mercoledì 30 dicembre 2015

Gli sdraiati

Nota per i miei allievi passati e futuri dei corsi di scrittura creativa: se mai vi venisse in mente di scrivere un romanzo con un qualsiasi io narrante che si rivolge ad una qualsiasi seconda persona singolare (sul tipo: “Ma dove cazzo sei? Ti ho telefonato almeno quattro volte, non rispondi mai.” Eccetera eccetera), perlomeno siate consapevoli che il risultato finale sarà immancabilmente una sega.




Non a caso la citazione in corsivo del paragrafo precedente è l’incipit di questo Gli sdraiati, romanzo (?) di Michele Serra che è stato uno dei fenomeni editoriali degli ultimi tempi.
E come al solito, dopo averlo letto non ne capisco il perché.
In quarta di copertina hanno scritto, testuali parole, “romanzo comico”. Comico? Come dire “divertente” del funerale di un bambino. Nel corso di tutte le stiracchiate centootto pagine, molte delle quali bianche e altre con miseri trafiletti di una sottotrama in divenire, il testo non mi ha strappato lo straccio di un sorriso, ma ha anzi innescato una depressione montante intercalata al desiderio di piantarlo a metà, tant’è vero che nella seconda parte ho direttamente saltato diversi brani per arrivare alla fine il più in fretta possibile e finalmente dimenticarmene.
Nel descrivere la generazione attuale degli adolescenti (ma quale? Immagino solo quella ristretta al suo microcosmo e dovutamente esagerata), Michele Serra ha infarcito il testo di una sfilza di ovvietà mimetizzate dall’attualità e gonfiate al vano scopo di far sorridere. Dal punto di vista concettuale ha finito col generalizzare una situazione particolare: se tuo figlio è venuto su a cazzo di cane e non sei stato capace di metterlo in riga, non è detto che tutti i figli siano così.
Per non parlare del compiacimento narcisistico nell’usare un linguaggio ricercato da “guarda quanto sono colto… io sono un giornalista famoso, mica cazzi!”, o nel riempire due o tre pagine fitte usando solo la virgola come segno interpuntivo.
Dopo averne sentito parlare parecchio mi ero creato diverse aspettative su questo testo, che sono state miseramente deluse fin dalle prime pagine: un libro noiosissimo per quanto corto (fortunatamente!), e deprimente nel senso più deteriore del termine alla faccia del presunto “comico”.
E la domanda resta: com’è possibile che un libro del genere venda e diventi un caso editoriale? Solo perché chi l’ha scritto è conosciuto? Va bene che per la stessa ragione vendono anche Bruno Vespa o Francesco Totti, ma non basterebbe questo a farne disconoscere gli autori e a mandarli a zappare la terra invece di continuare a influenzare malamente le opinioni di un popolo ormai miseramente televisivo?
Il Lettore deluso

domenica 27 dicembre 2015

Venerdì 12

Ogni tanto fa bene ridere, e quando questo Venerdì 12 – Omnibus è stato regalato a mio figlio per Natale non ho resistito e gliel’ho sottratto leggendolo prima di lui. 300 pagine di filato, dalle quali è difficile staccarti.
E la cosa strana è che in questo caso non ci sono battute sui geologi!





Della storia di Aldo e del suo amore per Bedelia, pubblicata a puntate dapprima su L’isola che non c’è a partire dal 1996 e quindi su Ratman collection fino al 2004, avevo letto solo degli episodi sparsi, e sono stato contento di poterla rileggere per intero in questa raccolta del 2015 che è solo l’ultima di numerose altre che l’hanno preceduta. Una storia che sin dall’inizio ha calamitato l’attenzione dei lettori del fumetto più famoso che la ospitava, e che quindi Leo Ortolani ha ritenuto doveroso unificare e pubblicare in un volume a sé stante.
La vicenda è strappalacrime: il giovane Aldo è disperatamente innamorato di Bedelia, ragazza bellissima, cinica, fatua, vacua e parecchio mignotta (per lei, lui è solo il numero 143 di una lunghissima serie…), che non se lo fila di striscio. Per far colpo su di lei Aldo decide di regalarle un carillon con la ninna nanna di Brahms che lei amava ascoltare da bambina, ma ha la sfortuna di incappare in un negoziante misterioso che gli dona uno strumento gravato da una maledizione: se quel carillon fosse stato dato a una persona senza che l’amore venisse ricambiato, Aldo si sarebbe trasformato in un mostro. Detto fatto. Aldo si ritrova nelle sembianze di un essere ributtante consumato da un amore impossibile, e da qui si succedono le sue avventure divise tra il vano tentativo di riconquistare la topona o almeno di provare inutilmente a dimenticarla.
Avventure che spaziano dallo straziante alla più pura comicità, condite dalle fulminanti battute di Ortolani, quelle del suo periodo migliore, che si susseguono a ciclo continuo variando i temi dall’antropologico allo zoologico, dallo scatologico al pornografico (ma solo come metafore). L’ormai vomitevole Aldo si rifugia nella solitudine dell’attico di un palazzo signorile nel più puro stile Fantasma del Louvre, accompagnato dal suo servitore Giuda (per il quale il cinismo e la cattiveria non sono pura teoria), e tenta in ogni modo di uscire dagli abissi di dolore e ribrezzo nei quali è precipitato.



Dopo 300 pagine di esilaranti peripezie, di quelle che fanno ridere sulle disgrazie degli altri, la vicenda però si conclude con un lieto fine: quella che nella prima puntata della serie era apparsa solo come una metonimìa, la bambina Dulcistella, figlia di un vicino di casa del mostr… pardòn, di Aldo, ormai cresciuta si innamora di lui e riesce a strapparlo dalla maledizione e dall’amore impossibile per la panterona. L’ho detto perché ormai la vicenda è così famosa che sarebbe stato come tacere l’epilogo di Via col vento (si lasciano, ma domani è un altro giorno).



Diciamo che me la sono goduta, sorridendo e ridendo spesso sulle gag del pisano naturalizzato parmense che dietro un’apparenza cinica e dissacrante mette in gioco problematiche attraverso le quali la maggior parte di noi è passata in stadi diversi della propria vita: chi di noi non ha sofferto per un amore non corrisposto? Chi, almeno per una volta, non si è sentito brutto, solo, abbandonato? L’umorismo più efficace è quello che va a rovistare nelle tragedie umane, come ci insegnano i grandi comici, da Stanlio e Ollio a Totò, da Charlot a Fantozzi.
Magari, visto che Ratman è letto soprattutto da adolescenti, l’unica perplessità che può sorgere a riguardo di questo fumetto è che alcune battute, soprattutto fra quelle a sfondo sessuale, potrebbero essere un po’ pesanti per un ragazzino innocente.
Ma a questo proposito, ne esistono ancora?
Il Lettore

sabato 19 dicembre 2015

La sposa giovane

Ed eccoci all’ultimo romanzo di Alessandro Baricco, pubblicato in questo 2015 del quale per fortuna stiamo per arrivare alla fine. Quando mi accingo alla lettura di un nuovo Baricco non so mai cosa aspettarmi. Mi piacerà? Mi stuferà? Non posso considerare il torinese come un Child col quale vai sempre a colpo sicuro: se rileggete le mie recensioni precedenti su di lui troverete che siamo pressappoco alla pari tra letture soddisfacenti e romanzi piantati a metà, peggio che tirare una monetina.
Vi tolgo subito dalle ambasce: stavolta mi è piaciuto.




