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giovedì 21 febbraio 2019

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo


Letto in due giorni.
Questo Metafore che si trasformano soddisfa del tutto quelle aspettative che erano state innescate con il primo volume. Nulla da criticare, solo da elogiare.
Due romanzi che sia pure lunghetti si leggono in un lampo. Ma viene da pensare su questa scelta di dividerli perché, per esempio, nell’edizione inglese sono usciti in un unico libro, e del resto 400 + 400 pagine o poco più non sono poi nulla di troppo trascendentale per un solo volume.



Dicevo che Haruki Murakami assomiglia sempre di più a un buon vino: più invecchia e più migliora.
Un intero universo popolato di situazioni e personaggi particolari che restano scolpiti nella memoria, a partire da questo enigmatico quadro che dà origine alla vicenda per terminare con un finale che sorprende per la sua inusuale semplicità.
Un’opera veramente soddisfacente, sia come invenzione sia per la scrittura superlativa. Considerate che dopo quest’opera mi sono messo a leggere un thriller leggero di uno dei più venduti autori contemporanei e mi sembra scritta col piccone, a confronto.
Questo è l’effetto che fa una persona che scrive magnificamente: dopo, tutto il resto è noia.
Il Lettore




lunedì 18 febbraio 2019

Uomini senza donne


Aspettando di terminare il seguito di L’assassinio del commendatore, mi sono letto questa ennesima raccolta di racconti di Haruki Murakami che avevo già nel lettore.
Nonostante Murakami sia diventato celebre anche grazie ai suoi racconti, io continuo a preferire loro la dimensione più corposa del romanzo. Amo le cose chiare, e i racconti permettono all’autore di poter restare più sul misterioso.



Ma sebbene i fini più reconditi dell’autore non siano facili da comprendere, questi racconti mi sono sembrati più godibili di altri che avevo già letto dello stesso scrittore. Sarà l’esperienza acquisita dal giapponese con anni di scrittura?
Via via che Murakami invecchia si fa ogni volta più bravo. L’esempio lampante è il suo ultimo L’assassinio del Commendatore (del quale ho appena cominciato il secondo volume. Aspettatevelo a breve.)
Dicevo, nonostante la maggior parte dei racconti siano enigmatici e non facili da capire in tutte le loro sfaccettature, sono senz’altro leggibili con piacere e ti insinuano dentro molti punti di domanda. In Uomini senza donne le donne ci sono eccome, e ognuna di loro è causa di sconvolgimenti nella vita di qualche uomo, anche fino alla morte per inedia, senza però che ne venga spiegato quale ne sia il potere. Forse il difetto di questo libro è proprio questo: che lascia tutto un po’ sul nebuloso, ma sicuramente fa riflettere.
Ognuno è libero di trarne le conclusioni che vuole. Le donne vincono sempre, anche se sono enigmatiche come forza e come intenzioni, ma non è così anche nella vita?
Il Lettore



martedì 8 gennaio 2019

La strana biblioteca


Dal momento che del gigantesco romanzo storico che ho cominciato già da qualche tempo non sono ancora nemmeno a metà e, per la verità, un pochino mi sta pure stufando (per il carattere veramente pessimo e nefando del protagonista), ho deciso di concedermi un’altra tregua.
E chi meglio di Haruki Murakami? Per lo meno so che il suo stile mi piace.
Tra i files fornitimi dal mio hacker personale, insieme ad altri titoli del giapponese e in attesa che esca la seconda parte de L’assassinio delcommendatore, ho trovato questo La strana biblioteca e ho cominciato a leggerlo la mattina presto direttamente sul computer.
L’ho finito presto: è cortissimo.



Infatti è più un racconto lungo che un romanzo (qualcuno lo ha definito una favola, ma secondo me di fiabesco ha poco). Tanto è vero che quei volponi della Einaudi, per allungarlo e quindi renderne il costo più accettabile in libreria (ben 15 €), lo hanno corredato di numerose illustrazioni del disegnatore e fumettista romano Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ, che di solito lavora per la Bonelli. Che dire delle illustrazioni? Particolari, curate, in sfumature di grigio e di rosso, delicate, e inerenti le varie scene del racconto. Ma, in definitiva, dànno l’idea che stiano lì solo per rendere più corposo il numero di pagine).

