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martedì 30 ottobre 2018

Leggere o tagliare? Dentro o fuori?


Questi dilemmi esistenziali!
Ultimamente sto leggendo molto meno. Per diverse ragioni: 1) ho cominciato un nuovo corso di scrittura e sono impegnato a rinfrescarmi le lezioni; 2) ho acceso la stufa nuova per l’inverno e 2a) devo accenderla tutti i giorni; 2b) devo fare legna a tutto spiano perché la suddetta consuma come una Ferrari in prova; 3) sono incappato in una serie di libri oserei dire “dall’andamento lento” (traduzione: a tratti pesantemente pallosi), e mi ci vuole del tempo per andare avanti considerando anche che la sera, a letto, crollo addormentato dopo una pagina.

Quindi il dilemma è: impiegare il poco tempo a disposizione per leggere, o andare nel bosco a fare legna?

Il leggere mi è fondamentale, ma quando ho da fare posso soprassedere. Il fare legna è necessario, nonché divertente, e l’unico motivo valido per non andare nel bosco è la pioggia.
La settimana scorsa, complice il bel tempo, vi ho trascorso tutte le mattine. Da solo. Nel silenzio più assoluto. Rotto solo dall’imprescindibile obbligatorietà di dover accendere le motoseghe che sono notoriamente molto rumorose (cosa della quale purtroppo non posso fare a meno, ma giuro che mi da parecchio fastidio e voglio valutare seriamente se i prossimi acquisti potranno essere soddisfacenti con l’alimentazione a batteria).
Stare nel bosco è rigenerante. Anche senza fare alcunché. Si contempla il lavoro svolto nei giorni precedenti, del tutto immersi nel verde e nel silenzio (perlomeno fino al momento di dover per forza mettere mano a qualche attrezzo), ci si congratula con se stessi perché il risultato è gradevole e si studia dove intervenire per continuare a migliorarne l’aspetto. Sto tagliando in un punto decisamente lontano da casa, quindi non corro nemmeno il rischio che per caso capiti qualcuno che voglia fare due chiacchiere.
L’odore del muschio è amplificato dall’umidità trattenuta dalle chiome degli alberi e l’unica difficoltà è riuscire a mantenersi in piedi sui ripidi versanti che rasentano l’incisione del fosso, con poca luce per il forte ombreggiamento che domina nelle aree in cui non sono ancora intervenuto.
A dire la verità di difficoltà ce ne sarebbero anche altre, ma lasciamo perdere che questo non è un blog che si occupa di lavori nel bosco e sono già andato nettamente fuori tema.
Era solo per giustificarmi e chiedervi di perdonarmi per il rallentamento nella cadenza delle pubblicazioni. Se non piove sapete dove sono.
Lo Scrittore



martedì 25 settembre 2018

A tu per tu con l’autore


Dopo lunghe discussioni (!) e trattative estenuanti (!!), sabato pomeriggio, alla Biblioteca delle Nuvole, siamo riusciti a presentare i romanzi di Massimo Bertarelli, con l’autore stesso che ci ha onorato della sua presenza in carne ed ossa.
Non è stato facile, perché organizzare la trasferta di uno scrittore ormai affermato dalla settentrionale e lontanissima Monza a una decisamente provinciale cittadina del centro (che per tutti i nordici è comunque profondo sud), ha implicato il mettere in campo doti non comuni di savoir faire diplomatico e capacità relazionali proprie di un manager di multinazionale.
Il problema più grande è stato decidere chi avrebbe saldato il conto della cena conviviale.
Per non apparire scortesi abbiamo lasciato che pagasse tutto lui, l’ospite.
Non sia mai detto che qui al sud asfissiamo quelli che ci vengono a trovare rendendoci troppo invadenti.



A parte gli scherzi è stata una piacevole serata in compagnia di un autore dall’aria seria ma in realtà simpatico e alla mano, che ha parlato in modo interessante delle sue esperienze e del suo percorso letterario. Partendo come spunto dal suo romanzo che ci ha dato modo di entrare in contatto (vedere qui), abbiamo parlato dei suoi romanzi: da Mi chiamo Ugo (qui) a Mi chiamo Simone (qui), le cui copertine sono opera del mitico Claudio Ferracci, e di quel Giallo d’Ischia (qui) che ha fatto conoscere Massimo Bertarelli anche molto più a sud del centro Italia.
Esagerando un pochino ho fatto notare come Massimo stia quasi raggiungendo la notorietà di un Maurizio De Giovanni. Schernendosi, lui ha tenuto a precisare come ancora non sia proprio così, ma in ogni caso gli auguro che ciò avvenga presto.
È stato molto coinvolgente quando ci ha raccontato delle sue esperienze di conduttore di lezioni di scrittura con i reclusi del carcere di Monza, con le quali ha portato alla luce situazioni umane del tutto differenti da quelle davanti alle quali mi trovo io con allievi “normali”, del tutto liberi e non rinchiusi in prigione.
Un pomeriggio piacevole e interessante; più che una presentazione di libri una chiacchierata informale sui problemi della scrittura che mi auguro possa ripetersi presto con nuovi autori e diverse esperienze.
Lo Scrittore



martedì 28 agosto 2018

L’ospite


Pomeriggio di ferragosto.
Moglie e figlio in vacanza in quel di Corfù. Intera giornata passata in panciolle. Non ho niente da fare e alle 16.30 mi reco verso la gelateria ritenuta la più rinomata della città per prendere una vaschetta di gelato da portare alla cena alla quale mi ha invitato la mia editrice.
Cazzo. La gelateria non apre prima delle 17.30. Con un’ora da passare decido di camminare e me ne vado in centro. Molti negozi sono aperti, strano, e trovo aperta anche la libreria Feltrinelli. Entro a curiosare. Sugli scaffali più vicini all’entrata c’è un mucchio di robaccia, poi alcuni autori buoni che ho già letto, poi gli ultimi di De Giovanni, Child, quindi autori mai sentiti nominare e ancora robaccia e poi ancora robaccia. Sto per uscire quando vedo questa ennesima opera postuma di Giorgio Faletti.
Ancora! Dico a me stesso. Non lo lasceranno mai in pace? Ma la curiosità è forte e quindi ne prendo in mano una copia. Stavolta due racconti. Ma sì, non ho niente da fare per un’oretta. Cercando di toccare il volumetto il meno possibile mi metto a leggerne l’inizio, aprendolo solo quel tanto che basta per riuscire a coprirne con gli occhi una pagina per volta. In piedi di fronte allo scaffale, lanciando anatemi mentali alle due signore che a pochi passi da me stanno ciarlando a voce altissima.
In mezzora ho letto tutto il primo racconto: L’ospite d’onore, così, all’impiedi, di fronte alla scaffalatura.



Piuttosto scomodo, a dirla tutta, senza nemmeno potermi appoggiare da qualche parte. Le becere ciarliere fortunatamente se ne sono andate presto (sempre troppo tardi, per i miei gusti) e ho terminato di leggere il racconto nel silenzio più assoluto. Ce ne sarebbe un altro, Per conto terzi, ma mi sono stufato di stare in piedi e la gelateria ormai sta aprendo. Basta.

