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giovedì 15 novembre 2018

Io sono un gatto


Oltre al fatto che riesco a leggere molto di meno, sono incappato in una sequela di libri che si rivelano pallosissimi, come l’ultimo postato e come questo, che porto avanti con fatica quando addirittura non sono costretto a piantarli a metà, come questo (e due), e che pur possedendo una certa dose di fascino non posseggono tutti gli altri requisiti necessari a dare soddisfazione.
In più mettiamoci che l’atto stesso di scrivere questo post sta diventando una tortura perché ho tutte le dita, compreso carpo e metacarpo, indolenzite per aver usato troppo motoseghe e roncola questa mattina e l’essere passato alla tastiera non consueta del computer nuovo non aiuta di certo.
Va be’, problemi di noi boscaioli (quelli non abbastanza allenati).



Io sono un gatto mi ha attratto subito per il solo fatto di avere questo titolo. Natsume Soseki (pseudonimo di Kinnosuke Natsume, ma in ogni caso non si conosce lo stesso), lo ha scritto nel lontano 1905 mentre il Giappone era in guerra contro la Russia, ed è il primo romanzo di questo autore.
Questo libro mi ha attirato per il solo fatto di parlare di gatti, che sono animali che amo molto. Ma in genere la maggior parte degli autori che trattano di gatti non sono capaci a tener viva l’attenzione: o si fanno ben presto noiosi o cadono nello scontato e nella melensaggine. Conosco un solo autore “gattaro” interessante, ed è il blogger de I gatti di Monte Malbe (http://igattidimontemalbe.blogspot.com/).
Natsume Soseki arriva al punto di immedesimarsi con questo gattino appena nato che del tutto inaspettatamente arriva in casa di un professore di liceo (dal carattere interessante come quello di un’ostrica) e viene ignorato ma nutrito, e nel suo poter andare dappertutto assiste e commenta la vita della casa e di chi la frequenta passando per lo più inosservato nella totale trascuratezza degli umani nei suoi confronti. È lo stesso gatto che narra in prima persona: non ha un nome perché nessuno si è preso la briga di metterglielo, e di ogni cosa fa un argomento sul quale intervenire e dire la sua.
Personaggi simpatici o insopportabili, consuetudini strane o del tutto normali. Il gatto vede e commenta. Come però farebbe un “umano” alquanto erudito. Arrivando a parlare di filosofia e rifacendosi a molte massime “zen”. In pratica Soseki lo ha reso troppo umano, lo ha antropomorfizzato troppo arrivando a rendere la cosa alquanto inverosimile, facendolo comportare come una persona con una cultura universitaria e non più come un semplice gatto.
Inoltre la maggior parte delle cose nominate ha il nome giapponese: vestiti, cibi, consuetudini sociali, modi di fare, il che rende molte pagine veramente incomprensibili (fino a sapere cosa sono un futon o un tatami ci arrivo, ma il mochi e il kenban mi sono proprio ignoti. È vero che ci sono delle note con le spiegazioni a fondo libro, ma è troppo scomodo dover andare alla fine ad ogni richiamo che si incontra. Continuiamo a rimanere nell’ignoranza, ma non è piacevole). Tutto questo rende il testo, sia pure da un certo punto di vista anche affascinante, oltremodo non interessante e noioso, e arrivato circa a metà sono stato costretto ad abbandonarlo per l’incapacità a proseguire per più di una pagina al giorno.
Comunque ve ne riporto l’incipit: “Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È là che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore - mi hanno poi detto - e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa, pensai, e quest’impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera.
E fin qui è comprensibile. Poi peggiora. Le 500 e passa pagine non sono riuscito a reggerle tutte.
Il Lettore 




lunedì 19 giugno 2017

Leggere è una faccenda da gatti

Questo romanzo è ispirato a un gatto realmente esistito, di nome Jordan, che è diventato famoso per aver eletto a propria residenza per molti anni nientemeno che la Biblioteca di Edimburgo.
Anche il protagonista di questo libro, G.B., ha scelto come casa una biblioteca, e in più i libri li legge e li ammucchia conservandoli nel suo angolino privato, a cui ha dato il nome orrendo di “Gattacolo” (ma forse questa è colpa del traduttore), nel quale inoltre invita amici e sparge topi mezzi mangiucchiati, ma sono sicuro che anche il vero Jordan avrebbe finito col disapprovare la sua esistenza.