E stavolta anche Murakami mi ha un pochino deluso. Per carità! Solito stile splendido e narrazione impeccabile, ma il racconto prende subito una piega di sovrannaturale con tendenza all’horror che non fa parte delle mie argomentazioni preferite. Non ho mai amato Lovecraft e seguaci.
La trama: un ragazzo entra in una biblioteca pubblica per rendere un libro e già che è lì chiede qualcosa sull’argomento La riscossione delle tasse nell’impero ottomano. Non l’avesse mai fatto! Tra atmosfere inquietanti e surreali viene condotto in labirintici e oscuri sotterranei dove personaggi misteriosi, biechi e poco raccomandabili lo incatenano rinchiuso in una cella e gli forniscono alcuni libri sull’argomento, con l’avvertenza che dovrà tutti impararli a memoria pena le più atroci sevizie, dopodiché il suo cervello sarà succhiato via (con una cannuccia) per finire in pasto al bibliotecario più truce.
ovvio che non accenno neppure a cosa succede poi al protagonista, per non togliervi il gusto di leggerlo, ma capirete comunque perché fin da subito non mi sia piaciuto nonostante lo stile sopraffino. Che poi, tutti gli accadimenti che succedono al protagonista sono sicuramente delle metafore con delle spiegazioni simboliche, ma vai a capire di che cosa. Sinceramente non avevo nessuna voglia di indagarci sopra.
Va be’. Se volete delle atmosfere alla Edgar Allan Poe leggetelo pure: perlomeno il come è scritto merita ampiamente.
Il Lettore

martedì 18 dicembre 2018

L’assassinio del commendatore


Anche per me, con tutto che odio la bicicletta (e soprattutto i ciclisti), leggere Haruki Murakami è come andare in bicicletta su una leggera discesa, in una giornata di sole e con il vento tra i capelli. Piacevole, rilassante, nessuna fatica, divertimento puro.





Perché ha una scrittura superlativa, pulitissima, senza fronzoli, il massimo di semplicità e chiarezza. La ricerca della semplicità è uno dei suoi punti di forza, e Murakami in questo riesce benissimo senza annoiare minimamente.
Il giapponese ripete l’exploit di 1q84 facendo uscire un romanzo in due volumi: come si evince anche dal sottotitolo (Libro primo: idee che affiorano). Questo L’assassinio del commendatore è diviso in due parti delle quali la seconda uscirà a fine gennaio 2019. Non che ciò faccia stare con l’ansia di conoscere come andrà a finire: è come averne interrotta a metà la lettura per poi riprenderlo dopo un paio di mesi: non c’è una vicenda piena di pathos interrotta nel bel mezzo di un’azione entusiasmante, il tutto è molto tranquillo e le cose succedono consequenzialmente.
La vicenda: un pittore di ritratti su commissione viene lasciato dalla moglie. Dapprima si imbarca in un viaggio solitario in auto senza meta, quindi un amico gli offre di andare ad abitare nella villa che era stata di suo padre, ora fuori di testa in un ospizio, per controllarla e non permettere che la costruzione vada in malora. Dal momento che il padre del suo amico è un pittore famoso il protagonista accetta, e una volta arrivato nella casa gli accadono dei fatti che daranno una svolta non preventivata alla sua vita: il ritrovamento di un quadro nascosto dal proprietario dell’abitazione e il risiedente di una villa vicina che gli chiede di fargli un ritratto.
Da qui una concatenazione di fatti che modificheranno sostanzialmente la vita e il modo di pensare del protagonista.
Murakami ritorna alle dimensioni oniriche e alle atmosfere irreali che lo hanno reso famoso, sia pure trattate in modo molto blando, oserei dire molto realistico. Quale forma concreta può assumere una “idea”?
Libro bellissimo che fa paragonare l’autore a quei vini che invecchiando migliorano: la scrittura di Murakami è un’opera d’arte, al pari delle idee che gli affollano la mente. Il libro non ha nemmeno una parvenza di finale, questo è vero, ma si tratterà solamente di passare al prossimo volume invece che al prossimo capitolo e di aspettare poco meno di un paio di mesi.
Nulla di più.
Il Lettore

