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mercoledì 28 settembre 2016

Alla ricerca di un editore

Qualche giorno fa una cara amica mi ha chiesto se una sua amica poteva farmi pervenire un suo manoscritto, che intendeva proporre a qualche editore per un’eventuale pubblicazione, per un mio parere sul contenuto. Le ho risposto affermativamente avvertendola che non avrei fatto sconti a nessuno e il mio parere sarebbe stato del tutto sincero anche, e soprattutto, nel caso in cui lo scritto non fosse stato di mio gradimento.
A stretto giro di posta mi è arrivato il plico in cartaceo ― una volta tanto non dovevo leggere a video! ― e dopo essere sprofondato in poltrona mi sono accinto alla lettura. Ho scoperto subito che: 1 - l’elaborato consisteva in sole 24 pagine (negativo); 2 – l’autrice aveva già pubblicato due libri (positivo); 3 – l’argomento trattato erano le sensazioni scaturite nell’autrice dall’ascolto dei brani musicali di una particolare band (neutro).
Ovvio che come non posso dirvi il nome dei protagonisti non vi dirò nemmeno il nome del gruppo musicale oggetto del contendere, sappiate solo che è un complesso famoso in tutto il mondo, molto ma molto ma molto lontano dai miei gusti musicali.
Ma questo non significa nulla, nel giudicare lo scritto non mi sarei di certo lasciato influenzare dal fatto che il sound di quel gruppo non è tra i miei preferiti: nella remota eventualità che Walter Isaacson decidesse di scrivere una biografia dei Pooh la leggerei senz’altro, pur non sognandomi minimamente di ascoltarli.




Già dalle prime righe è apparso evidente come l’autrice non fosse alla sua prima prova di scrittura e avesse anche già pubblicato: ortografia e sintassi corrette, impaginazione buona anche se non perfetta e assenza di refusi hanno fatto sì che venissero a mancare i principali e più comuni motivi per piantare il manoscritto alla seconda pagina, per cui ho proseguito e sono arrivato in fondo, dopodiché mi sono trovato nella scomoda situazione di dover scrivere una recensione esauriente per l’autrice, cercando le parole opportune per non ferire (più di tanto) i suoi sentimenti. L’avevo avvertita, se la recensione fosse stata negativa glielo avrei comunicato senza remore…
E purtroppo negativa lo era: in questo caso, pur essendo buona la forma, erano i contenuti che presentavano molti problemi o, per essere più precisi, era l’assenza di interesse da essi suscitato.
L’elaborato conteneva le impressioni suscitate nell’autrice da alcuni brani di quel complesso, insieme ad alcuni piccoli fatti di vita vissuta. Il tutto intriso di superficialità: impressioni non spiegate a sufficienza, non approfondite, non motivate abbastanza, senza alcun riferimento tecnico al tipo di musica, alle melodie, al ritmo o alle successioni armoniche, né tanto meno agli arrangiamenti o alle personalità dei musicisti. E i fatti di vita senza alcuna contestualizzazione, momenti effimeri non inquadrati in alcun contesto. Risultato: interesse suscitato nel lettore uguale a zero. Ho terminato la lettura a fatica sommerso dalla noia, ma ben conscio del fatto che l’autrice aveva fatto comunque la sua bella fatica per scriverlo e si meritava perlomeno una critica strutturata ed esauriente, cosa che ho fatto dopo poco scegliendo accuratamente le parole per non apparire troppo crudo.
Il problema stava nel fatto che nel momento in cui l’autrice ha scritto era sicuramente compresa in quegli stati d’animo che stava provando, ma non ha tenuto nella minima considerazione che cosa ne avrebbe percepito un futuro lettore. Ha scritto per se stessa, per dare sfogo ai sentimenti che provava, tanto è vero che molti passaggi apparivano scritti “di getto”, e lo scrivere le avrà sicuramente giovato nel suo aspetto terapeutico, ma non ha pensato ad inserire ingredienti che potessero suscitare interesse in un ipotetico lettore. Al termine dell’elaborato non mi era presa nemmeno la voglia di andarmi ad ascoltare, così, per curiosità, uno dei brani di cui aveva trattato.
Questo è il punto più importante: scrivendo, bisogna continuamente calarsi nei panni di chi quello scritto si troverà a leggerlo, e cercare di valutare se esso possa riuscire a suscitare interesse.
Un secondo punto non meno importante e del quale l’autrice non ha tenuto conto è la lunghezza dell’elaborato: 24 pagine a cosa potrebbero servire? Che cosa ne dovrebbe fare un editore? Troppo poche per qualsiasi pubblicazione, e da indirizzare a chi? Quale dovrebbe essere il target che potrebbe comperare un’edizione di questo tipo? Le proprie opinioni personali potrebbero interessare qualche tipo di pubblico solo se provenienti da una voce veramente autorevole, un Umberto Eco, tanto per fare un esempio, altrimenti potresti venderle solo agli amici più cari.
Ecco, questi sono due punti (dei tanti) da tenere costantemente presenti nel momento in cui si vuole scrivere qualcosa con l’intenzione di provare a pubblicarla. 
Meditate gente, meditate.
Il Valutatore 
P.S.: Dopo aver ricevuto la mia risposta l'autrice mi ha gentilmente ringraziato dicendomi che quanto le ho comunicato le è servito molto di più di tanti banali apprezzamenti. Una volta tanto...

sabato 9 maggio 2015

Minuti scritti

Molto interessante questo libretto di Annamaria Testa dal sottotitolo 12 esercizi di pensiero e scrittura, con il quale la scrittrice fornisce una serie di esercizi ideati con lo scopo di permettere a chiunque di affinare il proprio modo di scrivere. Avevo già nominato l’autrice in questo post ma non avevo mai letto un suo libro per intero. Ora che l’ho fatto (per gentile prestito di un’allieva del mio corso, grazie!) non posso che porgerle i miei complimenti: è una che sa fare il suo mestiere.




