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venerdì 10 novembre 2017

L’uomo della tundra

Alla Biblioteca delle Nuvole insieme a Gourmet avevo preso anche un altro volume di fumetti: L’uomo della tundra, dello stesso autore Jiro Taniguchi, stavolta in versione solitaria.
Come solitari sono i suoi protagonisti.




L’uomo della tundra è una raccolta di sei racconti a fumetti incentrati sul rapporto tra l'uomo e una natura per lo più selvaggia. Tutti meno uno, che è prevalentemente autobiografico e narra di un giovane fumettista agli esordi della sua carriera alle prese con le difficoltà dell’andare a vivere da soli.
Nel rapporto con la natura Jiro Taniguchi sembra riesca a dare il meglio di sé, dipingendo personaggi che restano a lungo nella coscienza. Tratteggiandoli con la stessa delicatezza di cui ha dato prova Akira Kurosawa nel dirigere lo splendido Dersu Uzala, film a cui sicuramente Taniguchi si è ispirato per sceneggiare i suoi fumetti.
Dal ricercatore subacqueo che prova a scoprire e a raggiungere il mitico cimitero delle balene, al vecchio cacciatore che intende vendicarsi del gigantesco orso che ha ucciso suo figlio, all’esploratore nel quale si può riconoscere un giovane Jack London nel suo peregrinare in Alaska, la natura rimane sempre la vera protagonista di questo albo. Incontaminata, spietata, misteriosa, comandata da rigide regole crudeli.
Sul tratto e la sceneggiatura non mi dilungherò, visto che ne avevo già parlato in Gourmet e non c’è nulla di diverso. Fatto sta che Taniguchi è piacevole da leggere sia nelle rappresentazioni delle distese di una Tokio sterminata brulicante di grattacieli che nei panorami naturali. La successione delle scene è sempre pacata in una sceneggiatura ordinata e regolare e le storie sono profonde e interessanti, che vuoi di più?
Il Lettore 

venerdì 13 ottobre 2017

Gourmet

Cambiamo collana (e anche mezzo espressivo passando dal romanzo al fumetto), ma rimaniamo sempre in argomento gastronomia.
Il maestro Jiro Taniguchi, riconosciuto come uno dei grandissimi del fumetto nipponico e da poco scomparso, ha disegnato questo Gourmet su testi del saggista Masayuki Qusumi, e l’opera del 1998 è diventata ben presto un classico che ha raggiunto l’occidente nel 2003.




Goro Inogashira (quello che vedete nella copertina qui sopra), è il protagonista, un agente di commercio qualunque sulla trentina, una persona qualsiasi senza caratteristiche particolari. Molto solitario e di poche parole (tanto è vero che il titolo originario è Kodoku no GurumeIl buongustaio solitario), apprezza il mangiare bene e dal momento che è sempre in giro per lavoro si ferma a pranzare sempre in posti nuovi e per lo più sconosciuti, alla ricerca di pietanze che lo soddisfino.
Basta, come trama tutto qui. Tutto qui? Vi domanderete.  Esatto, tutto qui. Non succede nulla, non vi è una vicenda da sviluppare, ogni raccontino tratta della stessa medesima cosa: lui si ferma a pranzo da qualche parte e mangia sempre cibi nuovi, che siano a lui già conosciuti o meno. Punto. E come ha fatto ad avere successo? Vi domanderete ancora.
Perché Taniguchi era veramente un maestro, dotato di una finezza sopraffina e di una sensibilità straordinaria, con una ricercatezza dei particolari veramente fuori della norma. Il fumetto è un’apologia della pacatezza, della tranquillità, della normalità e del quieto vivere, condito dei gusti e dei sapori multiformi dei cibi giapponesi dei quali il protagonista va alla continua ricerca, preferendo i locali più semplici e a buon prezzo ma che possiedano quel quid in più che glieli faccia ricordare con piacere.
Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere su Rai 5, uno dei pochissimi canali che propongono un palinsesto perlomeno decente, un documentario in cui lo stesso Jiro Taniguchi ripercorreva gli stessi itinerari gastronomici del suo protagonista, cambiando solo la contestualizzazione trovandosi a Parigi invece che in Giappone. Nel documentario Taniguchi appariva tale e quale come il suo protagonista: un piccolo signore pacato e buongustaio a confronto con rinomati chef francesi che replicavano la cucina della sua terra d’origine. Allora mi è presa subito la voglia di leggere questa sua opera e la prima volta che ho incontrato il Gran Capo Ferro alla Biblioteca delle Nuvole me la sono fatta ritrovare e consegnare (solo lui è capace di miracoli come questo: gli dici un autore o un titolo e lui te lo ripesca immediatamente tra i cinquecento metri e passa di scaffalature fitte di qualsiasi tipo di albi).



