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domenica 5 giugno 2016

Il bar delle grandi speranze

Finalmente ecco il Pulitzer che avevo cominciato diverso tempo fa e che per sopraggiunte nuove letture non riuscivo a terminare. È il primo romanzo di J.R. Moehringer, dopo aver letto il quale André Agassi ha chiesto all’autore: la tua autobiografia mi è proprio piaciuta, non è che scriveresti anche la mia?
Detto fatto. È così che è nato Open, una “autobiografia su commissione” che si trova ancora adesso nelle classifiche dei libri più venduti. Se ne volete sapere qualcosa di più lo trovate qui.




Leggendo Il bar delle grandi speranze mi si è chiarito anche un mistero che non riuscivo a risolvere: a suo tempo avevo cercato in rete quale fosse il nome per esteso di J.R. Moehringer, non riuscendo a trovare a quali nomi di battesimo corrispondessero le iniziali J.R.
È spiegato nel romanzo: quelle iniziali non significano proprio nulla, da un iniziale John Joseph l’autore stesso ha deciso di farsi chiamare da un certo punto della propria vita in poi proprio J.R., o JR senza punti, con queste sole iniziali, un po’ come il J.R. Ewing di Dallas. La faccenda è anche più complicata, ma il tutto lo spiega bene J.R. nel libro insieme alla presenza o all’assenza dei punti, e sarebbe troppo lungo farne un riassunto qui.
Dal momento che questo libro è stato scritto da Moehringer che non aveva ancora trent’anni e rivisto più volte in seguito, definirlo un’autobiografia, anche se lo è, risulta un po’ azzardato vista la brevità dell’esistenza vissuta fino a quel punto, ma in effetti è stato scritto anche con il piglio del romanzo, perciò mi sembra più giusto definirlo un romanzo di formazione in cui l’autore parla di se stesso.
Moehringer racconta di sé dall’età di circa dieci anni: il piccolo J.R. cresce con la madre e la stramba famiglia di lei dopo essere stato abbandonato dal padre a pochi mesi di vita, e nonostante abiti con una numerosa folla di nonni, zii e cugini, sente che la figura paterna gli manca proprio tanto e comincia ad andarne alla ricerca. Oltre al padre, man mano incontra una serie di uomini che per diverse ragioni gli faranno da mentori nel suo cammino verso l’età adulta, dai divertimenti adolescenziali ai lavori saltuari, dagli studi al college all’inizio di una carriera giornalistica rivolta verso il desiderio di fare dello scrivere lo scopo della propria vita.
E lo zoccolo duro del gruppo di questi uomini lo troverà all’interno di un bar della sua cittadina natale, alle porte di New York, un bar che per l’autore costituirà una vera e propria tana in cui acquattarsi nei momenti di crisi, e saranno parecchi, un rifugio sicuro nel quale di volta in volta trovare, oltre all’alcool, anche un buon consiglio o un’opportuna strapazzata, o una spalla su cui piangere.
Un gruppo di uomini dai quali trarrà anche l’insegnamento, oltre a quelli di vita e di come ci si  ubriaca, sul come si deve scrivere, e passerà da un proprio stile complicato ricco di paroloni inseriti ad effetto a uno stile semplice, sobrio e nello stesso tempo evoluto, quello stile che in breve tempo gli farà vincere il Premio Pulitzer a trentasei anni per un suo reportage su un’isolata comunità fluviale in Alabama.
Il bar delle grandi speranze è un bel libro, con una bella storia di crescita, denso di sentimenti e di passaggi toccanti soprattutto verso la fine quando l’autore tira le fila della propria esistenza. Mi è piaciuto, e dopo diverse decine di pagine in cui ha stentato a decollare nel mio interesse, verso la metà mi ha preso e l’ho terminato in un battibaleno. Mi è piaciuto, ripeto, ma non mi ha entusiasmato come è successo a moltissimi lettori compresa colei che me lo ha prestato, e che ringrazio calorosamente.
La ragione è semplice: pur essendo un ottimo libro che rasenta il capolavoro, sia per i fatti e le storie narrate che per lo stile col quale è condotto, ritengo sia troppo denso di cultura americana per poter soddisfare pienamente una persona che non è cresciuta negli Stati Uniti. Un po’ quello che sostenevo per il libro di David Sedaris che ho recensito qui. Per uno che non è cresciuto ad hamburger e baseball (se c’è uno sport che mi annoia più del calcio, se mai fosse possibile, è questo), che non ha frequentato colleges, corse di cavalli o le vie di Manhattan, e per il quale le ubriacature giornaliere non costituiscono la norma, il sentir parlare in continuazione di tutti i minimi particolari di questi temi non ha contribuito a far lievitare l’interesse per le vicissitudini del protagonista.
Pagine e pagine sulle tecniche di quel tal giocatore, sul perché un cocktail è più adatto di un altro in una certa situazione o sul perché i Mets perdono in continuazione mi fanno lo stesso effetto di una disquisizione su Totti: interesse zero, curiosità men che meno. Problema mio.
Ma del resto, se questo è il modo di vivere del ceto medio maschile americano, perennemente ubriaco, allora Moehringer non ha fatto altro che descrivere una situazione comune, per loro, e l’ha fatto davvero bene. Riconosco comunque che per una qualsiasi altra persona ciò potrebbe non essere un difetto, e in altre pagine l’autore si rifà alla grande soddisfacendo anche chi americano non è. In ogni modo sono arrivato in fondo al libro con piacere per il modo di raccontare semplice e preciso, che ti fa incuriosire meramente per le altre storie e per le avventure tragicomiche di questo J.R. Moehringer che vuole diventare uno scrittore.
E il bello è che alla fine ci riesce.
Il Lettore
Lettore, Moehringer