Annamaria Testa scrive per lavoro, per comunicare e anche per insegnare agli altri come scrivere meglio. E scrive veramente bene. I consigli che elargisce a piene mani in questo “eserciziario” possono essere utili a chiunque, sia a chi scrive relazioni professionali che a chi si cimenta con la narrativa. I dodici compiti (che poi sono 13) necessitano ognuno di pochi minuti per essere svolti e mettono in moto meccanismi del nostro cervello che permettono di far capire ad ognuno come possono essere migliorate le capacità potenziali di redigere un buon testo.
Gli esercizi sono semplici, ognuno con uno scopo diverso, e sono del tipo “tracciare un profilo”, “osservare”, “dare il ritmo”, “guardare le cose da un’altra angolazione” eccetera, e alcuni li ho trovati simili a quelli con cui io stesso tormento i miei allievi dei corsi di scrittura creativa. Così come, con soddisfazione, ho trovato simili ai miei i consigli di scrittura che la Testa fornisce a corredo di ogni capitolo, insieme agli esempi di prove elaborate da coloro che hanno frequentato i suoi workshop.
Un libro che di sicuro può essere utile a tutti quelli che vogliono perfezionare il proprio stile di scrittura. Ciò che manca, così come manca a tutti gli altri libri sull’argomento (compreso il mio…) è il confronto diretto con chi ha più esperienza di te. Con chi ti possa correggere. Se non hai nessuno che ti dica a quattr’occhi “guarda, hai scritto una porcata…” o qualcosa di simile, sarà difficile che tu possa capire in pieno molti aspetti eterei, evanescenti della scrittura, quelle differenze sottili tra lo “scritto bene” e lo “scritto male” che molte volte sono anche difficili da spiegare.
Se fossi costretto a condensare i suoi suggerimenti (così come quelli di King, Mozzi, Cerami, miei…) in dodici parole, potrei dire così: leggi, leggi, leggi, scrivi, scrivi, scrivi, rileggi, rileggi rileggi, riscrivi, riscrivi, riscrivi. In effetti di parole ne sarebbero bastate quattro, ma ho voluto sottolineare che il lavoro va fatto più e più volte. Come dice King: non esiste altro modo.
E penso proprio che in futuro dovrò rubare all’autrice un paio dei suoi esercizi per riproporli nei miei corsi. Tremate allievi, tremate!
Il Lettore 

sabato 20 settembre 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa: Settima Puntata


7 – L’INTERESSE
No, non voglio parlare di quell’arcana entità che in un tempo remoto ti davano in banca, ma dell’accezione del lemma che il dizionario Treccani riporta come “essere in mezzo; partecipare; «importare»”.
Per consentire a qualsiasi persona legga il tuo libro di arrivare fino in fondo è assolutamente necessario suscitare in essa quell’interesse che la stimoli di continuo a proseguire fino alla fine.
Il “partecipare” a ciò che leggi è quello che ti consente di continuare a leggere. Se la cosa che stai leggendo ti interessa, allora proseguirai nella lettura, altrimenti… (nel mio caso, la directory “testi valutati” del mio disco rigido è piena di romanzi abbandonati prima di essere giunto alla quarta pagina).
Piccola parentesi: un concetto del quale anche uno scrittore dovrebbe tenere conto è quello che in cinematografia è definito il ciclo dell’attenzione. Guardando un film (ma anche leggendo un libro), è stato appurato che la curva dell’attenzione di uno spettatore cinematografico medio possiede un andamento sinusoidale: essa cresce velocemente nei primi dieci minuti di visione, quindi comincia a decrescere fino al venticinquesimo minuto circa per poi risalire (sempre che ce ne sia motivo…) e replicarsi. Di conseguenza un autore dovrà rendersi conto che l’attenzione del suo pubblico sarà fluttuante e dipenderà strettamente da ciò che la lettura gli comunica. L’autore dovrà capire quando il suo testo rallenta e dovrà fare in modo di ravvivare l’attenzione del lettore al momento giusto inserendo scosse, svolte narrative o colpi di scena che permettano alla curva di risalire. Inserendo motivi di interesse.
Possibilmente l’interesse deve essere suscitato fin dall’inizio, fin dall’incipit (una delle prossime lezioni semiserie sarà dedicata a quest’argomento). Per fare un esempio vi riporto di nuovo l’incipit de Il mambo degli orsi, il romanzo di Joe Lansdale:
Quando arrivai da Leonard, la sera della vigilia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano The Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.”
Il  lettore ignaro non può assolutamente fare a meno di chiedersi: perché questo Leonard sta appiccando il fuoco “alla casa accanto”? E soprattutto, perché “ancora una volta”? E quelli invece che per aver letto i romanzi precedenti conoscono già le risposte ai due perché, non possono fare a meno di mettersi subito a ridere già da queste primissime battute. Ecco suscitato l’interesse fin dalle prime quattro righe, e ora la strada è in discesa.
Non è necessario che per suscitare l’interesse si debba per forza scrivere di argomenti profondi o eclatanti, non è indispensabile il minacciare olocausti nucleari  o insinuare il dubbio che Kate metta le corna a William. Anche l’argomento più banale può essere reso interessante e presentato in modo che susciti curiosità.
Prendiamo il semplice incipit di Sostiene Pereira, di Antonio Tabucchi:
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate.
Fin dalla prima riga scatta subito la domanda: chi è che Pereira ha conosciuto in un giorno d’estate? Naturalmente Tabucchi questo ce lo fa sapere solo dopo qualche pagina, quando già sono subentrati altri motivi d’interesse che consentono di proseguire. Se Tabucchi avesse iniziato il romanzo con:
Sostiene Pereira di aver conosciuto Pinco Pallino in un giorno d’estate.
come inizio non sarebbe stato altrettanto potente, non ci sarebbe stato nulla da scoprire, se non che il fatto fosse successo il 14 luglio o il 29 agosto.
Ma non è che sia imprescindibilmente necessario partire con un buon incipit, le ragioni per innescare curiosità possono anche essere diluite nel testo delle prime pagine e moltissimi grandi scrittori hanno operato in questo modo con successo: il capitoletto che costituisce il proemio a Il nome della rosa parla del ritrovamento di un manoscritto neanche tanto misterioso, ma quale lettore non resta incuriosito da un’antica pergamena? Nel corso delle prime pagine di Galàpagos, il romanzo di Kurt Vonnegut, si viene a sapere che un non specificato io narrante sta raccontando fatti successi un milione di anni prima, nel 1986… E come fai a non proseguire la lettura? Come può passarti la curiosità di sapere chi è questo enigmatico narratore che parla da un lontanissimo futuro? 
Una volta lasciato l’incipit alle spalle, si potrà fare ricorso a varie tecniche per inserire spunti di interesse qua e là nell’elaborato per risollevare l’attenzione indebolita del lettore. Queste tecniche, delle quali magari parlerò in modo più approfondito in lezioni semiserie ad esse dedicate, potranno essere:
coerenza e precisione – dove ciò significa la completa assenza di inesattezze e contraddizioni, che nauseano il lettore attento qualora se ne accorga;
inserimento di metonimìe – come anticipazioni velate di eventi che accadranno nel prosieguo;
ricorso alle ellissi – come ho già sostenuto nell’ultima lezione, lasciate che il lettore fatichi per scoprire le cose da solo;
show, don’t tell  il lettore che ama essere coinvolto gradirà che gli si mostri un personaggio che soffre, mentre non proverà alcun interesse per il personaggio del quale l’autore dice solamente che sta soffrendo.
Ma quali sono le cose che interessano? Praticamente tutte: anche una persona che dorme può essere presentata in modo che sia interessante, ma preferibilmente l’interesse si rivolge verso argomenti o tematiche che siano di carattere sufficientemente universale. Resta inteso che il rimanere incuriosito da uno scritto dipende anche dai gusti personali e dai propri interessi: il mio percorso di studi è stato prevalentemente scientifico, di conseguenza spesso amo leggere saggi su svariati argomenti a carattere scientifico che tedierebbero coloro che amano solo i romanzi, e viceversa.
Il problema è che arrivano in redazione molti scritti inerenti le proprie riflessioni personali sui problemi della vita: ecco, quelle non interessano proprio nessuno, salvo forse la madre dell’autore.