Il libro è molto lento e non vi succede nulla, ma si fa apprezzare un po’ per la varietà dei cibi che sono protagonisti di ogni racconto e che ti fanno venire voglia di fare un saltino in Giappone, un po’ per i disegni in un bianco e nero arioso, dal tratto di pennino fine e ricchissimi di particolari il cui esame rallenta ancora di più la lettura, e un po’ per le atmosfere rilassanti, tranquille che riesce ad evocare.
I raccontini sono tutti dalle 2 alle 4 pagine, ogni tavola si sviluppa per lo più su quattro righe variando le dimensioni dei riquadri con zoommate singole ad inquadrare ogni piatto descritto e lo stile è molto occidentalizzato, dando la preferenza a rappresentazioni antropomorfiche dalle quali sono esclusi i tratti somatici tipicamente orientaleggianti.
Un bel volume, lento ma bello. Ora ne devo leggere un altro dello stesso autore che ho preso insieme a questo. Vi terrò informati.
Il Lettore 

sabato 25 aprile 2015

Seton ― 1 • Lobo, il re dei lupi

Un fumetto dopo l’altro… questo per gentile concessione del "compagno di caffè" (che ringrazio). Letto e recensito al volo per ridarglielo subito perché a sua volta lo deve riportare alla Biblioteca delle Nuvole dalla quale lo ha preso in prestito allo scopo di acculturarsi sul multiforme universo dei manga.
Dicono che il signor Ernest Thompson Seton (1860-1946) sia uno scrittore abbastanza popolare in Giappone.



Io non l’avevo mai sentito nominare, neanche per il fatto che è stato uno dei promotori dello scoutismo. Probabilmente chi lo conosce qui in Italia è solo perché ha letto questo manga in cui Jiro Taniguchi e Yoshiharu Imaizumi ne raccontano le avventure, in particolare la prima, quella in cui E. T. Seton, da giovane pittore naturalista inglese (ancora lontana l’idea di mettersi a scrivere qualcosa) trasferitosi a Parigi per dipingere, emigra in America e si imbarca in un’avventura che lo porterà a dare la caccia a un lupo.

Se considerate che da parecchio tempo mi sono schierato in una ferma posizione contro la caccia in genere, e da sempre sono un amante dei lupi (fino ad aver convissuto per dieci anni con uno di loro…), capirete come il sentimento che ho provato leggendo questo fumetto si avvicini molto di più alla rabbia piuttosto che al divertimento.
Ma una storia è una storia, e anche quelle che ti fanno male, come questa, possono essere degne di considerazione.
Lobo è il maschio alfa di un branco di lupi grigi che terrorizza da tempo la Currumpaw Valley con scorrerie che decimano mandrie e greggi. È un lupo straordinario, gigantesco, furbo e intelligente, un vero condottiero refrattario a qualsiasi tentativo messo in atto dagli allevatori per ucciderlo o catturarlo, tanto da fargli attribuire dei poteri mitici e soprannaturali.



Quando Seton giunge quasi per caso nel territorio in cui il branco spadroneggia, si troverà ad ingaggiare con i lupi una lotta senza esclusione di colpi nella quale userà tutte le sue conoscenze naturalistiche per poter liberare la valle da quella che è diventata una vera e propria nemesi per gli allevatori. Lobo e il suo branco eluderanno tutte le tecniche messe in atto di volta in volta dai loro cacciatori facendoli cadere nella più completa frustrazione, fino a che…
É facile prevedere come la storia andrà a finire. E questo comunque non renderà Seton soddisfatto di se stesso, anzi, lo persuaderà a dover scrivere dell’avventura che ha vissuto per provare a cambiare anche negli altri la concezione comune dell’uomo padrone della natura: “Voglio che la gente si renda conto che Lobo è una vittima, simbolo della natura devastata dall’intervento umano.”



Un fumetto doloroso, almeno per me, ma teso e interessante. Anche se il tratto non è tra i miei preferiti, i disegni di Jiro Taniguchi, dallo stile semplice, realistico e occidentaleggiante (per intenderci: niente adolescenti svestite dagli occhioni ipertrofici), rendono bene il dramma raccontato da Yoshiharu Imaizumi con una sceneggiatura ad ampio respiro, inquadrata in una gabbia generalmente di tre strisce con un formato dei riquadri molto variabile. Una pecca potrebbero essere le espressioni, sia umane che lupine, un po’ stereotipate e ripetitive, ma nel complesso ritengo sia una buona storia, con una morale positiva inserita in una tematica interessante.
Comunque, visto che a me questa storia ha fatto male, non penso che leggerò le avventure successive di Seton, quelle in cui interagisce con una lince, con un cervo e con un orso: già mi si fa il mondo nero a pensare che loro possano aver fatto la stessa fine di Lobo.
Ah, tanto per puntualizzare, questa che avete letto è ciò che intendo io per una recensione breve ma onesta e “decente”. Non come quei ridicoli commentini che si pubblicano su Faccialibro solo per farsi belli con le amicizie femminili dopo aver letto un fumetto di alto livello.
E adesso questo che c’entra? Non vi preoccupate, sfizio di blogger, chi doveva capire ha capito…
Il Lettore di fumetti