Checché ne dicano le recensioni su vari siti (è ovvio che le case editrici non possono che parlar bene dei libri che pubblicano, e le gattare non possono che andare in sollucchero in modo assolutamente indiscriminato quando sentono nominare la parola gatto), questo romanzo è di poco meno brutto di come ha saputo scrivere sui gatti Licia Colò. Se volete fare il paragone, la mia recensione su quello della Colò la trovate qui.
Alex Howard (che probabilmente è giovane e non è un Grande Lettore — né un gattaro esperto —, altrimenti non avrebbe scritto tante ovvietà) ha voluto infilare in questo romanzo talmente tante banalità sui gatti da farti perdere ben presto la voglia di proseguire, infiocchettandole, tanto per rendere il tutto più melenso, con altrettante banalità sulla letteratura, senza peraltro mai andare a fondo del perché ha inserito il tale nome o la tale citazione. Gli autori nominati man mano, e nei quali il gatto sembra trovare perle di saggezza, non sono ridotti ad altro che stereotipi: famosissimi (Nietzsche, Joyce, Orwell…) e per questo conosciuti anche da chi non legge, come sembra essere l’autore di questo libro, che non specifica mai il cosa il gatto ha letto e il perché.
La ridondanza di retorica e di luoghi comuni mi ha costretto a interrompere la lettura più o meno allo stesso livello di quello della Colò, dopo essermi reso conto che con il proseguire non sarebbe migliorato. Gatti che amano farsi carezzare dietro le orecchie… originale, una mestolata di Nutella sarebbe meno stucchevole.
Peccato, un’idea che avrebbe potuto essere carina irrimediabilmente rovinata dalle sdolcinature.
Che la gatta che amo sia rustica e poco socievole (proprio come il padrone) lo so perfettamente, e forse è solo un leggero risentimento quello che provo nel leggere che G.B. starebbe giornate intere a farsi carezzare dietro le orecchie: il tempo impegnato in quest’attività che la mia a malapena sopporta è sempre inferiore di una frazione di secondo di quello che io ho voglia di concederle, con il risultato di ritrovarmi sempre con le dita che fanno i “grattini” sfettucciate fino all’osso.
Anche se nel tempo ho imparato a velocizzare i miei riflessi.
Ma non abbastanza da poter battere una gatta stronza.
Il Lettore gattofilo

sabato 21 maggio 2016

Elogio del gatto

Uno dei regalini che mi sono arrivati dal Salone di Torino è questo Elogio del gatto, della scrittrice parigina Stéphanie Hochet, che mi dicono sia amica della ben più famosa Amélie Nothomb (e le assomiglia pure).
Visto che il libretto è minuscolo, appena un centinaio di pagine in un formato più piccolo dell’A5, vale a dire super tascabile, e che la curiosità era tanta, mi sono messo a leggerlo subito accantonando per un momento il Premio Pulitzer che avevo iniziato da poco. Potenza del fascino dei gatti.
Ma anche in questo caso il risultato è stato inferiore alle aspettative.




