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martedì 23 gennaio 2018

Caverna nel Wisconsin

Torniamo alla fantascienza. Breve. The thing in the stone è un racconto lungo del grande Clifford Simak mai pubblicato da solo come volume ma solo insieme ad altri in numerose antologie, sia statunitensi che di altri paesi. In quelle italiane il titolo è stato modificato, come usanza normale delle nostre case editrici, con lo squallido Caverna nel Wisconsin.
Trovo che l’originale sia molto più attinente al tema trattato, e non mi riesce di capire il motivo per il quale qualche editor debba per forza modificare titoli, e a volte perfino interi brani, per adattarli ai nostri (presunti) gusti.




Wallace Daniels è un uomo che dopo aver subito un grave incidente nel quale sono morti moglie e figlio si è ritirato a vivere da eremita in un luogo pressoché disabitato. L’incidente gli ha anche lasciato strani postumi quali il trovarsi, a volte e senza poter esercitare un controllo da parte sua, calato in altre epoche del passato, o il riuscire ad ascoltare voci dalle stelle.
Esplorando una caverna “sente” che nelle profondità della roccia è intrappolata una creatura vivente, e grazie ai suoi viaggi nel tempo riesce a capire come e perché questo essere, pressoché immortale, si trova lì fin dal Precambriano (più o meno quattro miliardi di anni, giorno più giorno meno). Daniels non riesce a entrare in contatto diretto con la creatura, ma riuscirà a connettersi e capirsi con un altro essere, immateriale, che staziona nei pressi di dove è imprigionata la creatura con il compito di controllare la situazione.  



In Daniels cresce il desiderio di poter aiutare la creatura e il suo sorvegliante (amico? Amante? Servitore?) a uscire dalla situazione in cui sono intrappolati, ma i suoi tentativi di convincere le autorità (e con loro gli scienziati) che quanto intende raccontare loro non sono farneticazioni di un visionario falliranno miseramente.
Spunto molto intrigante trattato con lo stile semplice e perfetto di Clifford Simak, che non per niente è considerato uno dei più importanti scrittori di Fantascienza mai esistiti. L’unica pecca, secondo me, è quella di averne tirato fuori un racconto di solo un’ottantina di pagine, perché l’argomento si può prestare a una miriade di modi in cui essere approfondito. Ma capisco anche che qualsiasi verso possa aver preso un approfondimento ci si sarebbe trovati di fronte a serie difficoltà sul come poi uscirne in maniera plausibile e sensata. Forse anche Simak ha pensato la stessa cosa, finché alla fine si sarà detto: va be’, il sasso l’ho tirato, ritiriamo la mano e stiamo a vedere che succede.
Anche se Caverna nel Wisconsin lascia al lettore, come era nelle intenzioni dell’Autore, più interrogativi irrisolti di quanti in fondo ne chiarisca, resta comunque un gran racconto dalla prosa ineccepibile che induce a pensare a fondo sui concetti di comunicazione, solitudine e vastità dello spazio che ci circonda.
Il Lettore 

martedì 28 gennaio 2014

La casa dalle finestre nere

Anche in questo caso, se proprio un difetto vogliamo andarcelo a trovare, in questo romanzo di Clifford Simak del 1963, possiamo puntare un occhio bonario sull’ingenuità con cui l’autore guarda alla possibilità dello scontro nucleare tra superpotenze che in quel periodo angosciava mezzo mondo. Basta. Per il resto, il romanzo rimane ancora oggi uno dei massimi capolavori di fantascienza che siano mai stati scritti: soddisferebbe anche quei lettori che non amano questo genere di letteratura.


Clifford Donald Simak è considerato uno dei massimi autori di Science fiction di sempre, anche se non ha avuto il seguito di mostri sacri come Isaac Asimov, Ray Bradbury o Arthur Clarke, ma con le sue opere ha saputo dare origine ad una cerchia consistente di  appassionati che ne hanno fatto un vero e proprio autore di culto. Un po’ quello che è successo anche a Walter Tevis o Richard Matheson.
Questo perché nello scrivere Simak ha sempre tenuto presente temi degni di attenzione, come lo scontro uomo/natura e la dicotomia esistente tra progresso e tecnologia da una parte e valori umani dall’altra, e li ha stesi con la finezza che gli è propria dotandoli di quella consistente carica di fascino che ha reso famosi romanzi come Anni senza fine, Mastodonia, Pellegrinaggio vietato, Fuga dal futuro e altri.
Anche se il titolo può far pensare ad un classico dell’horror, La casa dalle finestre nere si dipana sulla base del concetto di un possibile contatto di noi terrestri con civiltà aliene, dipinte in questo caso da Simak con un positivismo di fondo che infonde una nota di roseo ottimismo alla storia e alle sue conclusioni. Nel romanzo le figure dei personaggi sono tratteggiate con un garbo squisito che sfocia a volte nella poesia, rendendo la lettura semplice e fresca e suscitando continui spunti di curiosità.
La tensione narrativa è innescata dall’autore fin dal primo capitolo, nel quale non appare il protagonista ma due personaggi che si interrogano sulle possibili ragioni per le quali un certo Enoch Wallace, stando ai documenti, sembra avere la rispettabile età di 130 anni con l’aspetto di un uomo di 30. È vero che Wallace è un tipo tranquillo e conduce una vita da eremita senza infastidire nessuno, ma simili discrepanze prima o poi saltano fuori, soprattutto agli occhi di un governo che come tutti i governi non si fa mai gli affari propri e deve continuamente rompere le scatole ai cittadini tranquilli. Il far entrare in scena il protagonista solo nel quinto capitolo ricalca quella tecnica che Umberto Eco descrive benissimo nella sua analisi critica della prima tavola del fumetto Steve Canyon di Milton Caniff, apparsa in Apocalittici e Integrati: aumentare la curiosità del lettore attraverso un “ritardare l’aspettativa”, cioè inquadrare il protagonista dapprima attraverso riferimenti di comprimari, e quindi farlo apparire solo in seguito.
È una tecnica interessante: si dà inizio alla storia definendo un gruppo di personaggi e tramite essi si accenna al protagonista e si promette un seguito, creando in definitiva una suspence anche senza colpi di scena e suscitando nel lettore l’avidità di sapere come la storia prosegua.
E quando finalmente la vicenda è vista dagli occhi di Wallace il lettore viene a conoscenza della soluzione agli enigmi che assillano i personaggi di contorno: il protagonista è il responsabile di una “stazione di transito” intergalattica, una specie di punto di appoggio per viaggiatori interstellari nel quale fanno scalo alieni che si spostano da un pianeta all’altro, prendendosi un momento di riposo sulla Terra come noi potremmo scendere a prendere un caffè a Roma Termini mentre stiamo andando a Napoli. Già questo è un ottimo punto di partenza per poter caratterizzare personaggi e civiltà aliene, senza contare che, come in tutte le trame che si rispettano, la vicenda sarà complicata dall’insorgenza di un grosso problema e dai tentativi per una soddisfacente risoluzione.
Gran romanzo, mi ha fatto venire voglia di rileggere anche gli altri di Simak.
Il Lettore