Rifletto con dispiacere che Einaudi continua nell’uso estivo di inventarsi trovate editoriali per spillare quattrini sfruttando i morti in modo ignobile. Il racconto non è neanche male, anche se il plot è vecchio di secoli, ma è dinamico, quel tanto ironico e molto agile, si legge benissimo e velocemente, in puro stile Faletti, con quella giusta dose di mistero da cui molti potrebbero essere intrigati (io no, ma vabbè, io ritengo di non fare testo), e immagino che anche il secondo sia allo stesso livello.
Fatto sta che due raccontini a 13 euro, in libreria, sul web forse un po’ meno, di questi tempi mi sembra veramente fuori luogo. Può anche darsi che li abbia scritti davvero Giorgio Faletti, forse, lo stile potrebbe essere il suo, ma anche fosse, se li ha lasciati nel cassetto magari ci sarà stata una ragione, no? La cosa più probabile invece è che forse ci sarà stata anche una traccia di un qualcosa da creare, e qualcun altro l’ha creata al posto suo e con il suo stile. Poi il nome serve a fare cassetta.
Mi era passata per la mente l’idea di farmi crackare il secondo racconto da chi so io, per completezza, ma non so se ho davvero voglia di leggerlo.
Basta! Lasciamo stare in pace i morti. Soprattutto quando non hanno più nulla da dire e non possono nemmeno controbattere di non essere d’accordo sull’operazione commerciale.
Leggo in rete che da qualche parte è stato ritrovato un romanzo inedito di Hemingway.  Mah!
Il Lettore & Lo Scrittore

venerdì 24 marzo 2017

Antico o moderno?

L’altra sera quell’ingenua del mio editor e io siamo andati ad assistere a una conferenza alla Sala Santa Chiara nei meandri di Via Tornetta.
L’incontro riportava l’importante titolo “L’Odissea del moderno da Ulisse a Finnegans wake” ed era patrocinato dall’ Associazione culturale Umbria-Grecia “Alarico Silvestri”.
«Che dici? Potrebbe essere carino» mi ha detto la candida consorte.
«In effetti Joyce mi ha sempre interessato» ho risposto.
«Joyce?» mi fa lei, «Che c’entra Joyce?»
Sono rimasto interdetto. Poi ho capito e mi sono ripreso.
«Ma tu di che cosa pensi che parli la conferenza?»
Nel suo infinito innamoramento per la civiltà greca il mio editor era rimasta abbacinata dalle parole “Odissea” e “Ulisse” del titolo, oltre che dallo stesso organismo organizzatore, e non aveva tenuto nella minima considerazione né la parola “moderno” né tantomeno “Finnegans wake”.
«Di Ulisse” mi ha risposto.
Benedetta ingenuità.
«Mi sa che ti toccherà una terribile delusione» ho ribattuto, «spero che tu non debba annoiarti troppo».




Timore infondato. La conferenza, in una sala strapiena, è stata interessantissima (anche a detta di lei medesima) e il sentir parlare di James Joyce da persone esperte ha rinfocolato l’ammirazione che provo per l’autore irlandese. Anche se…
Di James Joyce ho letto e apprezzato Gente di Dublino e Dedalus, ma i miei tentativi di portare a compimento la lettura sia di Ulisse che di Finnegans wake si sono arenati dopo poche pagine e non sono mai riuscito a terminare i due libri pur avendoli iniziati entrambi a più riprese. Il conduttore della serata ce ne ha spiegato anche il perché, visto che una gentile esponente dell’organizzazione, presentando l’oratore, aveva confessato di trovarsi nella mia stessa situazione.
Ci si prova ma non si riesce ad arrivare in fondo, colpa della complessità su più livelli delle opere, e del fatto che Joyce ha scritto solo per il suo lettore ideale fregandosene altamente del lettore comune. Cose tipiche del genio.
Colui che ha tenuto la conferenza è stato Enrico Terrinoni, professore di letteratura inglese nonché attuale e ultimo traduttore del Finnegans (insieme a Fabio Pedone), coadiuvato dall’attore Michele Carli che ha letto e interpretato alcuni brani tratti sia da quest’ultimo che dall’Ulisse.
Terrinoni ha spiegato alla sala la difficoltà di leggere queste due opere di Joyce e la volontà  dell’autore (del tutto intenzionale) di far faticare il lettore, di costringerlo a riflettere a fondo su ogni parola di ogni frase in una metafora del viaggio e della vita stessa, che non è per niente facile come lo può essere un romanzetto. Ha spiegato la scelta della figura di Ulisse come ispiratore e alter ego del protagonista e i legami politici tra le innovazioni della scrittura di Joyce, l’Irlanda e la storpiatura della lingua inglese, fino ad approfondire la psicologia di Leopold Bloom come uomo molto avanti rispetto ai suoi tempi e il suo rapporto con la moglie.
Particolare attenzione è stata dedicata all’analisi dello stile del Finnegans wake, del quale Terrinoni ci ha reso edotti che Joyce ha impiegato circa 15 anni per scriverlo e che andrebbe letto non più di 2-3 righe al giorno, a voce alta, impiegando così circa 23 anni per terminarlo (!!!).
Certo che a dover comprendere appieno frasi come “Né a luce d’arco avevano Giem o Shem distillato un gallone del malto paterno, né il roriadoso estremo dell’altobaleno regisplendeva girigiocoso sull’acquispecchio” non metto in dubbio ci voglia un certo tempo. La traduzione in questo caso non è di Terrinoni ma di J. Rodolfo Wilcock, e proprio questo punto cruciale dei problemi di versione in un’altra lingua di un’opera del genere ha dato la stura, in macchina, tornando a casa, a una dibattuta disquisizione a due sui problemi di resa della traduzione e se non sarebbe in fondo più soddisfacente leggerlo direttamente nell’originale inglese storpiato. Così gli anni diventerebbero 46.
Comunque la conferenza è stata davvero interessante, mi ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano i due tomi magari sfruttando la dritta di partire stavolta dal 4° capitolo dell’Ulisse invece che dall’inizio, ne è rimasta soddisfatta anche il mio editor, e ci si augura che di iniziative del genere ce ne possano essere di più e più spesso.
Anche se non trattano della Grecia in senso stretto.
Lo Scrittore 

mercoledì 9 novembre 2016

Requiescat in pace


Stasera andrà in onda uno sceneggiato tratto da una serie di libri meno che mediocre.
Stanno pubblicizzando film tratti da romanzi meno che mediocri.
La massa sguazza nella mediocrità.
In Italia stanno tentando di legalizzare la dittatura in atto.
Trump alla Casa Bianca.
L’intelligenza è morta.
Sono definitivamente morti il buon senso e il buon gusto.
Ma di che cosa vogliamo ancora parlare?
Lo Scrittore