Il tema portante del libro è, manco a dirlo, un’apologia del gatto attraverso le citazioni dello stesso operate in letteratura, un po’ quello che ha fatto Carl Van Vechten con il suo Una tigre in casa che avevo recensito qui. La differenza è che Van Vechten aveva scritto un’opera quasi monumentale analizzando la presenza del gatto anche in tutte le altre arti estranee alla scrittura, mentre la Hochet si è limitata  a questa e (quasi) solo nell’ambito dell’ultimo secolo, che era sfuggito allo statunitense dal momento che aveva pubblicato il libro nel 1920.
Stéphanie Hochet rievoca la presenza dei gatti in diverse opere letterarie, da Shakespeare a Balzac, da Eliot a Maupassant, da La Fontaine a Walt Disney per poi approfondire ma non più di tanto, citando Tennessee Williams e la sua Gatta sul tetto che scotta, lo stretto rapporto che intercorre tra la sessualità femminile felina e quella umana. Ci sarei arrivato anch’io da maschio: la conclusione è che basta essere femmine per essere sempre pronte a tirare fuori le unghie.
Librettino leggibile, curioso, ma che in fondo lascia il tempo che trova. E il fatto che sia breve è un vantaggio perché la noia non fa in tempo ad assalirti che l’hai già finito.
Il Lettore 

mercoledì 6 gennaio 2016

Una tigre in casa

I gatti sono le tigri dei poveri diavoli” ha scritto Théophile Gautier, e da povero diavolo che convive con due di queste piccole tigri non posso che dargli ragione. E lo conferma anche Mèry: “Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre” come si legge nella pagina delle dediche di questo completissimo trattato sui gatti che è stato scritto da Carl Van Vechten a cavallo del 1919 e pubblicato per la prima volta nel 1920.


Nell’ultima pagina l’autore stesso tiene a precisare che per scriverlo ci ha impiegato circa 14 mesi durante i quali la sua gatta Feathers, da cucciola che era, è diventata “una palla di pelo color crisantemo, rossa, arancione, bianca con delle sfumature nere e adesso sta per diventare mamma”. E prosegue: “Feathers è stanca di questo libro. Ultimamente me l’ha detto più di una volta. A volte con gli occhi, mi guardava con impazienza mentre stavo scrivendo. Altre volte ha usato le zampe, ha preso a grattare con disprezzo i fogli che appallottolavo e gettavo per terra. A volte sale sulla mia scrivania e si insinua fra me e il mio lavoro. (…) Mentre ero impegnato a scrivere questo libro ha sperimentato la dentizione, l’amore e adesso aspetta la maternità. Mi fa sentire piccolo e inutile. Ciò che ho fatto in quattordici mesi sembra ben poca cosa in confronto a ciò che ha fatto lei”.
E considerate che Carl Van Vechten, giornalista, scrittore e fotografo statunitense (tra gli altri ha lasciato anche i suoi ritratti di Frida Kahlo, Francis Scott Fitzgerald, Cab Calloway e Gertrude Stein), per scrivere questo Una tigre in casa di lavoro ne ha svolto a manciate, perché per l’epoca era il più esauriente compendio sui gatti che fosse mai stato scritto non tanto dal punto di vista prettamente biologico o sul come si trattano i gatti, quanto dal lato sociologico, storico, mitico, filosofico, artistico, letterario, esoterico e comportamentale. Oggi di libri sui gatti in libreria se ne trovano scaffali pieni, ma nel 1920 non credo che, a parte qualche pubblicazione scientifica per i veterinari, ve ne fossero molti altri.
Van Vechten ha riempito quasi quattrocento pagine di dati, informazioni, curiosità, aneddoti sui gatti nella storia, nella mitologia, nella musica, nel teatro, nella letteratura, nell’arte, nella legge, nel folklore, nella poesia, nelle tradizioni e nelle usanze di tutto il mondo, comprese le più macabre quando i gatti venivano perseguitati per i loro presunti legami con il mondo dell’occulto, condendo il tutto con una fine ironia e anche un po’ di umorismo.
Con questo non sostengo che il libro faccia ridere e, a dire la verità, a causa della mole di dati e citazioni che si susseguono l’una all’altra a tratti è un poco pesante, ma si lascia leggere comunque per i molteplici interessi suscitati proprio da questa pletora di informazioni.
Degni di riflessione i commenti dell’autore, come quando si chiede, riprendendo un interrogativo di Philip Gilbert Hamerton, come mai nonostante l’estrema bellezza dei gatti essi non siano stati dipinti che da pochi grandi pittori. E da qui un susseguirsi di considerazioni sulla muscolatura possente e nervosa del gatto così difficile da rendere in modo naturale con un pennello, sul carattere schivo, sull’antipatia suscitata in molti uomini per il modo di fare indipendente. O i pensieri musicali sul variegato ventaglio di miagolii e fusa che può erompere da qualsiasi micio.
Un libro piacevole e interessante che non va letto come un romanzo ma a piccole dosi, di quelli che vanno assaporati non più di una pagina al giorno per gustarsi meglio la miriade di notizie delle quali Van Vecthen lo ha riempito e che indubbiamente soddisferà tutti coloro che amano i gatti. Da leggere anche le moltissime note dell’autore radunate a fine libro, tra le quali non sfigurano notizie curiose che avrebbero benissimo potuto trovare posto nel testo principale.
Va bene, ho capito, piantala di zampettare sulla tastiera del computer, ora ti do da mangiare!
Il Lettore