Lo Scrittore Insegnante

lunedì 18 agosto 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa: Sesta Puntata


6 – L’ELLISSE (ovvero: date per scontato!)
Bene, cominciamo a trattare qualche argomento serio, partendo da una tecnica che troppo spesso viene ignorata dai principianti della scrittura che per lo più sono ansiosi di far leggere a qualche malcapitato tutto quello che passa loro per la testa.
In una narrazione, lo scrivere in modo ellittico è il dare per scontati molti fatti senza descriverli, ed è un’arma potente nelle mani di uno scrittore che sappia adoperarla.
Dico che questa tecnica è un’arma potente perché consente di far lavorare il lettore e lo costringe a doversi immaginare situazioni. Come sosteneva Joseph Conrad: “Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore”.  
Esempi di scrittura ellittica?
Lev Tolstoj non descrive mai la sua Anna Karenina: in tutto il romanzo si limita solamente a dire che è una bella donna.
John Le Carrè è un maestro dello scrivere ellittico: nelle sue storie il lettore entra in situazioni in cui quasi tutto dall’autore è dato per scontato. Da principio si prova un po’ di fatica a capire dove ci si sta muovendo e soprattutto dove si sta andando, ma ben presto si entra nel meccanismo e da allora diventa quasi impossibile il lasciarlo.
Isaac Asimov, nella trilogia galattica che ha scritto poco più che ventenne, sottintende addirittura un intero impero interstellare che si evolve in centinaia di anni, quasi senza descriverlo affatto, ma facendo trovare il lettore stesso al suo interno dando per scontate ambientazioni e invenzioni straordinarie, futuristici modi di fare e perfino immaginarie (ma reali nel romanzo) vicende storiche, e questi si muove comunque agevolmente tra regni e pianeti e astronavi avendo ben chiaro il disegno complessivo.
Ce ne sarebbero molti altri, ma con un po’ di narcisismo mi metto in mezzo io stesso: nel primo romanzo che ho pubblicato ho adoperato la tecnica dell’ellisse nel descrivere il momento immediatamente precedente una devastante scossa di terremoto. Ecco il brano: “Né Kappa col suo istinto lupesco, né Matilde con la sua preveggenza felina ne ebbero sentore. Tantomeno io, che me ne stavo steso sul divano letto intento a scoprire con stupore che come nuovo presidente degli Stati Uniti era stato appena nominato Jack Ryan. Dapprima cominciò con il boato…” eccetera.
Nella frase (sott)intendevo dire che nel momento di cui si sta parlando l’io narrante del romanzo era intento a leggere il romanzo Debito d’onore di Tom Clancy, al termine del quale il protagonista seriale dei romanzi dell’autore statunitense finisce dopo una serie di peripezie con l’essere nominato Presidente degli Stati Uniti d’America. Ora, chi tra i lettori del mio romanzo ha letto quel libro si sarà gustato la citazione e avrà capito cosa stava facendo il personaggio principale in quel momento; chi invece non conosce quel libro avrà forse capito lo stato d’animo del narrante da quel “con stupore”, e magari è possibile che gli sia venuto il desiderio di andare a documentarsi per capire a chi mi riferivo nominando un Jack Ryan che nella realtà non è mai figurato tra i Presidenti degli USA. E per quelli ai quali la curiosità non fosse venuta… be’, pace, mentre scrivevo mi stavo rivolgendo al mio lettore ideale (e non starò qui a specificare la differenza tra lettore ideale e lettore empirico, andate a riguardarvi Umberto Eco), o, detta in maniera diversa, a me andava di rappresentare quella situazione in quel modo.
Come ho già scritto in un post di qualche giorno fa, alcuni autori invece esagerano nel fornire indicazioni, presumendo a torto che tutti i lettori siano cretini o ignoranti. Nel post mi riferivo al brano in cui Guillaume Musso, nel suo La ragazza di carta, fa pensare al protagonista che è anche l’io narrante del libro: “Ho voglia di ascoltare Kind of Blue, il capolavoro di Miles Davis”. Questa specificazione dell’autore, così come l’affermare che quel disco è un capolavoro, anche se pura verità è uno stucchevole pleonasmo, per di più pure irreale perché nessuno, nell’atto di svolgere un’azione, rammenta a se stesso tutti i particolari di cose già acquisite.
Se mi viene voglia di ascoltare della musica, magari penso: “Quasi quasi metto su Kennedy…” e prendo il compact e lo inserisco nel lettore. Non perdo tempo a ricordare a me stesso che la composizione che intendo ascoltare non è altro che Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi nell’interpretazione del violinista Nigel Kennedy (molto più briosa dell’altra versione che possiedo con la solista Anne Sophie Mutter, peraltro bravissima e accompagnata dalla Wiener Philarmoniker diretta da Herbert Von Karajan…)  per il semplice fatto che lo so già, non devo renderne edotto nessuno, e quindi mi limito a pensare “Quasi quasi metto su Kennedy…” e basta.
Mi sbaglio? Non vi comportate così anche voi?
Specificare in continuazione può essere deleterio.
E persistere nell’ignorare questa tecnica può condurre a conseguenze tragiche: nel valutare elaborati di dilettanti mi capita a volte di incontrare scritti il cui primo capitolo è magari interessante, con un personaggio dotato di spessore, scritto bene e che suscita un certo interesse. La maggior parte delle volte però questo primo capitolo è vanificato da un secondo capitolo nel quale l’autore racconta per filo e per segno tutta la storia del personaggio che dapprima aveva suscitato curiosità, smorzando quest’ultima e appiattendo il tutto in una noia mortale che porta irrimediabilmente alla sospensione della lettura. Non fatelo! Date per scontato, se siete riusciti a rendere interessante un protagonista, non uccidetelo subito raccontando delle poesie che scriveva da piccolo o quante volte ha divorziato o quanto sono carini i due figli o tutto quello che gli passa per la mente.
In pratica dovrete forzare voi stessi a non mettere nello scritto tutto quello che a voi passa per la testa. Segnatevelo a parte, andrà a costituire un background al quale attingere per una migliore caratterizzazione del personaggio, ma convincetevi che non tutto ciò che gli costruirete addosso sarà necessario ai fini della storia che state raccontando.
Il problema è che troppi dilettanti si innamorano troppo delle cose che vengono loro in mente e non pensano che invece una buona parte di esse potrebbe essere deleteria ai fini della narrazione.
Tagliate, gente, tagliate…

Lo Scrittore Insegnante

sabato 2 agosto 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa: Quinta Puntata


