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martedì 27 giugno 2017

The living years

Michael John Cloete Crawford Rutherford, noto più semplicemente come Mike Rutherford, è famoso a livello planetario per essere stato uno dei fondatori nonché il principale bassista/chitarrista dei Genesis.
Per intenderci: quello altissimo con capelli lunghi e barba corta sempre immobile come una statua, affaccendato sul suo doppio manico Rickenbecker, con l’espressione stupita e il viso rivolto verso un Peter Gabriel che aveva appena sperimentato un nuovo travestimento (del quale si era guardato bene dall’informare i compagni della band).




Il padre di Mike, William Rutherford, era un ufficiale della Marina Militare britannica ed è morto alla fine degli anni ’80 mentre il figlio era all’apice del successo e stava completando un tour di concerti negli Stati Uniti. Nell’apprendere la notizia, Mike ha preso un aereo da Chicago per recarsi in Inghilterra allo scopo di partecipare al funerale, e poi è salito di nuovo su un Concorde da Londra per New York e quindi di corsa su un altro aereo, stavolta privato, per essere a Los Angeles in tempo per il concerto che dovevano tenere in quella città.
 “Caro Michael, sei il figlio di un ufficiale della marina e perciò devi tu stesso comportarti come un ufficiale navale” sono le parole che il padre aveva detto al figlio settenne nell’accompagnarlo per il primo giorno di scuola, sperando magari che anche lui seguisse la tradizione familiare in una carriera militare. Ma ben presto il ragazzo scoprì il rock, e in Mike si scatenò la passione che lo ha condotto a diventare tutt’altro: un songwriter, un autore di canzoni più che un mero esecutore di pezzi di altri. Alla fine degli anni ’60, insieme ad altri rampolli della società “bene” inglese fondò quelli che per i successivi quarant’anni sarebbero stati i Genesis, passando via via da una musica elaborata, “Il nostro pubblico dei primi tempi si divideva in due categorie: quelli che ci apprezzavano e quelli che non capivano cosa cazzo stesse succedendo. Certe volte non capivano nemmeno che qualcosa stesse succedendo”, a un prodotto di più facile consumo, e quindi con tutte le qualità per attirare folle oceaniche ai loro concerti e vendere dischi a milioni.
In questo libro Mike Rutherford ripercorre la storia della propria vita tenendo sempre in primo piano il rapporto con il padre e riportando brani scritti dallo stesso in un memoriale che i figli hanno trovato dopo la sua morte. Mike scrisse la canzone The living years un anno dopo che suo padre se n’era andato e la pubblicò in un album dell’altro complesso di cui faceva parte, Mike & The Mechanics, e di cui scriveva la maggior parte dei pezzi. La canzone è una ballata sui temi della tolleranza e della comprensione tra generazioni differenti, e anche questo libro che sto commentando si deve intendere come un omaggio al padre più che una biografia vera e propria. Peraltro dettagliatissima e molto piacevole da leggere per chi come me che i Genesis li conosce in tutte le loro sfaccettature. Ma è sempre interessante conoscere l’opinione di chi la cosa l’ha vista dal di dentro.
Rutherford racconta i problemi enormi dei primi tempi del gruppo: spostarsi in furgoni pieni di sterco e fieno per cavalli, dormire alla meno peggio tra escrementi di topi, patire il freddo e la fame per totale mancanza di soldi, gli amori e le frustrazioni e poi le gioie per essere finalmente riusciti a farsi notare, la tristezza degli abbandoni, l’euforia del successo quello vero e tutte le problematiche che hanno costellato una carriera.
Insieme al narrare il suo rapporto con il padre, da cui ha sempre avuto un costante supporto nonostante egli non comprendesse bene ciò che il figlio stesse facendo. Andava sì ai suoi concerti, ma con batuffoli di ovatta nelle orecchie. Mike ci informa che uno dei suoi rimpianti è stato quello di essere riuscito ad avvicinarsi al modo di pensare del padre, come del resto succede per tutti, solo dopo che sono nati i suoi stessi figli.
Io sono un amante in modo particolare della musica dei Genesis dei primi tempi, per intenderci quelli dal ’69 al ’75, fino alla defezione di Gabriel (quello che è venuto dopo è un po’ troppo commerciale per i miei gusti), ma per non far torto a nessuno vi suggerisco di guardare questo video che riporta integralmente l’ultimo concerto della band nella splendida cornice di casa nostra: Roma 2007, di fronte a 500.000 spettatori entusiasti.
Una più che degna conclusione di carriera.
(Per pura curiosità: tra i commenti che seguono il video a fondo pagina ce n’è uno di due mesi fa di un certo Peter Gabriel — sì, proprio lui — che ironicamente afferma: “io avrei fatto questa merda molto meglio…”).
Il Lettore musicomane

giovedì 31 luglio 2014

GENESIS – I know what I like

Sull’onda dei ricordi riaffiorati in seguito alla lettura dell’articolo sui The Musical Box mi sono andato a riguardare su Tutubo i vecchi filmati delle esibizioni dal vivo dei Genesis (che poi, a farci mente locale un momentino… Tutubo, Faccialibro, Nubeaccesa, Gocciascatola, Cinguettatore: checcazzo di nomi…), quindi tra i sette libri che possiedo sui Genesis ho scelto questo di Armando Gallo e me lo sono riguardato e riletto.
Per l’ennesima volta.