giovedì 26 ottobre 2017

Gli assalti alle panetterie

E continua l’efferato sfruttamento commerciale di nomi illustri.
Invece di promuovere personaggi nuovi e meritevoli (che non venderebbero), dopo Baldini & Castoldi stavolta è il turno di Einaudi di prendere un paio di nomi famosi, in questo caso ancora vivi, arraffare da loro quattro paginette con poco senso e pubblicarle in un volume il cui prezzo di copertina supera di molto il valore intrinseco.
Einaudi (o chi per loro) ha ripescato due vecchi racconti di Haruki Murakami, e nemmeno inediti, scritti nei primi anni ’80, li ha illustrati con qualche schizzo di Igort (al secolo Igor Tuveri — uno dei più conosciuti disegnatori nostrani — probabilmente già sotto contratto con loro) et voilà!, eccoti sfornato un volumetto di una sessantina di pagine alla modica cifra di 15 eurini.
Per due raccontini e qualche scarabocchio. Complimenti.




C’è da dire che i due racconti sono anche simpatici, anche se non eccezionali, niente di che passare alla storia, parliamoci chiaro, ma sono sempre frutto della penna di Haruki Murakami che in questo caso ha immaginato dei rapinatori che spinti dalla fame assaltano delle panetterie per estorcere non soldi ma del semplice pane per placare i crampi. Queste ultime cinque parole sono un modesto inno alle allitterazioni (e dagli…).
Niente di che. Ma scritti bene e testimoni di quel mondo immaginifico un po’ fuori dagli schemi di Murakami anche se risalgono a più di una trentina di anni fa.
Sui quattro schizzi di Igort poco da dire: sono proprio quattro di numero e a qualcuno il suo tratto potrà anche piacere, ma a me non entusiasma. Ho letto alcune sue opere a fumetti e devo dire che di certo si esprime meglio quando lavora su una trama concreta e più lunga.
Comunque, tanto per restare in casa nostra, sempre meglio di Zerocalcare.
Il Lettore 

venerdì 20 ottobre 2017

Il mestiere dello scrittore

E che ci vuole a scrivere un romanzo?
Tutti possono farlo: “… basta procurarsi una biro e un quaderno, scrivere delle frasi (…) e se si ha una certa capacità di inventare delle storie in qualche modo si riesce a buttar giù qualcosa, senza bisogno di allenamento professionale. Qualcosa che bene o male prenderà la forma di un romanzo. Non è necessario aver frequentato lettere all’università. Non sono richieste competenze specifiche”, dice Haruki Murakami.
Facile, no?
È in questo modo che Murakami tranquillizza tutti fin dalle prime pagine di questa sua ultima opera. Potete farlo anche voi, del resto vi hanno insegnato a scrivere alle elementari, no?
Poi però, forse perché si è accorto di essere andato un po’ oltre, ci mette qualche pezza sopra.




In questo Il mestiere dello scrittore Murakami ripercorre la sua carriera di scrittore professionista fin dagli inizi, in una sorta di autobiografia lavorativa, raccontandoci come e quando ha scritto alcuni dei suoi capolavori e le difficoltà (e le soddisfazioni) a cui è andato incontro.
Da Ascolta la canzone nel vento, passando per L’arte di correre e Norvegian Wood fino a Gli assalti alle panetterie del 2016 (che fra l’altro sarà oggetto di uno dei prossimi post, pazientate ma non aspettatevi chissà che), con il procedere del libro completa la sua dichiarazione primigenia arricchendola di “se” e di “forse”, di tenacia, di costanza, di disciplina e forma fisica e di tanto e tanto culo (sì, c’è bisogno anche di questo, e lui lo ammette tranquillamente), che gli hanno permesso di diventare ciò che è diventato, cioè una di quelle poche persone in lizza per un Nobel.
Una lucida analisi delle difficoltà dello scrivere, badando bene a sottolineare le differenze che intercorrono tra il pubblicare qualcosa una tantum e il continuare a vivere di scrittura per decine di anni facendone un mestiere vero e proprio.
Senza dimenticare ogni tanto di fare qualche riflessione profonda sull’essenza dello scrivere: “… il nutrimento necessario al romanzo – e riportarlo con le sue mani nella sfera più alta della coscienza. Poi trasformarlo in un testo che abbia una forma e un senso”. Oppure: “Più la storia è intensa, più le tenebre sotterranee si fanno dense e pesanti. Lo scrittore deve trovare in quelle tenebre ciò di cui ha bisogno”.
Ma non è che il libro sia un semplice manuale di scrittura (o per aspiranti scrittori, che non è la stessa cosa). Come ha già fatto in L’arte di correre, Murakami ci informa di quali sono stati i suoi pensieri dominanti nell’arco di 35 anni, delle motivazioni che l’hanno sostenuto e delle necessità a cui è andato incontro per poter proseguire nel suo percorso.
Il libro è molto interessante e si legge con piacere. A patto che ti piacciano i saggi. Ho trovato il tono un po’ dimesso, quasi imbarazzato, quasi volesse scusarsi in continuazione con il lettore per aver messo in piazza i propri pensieri, con i quali si prodiga in comprensioni e giustificazioni anche per coloro ai quali i suoi libri non piacciono.
Se sei abituato a correre maratone, cosa ti ci vuole per scrivere un romanzo? Solo un pochino di tempo in più di quelle tre o quattro ore, giusto qualche mesetto.
Se sei resistente del tuo, cosa vuoi che sia?
Il Lettore 