5 – LA PUNTEGGIATURA
Altra lezione su “come riuscire a far arrivare il Valutatore fino in fondo al nostro testo”.
Morale anticipata: non spargere a pioggia i punti e le virgole.
L’esatta collocazione dei segni interpuntivi, ovverossia la punteggiatura, è essenziale in qualsiasi discorso e in qualsiasi lingua. L’uso della punteggiatura viene di norma insegnato alle scuole elementari, ma da come la utilizzano molti aspiranti scrittori sembra che dei tempi in cui una maestra spiegava della differenza tra un punto e un punto interrogativo ne sia rimasta loro solamente un vaga reminiscenza. Che il mettere il segno giusto nel posto giusto sia basilare è anche intuitivo: non standoci abbastanza attenti si potrebbe incorrere in tragici equivoci:
Stavo mangiando; la zia, lei, sbraitava”.
Stavo mangiando la zia, lei sbraitava”.
Ma diamo per scontato che conosciate le regole di inserimento della punteggiatura nella grammatica italiana, anche perché in questa sede si dovrebbe supporre che esse siano un bagaglio già consolidato. In ogni caso, se avete anche un minimo dubbio su qualsiasi aspetto di questo argomento, vi consiglio di cercare una buona grammatica e ripassarvela (se inserite la parola “punteggiatura” su Google appaiono 1.150.000 risultati circa: basta scegliere). L’Accademia della Crusca, ad esempio, fornisce qui una spiegazione chiara e sintetica dei vari segni interpuntivi, e una ripassata non fa mai male.
Gli errori più comuni riguardanti la punteggiatura che trovo negli elaborati che mi sottopongono da valutare sono:
La virgola tra soggetto e predicato: atroce, non avete idea di quante persone cadano in questo sbaglio, pienamente giustificata la professoressa di lettere che affibbia un bel “due” al tema in cui compare questo errore. A riguardo ho già scritto qualcosa in questo post, concludendo che la ragione per la quale si fa questo errore è perché parlando si inserisce molto spesso una pausa tra il soggetto del discorso e l’azione: Giacomo (pausa) stava andando al bar, quando… (parlando). Gli sprovveduti pensano bene di riportare quella pausa anche nello scritto: Giacomo, stava andando al bar, quando… C’è una sola cosa da aggiungere: non fatelo. Mai.
L’abuso di punti esclamativi: esistono alcuni soggetti che ritengono che molte delle frasi che scrivono, anche le più banali, siano da considerare talmente stupefacenti da doverle sottolineare con il punto esclamativo. Nulla di più sbagliato: leggete qualcosa dei grandi scrittori e vi accorgerete che di questo segno interpuntivo ne mettono il meno possibile. Se proprio ritenete di non poterne fare a meno ponetevi un limite: un punto esclamativo almeno ogni due pagine. Ma di meno sarebbe meglio (quando necessario, ma solo se strettamente necessario, si può derogare a questa regola nei dialoghi). E mai metterne due o più insieme! Mai, dico mai, metterne più di uno!!! (oops…)
L’abuso dei puntini di sospensione: come sopra… anche in questo caso… non bisogna esagerare… nell’intenzione di fornire un tono sospensivo ad una frase… potrebbe stuccare…
La confusione tra il “punto e virgola” e i “due punti”:  seguendo il proposito di inserire una pausa più lunga di quella fornita da una virgola, ma più corta di quella rappresentata dal punto, in molti inseriscono i “due punti” dove sarebbe stato meglio mettere il “punto e virgola”; viceversa inseriscono il “punto e virgola” subito prima di una proposizione atta a chiarire la frase precedente, ottenendo così una separazione maggiore tra i concetti. Esiste un modo molto semplice per accorgersi se si è usato l’interpuntivo giusto: rileggere con attenzione e “sentire” se il discorso fila.
In misura minore mi capita di incontrare una molteplicità di altri errori: virgola tra predicato e complemento oggetto, accenti sbagliati (vedo spessissimo la parola perchè al posto di perché, e mi domando: ma dal momento che word stesso lo segnala come errore, non sorge mai il dubbio del perché il programma sottolinea quella parola in rosso?), accento confuso con apostrofo, apostrofi non necessari, uso dei segni maggiore (>) e minore (<) o delle virgolette alte (“”) per i dialoghi al posto delle virgolette basse («»).
Osservate la differenza estetica tra i due esempi che seguono:
«Sei proprio uno stupido».
<<Sei proprio uno stupido>>.
Solo una persona non abituata a leggere adopera il secondo sistema, e sapeste quante volte mi capita di incontrarlo. A quelli che a questo punto potrebbero obiettare ma sulla tastiera le virgolette basse non ci sono! suggerisco di cliccare su inserisci " simbolo " altri simboli e cercarle nei set di caratteri, dopodiché attribuire loro una combinazione di tasti di scelta rapida (a questo scopo consultare la guida in linea di word potrebbe risultare utile).
Ancora a proposito di dialoghi: per introdurre un dialogo alcune case editrici preferiscono usare il trattino lungo (– , da non confondere con il trattino corto: -):
– Sei proprio uno stupido.
E in questo caso il trattino non si ripete a conclusione del periodo, a meno che non si intenda inserire una frase esplicativa:
– Sei proprio uno stupido – esclamò Gianni, – smettila subito!
Per racchiudere i parlati io preferisco invece le virgolette basse:
«Sei proprio uno stupido».
La scelta di inserire la punteggiatura finale dentro o fuori delle virgolette:
«Sei proprio uno stupido».
«Sei proprio uno stupido.»
non è stata ancora risolta in maniera univoca, e di conseguenza potete usare il sistema che più vi aggrada, ma abbiate la coerenza di adoperare lo stesso metodo in tutto l’elaborato.
Se proprio non volete consultare una grammatica, prendete un bel libro e cercateci dentro l’esempio che vi angoscia al momento: non sapete se mettere il segno d’interpunzione prima o dopo le virgolette? Non sapete se omettere o collocare uno spazio? Non sapete se dopo un dialogo concluso con un punto interrogativo si ricomincia con la maiuscola o la minuscola? Aprite un libro, cercate una frase simile a quella che state scrivendo e prendete esempio.
Ne avrete di libri in casa, no?

Lo Scrittore Insegnante

venerdì 11 luglio 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa: Quarta Puntata