lunedì 10 ottobre 2016

Incontri con l’autore

Adorabile come sempre, sabato pomeriggio il mio editor mi ha costretto invitato ad accompagnarla ad assistere a un incontro con uno scrittore famoso che doveva aver luogo in un paesino sperduto della Valnerina.
Cosa vuoi che siano, settanta o ottanta chilometri?”, mi ha detto per convincermi. Nel suo candore, lei non tiene mai nella minima considerazione il tempo necessario per i tragitti ― le sembra sempre di avere a disposizione il teletrasporto di Star Trek ―, le condizioni della strada e quelle del tempo.
Dopo esserci sciroppati un’ora e mezzo di curve e controcurve sotto una pioggia battente siamo arrivati in questo posticino incantevole, non fosse stato per l’acqua, paesino arroccato su un monte con annesso castello del tutto ristrutturato, con gusto, una volta tanto, che la conferenza era già iniziata. Ci siamo accomodati insieme alle altre ventotto persone già sedute e ci siamo messi ad ascoltare lo scrittore che da solo, tra pareti affrescate nel punto in cui all’epoca doveva essere ubicato l’altare dell’antica cappella del castello, stava già parlando di sé.
Trenta persone. Ho subito pensato che fossero veramente poche per un autore della levatura di colui che avevamo di fronte.
Sì, perché quello seduto al posto dell’altare non era proprio come si suol dire l’ultimo arrivato.
Non era un qualsiasi vincitore di uno Strega né un professorone pompato né uno di quelli che vanno artatamente di moda, ma uno dei due scrittori italiani che oggi vendono di più in assoluto, meritatamente, uno dei due italiani che scrivono nel modo più piacevole. Colui che avevo di fronte era uno degli scrittori che apprezzo maggiormente, di cui attendo con apprensione ogni nuova pubblicazione e che finora non mi ha mai deluso, e che nel tempo è quasi diventato un tormentone di questo blog.
Nonostante sia napoletano.
Avete indovinato, stavo ascoltando, di pirsona pirsonalmente come direbbe l’altro dei due, proprio il creatore del Commissario Ricciardi: Maurizio De Giovanni.




Che poi mi sono chiesto come un artista del suo calibro possa essere capitato a parlare in quel posto sperduto di fronte a una platea così risicata, che sembrava di essere alla presentazione di uno dei miei libri, ma va be’.
Siamo arrivati proprio nel momento in cui De Giovanni aveva cominciato a narrare qual è stato il suo percorso per arrivare a essere uno scrittore famoso: un racconto che vince un concorso; la telefonata di un agente letterario che gli propone la pubblicazione di uno dei romanzi che lui sicuramente avrà già avuto nel cassetto; l’esaurimento immediato di tutta la prima tiratura de Il senso del dolore; le telefonate di altre case editrici e produttori cinematografici per assicurarsi i diritti degli “altri” romanzi sicuramente contenuti nel cassetto; il ciclo delle stagioni, il ciclo di Pizzofalcone e così via.
Il tutto raccontato in modo molto simpatico e cordiale. Come lui stesso ci ha detto, il fatto era che oltre a quel primo racconto De Giovanni nel cassetto non aveva proprio nulla, nessun altro racconto, tantomeno romanzi, e di conseguenza quel primo libro che gli avevano promesso di pubblicare se lo è dovuto scrivere da zero in fretta e furia. A detta sua non è stato difficile, del resto doveva solo ampliare quel primo racconto, e dopo aver “bluffato” spudoratamente con chi glielo richiedeva ci ha messo meno di un mese per scriverlo e offrirgli un prodotto finito. Che poi ha avuto il successo che ha avuto. Da bancario a scrittore di successo: voilà!
Che sia stato così facile lasciatemene dubitare un pochino. Così come sul fatto che scrivere sia così facile come poi ci ha detto. Per esserci passato, mica per altro. Una verità assoluta invece è venuta fuori quando ha ammesso di essersi messo a scrivere solo dopo essere stato per anni un lettore “professionista”, confermando così il dogma che per poter scrivere bisogna prima saper leggere.
Ma in quel momento il racconto è stato piacevole e ci poteva anche stare, e lo scrittore ha saputo rendere l’incontro molto naturale e spontaneo, non lesinando sulle battute spiritose, sul dialetto e sugli aneddoti di vita vissuta, da quelli che ha già riportato in alcuni libri alla gente che lo ferma per strada e lo accusa brutalmente di trattare male alcuni suoi personaggi, alle persone anziane che lo spronano a far pubblicare al più presto una nuova avventura di Ricciardi per potersela gustare prima che la morte le colga.
E in modo simpatico ha anche risposto alle domande del pubblico sulla psicologia dei suoi personaggi comprese quelle di coloro, e ce ne sono sempre, che amano più sentir blaterare se stessi che ascoltare il protagonista dell’incontro, e quelle dei tifosi di calcio che di suo hanno letto solo Il resto della settimana.
Un paio d’ore passate in modo piacevole con una persona interessante. E di questo devo ringraziare il mio editor per avere insistito a partecipare. Nonostante la napoletanità. Tra le altre cose De Giovanni ha tenuto a specificare come una città unica come Napoli, dove a distanza di un metro trovi a convivere realtà del tutto differenti tra loro, sia una fonte inesauribile di spunti per qualsiasi scrittore. Posso anche crederci, ma questo non cambia di una virgola la mia opinione.
Alla fine sono stato anche tentato di andare a stringergli la mano e complimentarmi con lui ma, avendolo visto attorniato dai presenti e non essendo affetto da ansia di protagonismo, ho pensato bene di risparmiargli ulteriori banalità e ci siamo apprestati ad affrontare un’altra ora e mezzo di curve e pioggia. 
Teletrasporto: magari!
Lo Scrittore

giovedì 1 ottobre 2015

La ferocia

Avrete sicuramente notato che è passata una settimana dall’ultimo post pubblicato. Perdonatemi, ero impegnato nella lettura del libro di cui sopra, questo La ferocia che ha vinto il Premio Strega 2015. Una lettura di quelle… ma di quelle…
Di quelle che ti mette pensiero ogni volta che lo prendi in mano, che ti fanno rimpiangere il tempo perso nella lettura (orrore!), che ti fanno dare le testate nei muri, che ti fanno cadere di nuovo nella depressione nel pensare per cosa si vincono i premi importanti oggigiorno.
Si è capito che non mi è piaciuto? A partire da quella copertina insipida e fuori tema. E naturalmente non sono neanche arrivato in fondo, ma è stata una sofferenza comunque.