mercoledì 7 ottobre 2015

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Riprendendo quanto detto nello Squizzalibro, dopo aver abbandonato molto prima della fine la lettura di ben due dei nostri stimatissimi premi letterari per sopraggiunto stomacamento dovuto ad egotistiche masturbazioni mentali (testimonianza dell’efferato solipsismo tipico dell’autore nostrano di successo ― vedi che se mi ci metto so scrivere forbito anch’io), ho sentito il bisogno di dedicarmi a una lettura che desse soddisfazione, e chi meglio di Haruki Murakami?




L’ultimo romanzo dell’autore giapponese è un libro che ha dato la stura a giudizi tra i più disparati: da chi lo considera un’inutile perdita di tempo a chi lo osanna, da chi lo ritiene una vera e propria schifezza indegna di un autore come Murakami, a quelli (e sono i più) secondo i quali è un vero e proprio capolavoro. Una dicotomia sostanziale, nella quale sembra non esistano vie di mezzo.
Be’, lasciatemelo dire, coloro che hanno affermato che è una schifezza non dico che non abbiano capito un cazzo, ma di sicuro non l’hanno letto con abbastanza attenzione, o si “aspettavano” di leggere qualcos’altro (ciò mi ricorda di aver letto tanto tempo fa un giudizio pessimo sullo splendido Un uomo di Oriana Fallaci, la redattrice del quale si lamentava del fatto che come romanzo non era un gran ché. Non aveva nemmeno capito che non era un romanzo…). Forse a completamento dei miei corsi di Scrittura Creativa dovrei organizzare dei corsi di Lettura Consapevole, sono sicuro che a molti farebbero bene.
Ora, qualsiasi romanzo può non piacerti, ci mancherebbe, ma per affermare che sia una schifezza ci vogliono delle ragioni fondate su basi concrete, e in questo caso non ci sono proprio.
C’è anche chi lo ha condannato senza sconti di pena sostenendo che Murakami si è lasciato irretire dal soldo prestandosi alla smaccata pubblicità di prodotti commerciali quali l’Ipod o le auto della Lexus che vengono nominati nel libro.
Anche ammettendo che ciò sia vero perché tutto è possibile, mi viene da pensare: chi è che oggi non usa un Ipod? Ipod è diventato sinonimo di “lettore di Mp3”, e stilisticamente è molto meglio scrivere: “si infilò le cuffie del suo Ipod…” piuttosto che “si infilò le cuffie del suo lettore di musica digitale…”, giusto? Se lo avesse scritto un autore del tutto sconosciuto, nessuno avrebbe pensato che fosse stato pagato per fare pubblicità a quel prodotto.
E per quanto riguarda la Lexus, il panegirico che ne fa Murakami, esaltando qualità e prestazioni delle loro auto, è inserito perfettamente in un dialogo tra il protagonista e un concessionario di questo brand.  Una discussione del tutto scorrevole e plausibile ― come tutti i dialoghi di Murakami ― nella quale il concessionario, nella realtà, avrebbe parlato esattamente in quel modo tipico del personaggio “concessionario di automobili”. Un venditore di Mercedes avrebbe detto le stesse cose: caratterizzazione del personaggio azzeccatissima. Murakami avrà anche preso dei soldi dalla Toyota per fare pubblicità alla Lexus? Be’, complimenti, piacerebbe anche a me riuscirci con un risultato dello stesso stile.