Certo è che La Sposa giovane non è un romanzetto semplice e chiaro ma anzi, un inno all’ellisse e al “lasciato immaginare”. Di sicuro nella sua Scuola Holden Baricco spiegherà il concetto di contestualizzazione e di quanto questa sia necessaria, ma quando scrive lui stesso allora si può andare tranquillamente fuori dalle regole: in questo romanzo nessuno possiede un nome proprio al di fuori del maggiordomo Modesto (personaggio eccezionale, che si esprime preferibilmente a colpi di tosse e ripreso dal più puro Wodehouse); sia la localizzazione geografica della vicenda che quella temporale sono lasciate nel vago, e la storia della famiglia di cui si narra è limitata solo agli episodi strettamente necessari all’evoluzione del racconto.
I personaggi sono indicati solo dal proprio ruolo: il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia, lo Zio, ognuno con le proprie virtù, i propri bizzarri problemi e particolarità che vengono man mano descritti in modo da permettere loro di interagire ognuno a suo modo con la Sposa, questa nuova figura anch’essa enigmatica che si trova ad entrare all’improvviso in una famiglia sui generis.
Non che con questo si senta che manchi qualcosa, anzi, il romanzo è piacevole e intrigante, con i personaggi che pur nella loro vaghezza sono ben caratterizzati e una conclusione soddisfacente.
Certo è che bisogna leggerlo con attenzione: dopo le prime pagine ci si trova un po’ spaesati dalla variazione continua dell’io narrante, cosa che Baricco stesso spiega con queste parole:
 “Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.
Ma una volta che si è entrati in questo modo di fare lo si apprezza e la lettura scorre senza intoppi, anche grazie alla raffinatezza dello stile e della prosa sui quali proprio non c’è nulla da criticare. I dialoghi, inseriti alla McCarthy senza segni interpuntivi, scorrono fluidi e il comportamento dei personaggi è coerente con la loro rappresentazione, compresi quei segni particolari distintivi di ognuno che contribuiscono in modo sostanziale a far sì che rimangano impressi nella memoria del lettore.
Ma quello che Baricco chiama “fastidioso effetto di virtuosismo” si sente eccome. Quelle ragioni “squisitamente tecniche” sono le stesse nelle quali Baricco si crogiola all’atto dello scrivere, perché dal romanzo emerge in continuazione tra le righe anche il concetto del: “ecco, guardate bene, imparate, è così che si scrive…”, e per carità, a parte quel po’ di vanagloria sottilmente ostentata, non gli si può dire proprio nulla d’altro. Chissà cosa ne avrebbe pensato Grazia Cherchi, di queste intrusioni dell’autore nel proprio romanzo. Ma già, non è che Baricco abbia mai seguito del tutto le indicazioni di quella che è stata uno dei suoi primi editor (se lo avesse fatto, magari, il suo Castelli di rabbia sarebbe stato forse meno noioso), tanto è vero che anche a distanza di anni il suo rapporto con gli editor non è cambiato: “Ovviamente, paginette come queste parranno all’editor che si occuperà di loro, tra qualche mese, del tutto inutili e tristemente poco funzionali al decorso del racconto. Con la consueta educazione, mi suggerirà di cancellarle. So già che non lo farò, ma fin d’ora posso ammettere di non avere più probabilità di lui di farla giusta.
Il ché indica la consapevolezza del: so bene che “questo” non andrebbe fatto, ma io lo faccio lo stesso perché io sono Alessandro Baricco. E soprassediamo sul fatto che il complicare la vita al lettore sia una cosa trascurabile…
La Sposa giovane resta comunque un bel romanzo, una lettura che non lascia delusi e che solleva degli interrogativi sui temi trattati che sono quelli dell’accettazione della morte e del proprio destino. Anche le frequenti incursioni nell’erotismo sono realizzate con una finezza scevra da moralismi e contribuiscono al mantenimento dello stato di tensione creato dal non sapere quale sarà la fine di questa promessa sposa, personaggio che mi ha ricordato il tenente Drogo di Buzzatiana memoria, nella continua attesa di un nemico che non arriverà mai.
Ma per fortuna, e questo è il bello della Letteratura, la Sposa giovane non farà la stessa fine di Giovanni Drogo.
Il Lettore

martedì 15 dicembre 2015

I saggi di Urania

Come di consueto ogni tanto, soprattutto dopo una serie di romanzi che anche se decenti non mi hanno entusiasmato, sento il bisogno di leggere un bel saggio preferibilmente scientifico, e stavolta mi sono dedicato al re della fantascienza nonché principe della divulgazione scientifica, quel Isaac Asimov che con più di duecentosettanta libri al suo attivo può considerarsi a pieno titolo uno degli scrittori più logorroici mai esistiti.




Saggio leggero, stavolta, di pura divulgazione: una raccolta di brevi articoli che sono stati pubblicati a corredo del romanzo di turno su vari numeri della rivista di fantascienza Urania dal 1972 al 1994, e nei quali Asimov dà sfogo alla sua insana passione di rendere edotti i profani dei misteri della scienza nelle branche in cui era ferrato.
Si parla quindi soprattutto di astronomia (con una condanna continua rivolta a tutti coloro che si affidano all’astrologia), ripercorrendo le varie scoperte fatte negli ultimi secoli che hanno permesso di stabilire se una lucina puntiforme infinitamente lontana da noi sia una gigante rossa o una quasar, con frequenti incursioni nella fisica nucleare, nella storia della scienza, nella geologia e, ovviamente visto chi è l’autore, nella cibernetica e nella robotica.
Saggi leggeri che mi ha fatto piacere leggere anche se conoscevo già la maggior parte dei concetti spiegati, ma il rinfrescarsi le idee non fa mai male, chissà, c’è sempre il rischio di scordarsi come stanno veramente le cose e di finire col credere che la Stella Polare stia davvero sempre ferma e inamovibile al proprio posto.
Se siete curiosi lo potete trovare del tutto gratis in formato elettronico qui:
Lo consiglio soprattutto a coloro che ogni mattina leggono il proprio oroscopo.
Alla prossima!
Il Lettore

venerdì 11 dicembre 2015

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Non è che avessi veramente l’intenzione di leggere questo “libro”, soprattutto dopo le ultime esperienze fatte con Luis Sepùlveda che mi avevano veramente deluso, ma il fatto è che l’ho scoperto mentre stavo rovistando nella directory di libri in formato elettronico e dal momento che non ricordavo proprio di averlo ho incominciato a leggerlo e dopo dieci minuti, quando stavo per abbandonarlo a causa della stomachevole stucchevolezza, ho scoperto che era già terminato.
Però! Questo significa che il prezzo di copertina del cartaceo, di ben dieci euro per dieci minuti di lettura, rappresenta uno degli aspetti più sfacciatamente esosi dell’editoria nostrana.




E non è nemmeno giustificato dalla presenza delle illustrazioni di Simona Mulazzani che personalmente non ho apprezzato molto, ma già, pure quelle sono indirizzate a un pubblico di bambini.
Anche questo, così come Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, è infatti un racconto per bambini (e nulla più). Con la lumaca Sepùlveda ha voluto per l’appunto inneggiare alla lentezza (non riuscendoci nemmeno), mentre la morale di questa favoletta è invece un elogio dell’amicizia in tutte le sue sfaccettature (multietà, multietnica, multirazziale e chi più ne ha ne metta).
Raccontino veramente melenso oltre che retorico e breve, che in fondo non raggiunge altro scopo che quello di farti rimpiangere di non essere famoso, perché da famoso puoi permetterti di vendere in tutto il mondo qualsiasi insulsa stronzata scritta in un paio d’ore.
Il Lettore per nulla famoso

martedì 8 dicembre 2015

Buchi nella sabbia

Come aveva già fatto in Odore di chiuso, anche stavolta Marco Malvaldi invita il lettore a un salto nel passato, nella Pisa di inizio Novecento e nell’ambiente dell’opera lirica, mettendo insieme personaggi veramente esistiti (il re Vittorio Emanuele III appena salito al trono, lo scrittore, poeta e giornalista Ernesto Regazzoni, nonché Puccini e Rossini) e personaggi immaginari che insieme formano un giallo ambientato sul palcoscenico di un teatro che ospita la prima pisana della Tosca alla presenza dello stesso Re d’Italia.