È andata così: non avevo nessunissima curiosità di leggere il vincitore del Premio Strega 2015, ma due care amiche (dopo essere intervenute ad una presentazione dello stesso Autore che dicesi un simpaticone…), mi hanno detto che in fondo non era poi così male, e una di loro mi ha prestato la sua copia (autografata dall’Autore stesso medesimo!) con la seguente avvertenza: “Le prime pagine sono un po’ pesanti… ma poi migliora!”.
Alla faccia delle prime pagine! Arrivato a fatica a pagina 80 le ho scritto un messaggino esprimendo i miei dubbi e lei mi ha risposto “Lo sapevo…”, invitandomi a proseguire. L’ho fatto, tra sofferenze inaudite, noia infinita, nausee esiziali ogni volta che stavo per riprenderlo in mano e l’insopprimibile desiderio di emulare Pepe Carvahlo accendendoci il fuoco nella stufa. Dopo altre 100 pagine di repulsione ho ceduto: il miglioramento non c’era stato e mi sono sentito sufficientemente giustificato nell’abbandonarlo, considerando anche che ero appena a metà. Non avrei resistito comunque fino alla fine.
Un altro esempio di come alcuni libri vengono scritti apposta per fare in modo che vincano i premi letterari. Per carità, è un romanzo colto, ma anche troppo, scritto con una ricercatezza lessicale accurata ma non esagerata (non al livello di Scurati, per intenderci), con introspezioni psicologiche approfondite, ma anche troppo, costruzioni sintattiche elaborate e precise, ma anche troppo, e la “giusta” dose di citazioni sapienti che, a differenza di Scurati, Lagioia lascia passare quasi sottotono inserendo vaghi riferimenti (a William Blake, per esempio) senza stare a specificare più di tanto.
Lo svolgimento è però complicato dalla costruzione architettonica elaborata e arricchita con frequenti e fin troppo ellittici flashback, dalle spiegazioni logorroiche sul comportamento e sul modo di pensare dei vari personaggi in tutti gli stadi delle loro vite, e dall’inserimento ad intervalli regolari di considerazioni filosofiche su profonde verità esistenziali e/o metafore contorte che il più delle volte devi tornare indietro a rileggere per tentare di capire cosa avesse voluto dire.
Il tutto equivale a: noia, spazientimento, nausea, disinteresse; altro che piacere di lettura!
La ricerca stilistica raggiunge livelli parossistici quando cominci a leggere un brano e ti accorgi che l’autore è lì che ti sta dicendo: “Ecco, guarda, prepàrati, adesso ti faccio vedere come si scrive…” e si lancia in un esercizio di stile sopraffino, di quelli da portare ad esempio nei corsi di scrittura creativa, come riempire pagine intere di frasi brevissime staccate conferendo un ritmo da Gran Premio di Formula 1, o costruire la narrazione di un semplice fatto su più linee separate convergenti o meno alla fine.
Tanto per farvi un esempio terra terra di quest’ultimo concetto (farina del mio sacco, scritto in due minuti):
La donna prese la pistola. La rondine volava nel cielo. Dalla tasca estrasse un proiettile. Con un’improvvisa cabrata si allineò sulla traiettoria di un’ignara farfalla. Quando sarebbe stato il momento migliore? La inseguì vanificando gli scarti fino a intercettarla e la inghiottì con uno scatto repentino del capo. Ma proprio ora, perché aspettare? si disse inserendo la cartuccia nel caricatore. Lo richiuse con uno scatto secco (che potrebbe provenire sia dal tamburo della rivoltella che dal becco della rondine, NdA). Salì in auto per andare incontro al suo destino. Si diresse veloce verso i suoi piccoli che la aspettavano nel nido.
Tanto per far capire come la cosa non sia poi così difficile e sufficientemente confusa da destabilizzare qualsiasi lettore. Ma fa tanto fine! Fa tanto scrittore evoluto! Oltre alle “raccomandazioni” delle case editrici potenti, sono queste le cose che vi faranno vincere i premi letterari. Riflettete gente, riflettete.
Dovrò pensarci seriamente anch’io, prima o poi.
Il Lettore & lo Scrittore
P.S.: rileggendo la farina del mio sacco mi accorgo di come quelle poche righe siano piene di nebbiose allegorie dal profondo significato… sarò sulla buona strada?

lunedì 22 giugno 2015

La nascita di Freereader

In realtà, questo post volevo intitolarlo: Non fidatevi di nessuno, non fidatevi della televisione e nemmeno di vostro padre, e men che meno di ciò che leggete sui giornali. Ma, a parte che come titolo sarebbe stato davvero troppo lungo, esso avrebbe fornito fin dall’inizio una specie di morale che invece, come nelle favole, andrebbe rivelata solo alla fine del racconto. E poi così è più intrigante.
Avete presente i più grandi personaggi dei fumetti? Prima o poi, di tutti quanti è uscita un’avventura in cui sono state raccontate le loro origini: Il primo morso di Spiderman; Tex Willer e le tre “p”: pugni, pannolini e pallottole; La culla kryptonitica di Superman; Batman quando era ancora uno sfigato; Diabolik e il biberon assassino e così via, e su questa scia  ho deciso di raccontarvi le vere origini di Freereader e di come è nato questo blog, tanto bene in concomitanza con il suo secondo compleanno.
Mettetevi comodi.