4 – IL LAYOUT
Ovverossia l’impaginazione.
Di solito i manuali di scrittura cominciano parlando dei contenuti, io invece voglio essere originale e preferisco partire dalla fine. Questo perché, come sostenevo in precedenza, dovete consentire al Valutatore che avrà sotto gli occhi il vostro elaborato di arrivare fino in fondo, e un ottimo modo di iniziare è quello di sottoporgli un testo esteticamente gradevole.
Odio quando sono costretto a leggere un Times New Roman corpo 9 a interlinea singola che riempie una pagina senza margini con più di 900 parole: mi indispone all’impatto, prima ancora di cominciare a leggere la prima riga. Mi irrita, e questo significa che non sono certo nello stato d’animo adatto a giudicare benevolmente lo scritto. E non venite a dirmi che potrei ingrandirlo sullo schermo… non regge comunque. Tra l’altro, una tale impaginazione significa che l’autore non ha nemmeno riletto il proprio testo, altrimenti si sarebbe accorto della difficoltà di lettura in cui si stava impelagando, e da ciò deriva che il testo stesso sarà anche pieno zeppo di errori di qualsiasi tipo. Ne consegue anche che quell’autore il proprio testo non lo ama neanche abbastanza da controllarlo e dotarlo di un minimo di qualità estetica, non parliamo dell’averselo gustato per se stesso.
Quindi.
Dal momento che potete scrivere come vi pare: a matita, con la biro, con la stilografica, sul tablet, sul telefono cellulare (contenti voi…) o incidendo una tavoletta d’argilla, ma prima o poi sarete costretti a riportare la vostra creazione su un computer, nel momento in cui metterete le mani su una tastiera la prima cosa da fare sarà organizzare un layout di pagina gradevole. Non pensate che questo non sia importante. Toglietevi dalla testa che quello che conta sono i contenuti…  o che quello che scrivo è arte pura… intanto badate a far arrivare fino in fondo chi legge.
Ognuno può scegliere la soluzione che più lo soddisfa, a patto che sia sobria ed esteticamente piacevole. Non fornite un testo scritto in caratteri strani (mai!), ma usate un font che sia facilmente leggibile sullo schermo. Nel mio libro consigliavo font come Garamond, Georgia, Verdana, Palatino Linotype, Bodoni, Century Schoolbook, Rockwell e anche lo stesso Times New Roman a patto che sia scritto almeno in corpo 14. E aggiungevo che l’adoperare caratteri estrosi, a meno che non vi sia una ragione più che valida per farlo (cioè mai…), serve solo a far indispettire chi legge. Considerate che un carattere sans serif come Verdana possiede una leggibilità migliore a schermo, mentre un carattere con grazie come Garamond è più piacevole da leggere stampato su carta.
A me piace scrivere direttamente nel layout finale di stampa, perché rileggo spessissimo ciò che ho scritto e ogni volta mi piace confrontarmi con un’estetica della pagina gradevole. Quindi in corso di scrittura dei miei elaborati uso la seguente impaginazione:
foglio: formato A4 verticale;
margini: superiore 3.6 cm, inferiore 3.6, sinistro 3.5, destro 3.5;
carattere del testo: Georgia corpo 13;
titoli capitoli: centrati corpo 16;
interlinea: minima 20 punti;
allineamento: giustificato;
rientro prima riga paragrafo: 0.7;
nessuna spaziatura ulteriore tra un paragrafo e l’altro;
sillabazione automatica attivata;
numerazione delle pagine: in basso al centro.
Ne risulta una pagina che contiene 31 righe con un numero di caratteri (compresi gli spazi) di circa 1800 e un numero di parole variabile tra 280 e 320, ricalcando mediamente lo standard di cartella editoriale. Fate una prova con il vostro programma di videoscrittura e rendetevi conto di come viene il risultato.
Un ulteriore aspetto importante del layout è la gestione degli “a capo”.
Scrivendo di getto, molto spesso si trascura di separare il testo in paragrafi, ma al contrario questo risulta basilare per “dare respiro” alla trattazione, per scindere concetti o scene leggermente diversi, per concedere una pausa al lettore e, non ultimo, per consentire a quest’ultimo di interrompere la lettura in corrispondenza di una sia pur minima sospensione alla quale poi gli sarà facile riallacciarsi quando riprenderà a leggere. Con questo non voglio assolutamente incoraggiare coloro che inseriscono un “a capo” dopo ogni frase, anzi, ma dal momento che non credo vi chiamiate Marcel Proust, se fossi in voi eviterei di comporre paragrafi lunghi più di una ventina di righe senza spezzarli.