Durante la scena della fucilazione di Cavaradossi il tenore che ne sostiene la parte viene ucciso per davvero, e da qui inizia l’indagine da parte dei Reali Carabinieri per scoprire l’assassino probabilmente celato tra i molti artisti che avevano una fondata ragione per odiare il tenore e gli attivissimi gruppi anarchici toscani che caratterizzavano la politica dell’epoca.
Un giallo d’annata dal ritmo veloce e spiritoso che ho letto in poco più di due ore e nel quale Malvaldi inserisce tutto il suo solito umorismo insieme a una ricerca minuziosa sia di un ambiente letterario dell’epoca poco conosciuto che del mondo della musica operistica, con particolare riguardo a quello che ancora non veniva chiamato gossip ma che sempre pettegolezzi erano.
Il romanzo si legge molto bene e frequentemente strappa qualche sorrisetto, la prosa è colloquiale con l’Autore che con naturalezza entra spesso nel discorso come è solito fare Malvaldi, e in questo caso si sente come il modo adoperato risenta dell’esperienza che lo scrittore ha acquisito nei suoi precedenti romanzi.
Al di là di questo, non è che ci sia molto altro da dire. Trama e risoluzione della vicenda non sono molto originali; alcuni personaggi, ad eccezione del Tenente Pellerey e di Ernesto Regazzoni, non sono caratterizzati abbastanza; alcuni altri vengono abbandonati nel corso dello svolgimento e in alcuni casi le motivazioni di qualche comportamento risultano debolucce oltre a mancare del tutto certe spiegazioni che invece il lettore si aspetterebbe. Per esempio: è mai possibile che un tenore venga assassinato in un teatro alla presenza addirittura del Re e quest’ultimo è come se non esistesse? Non ci è dato di sapere cosa fa, come reagisce, se si spaventa, se lo conducono via subito, se è perlomeno incuriosito del crimine accaduto, se si interessa alla faccenda eccetera. Niente. Io come lettore me lo sono chiesto, ma forse per l’autore la cosa non era importante.
Resta un romanzetto piacevole con buoni dialoghi e qualche spunto arguto, ma non mi sento di piazzarlo ad occupare qualcuno dei primi posti dell’opera di Malvaldi. Peccato, lo scrittore toscano è uno di quelli dai quali io mi aspetto di più ad ogni nuova uscita, mi aspetto ogni volta di leggere una sua opera corposa, dotata anche di un rilevante spessore oltre alla divertente leggerezza che lo ha sempre caratterizzato, ma questo è un passo che il pisano sembra rimandare di volta in volta.
Chissà, non credo che non ne sia capace, forse per la paura di vendere di meno?
Il Lettore

venerdì 4 dicembre 2015

La gatta di Corfù

Su questo blog non ho mai recensito un libro di poesie, e ho gentilmente pregato l’editore per il quale leggo e valuto gli inediti che pervengono in redazione di non inoltrarmeli se sono sillogi di poesie.
Questo perché io non amo la poesia. Per meglio dire: non amo i poeti contemporanei.
Come scrivevo da qualche altra parte una poesia, rispetto a un’opera di narrativa, possiede l’enorme vantaggio di essere di molto più corta, e perciò oggigiorno tutti, ma proprio tutti, si reputano in grado di scrivere una poesia. Eccheccivuole! Un’oretta di concentrazione e vai! Ne posso scrivere anche una al giorno, basta cercare parole che fanno colpo e metterle assieme nel modo più astruso possibile cercando di essere il più melensi possibile. Va be’, sì, lasciamo perdere, chiudiamo qui che è meglio.
Però amo i gatti, e quando è capitato in casa questo libretto non ho potuto fare a meno di scorrerne le pagine.




Vi domanderete: e come ha fatto un libro del genere a capitarti a casa? Presto detto: il mio editor è appassionato di tutto ciò che è greco nonché di gatti, quindi… e considerate che ogni poesia ha pure il testo a fronte in lingua originale greca! Che già il fatto che usino un alfabeto diverso dal nostro (e non mi venite a dire che quello è stato inventato prima…) mi provoca le convulsioni.
Leggere poesie tradotte in un’altra lingua poi, ha ancora meno senso che leggerle nella propria: si perdono tutte le assonanze fonetiche proprie dell’idioma che l’autore ha voluto inserire nell’opera e ne resta solo il significato nudo e crudo che poi, se il traduttore è stato in gamba, è stato anche rivestito di un qualcosa che può assomigliare all’intenzione originaria, ma che non sarà mai la stessa cosa.
Fatto sta che queste le ho lette e, sorvolando sul miserrimo tentativo di questi traduttori di renderne la musicalità in italiano, devo dire che al di là della forma-poesia mi sono gustato le storie dei vari gatti con i quali l’autore, Nikos Dimou, pubblicitario, editorialista e scrittore greco, è entrato in contatto e dai quali ha preso lo spunto.
Storie in genere toccanti e tristissime, come potete immaginare, che di norma vanno a finire male: se già la vita dei gatti di strada italiani non è il massimo (come quotidianamente ci racconta l’amico blogger de I gatti di Monte Malbe), quelli greci possono stare anche peggio. E sono tristi non solo le storie dei gatti di strada, ma anche quelle dei più fortunati gatti di casa che di solito va a finire che muoiono pure loro. La cosa strana è che Dimou dedica proprio ad un gatto che è stato suo compagno personale l’ultimo capitolo del libro, e non in poesia ma in prosa: un resoconto struggente e non in versi del suo rapporto con Mupsi, con il quale sembra esistesse una strettissima simbiosi come a volte si crea tra uomo e animale. Forse è perché ha scelto di mostrarla con la narrativa e non in poesia, che risulta essere il brano migliore del libro?
Dello stesso Nikos Dimou mi è capitato in casa anche L’infelicità di essere greci, una raccolta di aforismi in gran parte collegati tra di loro dal filo logico del concetto secondo il quale un intellettuale greco è la persona più infelice del mondo, perché gli intellettuali e gli artisti sono gli esseri umani più infelici, e perché quello greco è il più infelice tra tutti i popoli.
E per oggi in quanto ad allegria siamo a posto.
Il Lettore

martedì 1 dicembre 2015

La ruga del cretino

Stavolta Andrea Vitali non mi è piaciuto, e il fatto che a scrivere questa specie di thriller esoterico abbia contribuito anche Massimo Picozzi ha probabilmente peggiorato la situazione. Ci si sono messi in due a elaborare un gialletto storico slegato, senza capo né coda, con una narrazione che si perde in una miriade di rivoli, dal ritmo troppo frenetico e senza un finale soddisfacente.