Era una giornata buia e tempestosa… stavo parlando con una mia amica giornalista nella redazione di un quotidiano locale e lei si stava lamentando di non avere il tempo per scrivere le recensioni ad alcuni libri che le erano giunti in omaggio affinché, appunto, fossero commentati sul giornale per un briciolo di pubblicità.
Non ricordo di chi dei due fu l’idea, fatto sta che al termine della conversazione eravamo d’accordo sul fatto che lei mi avrebbe regalato quei libri, e io ne avrei scritti i commenti. La criptica firma “Freereader” mi venne spontanea. Libero lettore: come mi sono sempre sentito.
Il tutto naturalmente a gratis. Ma che vuoi. Va be’, del resto mi diverto, e sarebbe anche una maniera di impinguare la mia biblioteca.
Sì, magari.
I libri che le arrivavano non richiesti in redazione erano tutti capolavori di self publishing, del tipo di quelli che io come Valutatore stavo già bocciando in maniera seriale, ma in questo caso gli autori, non soddisfatti del responso delle case editrici alle quali li avevano dapprima spediti, se li erano pubblicati da soli con ovvi risultati.
Mascherando la delusione lessi una silloge di poesie (puah!), ne scrissi una recensione sincera e solo moderatamente cattiva, pure abbastanza ironica, perfetta (a mio parere) per un quotidiano di provincia bisognoso di risollevare un po’ il tono, e la spedii all'amica giornalista.
Lei mi fece notare che non avevo mica capito.
«Le recensioni devono essere tutte positive!» disse.
«Positive?» chiesi (con solo un pizzico di stupore).
«Positive!»
«Ma queste poesie fanno schifo.»
«Non importa, non possiamo parlarne male.»
«E perché mai?»
«È la linea editoriale del giornale.»
«Quale linea, quella di sparare cazzate?»
«Così vuole il Direttore.»
Non c’era più altro da dire. A malincuore riscrissi il pezzo tentando di osservare quelle insignificanti poesie da una diversa angolazione. E man mano che scrivevo scivolavo in una sottile spirale di nervosismo: Freereader. Libero lettore. Libero lettore un cazzo! Ma tant’è.
Attingendo alla capacità tipica di qualche Gemelli di essere capaci di parlare sia male che bene di qualsiasi cosa, individuando quelli che in un concetto possono essere aspetti negativi ma allo stesso modo essendo perfettamente in grado di ribaltarne del tutto il significato, la nuova recensione venne splendida, di quelle che, se l’avesse fatta propria Fabio Fazio in tivvù, la porcata avrebbe venduto millemila copie.
«Perfetta» disse la mia amica e la pubblicò in un battibaleno. E ci credo, pensai, a rileggere le mie parole l’avrei comprata anch’io, quella collezione di merdine.
La cosa buffa fu che l’autrice delle merd poesie contattò la mia amica manifestando il suo incommensurabile entusiasmo per il modo veramente superbo con cui il recensore aveva saputo cogliere lo spirito che lei aveva voluto infondere nella sua opera. Non ebbi parole. Ci sarebbe mancato anche che avesse preteso di conoscermi di persona.
Credeteci, tutto vero.
L’avventura con il quotidiano terminò alla seconda recensione, fotocopia della prima. Detti forfait di mia spontanea volontà. Non potevo proprio continuare a scrivere mucchi di cazzate per opere che se fossero arrivate in casa editrice non ne avrei proseguito la lettura oltre la seconda pagina. Ero di nuovo disoccupato, metaforicamente parlando, ma l’idea di far sapere al mondo il mio parere, quello reale, sulle cose che leggevo non mi usciva dalla mente.
A questo punto intervenne l’esperto informatico di casa. Mia moglie. Che sia un esperto informatico è pura realtà: gli informatici sono come i fisici, sempre persi in un mondo loro, contatto con la realtà prossimo allo zero, ma ogni tanto sono capaci di tirare fuori idee geniali.
«Potresti mettere su un blog» se ne uscì una sera.
«Un che?» La mia conoscenza dei meandri del web si limitava a permettermi di aprire la posta elettronica.
«Un blog, una specie di diario online
«Un diario? E chi dovrebbe leggerlo?»
«Tutti quelli che sapranno che esiste.»
«E in questo diario che ci dovrei scrivere?»
«Quello che ti pare.»
Quello che ti pare.
Q-u-e-l-l-o-c-h-e-t-i-p-a-r-e.
QUELLO CHE TI PARE!
Furono queste le parole risolutive.
Mi documentai, cercai di tradurre le successive ed enigmatiche spiegazioni della consorte e trovai che, in fondo, non serviva mica chissà quale conoscenza informatica né il tutto risultava così difficile. A parte i problemi continui di connessione. Grazie, Telecom.
E così è partita quest’avventura. Ora che sono leggermente (ma proprio di poco) più scafato mi rendo conto che questo, rispetto ai tanti altri blog letterari che ho visitato in seguito, sempre intervenendo quasi niente nelle discussioni, è un blog grezzo, terra terra, senza orpelli, senza finezze tecniche né ornamenti grafici: il tempo che impiego a compilarlo preferisco passarlo a scrivere, piuttosto che ad abbellirlo. Ma è del tutto sincero.
Ah, già, la morale.
Non vi fidate.
Non fidatevi della televisione, e non fidatevi dei giornali. Se un giornalista percepisce uno stipendio da chicchessia, è ovvio che prima o poi sarà da costui costretto a sparare cazzate. Vi potreste fidare, e moderatamente, solo di chi queste cose le fa per passione, senza avere un qualsiasi secondo fine. In futuro potreste non dovervi fidare nemmeno del sottoscritto: se e quando qualcuno si farà avanti offrendomi una retribuzione per queste recensioni, sarà allora che dovrete cominciare a dubitarne.
Ma non temete, vi avvertirò prima.
Lo Scrittore

martedì 16 giugno 2015

Cena sull’erba, con Giorgio

Ha! Ha! Ha!
Scusate, mi viene da ridere. Ha! Ha! Scusate ancora, ma è che sto pensando all’altro giorno quando il direttore editoriale di ali&no editrice, la casa che ha pubblicato questo romanzo, mi ha detto con un ghigno sardonico: “Voglio proprio vedere che straccio di recensione ne tirerà fuori Freereader!”. Ha! Ha! Forse pensava, il tapino, che non avrei avuto il coraggio di recensire in modo sincero e spassionato l’ultima fatica di uno scrittore che conosco di persona. Un amico intimo, oserei dire.
Be’, se davvero ha pensato così, si è sbagliato di grosso.