lunedì 3 marzo 2014

Open – La mia storia

È da quando è uscito in Italia, nel 2011, che questo libro non esce dalla classifica dei cento più venduti. Oscilla, sale, scende, poi risale, attualmente è intorno all’ottantesimo posto ma non si decide ad andarsene, e questo è un chiaro indice di un testo che vale.

Personalmente l’ho divorato, e l’ho piazzato sullo stesso piano della biografia di Steve Jobs di Walter Isaacson. Preparatevi, di questo Premio Pulitzer proprio in questi giorni sto leggendo Einstein (mi ci vorrà un po’… sono seicento pagine scritte fitte e zeppe di concetti di fisica teorica: non credo che ce la farò a finirlo per domani).


Anche se la copertina di Open – La mia storia riporta un falso plateale: non è che Andre Agassi abbia scritto la propria autobiografia, come si è portati a credere, in realtà se l’è fatta scrivere dall’altro giornalista e Premio Pulitzer J. R. Moehringer (perdonatemi, ma non sono riuscito a trovare i nomi per esteso da nessuna parte). In effetti, la mano di un professionista si sente, e dubito che Agassi avrebbe mai potuto scrivere da solo un libro così bello se, come ammette lui stesso,  la scuola e la lettura non sono mai state tra le sue priorità.
Ed è proprio la priorità riservata esclusivamente al tennis, che l’ha fatto diventare ciò che è diventato. Spinto da un padre coercitivo a dedicarsi esclusivamente a rilanciare palle al di là della rete, il bambino che era, e che odiava il tennis, è riuscito ad arrivare a essere il numero uno del ranking mondiale tra sofferenze e patimenti sia fisici che psicologici. In tutte le quasi cinquecento pagine del libro emergono proprio i sentimenti contraddittori che hanno caratterizzato la vita del tennista, insieme ad un’infinità di episodi e di aneddoti simpatici anche per chi non è interessato al gioco.
Fatto sta che Moehringer è riuscito benissimo a narrare della vita di uno che nel corso della sua esistenza non ha fatto altro che correre dietro ad una pallina cercando di colpirla con una racchetta (e possibilmente di farla arrivare sul terreno di là dalla rete e di qua dalla linea), senza renderla noiosa, e per ottenere questo scopo ha pigiato parecchio l’acceleratore sul lato umano, sui sentimenti e sui pensieri del protagonista. Quando, in un periodo infausto della sua vita, Agassi veniva battuto quasi in ogni incontro che sosteneva, mi accorgevo leggendo di provare del disappunto: mi dispiaceva per lui, speravo che il periodo negativo finisse al più presto, e ciò significa che l’autore è riuscito nell’intento di far appassionare il lettore al suo personaggio.
La mano del romanziere di professione si nota di più a tratti, quando gli accadimenti della vita di Agassi gli hanno consentito di arricchire la narrazione con episodi che si prestavano bene ad essere romanzati. Ad esempio nell’ultimo capitolo, a carriera terminata, quando Agassi e sua moglie Steffi Graf decidono di fare due scambi per divertimento in un campo pubblico di New York come due dilettanti qualsiasi, Moehringer è bravo a sottolineare invece come i due tutto siano meno che dilettanti, e tantomeno sconosciuti.
Veramente un bel libro, che si legge con interesse fino alla fine.
Probabilmente, per quanto nella classifica delle mie priorità il gioco del calcio sia ancora di gran lunga al di sotto della tecnica di piegatura degli asciugamani, se fosse scritta da un Moehringer o da un Isaacson riuscirei a leggere anche la biografia di Pelè.
Il Lettore