Ma torniamo a noi. L’ultimo romanzo di Haruki Murakami è un viaggio nell’introspezione: in una Tokio anonima e spersonalizzata, in secondo piano ma responsabile comunque della forgiatura dei personaggi che la abitano, un quasi quarantenne ripercorre gli avvenimenti di un passato nel quale ha sofferto e prova a ricostruirne le ragioni, ricercando gli amici perduti per motivi irrisolti, con lo scopo di poter meglio pianificare il suo futuro. Un romanzo imperniato sui sentimenti, scritto con un linguaggio semplice e squisitamente delicato come semplice è lo spunto di partenza dal quale si dipartono interrogativi che suscitano nel lettore uno stato di tensione continuo aumentando man mano la curiosità di veder succedere i fatti preconizzati. Leggendo Murakami ci si lascia prendere dalle sensazioni e si viene trascinati nell’ambiente che l’autore descrive con un’efficacia straordinaria, fino a lasciar immaginare tutti i particolari. Una lentezza solo apparente, condita da un uso concreto delle metafore, delle analogie e delle similitudini, e un eccellente ritmo dei dialoghi.
A me è piaciuto con tutti i dubbi che Murakami lascia irrisolti di proposito, perché se ci rifletti un po’ sopra, qualsiasi altro finale avrebbe saputo di banale e scontato. E il protagonista, dipinto come incolore,  si rivela alla fine essere il più iridato, quello in cui si possono trovare i colori più profondi e accesi. Mi è piaciuto anche l’inserimento di quel pizzico di onirico e sovrannaturale con cui Murakami ama guarnire le sue opere: durante il racconto del jazzista Midorikawa e della sua strana situazione mi è venuta in mente la famosa partita a scacchi tra Antonius Block e la Morte ne Il settimo Sigillo di Ingmar Bergman. Chissà perché, visto che le vicende sono del tutto diverse.
Per questo romanzo la traduzione dal giapponese è stata fatta da Antonietta Pastore invece che dal consueto Giorgio Amitrano. Non so il perché. E in ogni caso la Pastore ha svolto un lavoro ammirabile. Ma la cosa mi aveva incuriosito e ho cercato un po’ in rete, dove non ho trovato nulla ad eccezione di questo articolo, a firma dello stesso Amitrano, che ritengo molto interessante perché dà un’idea dei problemi che un traduttore si trova ad affrontare, soprattutto volgendo una lingua così lontana dalla nostra.
Alle prossima!
Il Lettore 

giovedì 23 luglio 2015

1Q84

Che dire? Di questo 1Q84 si è parlato molto, ci hanno scritto dei saggi sopra e ne è stato tratto perfino un film, e io non vorrei ripetere cose già dette da qualcun altro ma gira che ti rigira mi toccherà. Personalmente? Mi ha lasciato molto perplesso: se da una parte c’è una prosa superba, cristallina, che fa veramente piacere leggere ― e questo è merito anche del traduttore Giorgio Amitrano ― e vi si trovano personaggi, situazioni ed episodi interessanti, dall’altra c’è una prolissità fuori dal consueto che a volte annoia e ti fa domandare il perché mai Haruki Murakami (detto all’italiana, col nome prima del cognome) abbia voluto allungarlo così (ma la cosa sicura è che lo ha fatto intenzionalmente): narrazioni lentissime, ripetizioni continue, oltre alla dimensione onirica, fantasiosa, surreale, che non riesco ad apprezzare perché è fuori dai miei schemi mentali.