Perché la missione vera di un recensore che si rispetti è quella di fornire il proprio parere, soggettivo finché si vuole, sull’oggetto in questione, senza lasciarsi influenzare da conoscenze, parentele, interessi o profferte varie di quelle che assomigliano parecchio alla corruzione. Se di un libro non posso scrivere ciò che ne penso in modo sincero, è semplice, non ne parlo affatto. Di conseguenza, nello stilare le righe che seguiranno cercherò di estraniarmi dalle frequentazioni di tutti i giorni e proverò a valutare questo testo come se lo avessi letto per la prima volta, sforzandomi di dimenticare le decine e decine di sedute in cui l’ho ripassato criticamente e tutti i consigli da editor che ho fornito al suo autore mentre lo stava scrivendo. Giovagnoni chi?
Ma partiamo dalla copertina, accattivante, con quei magnifici riflessi che Giuseppe De Nittis ha saputo infondere nei colori del suo Colazione in giardino; il cui particolare, insieme al titolo, richiama quello che sarà uno dei temi del romanzo: una semplice cena apparecchiata su un prato, con persone delle quali alcune già si conoscono e altre si incontrano per la prima volta, con tutte le dinamiche che ne derivano. La vicenda è narrata in prima persona da uno degli ospiti e una caratteristica che salta all’occhio solo dopo parecchie pagine, e potrebbe anche capitare che qualche lettore non se ne accorga nemmeno dopo che ha terminato il romanzo, è che il protagonista narrante non ha un nome, ad eccezione di una persona nessun altro lo nomina mai, né è minimamente descritto. Ma del resto Daniele Giovagnoni non è nuovo a questo modo di fare: anche il personaggio principale del suo romanzo di esordio, Non nuoce gravemente alla salute, non aveva un nome né è stato mai descritto nel corso di quella narrazione. Potrebbe anche venire in mente che i due protagonisti siano la stessa, enigmatica persona.
E la cena inizia subito nel primo capitolo, dopo una dedica che strappa un sorriso, una localizzazione geografica della contestualizzazione molto sintetica e dopo che i partecipanti si sono presentati tra di loro. E proprio mentre si stanno mangiando gli antipasti, quello che al protagonista sembra un professore di filosofia in pensione, tale Giorgio, comincia a raccontare una storia che si rivelerà a dir poco surreale e andrà a costituire un’ulteriore linea narrativa del romanzo, che dal secondo capitolo è narrata da Giorgio stesso in prima persona (e ciò è sottolineato dall’espediente grafico di un cambio di font per tutta la durata del capitolo, che si avvicenderà nei successivi in modo alternato con quelli in cui è narrata la cena).
Per il lettore, l’interesse nella vicenda è suscitato da questa seconda linea narrativa che si alterna capitolo dopo capitolo alla descrizione della cena stessa, nella quale nel frattempo si susseguono portate che non sfigurerebbero a Masterchef e in cui vengono abbozzati gli approfondimenti delle conoscenze casuali tra i partecipanti, come potrebbe succedere in un qualsiasi incontro fra persone che non si sono mai viste prima. Una delle particolarità che l’autore ha riservato per il Lettore Ideale è costituita dal fatto che il tempo che ci vuole per leggere il romanzo è praticamente uguale a quello in cui si svolge la vicenda principale, cioè il tempo della fabula è uguale al tempo della lettura, e questi sono entrambi diversi dal tempo della fabula della seconda linea narrativa. Inoltre, le metonimie ricorrenti sulle quali il lettore lì per lì non ha motivo di soffermarsi (e così dev’essere…), vengono poi rammentate e comprese all’accadere del colpo di scena finale, una sola pagina prima della conclusione.
Un altro particolare degno di nota è la doppia circolarità concentrica di incipit ed excipit: la dedica che precede il romanzo viene ripresa nell’ultima riga della postfazione, e il paragrafo iniziale del primo capitolo, che un po’ toglie il fiato per la completa assenza di segni interpuntivi nell’arco di ben sette righe, viene ribattuto in modo simile e rovesciato nel paragrafo finale (si vede che l’autore è rimasto colpito da Per chi suona la campana).
Un romanzo strano, particolare, redatto con un linguaggio semplice e uno stile fluido e scorrevole, con poco spazio dedicato alle descrizioni o agli stati d’animo che emergono dagli atteggiamenti e dalle azioni dei personaggi, in un buon esempio di scrittura ellittica. Una narrazione dalla quale non riesci a staccarti prima di essere arrivato alla fine. E un vero e proprio racconto a sé stante è costituito dalla stessa postfazione, nella quale l’autore racconta la genesi e le traversie di questo libro.
Se si volessero proprio muovere delle critiche, a parte la relativa brevità (ma del resto ormai ci si è abituati ai romanzetti brevi di Erri De Luca…), si potrebbe riscontrare che alcuni dei personaggi non risultano caratterizzati a sufficienza, quanto meno quel tanto che basta per farli permanere nella memoria a lungo termine (ma ce n’è bisogno davvero?), e il cinismo del principale io narrante potrebbe risultare alle volte un tantino antipatico.   
Come editor ho apprezzato il fatto di come l’autore abbia saputo tradurre in pratica la maggior parte dei miei consigli e anche quelli di altre persone che hanno letto il testo nel suo stato embrionale (mi ha rivelato che un ringraziamento particolare lo rivolge a Max B., che a suo tempo ha mandato preziosi suggerimenti da molto lontano…), mentre un motivo di rammarico personale (come sempre!) consiste nel non aver visto, ancora una volta, la scritta “editing by Freereader” nel colophon.
Ma si sa, di questo si deve incolpare sempre l’Editore.
Il Lettore

giovedì 7 maggio 2015

Un posto nel mondo

È martedì. Come tutte le altre mattine, la sveglia suona alle sei punto zero zero con la sua precisione di telefono coreano. Come tutte le mattine mi alzo dopo due secondi, disincastrando i piedi da sotto le trenta tonnellate dell’Iveco dal manto nero il cui diesel da quattromila ronfa al minimo sull’angolo del materasso.
Traverso la sala nel debole chiarore dell’alba, aspetto ad occhi chiusi che la macchina si scaldi e sorseggio la prima razione di droga bollente della giornata, seguita a ruota dalla prima razione di droga aeriforme. Ora va meglio.
Mentre i neuroni stanno iniziando a connettersi tra loro entro in bagno, e… tragedia! Ora ricordo! È martedì! Il panico mi assale quando vengo preso dalla consapevolezza del dramma. Ineluttabile, irrimediabile. La frustrazione e un senso di vuoto si impossessano della mia anima. Butto gli occhi disperato sullo scrittoio nella vana speranza di essermi ricordato male, ma no, purtroppo non è così: è lì, chiusa con il frontespizio contro il piano di legno, proprio come un romanzo del quale hai appena girato l’ultima pagina. Non ricordavo male. L’ho finita ieri sera.
Ho finito La Settimana Enigmistica.
Ho risolto tutti i giochi utili, non mi resta più nulla per mettere in moto la giornata nella maniera ottimale. Lancio un’occhiata trepida lì dove tengo i surrogati della rivista ma nulla, ricordo bene di aver terminato anche quelli e di non averli ricomprati. La disperazione mi assale con ondate potenti: cagare senza parole crociate mi è del tutto inconcepibile. Un sostituto, ho bisogno di un sostituto. Reprimo gli stimoli e senza neanche sedermi faccio guizzare gli occhi sugli scaffali alla frenetica ricerca di un palliativo. I titoli e gli autori delle decine di libri in attesa di essere letti scorrono veloci mentre oscillo spostando il peso da una gamba all’altra: Preston Appelfeld Scandone Perez-Reverte Dumas Yehoshua Murakami Torregrossa Hornby Volo Carlotto Wodehouse Irving…
Volo?  
Che cazzo ci sta a fare lì un Fabio Volo?
Non ricordo di avercelo messo. Chissà da quanto tempo c’è. E che cos’è? Un posto nel mondo. Bah. Sarà stata mia moglie. E per quale motivo? E se… Ma no, ne ho sentito parlare troppo male. Mi domando come ci sia finito. Sicuramente non ne vale la pena. Ma ne sei sicuro? L’hai mai letto? In effetti… forse alla fine Freereader potrebbe parlarne a ragion veduta. Guardo il libro. Mi guardo allo specchio. Mi restano venti minuti prima di dover svegliare moglie e figlio. Riguardo il libro. Solo l’inizio? Non ho il coraggio di riguardare il me stesso nello specchio. L’avresti creduto possibile?
Mi calo i boxer, mi accomodo e, con titubanza, comincio a leggere.