Per prima cosa il ritmo: suddividere un giallo in 148 brevissimi capitoli (più quattro epiloghi), ognuno dei quali lascia in sospeso una vicenda, mi sa tanto del respirare di una persona asmatica. Dall’uno all’altro cambia la contestualizzazione, e il susseguente viene legato al precedente da un’imbeccatura (per esempio la risposta a una domanda riferita però ad un’altra  situazione) che ti fa vedere sì l’arguzia di un buon scrivere, ma dopo un po’ stufa. E questo è nello stile di Vitali, così come i dialoghi costituiti di parole dette e non dette, di frasi lasciate in sospeso delle quali il lettore deve intuire il significato.
Come al solito Vitali ambienta questa storia in quella che era la sua Bellano con il 1900 alle porte, tirando in ballo una miriade di personaggi dei quali all’inizio introduce tutte le problematiche che poi lascia lì senza dire che fine fanno, personaggi che all’inizio sono descritti troppo dettagliatamente per meritare di essere ignorati alla fine lasciando il posto a una trama poliziesca condita di esoterismo nella quale il presunto assassino appare nella vicenda troppo tardi e apparentemente senza scopo, e che per giunta si scopre poi che non c’entra quasi nulla lasciando che si formi nella mente del lettore la legittima domanda: hai voluto prendermi per il culo?
La comparsa poi del famoso Cesare Lombroso, con le sue astruse teorie che si è voluto ammantare di ricerche esoteriche, lascia il tempo che trova perché alla fine dei giochi non viene risolto proprio nulla e anzi, se c’era l’intenzione di ricordare gli inizi della criminologia e delle indagini scientifiche forensi, questo non è che sia riuscito un granché bene. Lo aveva fatto molto meglio Sergio Rossi nel suo Un lampo nell’ombra, anche lui tirando in ballo lo stesso Lombroso. Un’altra cosa che non mi è andata giù per nulla è il fatto che nel romanzo assumono grande importanza dei fogliettini ritrovati sulle scene del crimine con su riportate delle pseudo formule matematiche: be’, falle vedere queste formule, no? Mostracele, in modo che il lettore si renda conto delle stesse problematiche dei protagonisti, altrimenti il limitarsi a parlarne senza nemmeno descriverle lascia il tempo che trova.
Ma soprattutto, come dicevo prima, mi ha dato fastidio l’insistenza iniziale su certi personaggi (la Birce, la Serpe, Arcadio, Giuditta, la Perseghèta) ai quali dapprima sono dedicati parecchi capitoli inducendo il lettore a credere che siano loro i protagonisti, e che poi sono tranquillamente abbandonati a loro stessi senza che ne venga spiegata la risoluzione di un’evoluzione.
Non so da chi sia venuta fuori l’idea di questa trama e di questo romanzo, se da uno dei due autori, da qualche editor o da qualche editore fremente di vendere, ma quello che so è che uno con la fama di  Andrea Vitali se lo sarebbe potuto risparmiare.
Il Lettore
Lettore, Vitali, Picozzi

domenica 29 novembre 2015

Lo Squizzalibro di domenica 29 novembre

Presto che è tardi! Presto che è tardi! E oggi che ti è preso? Approfittando del fatto che non piove devo scappare a spaccare (e dagli con le allitterazioni!) un po’ di legna, quindi bando alle ciance e pronti con il quiz!
Vai, vai… vai a fare legna, che è meglio!




1 – Il libro da indovinare oggi è… come definirlo? Un thriller? Un romanzo storico? Una storia di paese? Un giallo esoterico? La rivisitazione di personaggi famosi? Ah be’, se non lo sai te… Forse tutto un po’ di queste cose.
2 – Gli autori sono due nostri connazionali, molto conosciuti e guarda caso entrambi laureati in Medicina e Chirurgia. Due medici? Questa domenica vogliamo esagerare? Tra tutti e due hanno scritto una quarantina di libri ma mi sembra sia la prima volta che lavorano insieme.
3 – Il primo autore, oltre che medico, è un romanziere famosissimo, che ha venduto milioni di copie dei suoi libri che per lo più sono ambientati quasi tutti nella stessa cittadina. Ho un vago sospetto…
4 – Il secondo autore è anch’esso uno scrittore, ma anche docente di materie che interessano i poliziotti e noto personaggio televisivo. Ma ti sei rincoglionito? Così è veramente lapalissiano!
5 – Il romanzo è ambientato alla fine del 1800 e vi compare un reale personaggio storico, un discusso scienziato le cui teorie hanno dato la stura a molteplici discussioni. Questa te la potevi risparmiare, ho già indovinato da un pezzo! Indizi facili va bene, ma così è troppo!
Non sei mai contento… via che è tardi, al prossimo appuntamento!
Freereader

venerdì 27 novembre 2015

Essere un gatto

No, non è un manuale di comportamento per felini di colonia come potrebbe sembrare dal titolo, ma un romanzo per ragazzi di Gatto Matt Haig (l’errore non è mio, è lui che si firma proprio così) che ha avuto molto successo in Inghilterra e che pare anche qui stia riscuotendo nutrite approvazioni.




In effetti non è male (per essere un romanzo per ragazzi), scritto con uno stile essenziale e rapido nel quale l’autore entra spesso volutamente in prima persona a commentare la storia, e condito di quella vena orrorifica che ha sancito il successo delle fiabe più famose, da Hansel e Gretel a Pollicino.
Barney Willow è un dodicenne con tutti i problemi della sua età, compresa quell’insoddisfazione di fondo adolescenziale che gli fa desiderare di Essere un gatto per sfuggire alle complicazioni quotidiane. Detto e fatto, mai stuzzicare la magia propria del mondo gattesco. Svegliandosi una mattina si ritrova proprio nel corpo di un felino e da qui cominciano le sue tribolazioni perché, anche se la nuova condizione lo porta a scoprire molteplici vantaggi (agilità, sensi potenziati, capacità di comprendere i linguaggi di tutti gli animali ecc.), gli fa anche comprendere che in fondo stava meglio prima, e così inizia un’avventura per riuscire a reimpossessarsi del suo corpo originale che nel frattempo è stato occupato dall’anima del gatto di cui lui ha preso le sembianze.
Sì, perché nella realtà romanzesca di Haig questi scambi, queste trasmigrazioni sono la norma, e Barney stesso sotto forma di gatto è costretto a doversi difendere da altri ex-gatti trasformatisi in umani che lo vogliono nientedimeno che uccidere. E cosa c’è di più facile per un “umano” che uccidere un gatto?
Devo dire che, sia pur destinato a un pubblico giovane, questo romanzo possiede un livello di pathos degno di un buon thriller, e leggendo si sta veramente in ansia per la sorte del ragazzino anche se si è consapevoli che alla fine la storia si risolverà bene. Ma Barney riuscirà a riconvertirsi nella persona che era? O la malefica strega cattiva arriverà ad ammazzarlo? Ritroverà il padre misteriosamente scomparso? Riuscirà a far capire alla sua migliore amica che c’è Barney Willow dentro il gatto che lei sta accarezzando? (Sì, ci riesce, ingegno maschile e potenza intuitiva femminile).
Un romanzetto simpatico che è riuscito gradevole anche a chi come me non è più un ragazzetto, e sono convinto che potrebbe piacere anche a qualche blogger gattofilo di mia conoscenza.
Il Lettore

lunedì 23 novembre 2015

La donna in gabbia

Un altro scrittore nordico che diventa famoso sull’onda innescata da Stieg Larrson. Dopo la Svezia e la Norvegia stavolta siamo in Danimarca, dove Jussi Adler-Olsen ha dato vita al personaggio del solito poliziotto imbranato ma geniale, esperto ma pigro, sfortunato ma consapevole, capace per certi versi ma da mandare a cagare per molti altri, subissato di problemi (ovviamente), il cui unico aspetto positivo mi è sembrato quello di avere un personaggio-spalla molto più interessante del protagonista.