venerdì 11 dicembre 2015

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Non è che avessi veramente l’intenzione di leggere questo “libro”, soprattutto dopo le ultime esperienze fatte con Luis Sepùlveda che mi avevano veramente deluso, ma il fatto è che l’ho scoperto mentre stavo rovistando nella directory di libri in formato elettronico e dal momento che non ricordavo proprio di averlo ho incominciato a leggerlo e dopo dieci minuti, quando stavo per abbandonarlo a causa della stomachevole stucchevolezza, ho scoperto che era già terminato.
Però! Questo significa che il prezzo di copertina del cartaceo, di ben dieci euro per dieci minuti di lettura, rappresenta uno degli aspetti più sfacciatamente esosi dell’editoria nostrana.




E non è nemmeno giustificato dalla presenza delle illustrazioni di Simona Mulazzani che personalmente non ho apprezzato molto, ma già, pure quelle sono indirizzate a un pubblico di bambini.
Anche questo, così come Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, è infatti un racconto per bambini (e nulla più). Con la lumaca Sepùlveda ha voluto per l’appunto inneggiare alla lentezza (non riuscendoci nemmeno), mentre la morale di questa favoletta è invece un elogio dell’amicizia in tutte le sue sfaccettature (multietà, multietnica, multirazziale e chi più ne ha ne metta).
Raccontino veramente melenso oltre che retorico e breve, che in fondo non raggiunge altro scopo che quello di farti rimpiangere di non essere famoso, perché da famoso puoi permetterti di vendere in tutto il mondo qualsiasi insulsa stronzata scritta in un paio d’ore.
Il Lettore per nulla famoso

venerdì 4 dicembre 2015

La gatta di Corfù

Su questo blog non ho mai recensito un libro di poesie, e ho gentilmente pregato l’editore per il quale leggo e valuto gli inediti che pervengono in redazione di non inoltrarmeli se sono sillogi di poesie.
Questo perché io non amo la poesia. Per meglio dire: non amo i poeti contemporanei.
Come scrivevo da qualche altra parte una poesia, rispetto a un’opera di narrativa, possiede l’enorme vantaggio di essere di molto più corta, e perciò oggigiorno tutti, ma proprio tutti, si reputano in grado di scrivere una poesia. Eccheccivuole! Un’oretta di concentrazione e vai! Ne posso scrivere anche una al giorno, basta cercare parole che fanno colpo e metterle assieme nel modo più astruso possibile cercando di essere il più melensi possibile. Va be’, sì, lasciamo perdere, chiudiamo qui che è meglio.
Però amo i gatti, e quando è capitato in casa questo libretto non ho potuto fare a meno di scorrerne le pagine.