Ho retto esattamente ventidue pagine.
Il tempo necessario per espellere residui nutrizionali e per rendermi conto di persona della ragione più che fondata per la quale non avevo mai letto prima d’ora Fabio Volo. Il pregio più rimarchevole che ho trovato in quelle ventidue pagine è stata l’assenza di errori di grafia. Bravi gli editor. Del resto l’autore stesso in prima pagina si scatta un selfie: “Lo so, sono sdolcinato, stucchevole e patetico, ma non posso farci niente.” Mai fotografia fu più realistica.
Ventidue pagine colme di banalità, di frasi scontate, di tritume, di ovvietà; davvero sdolcinate, stucchevoli e patetiche (in senso negativo, naturalmente), e che dopo la prima diventano pure noiose. E dico questo ad onta delle centinaia di recensioni che invece questo libro l’hanno osannato fino a farlo apparire un capolavoro. Poveri.
Poveri di spirito, e di cultura. Un libro che potrebbe essere osannato solo da chi non ha mai letto nient’altro, da quelle persone che hanno letto solo quel libro in vita loro. E neanche tanto. Un romanzo basato su una cultura televisiva, confezionato su misura per quelli che si sentono appagati nell’abbandonarsi per ore davanti allo schermo finendo col convincersi che quello che viene propinato loro sia la Verità. I personaggi televisivi come novelli messia, non importa se abbiano o meno della caratura.
Ma non voglio sprecarci altro tempo, non ne vale la pena. Che poi, il problema sta nel fatto che questa gente dominerà il mondo: Volo ha venduto migliaia di copie dei suoi libri, e ciò può benissimo far pensare agli sprovveduti che abbia ragione lui.
Dopo appena ventidue pagine ho trasferito il romanzo tra quelli in attesa di catalogazione. Amen. Ma anche se mi sono rifiutato di proseguire oltre, perlomeno ora ne posso parlare a ragion veduta. Magra consolazione.
Appunto per me stesso: ricordarsi assolutamente di non restare mai senza parole crociate.
Appunto per i miei studenti dei corsi di scrittura creativa: il riferimento scatologico che permea la contestualizzazione di questo post è del tutto intenzionale. Meditate…
Il Lettore & lo Scrittore

sabato 28 marzo 2015

Torrenti di primavera

Passo davanti alla mia libreria tutti i giorni. Più volte al giorno. Trascorro in casa la gran parte del mio tempo, circondato dalla mia libreria, ed è inevitabile che io ci transiti davanti ogniqualvolta mi alzo dalla sedia per andare in qualsiasi altro luogo. Quando sono seduto davanti al computer volto le spalle allo scaffale in cui sono riposti i libri di e su Ernest Hemingway. Tutti insieme occupano esattamente 78 centimetri di scaffale.
Sopra di essi trovano collocazione Tom Clancy e Frederick Forsyth (142 centimetri per 39 volumi, non sindachiamo sui rispettivi valori); sotto, un termosifone inutilizzato al quale fa da tetto una mensola in arenaria grigia sotterrata dalle cianfrusaglie. Quando vado verso la cucina non posso fare a meno di trovarmi Hemingway all’altezza degli occhi. Quante volte al giorno? Trenta? Quaranta? E non ci faccio mai caso: è lì, lo so, un dato di fatto, uno di quegli elementi che conferiscono stabilità alla vita. È lì; c’è tutto l’Hemingway pubblicato in italiano, compresi i romanzi postumi, comprese tre o quattro biografie, un volume fotografico, le poesie, gli articoli pubblicati sui giornali, le lettere private, tre o quattro testi di critica hemingwayana e altrettanti romanzi in lingua originale (se vi interessasse, sono 34 libri in tutto).
Ho letto l’intera collezione almeno tre decine di anni fa.
Ma d’un tratto…
È come il quadro appeso alla parete che d’improvviso si stacca, chiodo e tutto, e precipita fracassandosi a terra senza che nulla abbia potuto far presagire che ciò accadesse. Perché? Perché proprio in quel momento e non in un altro? Perché in quel momento, e non in un altro dei tanti, lo sguardo mi si è appigliato sulla costa di questo Torrenti di primavera (stretto tra Verdi colline d’Africa e l’edizione economica Bantam di The old man and the sea), e mi è presa l’irrefrenabile voglia di afferrarlo e rileggerlo? Solo perché ci ho fatto mente locale? Perché in una frazione di attimo ho letto il titolo e ho realizzato di non ricordarne il contenuto? Per riassaporare lo stile di quello che è stato uno dei caposaldi della mia giovinezza?
Fatto sta che l’ho preso, e l’ho riletto, e lo stile di Hemingway mi ha fornito lo stesso piacere di un tempo. Dopo le stroncature degli ultimi post, era ora che rileggessi qualcosa di piacevole. La cosa preoccupante è che davvero non mi ricordavo di cosa trattasse questo libretto.




Una volta Hemingway disse a Fernanda Pivano che il suo problema più grosso era stato quello di liberarsi dell’influsso di Sherwood Anderson. Tra le varie cose che Hemingway ha fatto per esorcizzare quella spada di Damocle della sua scrittura c’è anche questo romanzo breve, scritto in dieci giorni per puro divertimento (scrive romanzi brevi per divertimento Alessandro Baricco, non avrebbe dovuto farlo il nostro Ernest?), un esercizio intellettuale con una leggera carica ironica che satireggia il famoso Riso nero di Anderson sul quale Hemingway nel corso della narrazione scherza più volte: “Dietro il banco Bruce, il barista negro, piegato in avanti, era stato a osservare le conchiglie passare di mano in mano. La sua faccia scura luccicava. D’un tratto, senza preavviso, ruppe in un’acuta, incontrollabile risata. Il riso nero del negro”.
Tipico esempio di divertimento d’autore, unito alle frequenti Note d’Autore avulse dalla narrazione delle quali il racconto è costellato. È E.H. stesso a dirci che il testo è stato scritto in appena dieci giorni, che una parte è meglio di un’altra, che il capitolo che ci stiamo apprestando a leggere è più veloce del precedente, che ha scritto quel determinato capitolo dopo un piacevole pranzo insieme a John Dos Passos, che lo stesso Sherwood Anderson lo è passato a trovare in un pomeriggio di ozio; e come al solito non si risparmia le frecciatine sarcastiche su Francis Scott Fitzgerald e i commenti quasi riverenti sull’amica Gertrude Stein.
La trama quasi paradossale (è o non è un divertimento?) tira in ballo le esistenze di povera gente, un’umanità derelitta ma sempre speranzosa in un futuro migliore, che si muove quasi a caso nei gelidi stati del nord degli USA subito dopo il termine della Prima Guerra Mondiale. Svolgendo i dialoghi tra ex-combattenti, “papà” Hemingway ne approfitta per lanciare una delle prime fra le tante condanne che ha scritto nei confronti della guerra e delle sue atrocità, tre anni prima della pubblicazione di Addio alle armi e quattordici prima di Per chi suona la campana.
Lo stile preconizza la ricerca per la quale E.H. diverrà famoso: periodi brevi e staccati, molti dei quali del tutto senza verbi, che velocizzano la lettura e forniscono istantanee di situazioni determinanti; dialoghi estremamente realistici; libere intromissioni autoriali e brevi flussi di coscienza dei personaggi di volta in volta in primo piano; senza considerare i commenti ad autori e opere letterarie come continuerà a fare in Verdi colline d’Africa.
E fa parte del divertimento l’inserire spesso dei “tormentoni” ricorrenti come: “Fuori, attraverso la finestra, giunse l’eco di un grido di guerra indiano”, che non ha alcuna attinenza con la trama del libro né anticipa un qualche avvenimento: sta lì, senti questo lontano grido di guerra indiano alla fine di quasi ogni capitolo e poi resta lettera morta, un inserimento il cui scopo è solo quello di creare un’atmosfera.
Non credo che perlomeno a breve mi riprenderà la voglia di rileggere altri romanzi del nostro. Gli altri me li ricordo ancora. A volte penso che ho letto Hemingway troppo presto: anche questo autore è uno di quelli che bisognerebbe leggere con più esperienza sopra le spalle, per poterne apprezzare meglio le tante sfaccettature. Ma se cercate un esempio di stile da maestro, se state cercando di costruire un dialogo che regga, allora riprendete in mano uno dei suoi romanzi, uno a caso, mettetevi a leggere, e imparate.
Il Lettore & lo Scrittore 

sabato 22 novembre 2014

Viaggi e mete per streghe liete

Fantastico! Finalmente un libro entusiasmante, scorrevole, interessante, dinamico, colto e divertente, didattico e affascinante.
Da leggere assolutamente!