Non mi è piaciuto granché questo La donna in gabbia, a partire dalle motivazioni del cattivo di turno che architetta un rapimento funambolico (ma mai spiegato nei particolari) con lo scopo di rinchiudere la donna sequestrata in una camera iperbarica a una pressione cinque volte maggiore di quella normale per poi ucciderla fra atroci dolori dopo quasi sei anni (!!!) riportando di colpo la pressione alla normalità. Della serie: dobbiamo far colpo sul lettore, fanculo la plausibilità.
È come il cattivo di qualche altra situazione che, invece di sparare subito al buono immobilizzato e farla finita, si mette a narrargli tutta la storia della propria vita dandogli modo di limare con le unghie la catena d’acciaio con cui è legato, romperla, saltargli addosso mentre quello continua a blaterare e alla fine trionfare.
Qui, un caso già chiuso viene riaperto dopo cinque anni dall’eroe di turno che dopo 450 pagine di problemi personali e minuziose indagini (unico lato positivo del libro, perlomeno un’investigazione condotta come si deve. Il problema è che i passi che ha intrapreso lui avrebbero dovuto essere stati compiuti dagli altri poliziotti che avevano archiviato il caso cinque anni prima), alla fine scopre il colpevole e si muove fulmineo per arrestarlo prima che uccida la donna, ma… occavolo! Ho lasciato la pistola a casa!
Giuro, proprio così. Roba da farti cadere le palle.
È per questo che al protagonista ho preferito la figura della spalla, sotto forma di un enigmatico profugo siriano aspirante poliziotto, musulmano e caciarone, che viene affiancato allo sbirro vero e che nel corso del romanzo rivela doti inaspettate e alla fine contribuisce in modo sostanziale a risolvere la situazione.
Dicevo che il romanzo non mi è piaciuto, poco plausibile, redatto per far colpo ma in definitiva troppo lungo e pure leggermente noioso anche se scritto in una prosa decente. Si vede invece che molta altra gente ne è rimasta parecchio soddisfatta, dal momento che questo La donna in gabbia non è altro che il primo capitolo di una serie di avventure con gli stessi protagonisti, avventure nelle quali il poliziotto Carl Mørck e il suo aiutante Assad si troveranno a sbrogliare altri cold cases abbandonati da tempo. Un’ennesima conferma che i miei gusti non si conformano a quelli della massa. Continuerete ancora a seguirmi?
Questo l’ho letto in cartaceo, ma alcune altre vicende dell’inquirente danese mi sono state fornite in digitale dal mio pusher di libri in formato elettronico. Sinceramente, nonostante il successo non è che questa prima avventura mi abbia fatto venire molta voglia di seguirne ulteriormente gli sviluppi.
Lettore

giovedì 19 novembre 2015

Avvertenza!

L’altro giorno è apparsa nei giornali online questa notizia:
Uno scrittore arriva a prendere a bottigliate in testa la persona che ha osato criticarlo?
Cavoli! Non vi siete mai chiesti perché pubblico questo blog con uno pseudonimo?



Oltre a Snoopy, al quale perlomeno qualche dubbio viene, di gente che scrive romanzi ce n’è di tutti i tipi. Come dice Gianrico Carofiglio nel suo libro di racconti Non esiste saggezza: “È una categoria variegata quella degli aspiranti scrittori. Ci sono i normali, i depressi, gli ingenui, gli esaltati. I pazzi…” e, come già ho avuto modo di esporre in altre occasioni, soprattutto queste ultime quattro categorie di scrittori in genere non accettano che i propri scritti vengano criticati. Guai a dire a qualcuno che la sua opera fa schifo!

È un giudizio che per quanto soggettivo non viene mai accettato perché ovviamente non condiviso dall’autore della schifezza che, anzi, la giudica la miglior cosa che sia mai stata scritta al mondo. Forse solo perché di opere ne ha lette in tutto altre cinque o sei, ma soprattutto perché su quell’opera, anche se è venuta fuori una schifezza (ma l’autore non se ne rende mai conto), lui ci ha lavorato, ci ha faticato sopra, ci è rimasto concentrato per mesi, ci ha spremuto sudore e ci ha messo tutto ciò che aveva dentro ritrovandosi alla fine stremato e svuotato, e sentire un perfetto sconosciuto che alla fine gli dice “guarda, è una palla immane, illeggibile, dovresti come minimo riscriverla daccapo…”, capisco bene come questa non sia una cosa che fa molto piacere.
Il problema è che nella maggior parte dei casi l’autore non possiede la capacità di valutare obiettivamente il proprio lavoro (tranquilli, Stephen King sostiene che non ci riescono nemmeno gli scrittori affermati), e questo succede perché l’autore stesso non ha letto e non legge abbastanza, ma da qui a rintracciare il critico e sbattergli una bottiglia sulla testa non è che sia una cosa tanto normale e indica la presenza di complicazioni psichiche che vanno ben oltre il saper svolgere un’autocritica consapevole.
Bene, l’avvertenza del titolo di questo post consiste nell’informare tutti gli eventuali interessati che, nella vita reale, Freereader non fa la commessa in un negozio come la sventurata dell’articolo: l’autore di questo blog è un tipo alquanto nervoso e iperattento, piuttosto ben piantato, esperto di arti marziali, e oltre alla lettura ha un’insana passione per i coltelli e le motoseghe e gira sempre armato.
Se qualche scrittore al quale ho stroncato o stroncherò un lavoro intendesse mettere in campo una rimostranza attiva… a buon intenditor poche parole.
Freereader

lunedì 16 novembre 2015

La rabbia e l’orgoglio

Dopo la tragedia di Parigi sono apparsi sui giornali molti titoli che recitano più o meno così:
Perdonaci Oriana, avevi ragione”.
Ma sono sicuro che in molti quei titoli non l’hanno capiti, perché Oriana Fallaci è stato un personaggio talmente difficile che in tanti hanno scelto di non leggerla mai, e molti di coloro che lo hanno fatto hanno poi preferito attaccarla o perlomeno dimenticare subito ciò che aveva scritto.




Oriana Fallaci è stata una scrittrice scomoda, osteggiata da coloro che non hanno mai accettato il suo rifiuto di conformarsi ai dettami di certe classi dirigenti, e fino ad ora non m’ero mai accinto a recensire un suo libro, forse perché già solo il nome della più grande giornalista italiana mi incuteva timore facendomi desistere dal solo tentare di esprimere qualche pensiero sul suo modo sublime di scrivere. Un modo che mi ha colpito fin dalle prime sue parole che ho letto, tanti anni fa, all’inizio dello splendido Il richiamo della foresta di Jack London, di cui costituivano quella che più che una prefazione era una vera e propria opera letteraria a sé stante.
Un personaggio del quale ho amato la maggior parte dei libri che ha scritto, e che schifata da come stavano andando, e ancora stanno, le cose qui in Italia ha scelto un esilio volontario perché: “vivere gomito a gomito con un’Italia i cui ideali giacevano nella spazzatura era diventato troppo difficile, troppo doloroso”.
E dopo quattordici anni le cose sono anche peggiorate.
Di lei non ho mai scritto, e non lo farò nemmeno ora.
Di questo La rabbia e l’orgoglio, buttato giù all’indomani dell’11 settembre (o del 13 novembre?), non dirò nulla, se non: se non l’avete ancora fatto, leggetelo.
Lettore

venerdì 13 novembre 2015

Quello che non uccide – Millennium Vol. 4

Così come è già successo per la mitica trilogia in cinque volumi di Douglas Adams, anche in questo caso abbiamo una trilogia, peraltro già esaustiva del suo e con l’autore originario deceduto, alla quale si è voluto appioppare un quarto volume del quale non se ne sentiva proprio il bisogno.
E se nel caso della “trilogia” galattica perlomeno l’autore era lo stesso e si sarà pure divertito a scrivere i capitoli successivi ai primi, nel caso di Millennium 4 non si può fare a meno di pensare che gli scopi sono stati esclusivamente quelli di fare più quattrini possibile.