Di certo, oltre all’omaggio a George Orwell ― il titolo 1Q84 è mutuato da 1984, con una “Q” che in giapponese ha la stessa pronuncia del numero “9” e che sta anche per question mark, punto di domanda ― Murakami ha inteso omaggiare anche Marcel Proust e la sua Recherche che nel romanzo ha un ruolo fondamentale, e lo ha fatto anche ricalcando  lo stile tutt’altro che conciso di Proust. A chi voglia scorrerlo cercando di capire che cosa l’autore ha voluto comunicare tra le righe, auguro buona fortuna. Viene la sensazione leggendolo che Murakami abbia voluto nascondere un riferimento e un concetto dietro ogni riga, lasciando che si intuisca molto di più di ciò che esplicita.
Oltre ai concetti trattati di più facile comprensione infatti, come l’amore, la morte, la famiglia, la religione, Murakami sfiora argomenti importanti come il tema del doppio caro a Stevenson,  l’incertezza del vivere nella società odierna, l’oppressione che le usanze giapponesi esercitano sul singolo, l’onnipresenza del potere delle multinazionali, le violenze sulle donne e la scrittura stessa, e collocare tutto questo in uno schema ordinato risulta molto difficile.
La scrittura… nel romanzo ha un ruolo fondamentale perché i protagonisti stessi incarnano stereotipi di scrittori diversi: Aomame Masami (sempre detto all’italiana) è una bella trentenne insegnante di fitness, ma è anche un killer che uccide uomini colpevoli di violenze su donne e bambine; Tengo Kawana è un insegnante di matematica, genio precoce, ma anche un ghost writer che riscrive un libro inquietante e pericoloso ideato da Eriko Fukada (Fukaeri), scatenando una  sequela di avvenimenti che trasporteranno Aomame e Tengo in una dimensione parallela nella quale verranno braccati per ordine di una setta religiosa.
Il tema della scrittura è sublimato nei due personaggi Fukaeri e Tengo, dei quali la prima rappresenta la creatività senza concretezza, l’altro l’esperienza e la bravura senza creatività.
Sparsi nelle 1100 pagine del romanzo altri personaggi degni di considerazione e caratterizzati in modo splendido: Tamaru Ken’ichi, qualcosa di più di una semplice guardia del corpo e anche un inno alla professionalità; Ogata Shizue, l’anziana ricca signora che vuole proteggere e vendicare le donne vittime di violenze; Ushikawa Toshiharu, il caratteristico investigatore che si lancia come un mastino sulle tracce dei due giovani. Personaggi che restano impressi nella memoria per come Murakami li ha saputi definire, e di sicuro non ha certo centellinato le parole.
Tutto sommato non posso dire che non mi sia piaciuto, anche solo per il fatto che ogni tanto mi tornano in mente, oltre ai protagonisti e al di là della trama, alcuni di questi personaggi.
Una cosa curiosa: tra i brani musicali che costellano 1Q84 come tutti gli altri libri di Murakami, in questo caso assume particolare rilevanza la Sinfonietta di Leoš Janáček, il cui disco è stato oggetto di un’impennata nelle vendite dopo la pubblicazione di questo romanzo.
Sì, lo confesso, dopo aver letto il libro, preso dalla curiosità sono andato a ricercarne una versione su youtube per cercare di capire come mai abbia rivestito tanta importanza per Murakami da farne la colonna sonora portante del romanzo.
Purtroppo non l’ho mica capito: il brano non mi è nemmeno piaciuto.
Il Lettore

martedì 25 febbraio 2014

I salici ciechi e la donna addormentata

Avete presente quando vi prende sete, ma sete veramente, una sete di quelle che vi afferrano dopo una bella corsa in un giorno d’estate? Pensate al momento in cui la soddisferete trangugiando un bicchierone di acqua fresca, limpida, cristallina, anche leggermente gassata grazie, a me piace così.

La lettura di Murakami mi fa venire in mente questo: bere un bicchiere d’acqua quando si ha sete.