Fate qualche esperimento, rileggete spesso il vostro elaborato, e vi accorgerete come l’adottare questi semplici consigli apporterà ben presto un sensibile miglioramento anche alla qualità della vostra scrittura.
Provare per credere.

Lo Scrittore Insegnante

giovedì 26 giugno 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa - Terza Puntata


3 – I CONTENUTI
Ecco, paradossalmente questo è l’aspetto più importante dello scrivere ma del quale c’è meno bisogno di parlare.
Domanda: quand’è che un presunto Valutatore preposto a dare un giudizio sulla vostra opera comincerà a pensare seriamente al contenuto della stessa? Risposta: solo quando avrà terminato di leggerla. Solo allora ne valuterà l’omogeneità e la coerenza, lo spessore del contenuto.
Il problema non di poco conto è riuscire a farcelo arrivare, alla fine.
Quando valuto l’opera di un esordiente, per me è la stessa cosa se questa tratta delle avventure di una dama del Settecento o degli omicidi seriali di un killer psicopatico o di un saggio sulle variazioni ritmiche della musica dodecafonica (la casa editrice per cui leggo non ha mai pubblicato alcunché su quest’ultimo tema, nonostante ciò continuano ad arrivare scritti su argomenti del genere…): cerco di immergermi nella lettura e di lasciarmi trascinare dalle parole, cerco di farmi ammaliare dall’autore, di calarmi nell’opera, di riuscire ad interessarmi a ciò che leggo; sono aperto ad essere conquistato dalle successioni di frasi di qualsiasi cosa esse trattino.
Il fatto che questo non succeda quasi mai non è colpa mia. Giuro.
E in genere non succede per la scarsa cura con cui gli autori trattano i propri elaborati: la barbara impaginazione, la presenza di errori ortografici, grammaticali, sintattici, semantici, di refusi e frasi senza senso, di abbondanza di avverbi e/o aggettivi e/o eccessi di autoreferenzialità, di continue divagazioni fuori tema, di cazz… ehm, di scempiaggini insulse, di dialoghi improbabili non permettono il necessario calarsi all’interno della vicenda e impediscono quella lettura fluida che invece lo avrebbe consentito. Quando questi impedimenti sono presenti fin dalle prime pagine diventa giocoforza interrompere la lettura e catalogare l’elaborato tra le schifezze. Alla faccia dei contenuti (che magari avrebbero potuto essere veramente profondi, ricchi di significato, socialmente utili eccetera eccetera). Solo quando il Valutatore sarà riuscito ad arrivare in fondo allora si domanderà cosa avesse voluto dire l’autore e se sia veramente arrivato a conseguire il suo scopo.
Di conseguenza in queste lezioni non si parlerà quasi mai di contenuti, più che altro esse verteranno sul “come” elaborare qualsiasi tema in modo da renderlo gradevole alla lettura per quanto serio o faceto possa essere l’argomento. Vista da un’altra angolazione, anche se ne volessimo parlare potremmo starci fino alla fine dei tempi e non risolveremmo nulla di concreto: di temi e argomenti di cui raccontare ne esistono un numero infinito e tutto si può rendere interessante, se se ne possiede la capacità, ma qualsiasi buon contenuto può essere distrutto da una stesura raffazzonata.
L’importante è che, all’atto del mettersi a scrivere, si abbia qualcosa da dire. Qualsiasi cosa. Su qualsiasi argomento. Ma deve esserci a priori. Non ci si può mettere a scrivere senza avere un “progetto”. Non ci si sveglia la mattina con l’idea balzana di scrivere un libro e dopo aver fatto colazione tracchete! si è già di fronte al pc a dattilografare “Capitolo primo…”
Non è così che funziona.
Quando ho iniziato a scrivere il primo romanzo che mi è stato pubblicato avevo in mente un’idea ben precisa, il progetto di un’opera con una sua funzione specifica. Che non era per nulla un romanzo. Ma avevo ben chiaro lo spunto da cui partire e la meta da raggiungere, e il fatto che l’obiettivo si sia poi modificato lungo il percorso non modifica il concetto: un progetto c’era.
Scriveva Ernest Hemingway: “La gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e imparare e capire, e scrivere quando si sa qualcosa; e non prima; e, porco cane, non troppo dopo”.
“Scrivere quando si sa qualcosa”.
Come primo punto quindi bisogna saperlo, quel “qualcosa”, e poi sentire il bisogno di narrarlo, e poi saperlo fare bene. Quant’è lunga la strada…