Stieg Larsson aveva creato un capolavoro e la sfiga ha voluto che non si sia potuto godere gli apprezzamenti (e il conquibus) che ne sono derivati, ma editori ed eredi non si sono rassegnati alla dipartita non tanto di Larsson stesso quanto di un mucchio di soldi, e hanno incaricato David Lagercrantz di dare seguito alle avventure di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander, seguendo peraltro le indicazioni dello stesso autore che sembra avesse ipotizzato per Millennium una sequela di dieci volumi dei quali ne ha portati a compimento solo tre. Della serie: se i personaggi sono azzeccati, perché non sfruttarli fino in fondo?
E il personaggio di Wasp, ovvero Lisbeth Salander, la donna che odia gli uomini che odiano le donne, è di sicuro uno dei personaggi letterari più azzeccati degli ultimi decenni.
La figura di Lisbeth appartiene all’epica pura, pur essendo più un antieroe che un eroe, perché dotata di valori incrollabili, di una volontà di ferro, di comportamenti coerenti e capacità personali nettamente sopra le righe. Una figura che nonostante i modi scostanti e le stranezze, ma di sicuro anche per queste, conquista subito il lettore, lo incuriosisce e lo porta a leggere velocemente i piani della vicenda in cui lei non compare per poter tornare a seguire le avventure che lei vive in prima persona. E il fatto che alla fine riesca a trionfare, come si spera facciano gli eroi, al lettore non può che fare piacere.
Il sottotitolo che è stato messo a questa Millennium 4 è stato preso pari pari dall’Ecce homo di Friedrich Nietzsche dove, a proposito dell’uomo che rinasce a nuova vita guarito dalla minaccia della morale tradizionale, il filosofo afferma: “Was ihm nicht umbringt, macht ihm stärker”, cioè: “ciò che non lo uccide, lo rende più forte", ovvero in latino: “qui non occidit, servat”, o in perugino schietto: “quil che ‘nnamazza, ‘ngrassa” (perdonate la ridondanza ma m’è venuto spontaneo). E il concetto sembra applicarsi a più di uno dei protagonisti, che lottando contro nemici e avversità riescono a fortificarsi e vincere le loro battaglie.
Dicevo che di questo romanzo non se ne sentiva il bisogno, perlomeno io, ma una volta terminato devo ammettere che mi ha fatto piacere leggerlo se non altro per sentir parlare ancora di Lisbeth. La prosa e la costruzione di David Lagercrantz sono agili e scattanti, e l’inserimento del bambino savant che risulta fondamentale nella risoluzione del caso è molto interessante. Alla fine si legge bene e incuriosisce, portando all’attenzione del lettore la problematica del grande fratello (leggi l’Nsa statunitense) che si approfitta della tecnologia per scopi anche ignobili.
Però… anche se è un buon romanzo, scritto bene e con protagonisti intriganti, penso che gli manchi il fascino dei tre libri originari di Larsson.
È possibile che sia solo una mia impressione, ma ancora una volta non sento proprio il bisogno di un Millennium 5.
Il Lettore 

lunedì 9 novembre 2015

Punto di non ritorno

Quale uomo può permettersi di traversare in autostop tutti gli Stati Uniti per andare a incontrare per la prima volta una persona, naturalmente una donna, della quale ha solamente sentito la voce al telefono?
Ma Jack Reacher, naturalmente.




Perché quella voce gli è sembrata sensuale, e le cose espresse sensate, e guarda caso la donna svolge attualmente quello che era stato il suo vecchio incarico di capo della 110° della Polizia Militare, e la faccenda è troppo intrigante per lasciarla cadere così. Questa Susan Turner bisogna conoscerla di persona a tutti i costi. Così Jack Reacher impiega ben tre romanzi per trasferirsi dal Montana fino in Virginia dove vive e lavora la Turner e quando arriva sul punto di fare la sua conoscenza… è qui che parte quest’ultima avventura dell’ex poliziotto militare che si ritrova di nuovo arruolato nell’esercito in modo coatto e chiamato a rispondere di accuse che potrebbero causargli problemi seri. Ma Reacher sa bene che non ha nessuna colpa, e usa i suoi soliti sistemi alla Tex Willer per farlo comprendere anche ai suoi antagonisti.
Lee Child non perde un colpo. Anche quest’ultima avventura di Reacher è tesa e si lascia leggere d’un fiato, anche se il finale mi è sembrato un poco “soft” rispetto allo standard a cui ci ha abituato finora. La prosa dello scrittore inglese naturalizzato statunitense è talmente fluida e accattivante che riesce a rendere interessante anche la descrizione del traffico automobilistico nei meandri dei sobborghi di Los Angeles dove, e questo è uno dei plot secondari della vicenda, sembra che viva nientepopodimeno che la figlia (!!!) quattordicenne dello stesso Reacher…
Credo che non vi toglierò il piacere della lettura rivelandovi che alla fine Reacher riuscirà a sbrogliare tutti gli interrogativi, perché non è tanto questo che incuriosisce nei suoi romanzi quanto il sapere il come vi riuscirà, e anche per il solo piacere di una buona lettura. Per farvi capire meglio vorrei riportarvi il brano in cui Reacher mette fuori combattimento due antagonisti durante il volo in un aereo di linea a 8000 metri di quota, senza che gli altri passeggeri si accorgano di nulla, ma sarebbe troppo lungo da riportare integralmente. Fatto sta che Child è un maestro nel raccontare queste cose, e anche nei dialoghi non scherza affatto.
Mi giunge notizia che altri due romanzi di Child sono in preparazione per la pubblicazione in italiano. Bene, io sono qui in attesa.
Il Lettore 

venerdì 6 novembre 2015

Punto linea superficie

Diciamo subito che Wassily Kandinsky non è tra i miei pittori preferiti, ma quando un’artista cerca di spiegare il suo pensiero attraverso una forma d’arte diversa da quella in cui è esperto la cosa mi incuriosisce, e poi ho pensato che, se la sua pittura non la apprezzo, forse avrei compreso meglio il suo pensiero attraverso un linguaggio costituito da parole.