Vi domanderete: e come ha fatto un libro del genere a capitarti a casa? Presto detto: il mio editor è appassionato di tutto ciò che è greco nonché di gatti, quindi… e considerate che ogni poesia ha pure il testo a fronte in lingua originale greca! Che già il fatto che usino un alfabeto diverso dal nostro (e non mi venite a dire che quello è stato inventato prima…) mi provoca le convulsioni.
Leggere poesie tradotte in un’altra lingua poi, ha ancora meno senso che leggerle nella propria: si perdono tutte le assonanze fonetiche proprie dell’idioma che l’autore ha voluto inserire nell’opera e ne resta solo il significato nudo e crudo che poi, se il traduttore è stato in gamba, è stato anche rivestito di un qualcosa che può assomigliare all’intenzione originaria, ma che non sarà mai la stessa cosa.
Fatto sta che queste le ho lette e, sorvolando sul miserrimo tentativo di questi traduttori di renderne la musicalità in italiano, devo dire che al di là della forma-poesia mi sono gustato le storie dei vari gatti con i quali l’autore, Nikos Dimou, pubblicitario, editorialista e scrittore greco, è entrato in contatto e dai quali ha preso lo spunto.
Storie in genere toccanti e tristissime, come potete immaginare, che di norma vanno a finire male: se già la vita dei gatti di strada italiani non è il massimo (come quotidianamente ci racconta l’amico blogger de I gatti di Monte Malbe), quelli greci possono stare anche peggio. E sono tristi non solo le storie dei gatti di strada, ma anche quelle dei più fortunati gatti di casa che di solito va a finire che muoiono pure loro. La cosa strana è che Dimou dedica proprio ad un gatto che è stato suo compagno personale l’ultimo capitolo del libro, e non in poesia ma in prosa: un resoconto struggente e non in versi del suo rapporto con Mupsi, con il quale sembra esistesse una strettissima simbiosi come a volte si crea tra uomo e animale. Forse è perché ha scelto di mostrarla con la narrativa e non in poesia, che risulta essere il brano migliore del libro?
Dello stesso Nikos Dimou mi è capitato in casa anche L’infelicità di essere greci, una raccolta di aforismi in gran parte collegati tra di loro dal filo logico del concetto secondo il quale un intellettuale greco è la persona più infelice del mondo, perché gli intellettuali e gli artisti sono gli esseri umani più infelici, e perché quello greco è il più infelice tra tutti i popoli.
E per oggi in quanto ad allegria siamo a posto.
Il Lettore

venerdì 27 novembre 2015

Essere un gatto

No, non è un manuale di comportamento per felini di colonia come potrebbe sembrare dal titolo, ma un romanzo per ragazzi di Gatto Matt Haig (l’errore non è mio, è lui che si firma proprio così) che ha avuto molto successo in Inghilterra e che pare anche qui stia riscuotendo nutrite approvazioni.