Lo Scrittore Insegnante

mercoledì 18 giugno 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa – Seconda puntata


2 – LEGGERE
La prima cosa da fare per poter mettersi a scrivere non è prendere in mano foglio e penna, ma aprire un buon libro e incominciare a leggere. Anzi, questa è una cosa che avrebbe dovuto già essere stata fatta a priori. Se ora divorate un bel giallo, magari quell’unico libro all’anno che leggete, e magari vi piace talmente tanto che sull’onda dell’entusiasmo siete indotti a ipotizzare accidenti che bello! Quasi quasi ne scrivo uno anch’io…  Eccheccivuole!
Ecco, lasciate pure perdere, non è così che funziona.
Premessa: considerate che, secondo le statistiche attuali, qui in Italia un “Alto Lettore” legge una media di dodici libri all’anno. Ridicolo! Non oso pensare a quanti libri legga un “Basso Lettore”. E poi ci si lamenta dell’ignoranza dilagante.
Seneca sosteneva che, prima di poter pensare di scrivere qualcosa, una persona dovrebbe aver letto almeno 600 libri. Bagaglio culturale personale. Come quantità a me sembra proprio il minimo; forse andava bene per l’epoca in cui Seneca l’ha pensata, duemila anni fa. Ma ammettendo che seicento libri bastino e se ne vogliamo trarre una conclusione, ne deriva che un “Alto Lettore” medio, ammettendo che abbia imparato a leggere a 6 anni, dovrebbe pensare di poter mettersi a scrivere solo dopo aver festeggiato il suo cinquantaseiesimo compleanno. Se penso a Melissa P. mi viene un po’ da ridere. Quanti libri potrà avere mai letto prima di essersi messa a scrivere (!) Cento colpi di spazzola… ? Ma forse il suo ghostwriter, lui sì, ne avrà letti qualche migliaio…
Voi quanti libri leggete all’anno? Sinceri. Spero che mi rispondiate trenta o quaranta, che significa in media uno ogni dieci giorni. Ma mi accontenterei anche di venti, che rappresenterebbero una base per poter cominciare a scrivere una volta oltrepassati i trentasei anni di età. Ora non vi chiederò quanti anni avete, ma fate un esame di coscienza…
Questo è un modo come un altro per arrivare al nocciolo di ciò che intendevo dire: per scrivere occorre esperienza, sia di vita che soprattutto di lettura. Potreste obiettare che Emilio Salgari non si è mai recato nei luoghi in cui ha ambientato i suoi romanzi, o che Isaac Asimov e Ernest Hemingway già scrivevano benissimo a 21 anni; è vero, ma le eccezioni esistono per quasi tutte le regole. Sul serio ritenete di poterne fare parte?
Eppure, leggere è il solo modo di imparare a scrivere. Il modo “basilare”. Bisogna leggere molto, moltissimo, come tirocinio ad un buono stile di scrittura. Leggere tutto e di tutto, per rendersi conto di come scrivono gli altri, per imparare la differenza tra brani buoni e cattivi, per non scrivere di cose già scritte, per poter redigere passi fluidi. Per imparare.
Quindi, se non l’avete ancora fatto, o se non l’avete fatto abbastanza, cominciate pure a leggere, e poi continueremo il discorso. Stephen King ha scritto: “Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere e scrivere molto. Non conosco stratagemmi per aggirare queste realtà, non conosco scorciatoie”.
Intanto leggete, dello scrivere ne parleremo in seguito. Sul che cosa e quale autore leggere potrete trovare qualche dritta in questo stesso blog.
E comunque no: Novella 2000 non rientra fra i testi consigliati. Altre domande?

Lo Scrittore Insegnante

mercoledì 4 giugno 2014

Lezioni (semiserie) di Scrittura Creativa – Prima puntata

Ma sì, dal momento che in passato vi ho fornito qualche consiglio su come affrontare un editore, farò il buono e comincerò ad elargirvi delle preziose indicazioni sul come migliorare la vostra tecnica di scrittura in modo che i Valutatori delle case editrici non interrompano dopo appena tre pagine la lettura dell’elaborato che gli avete spedito. Sull’argomento ho già scritto un libro e quindi di materiale già pronto ne avrei anche, ma preferisco ricominciare da capo e spiegare alcuni concetti con parole nuove e pure scherzandoci sopra. Chissà mai che possa servire anche a me.