Questo non è successo, e se da una parte ho apprezzato con interesse il tentativo di cercare un’espressione del sentimento in ogni rappresentazione grafica, dall’altra l’ho trovato un saggio freddo e asettico, in concordanza con ciò che mi appaiono i suoi dipinti astratti e geometrici. Sarà che una parte di me rimane legata alle scuole più tradizionali, e così come di Picasso preferisco il periodo blu, di Kandisnsky mi piacciono di più i dipinti nei quali era ancora legato all’impressionismo e non si era ancora unito alla Bauhaus. Peccato, da questo libro mi aspettavo di più, un qualcosa che coinvolgesse anche la problematica del processo creativo, ma questa è una cosa che riguarda solo me e non se ne può imputare una colpa al pittore russo.
In ogni caso all’epoca in cui è uscito questo libro è diventato subito uno dei testi di riferimento nel mondo dell’arte, e quindi va un plauso all’autore per aver saputo enunciare la teoria grafica cercando di coinvolgere più piani dell’esistenza. Anche se spesso certe sue affermazioni andrebbero un pochetto affinate: “Ogni fenomeno può essere vissuto in due diverse maniere (…) Esterno – Interno”.
Trovo che questa affermazione sia di molto riduttiva, visto che ogni fenomeno può essere vissuto non solo in due ma in un’infinità di maniere diverse, né la fumosa spiegazione che segue il concetto contribuisce a renderlo più chiaro. Così come mi sembra riduttivo ricondurre ogni forma dell’arte pittorica a formule geometriche e matematiche. Se per la musica questo sarà anche fattibile, con le dovute scremature, non credo che ciò funzioni per la pittura tout-court e per l’uso dei colori come sostiene Kandinsky.
Va be’, un libro che non mi ha entusiasmato. Ma al momento ne sto leggendo ben tre altri contemporaneamente, ai quali ero molto interessato e che mi sono capitati uno dopo l’altro nel giro di pochi giorni. Non ho potuto fare a meno di iniziarli insieme, tanta era la curiosità per ognuno di essi, e nei prossimi giorni ve ne darò il resoconto man mano che li terminerò.
Il Lettore 

sabato 31 ottobre 2015

Memorie di un cuoco d’astronave

Tanto per restare in tema di razzi (Moonraker), razzetti ed astronavi, cioè in tema di fantascienza, oggi propongo a chi ancora non lo conoscesse uno dei più esilaranti romanzi di science-fiction nostrana che io abbia mai letto, un romanzo godibilissimo anche da parte di chi snobba questo genere e che non ha nulla da invidiare a quelli scritti dai più blasonati autori statunitensi.

Non per niente Massimo Mongai, con questo Memorie di un cuoco d’astronave, ha vinto il Premio Urania 1997, e il libro ha avuto tanto successo da indurlo a scriverne un seguito: Memorie di un cuoco di un bordello spaziale, e una pseudo-terza parte in cui Mongai riprende solo una parte dei concetti già esposti per poi parlare di tutt’altro: Il gioco degli immortali.
La vicenda è semplice e scritta bene, ma lasciamo parlare l’autore: “Qual'è l'importanza di Rodolfo Turturro nella storia della gastronomia ed in quella dell'umanità? È difficile dirlo, e forse la domanda è posta in modo sbagliato. Non tanto su Rodolfo Turturro occorrerebbe, forse, porsela, quanto su Rudy "Basilico" Turturro. A dire: non sul famoso gastronomo, il ricco gourmet, il politico che tanto ha fatto per il miglioramento dell'alimentazione e l'educazione al cibo di tutta l'umanità, terrestre e non terrestre; quanto sul cuoco d'astronave degli anni giovanili”.
Rodolfo Turturro è un giovane terrestre che si imbarca come aiuto-cuoco su un’Astronave Extra Sistema dal confortante nome "Muummeenuh" (nel libro, i nomi apparentemente alieni vanno letti secondo la pronuncia inglese, e facendo così si scoprono assonanze che in italiano hanno dei significati ben precisi: Muummeenuh = Mam-mi-na), e per una serie di circostanze fortuite si trova a dover assumere tutti gli oneri del primo chef. Gli riuscirà tanto bene da diventare una personalità indiscussa in campo sia gastronomico che politico, oltre ad accumulare una fortuna e ottenere altri vantaggi non indifferenti sul piano del tutto personale.
Lo chef di un ristorante famoso e internazionale si trova a dover sopportare soddisfare le convinzioni e le abitudini di una moltitudine di correnti di pensiero: cibi kasher, cibi helal, vegetariani, vegani, ciliaci eccetera eccetera, e provate a immaginarvi quando questa diversità di usi viene moltiplicata avendo a che fare con un’infinità di razze non-terrestri: Rudy Turturro si troverà a dover cucinare per etnie aliene ognuna con i propri chiodi fissi in materia di cibo, e il romanzo non è altro che il resoconto umoristico delle sue prodezze culinarie durante il viaggio che lo condurrà a visitare mondi inimmaginabili come Kumpawdaepheeawree (Cam-po-de-fiori) o a confrontarsi con i temibili Kuhnneebuhllee (Can-ni-ba-li).
Massimo Mongai tesse un romanzo veramente divertente (soprattutto per chi ama guardare Masterchef), in cui, oltre a inserire una morale politicamente corretta perché la civiltà galattica che fa da sfondo alle avventure di “Basilico” Turturro propugna princìpi libertari e antirazzisti, tolleranti e ugualitari, ogni tanto riporta una qualche ricetta eseguibile anche qui sulla Terra, magari a patto di cambiare, a nostra discrezione, gli ingredienti difficilmente reperibili come la Cannabis Sativa. Basta leggere la ricetta della “Fonduta erotico-mediterranea "à la mode de Kumpawdaepheeawree" per  sentirsi invadere la bocca dall’acquolina. Ma attenti alle quantità: “Sei porzioni di "poon-tah-raelluh", del più potente afrodisiaco mai conosciuto da cultura umana! Dico sei bombe di voglia di sesso e per di più di energia chimica concentrata!”. Un modo interessante per terminare una serata, del quale è riportata anche una variante riservata purtroppo solo a quei paesi (fortunati loro!) in cui è legale l’uso dell’hashish
Una cosa interessante è che il libro è leggibile e scaricabile gratuitamente dal sito:
perché l’autore ha ceduto i diritti all’associazione liber liber.
Approfittatene, ne vale veramente la pena!
Il Lettore 

venerdì 23 ottobre 2015

007 – Il grande slam della morte

A sessant’anni dalla prima pubblicazione mi è ricapitata sotto mano questa terza avventura di James Bond, un eroe letterario la cui gloria è tutt’altro che tramontata, visto il successo dei film che lo vedono protagonista e i tanti scrittori anche famosi che ne proseguono le avventure.
Del resto, la fama dei romanzi di Ian Fleming è decollata proprio grazie al cinema e al suo interprete più famoso, Sean Connery, e poco importa se i film si discostano anche sostanzialmente dai romanzi ai quali sono ispirati.
Ma in fondo molti libri di Fleming erano piacevoli ― Operazione Tuono, Licenza di uccidere, Goldfinger ― e pure questo Il grande slam della morte (Moonraker), che occupa un posto importante nella mia considerazione perché… ve lo dirò tra poco.