In effetti non è male (per essere un romanzo per ragazzi), scritto con uno stile essenziale e rapido nel quale l’autore entra spesso volutamente in prima persona a commentare la storia, e condito di quella vena orrorifica che ha sancito il successo delle fiabe più famose, da Hansel e Gretel a Pollicino.
Barney Willow è un dodicenne con tutti i problemi della sua età, compresa quell’insoddisfazione di fondo adolescenziale che gli fa desiderare di Essere un gatto per sfuggire alle complicazioni quotidiane. Detto e fatto, mai stuzzicare la magia propria del mondo gattesco. Svegliandosi una mattina si ritrova proprio nel corpo di un felino e da qui cominciano le sue tribolazioni perché, anche se la nuova condizione lo porta a scoprire molteplici vantaggi (agilità, sensi potenziati, capacità di comprendere i linguaggi di tutti gli animali ecc.), gli fa anche comprendere che in fondo stava meglio prima, e così inizia un’avventura per riuscire a reimpossessarsi del suo corpo originale che nel frattempo è stato occupato dall’anima del gatto di cui lui ha preso le sembianze.
Sì, perché nella realtà romanzesca di Haig questi scambi, queste trasmigrazioni sono la norma, e Barney stesso sotto forma di gatto è costretto a doversi difendere da altri ex-gatti trasformatisi in umani che lo vogliono nientedimeno che uccidere. E cosa c’è di più facile per un “umano” che uccidere un gatto?
Devo dire che, sia pur destinato a un pubblico giovane, questo romanzo possiede un livello di pathos degno di un buon thriller, e leggendo si sta veramente in ansia per la sorte del ragazzino anche se si è consapevoli che alla fine la storia si risolverà bene. Ma Barney riuscirà a riconvertirsi nella persona che era? O la malefica strega cattiva arriverà ad ammazzarlo? Ritroverà il padre misteriosamente scomparso? Riuscirà a far capire alla sua migliore amica che c’è Barney Willow dentro il gatto che lei sta accarezzando? (Sì, ci riesce, ingegno maschile e potenza intuitiva femminile).
Un romanzetto simpatico che è riuscito gradevole anche a chi come me non è più un ragazzetto, e sono convinto che potrebbe piacere anche a qualche blogger gattofilo di mia conoscenza.
Il Lettore

giovedì 20 marzo 2014

Una tranquilla domenica di sangue

L’altro giorno ho ricevuto una singolare mail della quale vi riporto uno stralcio:
Egregio Direttore del Blog (sic), è da qualche tempo che seguo le Sue recensioni e mi sono permesso di scriverLe per consentirLe di poter finalmente ottimizzare la qualità dei Suoi interventi. In linea di massima mi trovo per lo più d’accordo con le Sue considerazioni critiche riguardo alcune pubblicazioni (ho apprezzato in particolare la Sua stroncatura della barbara maniera con la quale Licia Colò sviluppa un argomento importante come quello dei Gatti), ma il modo con cui Ella (sic) tratta argomenti così interessanti potrebbe essere suscettibile di sostanziali miglioramenti. Certo di farLe cosa gradita, La invito a permettermi di collaborare al Suo Blog con la recensione che Le allego, in modo da innalzare così il tono della discussione. Distinti saluti, Prof. Pallucchino. PS: Le fornisco anche un mio ritratto, con il quale sono certo Ella vorrà adornare il mio modesto contributo.

Sono allibito. E il “ritratto” eccolo:


Dev’essere uno scherzo, mi sono detto; poi sono andato ad aprire l’allegato e ci ho trovato una recensione in piena regola, apparentemente di un romanzo dal titolo Una tranquilla domenica di sangue. Queste  parole hanno risvegliato qualcosa che assopiva tra i miei neuroni sovraccarichi. Sono andato a scartabellare digitalmente tra la marea di manoscritti scartati sepolti nel mio hard disk e ho esultato (è un eufemismo…) quando ho trovato il file dallo stesso titolo che mi era stato spedito tempo fa da tale S.P. con una richiesta di valutazione. File che avevo letto quasi fino in fondo e subito dopo dimenticato senza darmi nemmeno la pena di rispondere all’autore: a buon intenditor poche parole.
Guarda che coincidenza, ho pensato, ma ciò è bastato per spingermi a leggere la recensione nonostante il tono saccente della mail. Con sorpresa, ho riscontrato che il parere sancito da questo Professor Pallucchino (chissà di chi sarà lo pseudonimo… con quella foto, poi…) concorda pienamente con ciò che avevo pensato durante il tentativo di lettura del manoscritto, e ho deciso su due piedi di inaugurare le collaborazioni esterne a questo blog riportando integralmente il contributo che mi è pervenuto.
Visto che l’opera di cui si tratta è un inedito e quindi non potete conoscere la trama del racconto, ve ne fornisco la sinossi elaborata dallo stesso autore:
“La Colonia felina di Montelepre è travolta dai problemi. Cani randagi assassini fanno strage di gatti, un vecchio, ma non meno pericoloso, nemico che ritorna e la depressione dell’umano che accudisce i mici abbandonati al loro destino a causa di difficoltà finanziarie. Tutto sembra perduto e la Colonia è a un passo dallo sfacelo quando Tazza, il gatto Capocolonia, decide di sostenere psicologicamente il suo amico umano depresso. Contemporaneamente un quadruplice omicidio viene perpetrato nei pressi della Colonia. Un fatto tragico che stravolgerà gli eventi.”
E a detta del Professor Pallucchino lo svolgimento di tale vicenda è stato letto a voce alta alla conclave di mici della colonia I gatti di Monte Malbe proprio dal capocolonia,  il micione Tazza immortalato nella foto seguente, che per strana coincidenza assume anche la parte del Narratore interno alla storia nel romanzucolo di cui si tratta.