La pubblicazione delle presenti lezioni avrà una cadenza zoologica, nel senso che non seguiranno un calendario dal ritmo preciso ma saranno condizionate dall’estro dello scrivente, e di conseguenza usciranno su questo blog un po’ a gatto selvaggio, ovvero a cazzo di cane, come suol dirsi. Abbiate pazienza, si va ad iniziare.


1 - LA SPINTA
Vi siete chiesti per quale motivo strano vi è venuta all’improvviso la voglia di mettervi a scrivere? Esistono una marea di passatempi con i quali impiegare il vostro tempo libero, perché mai dovreste rinchiudervi in casa con una penna o davanti al pc a svolgere un’occupazione che vi porterà via un mucchio di tempo?
Un’occupazione oltretutto antisalutare, che vi costringerà su una sedia acutizzando la vostra ernia, che rammollirà i vostri muscoli, indebolirà le vostre ossa e contribuirà al lievitare della vostra pancetta. Che vi isolerà in una vita da eremita; che vi renderà antipatici ai vostri amici i quali vi tacceranno di essere diventati degli orsi scontrosi ed egocentrici; che vi farà litigare con il vostro partner tutte le volte che vi distoglierà dalla concentrazione nella quale siete assorti; che vi farà imbufalire se qualcuno avrà l’ardire di criticare quel passo sul quale avete tanto penato (diavolo, non esiste maniera migliore di scriverlo!); che si risolverà in una delusione (con conseguente esaurimento nervoso) quando scoprirete che delle cose che scrivete non interessa proprio nulla a nessuno; un’occupazione che oltretutto avrà una miserrima probabilità di riuscita e quasi certamente alla fine si risolverà in una mazzata ben assestata alla vostra autostima.
Ve lo siete chiesti? Se la risposta è positiva e la conclusione è che volete ancora farlo, allora lasciatemi dire che siete proprio degli incoscienti. Ma se proprio lo ritenete ancora utile, continuate pure a leggere.
Probabilmente questo desiderio vi ha assalito perché da sempre amate i libri e la lettura, e in qualche momento del vostro percorso letterario avete pensato: ma dài, se Tizio è riuscito a scrivere un libro così, allora sono capace anch’io! Oppure, meno prosaicamente, vi si è formata in mente quell’idea di buttare giù un qualcosa, non sapete ancora bene cosa, ma qualcosa che parli di… sì, quello, intanto butto giù due frasi come viene viene, poi vediamo. Oppure: oggi piove, quasi quasi scrivo qualcosa… Ma anche perché adorate l’oggetto-libro, e uno dei vostri desideri più segreti è sempre stato quello di vedere uno di questi feticci con il vostro nome scritto in copertina. Le ragioni sono tante quante le persone che scrivono.
E poi, che cos’è questa mania dilagante dello scrivere? Oggi sembra che scrivano tutti (complice la maggior quantità di tempo libero e il correttore automatico di Word), e che lo scrivere porti all’esterno le parti peggiori di ognuno (un po’ come il bridge). Esistono persone che si imbestialiscono perché un editore si rifiuta di pubblicare un loro manoscritto, ritenendo, ovviamente il più delle volte a torto, che esso sia invece meritevole di essere stampato. E magari è la prima volta che hanno provato a scrivere qualcosa. Amo la pittura, ma non mi sognerei mai né di dipingere un quadro né, tantomeno, qualora l’avessi mai dipinto di proporlo ad una galleria d’arte.
È come se questa gente invece pretendesse di effettuare un bypass cardiaco dopo aver tenuto un bisturi in tasca  per una giornata. È come se si arrogassero il diritto di pilotare uno Shuttle dopo una visita turistica alla Nasa. È come se pretendessero di allenare la Nazionale di calcio solo per averne parlato al bar la sera prima. È come… va be’, basta.
Absolute beginners irritanti, saccenti, presuntuosi che solo perché hanno imparato a scrivere alle elementari (e poi hanno disimparato al liceo) si ritengono in grado di costruire subito, al primo tentativo, un romanzo di successo, e si inalberano se qualcuno fa notare loro che le cose non stanno esattamente in questo modo. Ti minacciano pure, quelli stronzi.
Abbassiamo la cresta.
Scrivere è facile, si impara da piccoli, è un passatempo anche poco dispendioso, tutto sommato.
Saper scrivere è tutta un’altra cosa.
Non basta averne l’intenzione per riuscire a tramutare quel pio desiderio in una realtà concreta: scrivere è faticoso, stancante come spalare argilla; è lungo, avrete bisogno di tanto tempo a disposizione; è difficile: per ottenere un qualcosa di valido bisogna conoscere le tecniche, quindi bisogna studiare e studiare come per qualsiasi altra disciplina; è alienante: dovrete essere coerenti come una formica, tenaci come una colla epossidica, disciplinati come un cadetto di West Point (che similitudini che ho trovato!); è destabilizzante: l’atto dello scrivere è uno dei comportamenti più asociali che possano esistere; senza contare che i risultati saranno aleatori come un sei al superenalotto.
Come vedete sto facendo di tutto per scoraggiarvi perché so che la maggior parte di voi, seppur animati da lodevoli intenzioni, se mai riuscissero a scrivere qualcosa per intero la spedirebbero a qualche editore. E forse con la mia sfortuna prima o poi sarei costretto a leggerla. Considerando che il 95% degli elaborati che mi arrivano rimangono molto lontani dal superare la prova…
Ma se siete coerenti, tenaci e disciplinati, se sentite di avere dentro di voi quella spinta irrefrenabile, questi miei puerili tentativi di farvi cambiare idea non serviranno a nulla, e allora tanto vale cominciare a darvi davvero qualche consiglio per cercare di rendere i vostri scritti interessanti quel tanto che basta a far proseguire un eventuale lettore (me) per più di tre pagine.
Buona fortuna, alla prossima.
Lo Scrittore Insegnante