I salici ciechi e la donna addormentata è una raccolta di 24 racconti che Haruki Murakami ha scritto nell’arco di vent’anni. Bellissimi. La scelta editoriale di questo lungo intervallo di tempo ha fatto sì che in questa antologia si trovino raccolti molti argomenti della tematica dello scrittore giapponese, e per questo motivo la sensazione che più emerge andando avanti è la sorpresa: nell’iniziare ogni racconto non sai mai in cosa stai per imbatterti, se nell’assurdo o in una rievocazione autobiografica, nella presenza dell’aspetto fantastico nella vita quotidiana o nell’introspezione della solitudine, se stai per leggere una novella in cui dominano leggerezza e umorismo o una tragedia di quelle che Murakami sa descrivere in modo così realistico da far venire i brividi.
Intuizioni folgoranti, ispirazioni sorprendenti fanno da contrappunto a storie che descrivono la normalità più assoluta, “senza trama e senza finale”, come direbbe Cechov, e ad altre le cui conclusioni ti lasciano spaesato, come in La tragedia nella miniera di carbone. Da un racconto all’altro cambiano le ambientazioni e le atmosfere, ma resta invariato quello stile squisito al quale Murakami ci ha abituato permettendoci una lettura fluida che risulta difficile da interrompere. La tecnica che utilizza Murakami è un raccontare i sentimenti per immagini, mostrando dolcezza, tristezza, malinconia e perfino orrore attraverso semplici descrizioni di azioni in tono discorsivo. Nel 2013 il Nobel non glielo hanno assegnato, ma sono sicuro che prima o poi non gli sfuggirà.
Un grosso plauso va anche alla traduttrice Antonietta Pastore per aver saputo utilizzare un italiano pressoché perfetto, e ai curatori della Einaudi che mi hanno fatto registrare un solo refuso in un libro di quasi 400 pagine.
Il Lettore

venerdì 9 agosto 2013

A sud del confine, ad ovest del sole

Quando stai parlando a tu per tu con una persona famosa in tutto il mondo, di quelle dotate di un considerevole spessore, e scopri che condivide con te il piacere di leggere autori che ammiri, non puoi fare a meno di sentirti tutto orgoglioso. La persona in oggetto è Lorenzo Mattotti, artista e fumettista di fama internazionale, il luogo la Biblioteca delle Nuvole di Perugia e l’autore il giapponese Haruki Murakami, di cui si ventila sia uno dei candidati ad un prossimo Nobel per la Letteratura.


Nel corso di quella chiacchierata Mattotti sosteneva di essere affascinato dalla prosa del giapponese, e di avere in comune con lui il desiderio di sconfinamenti artistici nella dimensione onirica e alle volte soprannaturale. Diceva anche che Murakami è uno di quegli autori che fanno riflettere come pochi altri. La dimensione onirica e soprannaturale io non la amo molto, tanto è vero che tra tutti i libri di Murakami preferisco i più concreti, ma sono d’accordo sulla capacità del giapponese di fornirti continui spunti di riflessione.
A sud del confine, ad ovest del sole di splendido non ha solo il titolo. L’aspetto che più mi ha colpito del libro è la finezza della prosa, che immagino peraltro, non conoscendo il giapponese, sia stata tradotta in maniera superlativa. La scrittura di Murakami è di una semplicità tale da rasentare la perfezione: la lettura è sempre fluida e scorrevole e  di una precisione incredibile nel mostrarti situazioni e stati d’animo, trasformando l’opera in una di quelle che ti restano dentro a lungo. E c’è da considerare anche che questo romanzo è uno dei primi che ha scritto.
Ho cominciato a leggere Murakami con L’arte di correre e l’ho apprezzato da subito: questo libro non è un romanzo e per questo molti sono arrivati a giudicarlo scadente, ma io l’ho trovato oltremodo interessante perché in esso Murakami sviscera un’analisi spietata delle motivazioni che lo spingono sia a scrivere romanzi che a correre maratone sfiancanti, e per ognuna delle due tematiche spiega le tecniche e i trucchi che utilizza per arrivare fino in fondo.
Ho continuato con Norwegian wood, quindi con Kafka sulla spiaggia e Nel segno della pecora, per poi passare a 1Q84 e ai volumi di racconti nei quali sono concentrati la bizzarria e il mistero di cui Murakami ama circondare le sue vicende, e che per l’accentuata dimensione onirica sono quelli che mi hanno soddisfatto di meno. Io amo stare sul reale. Ma in ognuna delle opere Murakami trasfonde sia l’anima del Giappone moderno con tutte le sue contraddizioni sia i problemi adolescenziali dei giovani nipponici, permeando l’insieme dell’eleganza riposta in una prosa squisita e descrivendo con arte quasi calligrafica particolari e sentimenti.
Il Lettore