dichiarato di aver trovato Carlo Emilio Gadda pressoché illeggibile.
Perlomeno ad un avvicinamento superficiale.
La vicenda in sé non sarebbe complicata: Liliana Balducci, una signora della Roma abbiente, viene barbaramente assassinata nel suo appartamento, e il commissario Francesco "Don Ciccio" Ingravallo è incaricato delle indagini. La contestualizzazione è nella Capitale nei primi anni dell’avvento del fascismo, con un “Mentone” che sbraita da Palazzo Venezia vantandosi di essere riuscito a sconfiggere qualsiasi tipo di delinquenza, e passa in modo quasi agevole dal descrivere una certa sua popolazione benestante al sottoproletariato dei sobborghi.
La prima cosa che colpisce leggendo è il marcato multilinguismo: in poche righe si passa dall’italiano ai dialetti più stretti, principalmente romanesco, molisano e napoletano, ma anche a qualche lingua straniera, utilizzando pure parecchi termini arcaici o neologismi che sembrano inventati sul momento. Questa estrema varietà si ripercuote anche sulla sintassi con una costruzione delle frasi estremamente libera fino a raggiungere il caotico.
In teoria, a voler dare delle definizioni, il romanzo sarebbe scritto in stile libero indiretto, e “libero” lo è senz’altro, con un narratore onnisciente che in ogni nuovo paragrafo devi riuscire a capire con chi di volta in volta si identifichi nei personaggi presenti.
Un assaggino poco complicato: “Sor dottò, l’ha trovata suo cugino, il dottor Vallarena… Valdassena, Hanno telefonato subbito in questura. Mò è là puro lui, a via Merulana. Ho dato disposizzioni. Mi ha detto che lo conosce. Dice, alzò le spalle, Dice ch’era annato a trovalla. Pe salutalla, perché  ha d’annà a Genova. Salutalla a quell’ora? dico io. Dice che l’ha trovata stesa a terra, in un lago de sangue, Madonna! Dove l’avemo trovata puro noi, su’ parquet, in camera da pranzo: stesa de traverso co le sottane tirate su, come chi dicesse in mutanne. Il capo rigirato un tantino… Co la gola tutta segata, tutta tajata da una parte. Ma vedesse che tajo dottò. (…) Un tajo! che manco er macellaro.”
Da notare il dialetto, l’insolito uso dei segni d’interpunzione (tajo!) e il passaggio dall’uno all’altro dei due dialoganti nella stessa frase senza nulla a rimarcarlo; peraltro in questo periodo non ci sono particolari invenzioni lessicali da sottoporvi e un po’ me ne dispiace. 
Inoltre manca un vero e proprio protagonista con il quale identificarsi e anche per questo il romanzo non “prende” il lettore.
Da qui, e superficialmente, la sua leggibilità è prossima allo zero. Troppo complesso, troppo arzigogolato per una semplice lettura alla ricerca di “piacere”. È un romanzo di cui andrebbero studiati, e non solamente letti, ogni passaggio e ogni singola parola, tutti i veri e propri virtuosismi linguistici, per cercare di capire lo scopo recondito dell’autore e per apprezzarne tutti i risvolti lessicali e sintattici, ma non sempre se ne riesce a trovare la voglia, soprattutto a letto prima di dormire.
Da notare inoltre che il finale del romanzo ha subìto diverse variazioni, forse sull’onda dell’entusiasmo dovuto al termine della guerra, e a seconda delle edizioni in cui è uscito si possono trovare delle conclusioni del tutto differenti.
Viene da stupirsi per il successo, di critica e soprattutto quello di pubblico, che ha riscosso negli anni ‘50, perché non è un romanzetto per tutti da sotto l’ombrellone, non è facile, non prende, e uno è costretto, leggendo, a tenere l’attenzione salda al massimo per riuscire a comprendere oltre ai singoli periodi addirittura le frasi e le parole stesse. Oggi come oggi, in un’epoca in cui la superficialità la fa da padrone, penso che non avrebbe avuto lo stesso successo. Riconosco sì l’abilità dell’autore nell’essersi saputo districare nei meandri delle invenzioni (a me ha ricordato James Joyce), ma se devo cercare piacere nella lettura io stesso mi rivolgerei a qualcun altro.
Per concludere quindi ne riconosco indubbiamente il valore, ma se dicessi che mi ha fatto piacere leggerlo sarebbe una grossa bugia, non fosse altro che per l’accrescimento della mia cultura personale.
Il Lettore