A quanto pare, il Professor Pallucchino sembra rivestire il ruolo del Letterato della Colonia, e del romanzino incriminato mi fornisce questa critica:
“Io gli umani non li capirò mai: si mettono a scrivere romanzetti e fanno pure finta che a narrare i fatti siamo noi Gatti. E non fanno altro che parlare dei loro problemi: droga, ammazzamenti e soldi, soldi, sempre soldi. Mica si mangiano, i soldi! Almeno scrivessero di cose interessanti! Che ne so, qualcosa su noi Gatti, per esempio. Mah!
Questo romanzaccio che ci ha letto Tazza (che poi sotto sotto non sono mica sicuro che non l’abbia scritto davvero lui…) è servito solo a tener buona Littorina per un po’. Quanto a valore letterario… be’, per una volta, ma solo per una volta, lasciatemelo dire, quasi quasi mi ha fatto rimpiangere quel mollaccione insopportabile di Fabio Volo.
Primo, la trama è trita e ritrita, scialba e scarna: dal punto di vista felino non succede nulla di rilevante fatta salva la partecipazione sostanziale di alcuni di noi alla risoluzione (scontata) della vicenda, della quale peraltro nessuno di noi è responsabile. Faccende di umani, e per questo insignificanti.
Secondo, troppi personaggi umani e pochi Gatti, le cui peculiarità non emergono come si sarebbero meritati. Inoltre, agli umani poliziotti l’Autore fa fare la figura dei cani (Ha! Ha! Ha! Buona questa!), mentre solo l’umano detto “Il Capo” sembra emergere quanto a carattere, il ché mi fa pensare ad uno spudorato narcisismo autobiografico.
Stile: ci sono veramente troppi dialoghi in umanese, sembra un testo scritto per il teatro! È vero che il tutto scorre benino, ma le risicate descrizioni non permettono di focalizzare al meglio i nostri luoghi. I Luoghi Gatteschi, intendo dire.
Leggibilità: sì… tutto sommato buona… (anche se l’interpretazione di Tazza lascia molto a desiderare), ma si poteva senz’altro fare di meglio.
In definitiva un testo banale, superficiale, prolisso e totalmente inutile per la superiore causa di noi Gatti.
Firmato: Professor Pallucchino.
Ricordando la lettura da me fatta del manoscritto, mi trovo con stupore a concordare con questo ignoto critico letterario, e di conseguenza acconsento volentieri all’inizio di una collaborazione che spero possa rivelarsi proficua.
Lo Scrittore & Pallucchino

domenica 10 novembre 2013

Edizione straordinaria!

Una novità in rete merita un’edizione straordinaria: al posto dello Squizzalibro, che rimanderemo a domani, oggi vorrei segnalare un esempio di come si deve scrivere sugli animali:

Non come Licia Colò, per intenderci.