I romanzi di Ian Fleming presentavano il pregio di una prosa semplice, agile e quasi scarna, da giornalista quale Fleming era, insieme al merito di aver inventato una spia affascinante e pressoché invincibile, sempre attorniata da splendide donne e gettata a capofitto nelle avventure più improbabili, nelle quali si potevano trovare gli ingredienti che negli anni sessanta andavano per la maggiore: la guerra fredda, i neonazisti, il rischio nucleare, le prime minigonne.
Anche i razzi e la corsa allo spazio fanno la loro parte, come nel libro di oggi in cui il cattivo della situazione, Hugo Drax, minaccia di lanciare su Londra un missile con testata nucleare  se non saranno soddisfatte le sue richieste truffaldine. Naturalmente James Bond risolve la situazione in due o tre ore di lettura leggera e piacevole, ed è un buon modo di festeggiarne il sessantennale.
Ma questo romanzo mi è particolarmente caro anche perché tanti anni fa ha costituito il mio affacciarmi sul mondo del bridge. E vi spiego il perché.
Nel corso della vicenda, Bond e Drax si trovano a giocare una partita al più bel gioco di carte del mondo insieme al capo di Bond, M, e a un certo Meyer. Fleming descrive bene la situazione mostrando Bond che trucca un mazzo di carte allo scopo di infliggere una punizione a Drax dopo aver scoperto che barava utilizzando il classico trucco dello specchio. E Fleming arriva perfino a illustrare la smazzata modificata da 007 che in Nord arriva a giocare un “sette fiori” contrato e surcontrato:



Trent'anni  fa era il primo diagramma che vedevo di una smazzata di bridge, e ne rimasi stupito e affascinato. Non solo, di seguito Fleming illustra l’andamento del gioco:
E tutt'a un tratto Basildon capì. Era un evidente grande slam a favore di Bond, senza possibilità di scampo. Qualunque carta giocasse Meyer, Bond sarebbe intervenuto con un atout suo o del morto. Poi, mentre batteva gli atout, naturalmente facendo gli impasse contro Drax, avrebbe calato due quadri, facendo cadere, con gli atout del morto, l'asso e il re di Drax. Dopo cinque prese si sarebbe trovato con i restanti atout e i sei quadri vincenti. Gli assi e i re di Drax non avrebbero più avuto alcun valore. Era un vero assassinio. Basildon, quasi in trance, terminò il giro intorno al tavolo e andò a fermarsi fra M e Meyer, in modo da poter vedere in faccia sia Bond che Drax. Aveva il volto impassibile, ma le mani, infilate nelle tasche dei pantaloni perché non tradissero l'emozione, erano umide di sudore. Aspettò, con una certa trepidazione: tredici frustate, una dopo l'altra, le cui cicatrici non si sarebbero mai più rimarginate per nessun giocatore.
A distanza di tanti anni, col senno del poi, non posso far altro che ammettere che la giocata è descritta benissimo (scoprii ― sempre poi ― che è una smazzata famosa, costruita didatticamente allo scopo di ottenere il massimo risultato con il minimo della forza), ma allora grande fu il mio stupore quando, leggendo, non ci capii assolutamente niente. Slam? Atout? Morto? Impasse? Ma che roba è? Comprensione zero, nulla di nulla, buio completo. Rilessi il brano più e più volte: stesso risultato.
Urgeva una soluzione: dovevo assolutamente imparare a giocare a bridge.
Imparai, mi ci appassionai e finii con l’arrivare a giocare a livello nazionale e a ottenere pure la qualifica di Istruttore Federale.
Ma la cosa più importante era che dopo anni, rileggendo il brano, mi appariva del tutto chiaro.
Il Lettore bridgista

venerdì 16 ottobre 2015

L’assassino della porta accanto

Oggi ci occupiamo di un autrice pressoché sconosciuta, il cui romanzo mi è stato regalato da una cara amica ― che ringrazio pubblicamente ― con la richiesta: “L’ha scritto una mia amica… dimmi cosa ne pensi”.
Queste richieste, se da una parte mi gratificano perché significa che a qualcuno interessa il mio parere, dall’altra mi angosciano per diversi motivi. Primo: oddìo! Come sarà? Autrice sconosciuta = 99% di probabilità e oltre che il romanzo faccia schifo (da pregressa esperienza). Secondo: se il libro fosse una cagata, avrò il coraggio di dire alla mia amica la cruda verità? Terzo: nel caso, si offenderà? Sarà la fine ingloriosa di un’amicizia?




Sarà quel che sarà. Mi sono assunto l’obbligo di dire pane al pane e vino al vino e intendo mantenere la mia coerenza. In battaglia!
Ma fin dalle prime pagine la prosa di Manuela Dicati mi è apparsa semplice, fluida e accattivante tanto da permettermi di proseguire e ― udite! udite! ― persino arrivare in fondo al romanzo, cosa che ultimamente non era successa così spesso. Ciò potrebbe anche significare che l’autrice non l’ha scritto con lo scopo di partecipare a qualche premio letterario…
Fatto sta che il romanzo non è affatto male, anche i dialoghi sono scritti in modo credibile, si legge bene fino in fondo e non lascia delusi. Non che sia del tutto scevro da difetti dei quali parlerò tra poco, comunque, ma tutto sommato è un onesto buon lavoro, scritto bene, plausibile e che rispetta le aspettative del lettore. Scrivere un buon “giallo” non è affatto facile, perché bisogna tenere conto di una serie di veri e propri diktat codificati nel tempo come la plausibilità, l’invenzione, la coerenza, la conoscenza delle tecniche investigative e il saper mantenere viva la tensione narrativa, e molti cosiddetti “giallisti” o pubblicizzati tali (vedi il post su Alessia Gazzola) checché ne dicano le reclàme sono ben lontani dallo standard.
A Manuela Dicati invece tutto ciò è riuscito e ha confezionato un prodotto gradevole, anche se…
L’aspetto che nel romanzo mi ha dato più fastidio, senza peraltro stomacarmi al punto da sospendere la lettura, è la prolissità stucchevole della storia d’amore tra i due protagonisti, veramente mielosa oltre ogni sopportazione fino a sfociare in un tale tripudio di buoni sentimenti da costringerti a spararti subito una fiala di insulina. E nonostante questo sono riuscito a terminarlo. Del resto posso capire come questo che io considero un difetto possa essere invece gradito a un folto pubblico di lettori, lettrici, che privilegiano il lato romantico della situazione, ma mi domando come un buon editor non abbia consigliato l’autrice di tagliare almeno qualche decina di pagine.
Forse perché il lavoro editoriale non c'è stato, e questo si nota anche da altre piccole defaillances tipiche degli autori non professionisti che non sono state corrette. Del resto mi sono anche chiesto come una perfetta sconosciuta non raccomandata abbia potuto pubblicare con una casa editrice famosa, ma sarà la prima cosa che le chiederò se e quando la conoscerò di persona: come hai fatto? C’è stato un editing?
Quando scrivi un romanzo non puoi permetterti di dimenticare le cose che scrivi. Devi tenere in mente ogni particolare, per quanto minimo, dalla prima all’ultima pagina. Fosse anche il colore della camicia del coprotagonista che nomini in sesta pagina, se alla trecentesima il personaggio ancora non si è cambiato il colore della camicia deve essere lo stesso, non puoi permetterti di sostituirlo. Perché molti lettori se ne ricordano. Tu autore magari no perché hai cose più importanti a cui pensare, ma dovresti. Gli editor servono anche a questo. Purtroppo io sono uno che se la protagonista è dipinta con gli occhi verdi se lo ricorda, non possono diventare azzurri dopo qualche decina di pagine e poi tornare ancora verdi per intercessione divina come in questo caso succede a Michela. E non puoi tratteggiare l’incapacità di parlare di una persona affetta da ictus quando solo nella pagina precedente l’hai colta, entrando in una stanza, a “conversare amabilmente” con un altro visitatore. Inoltre, non so a chi sia venuta l’idea del titolo, ma perlomeno la casa editrice avrebbe dovuto sapere che esiste già almeno un altro giallo con lo stesso titolo, nonché un episodio della serie a fumetti Dylan Dog. E la scarsa cura pre-pubblicazione si riscontra anche nella presenza di diversi refusi.
Va be’, cose da poco, direte, e in effetti non sono così gravi: il romanzo si lascia leggere e non delude, solo che sarebbe bastata un po’ di cura in più per trasformarlo da “buono” in “ottimo”. Sarò anche curioso di leggere il prossimo, pensate un po’, sperando che l’autrice abbia riversato interamente in questo il suo empito sdolcinatorio…
Il Lettore