Per darvi un’idea di che cos’è questo Viaggi e mete per Streghe liete, di Maria Laura Rosati e Maura Bussotti – un’anteprima assoluta, visto che la prima presentazione ufficiale non verrà fatta che oggi pomeriggio – non trovo nulla di meglio che riportarvi integralmente la notevolissima prefazione:

Vivo in una villa arredata con migliaia di libri, immersa in una lecceta ombrosa, dalle cui finestre ogni mattina posso vedere il sole sorgere sopra la skyline dell’affascinante capoluogo della regione più bella d’Italia. In casa ho le persone che mi sono più care e due cani e due gatti, e la quiete, il verde, le stilografiche, il forno a legna, la mia collezione di coltelli e le mie motoseghe.
Per quale diavolo di ragione dovrebbe assalirmi la voglia di viaggiare?
Tanto più se penso alla scomodità dello spostarsi, alle code in autostrada, le file agli aeroporti, gli estenuanti imbarchi sui traghetti, le località di villeggiatura stracolme di turisti invadenti il cui unico scopo è quello di carpire il massimo da una vacanza che sa di artificiale come un panino al McDonalds prima di risvegliarsi di nuovo in un condominio soffocante.
I viaggi non mi attirano.
Senza considerare che in uno degli ultimi in cui ho avuto la sventura di imbarcarmi sono stato male come un cane.
Una volta arrivato nell’entusiasmante cornice dell’isola greca, macchina traghetto macchina spalmati su ventiquattr’ore, ho scoperto con dolore e disappunto che non potevo più muovermi: fitte lancinanti percorrevano la parte posteriore della mia coscia destra, dalla punta della chiappa al cavo popliteo e ai muscoli gemelli, senza la minima possibilità di un atteggiamento posturale che possedesse una parvenza lenitiva, e questo immagino a causa dell’atmosfera polare della notte in nave provocata da un condizionamento dell’aria come nemmeno in un albergo di Las Vegas. Trascorro il primo giorno di vacanza sdraiato sul sedile posteriore a fissare il tettuccio dell’auto invece che il panorama della peraltro amena isoletta, alla ricerca di un ospedale dove al posto di invitanti cibi esotici mi nutrono con una porzione intrachiappa di Voltaren e Muscoril. La mattina dopo il dolore è attenuato, tanto da permettermi di infilare le pinne e arrancare dietro mio figlio in una nuotata in acque cristalline tra scogli, murene e pescetti di ogni tipo.
Non l’avessi mai fatto.
Il giorno successivo sono immobilizzato da dolori atroci alla gamba, ai quali si sono aggiunti i crampi ai polpacci provocati dall’uso sconsiderato delle pinne da parte di muscoli del tutto fuori allenamento.
Tutta una settimana così: di una magnifica Lefkada mi sono gustato ben poco e la mia avversione nei confronti dei traghetti ha raggiunto vette difficili da scalare.
Per fortuna non tutti i viaggi finiscono in questo modo, senza contare che di “viaggi” ne esistono innumerevoli varianti, come hanno avuto l’idea di raccontarci Maura Laura Rosati e Maura Bussotti in questo libro che costituisce un excursus in una moltitudine di tipologie di viaggio e di esperienze personali sullo stesso tema.
Le due curatrici di questo libro sono due streghe.
No, non è un eufemismo né tantomeno un’offesa, lungi da me la sola idea. Loro sono due streghe vere e proprie, nel senso più positivo del termine: streghe sono coloro che usano il potere della propria mente per creare, modificare e influenzare la realtà dalla quale sono circondate, e la magia non è altro che l’arte di creare la propria realtà personale sia in ambito spirituale che terreno. Hanno anche altri difetti, come leggere molto e seguire la filosofia vegana, ma che volete farci, quando il fine ultimo che come streghe si propongono è il benessere di loro stesse, delle persone che sono loro vicine e degli animali, allora non si può far altro che ammirarle e far sì che ti permettano di affiancarle per poter fornire un piccolo contributo al loro percorso.
Perché io le streghe le amo.
Le streghe vanno amate e non combattute, vanno comprese e non scansate, vanno affiancate e non perseguitate, in modo da collaborare insieme alla costruzione di un mondo migliore. Non vanno arse sui roghi né affogate in un sacco, ma è necessario essere loro complici nel percorrere la strada giusta come ci invitano a fare le streghe della letteratura, dalla Murgia alla Rees, dalla Divakaruni alla Torregrossa alla Allende e le altre.
E allora ecco che dopo aver scandagliato il mondo della gastronomia fornendo ricette per streghe perfette (a proposito del quale sento già parlare di un probabile seguito…) le due autrici streghe hanno esplorato l’universo del viaggio, inteso in tutte le sue molteplici accezioni: dal viaggio turistico a quello esoterico o religioso, dal viaggio interiore a quello astrale, dai viaggi della fisica a quelli nel tempo o nella storia o nei libri, transitando per luoghi mistici e fornendo consigli su dove andare, con chi partire e cosa portare con sé.
Una guida simpatica, un baedeker sui generis che non si occupa solo di luoghi ma anche delle anime che quei luoghi vanno ad intaccare, completata da una corposa miscellanea di testimonianze fornite da amici e conoscenti delle due streghe sui propri viaggi personali.
Leggendo i racconti si prova una sensazione strana: una moltitudine di esperienze, talora mistiche, talora più semplicemente terrene, ma anche se simili ognuna diversa, ognuna a fornire una preziosa dichiarazione di vita nonché un suggerimento per luoghi da visitare. Stili diversi, tecniche differenti, poche righe o resoconti più articolati, a volte l’esperienza dello scrittore esperto, a volte la spontaneità di un primo approccio alla scrittura, ma tutto vero, esperienze fresche e pure, incontaminate.
A volte pura poesia.
E non potrei aggiungere di meglio visto che il non nominato terzo autore, quello che non compare in copertina ma che figura come co-scrittore, editor, aiuto-correttore di bozze nonché redattore della soprastante prefazione, altri non è che il sottoscritto…
Smile!
Il Lettore & lo Scrittore