“Sono TAZZA, un magnifico gatto rosso, Capocolonia della Colonia felina di Monte Malbe. A me è stato demandato il compito di narrare le vicende giornaliere, e pure quelle passate, delle due comunità.”
Le due comunità sono la “Comunità felina protetta di Monte Malbe”, che ospita gatti randagi abbandonati, e “I Borghesi che abitano nella Reggia”, un gruppo di gatti più fortunati (ma vedrete che non lo sono poi così tanto) che abitano a casa del “Capo”, colui che si è assunto il ruolo di intermediario tra Tazza e la comunità umana alla quale il capo colonia racconta le vicende passate e presenti delle due colonie.
Il Capo ha cominciato a riportare i racconti di Tazza su Faccialibro, e quando qualcuno gli ha fatto notare che il numero dei contatti sui suoi interventi stava salendo in maniera spropositata, ha raccolto il suggerimento, si è consultato con Pallucchino, Pericle e Serpotto, gli esperti delle due comunità, e ha intrapreso l’ennesima fatica per fornire a Tazza un mezzo di comunicazione di massa più consono alla miriade di racconti che le due colonie forniscono inconsapevolmente: un blog tutto per loro.
Già, perché le comunità feline sono una fonte inesauribile di fatti tristi e allegri: dal rito del pranzo quotidiano allo scaricamento in colonia di bestiole diventate inutili agli occhi di un padrone stronzo, dai giochi dei cuccioli alle morti dei vecchi e dei malati alle morti di giovani gattini investiti dalle auto, dalle invidie tra i componenti delle due colonie alle persecuzioni perpetrate ad opera di “umani” cui non piacciono i gatti,  da episodi a dir poco esilaranti alle stragi compiute da cani che tanto randagi non sono. Un’infinità di episodi.
Tutto sta a saperli raccontare.
Colui che si nasconde sotto le spoglie del “Capo” non è nuovo agli esercizi di scrittura: ha già pubblicato un libro (con deprimenti risultati di vendite, tanto per corroborare il concetto sottolineato da Massimo B., che so che prima o poi leggerà questa pagina: coraggio Max! vedi che non sei da solo! - infatti è un dato certo che il vero nome del Capo non è Fabio Volo, ma in compenso scrive molto meglio), e so che ne ha altri tre o quattro nel cassetto. Lo so perché ho avuto la fortuna di leggerli, e per questo posso affermare che Tazza non poteva riporre i suoi ricordi in una penna migliore. Forse il Capo non diventerà mai famoso come il citato pseudoscrittore, ma quando le sue pagine sui gatti pubblicate su Faccialibro collezionano centinaia di visualizzazioni (che invidia!), questo vuol dire che non sono il solo a pensarlo.
Ma perché tanto interesse? Be’, di certo è perché i gatti tirano, e di amanti dei gatti ce ne sono tanti (compreso io). Perché sui gatti si possono imbastire infinite storie come se di quelle reali non ce ne fossero abbastanza, e la maggior parte di queste, sia quelle tristi che quelle comiche, fanno leva su sentimenti profondi come è profondo il legame che instauriamo con questi ammassi di pelo (come la bastarda che in questo momento sta supplicandomi insistentemente di riempirle la ciotola calpestando la tastiera del portatile e strofinando il muso contro il mio mento).
E poi perché il Capo scrive bene: ha uno stile di scrittura molto asciutto, pragmatico, che bada al sodo. Fatti e non parole, poche descrizioni e nessun inutile arzigogolamento. Senza inutili orpelli o logorroici abbellimenti punta dritto al nocciolo della questione, con quel marcato accento umoristico che non guasta mai e che spesso ha la bravura di inserire anche quando sta raccontando di fatti tragici. Se seguirete i suoi post sul blog, ve ne renderete conto da soli.

Man mano il Capo raccoglierà i racconti di Tazza, anche quelli pubblicati in passato su Faccialibro, fino a delineare la storia delle tre colonie, la Vecchia, la Nuova e la Reggia, e dipingere la situazione attuale di una comunità felina che ne ha viste delle belle.
Meglio di un romanzo a puntate.
Se Tazza avesse affidato le sue memorie a Licia Colò, a quest’ora staremmo tutti dormendo.
Il Lettore