Puro piacere, come riascoltare una loro canzone.


Sarò fissato (da 45 anni a questa parte…) ma oltre ad ascoltarli ancora oggi (del resto i complessi attuali fanno schifo…) ne leggo anche le biografie e le critiche (molte le prime, poche le seconde…) e mi è capitato in passato anche di scriverci sopra (e mi hanno pure pubblicato…) a significare un’altra di quelle passioni che non si sono mai spente.
Del resto i Genesis rappresentano un fenomeno pressoché unico nel panorama musicale mondiale. In primis per la musica, della quale però sarebbe fuori luogo parlare in questo contesto. Ma anche perché è stato un complesso durato quarant’anni, formato da elementi con una cultura di base di alto livello che si rispecchia nelle loro creazioni e che, oltre ad aver portato il gruppo ai vertici mondiali a più riprese, ha fatto sì che tutti i componenti, chi più chi meno, ottenessero il successo anche come solisti per proprio conto e rimanessero al top fino al giorno d’oggi, leggi Peter Gabriel e Steve Hackett. Tutti musicisti dei quali a differenza di tanti altri non si sono mai sentite storiacce di droga, di ambiguità sessuali, di gossip spicciolo, di ricerca della notorietà attraverso mezzucci di bassa lega.
Armando Gallo è invece un fotoreporter e giornalista che ha cominciato la sua carriera nel 1967 intervistando Rita Pavone, ma poi si è redento. Cominciando ad occuparsi di cose serie è arrivato ad essere il fotografo ufficiale dei Genesis sui quali ha scritto anche diversi libri, e dopo essersi occupato anche degli U2 e della PFM è finito a lavorare negli Stati Uniti.


Scorrendo questo volume, del quale io ho l’originale in inglese ma ne esiste anche una versione italiana, ci si accorge che Armando Gallo (nella foto sopra insieme a Tony Banks: per tutti coloro che ignorano tutto dei Genesis, poveri, mi rifiuto di specificare chi è chi, arrangiatevi), oltre ad essere un bravo fotografo è anche un ottimo scrittore, dal momento che ha stilato una biografia del gruppo e dei suoi componenti che si legge in una volata fornendo spunti di interesse in continuazione.
Il giornalista ha saputo cogliere in pieno l’essenza della band in tutte le sue sfaccettature: dai primi tentativi di mettersi insieme nella prestigiosa Charterhouse ai primi riscontri di pubblico; dalle prime defezioni (Anthony Phillips) alle grandi defezioni (Peter Gabriel); dai primi stentati successi alla consacrazione di eccellenza; dalle prime esibizioni continuamente costellate di incidenti e avarie elettroniche ai megaconcerti con folle oceaniche degli anni ’80; da un primo leader carismatico (P.G.) all’altro leader (Phil Collins) la cui concezione musicale più commerciale ha permesso al gruppo di fare i soldi quelli veri (ma il vero leader musicale del gruppo, Tony Banks, colui che a 22 anni ha composto un pezzo la cui struttura ricalca la serie di Fibonacci, dando prova di genialità e/o di cultura superiore, è rimasto sempre lontano dalle posizioni di primo piano).
E che dire delle centinaia di fotografie delle quali il libro è corredato? Dagli scatti in b/n risalenti all’adolescenza dei musicisti a quelli in cui si inorridisce di fronte all’evidenza di abiti e acconciature di moda negli anni ’70, dalle foto durante i concerti a quelle nei backstages, alle immagini della vita privata dei componenti e del loro entourage, una documentazione importante, significativa e bella da guardare a più riprese.
L’ultima chicca che vi propongo è una foto pressoché introvabile in rete scattata da Richard MacPhail nell’aprile del 1973 a New York, nella quale si riconosce lo stesso Armando Gallo attorniato dalla formazione storica dei Genesis al completo:


Sarò buono, via: Armando Gallo è quello con il maglione rosso. E dalla vostra sinistra verso destra: Tony Banks, Peter Gabriel in versione mohicana, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins anche lui con ancora i capelli. Se si pensa che sono passati 41 anni…
Per par condicio, prossimamente dovrò parlare anche dell’altro volumone che nella mia libreria è collocato di fianco a questo: Inside Out di Nick Mason, la prima autobiografia dei Pink Floyd
Il Lettore amante della buona musica