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giovedì 14 dicembre 2017

Le tre del mattino

Ed ecco a voi l’ultimo romanzo di Gianrico Carofiglio. Appena uscito e già schizzato in testa alle classifiche di vendita, a ribadire il concetto che se l’autore è conosciuto si compra a scatola chiusa. Purtroppo succede la stessa cosa pure con Fabio Volo (l’assenza del grassetto è intenzionale), e anche con Bruno Vespa.
Perlomeno in questo caso il romanzo merita veramente.



La trama: per ragioni mediche un adolescente, figlio di genitori separati e sofferente di attacchi epilettici, deve sottoporsi alla prova di restare senza dormire per due notti di fila, e questo test costringe il ragazzo a trascorrere più di 48 ore in compagnia forzata con il proprio padre che lui conosce quasi per nulla.
Ne emergono la riscoperta del rapporto padre/figlio insieme alla potenzialità di ciò che questo può offrire, e lo stupore di fronte alla rivelazione dei fatti reali che qualsiasi figlio ignora della vita dei propri genitori. Un romanzo atipico, di formazione e di scoperta, ambientato in una Marsiglia pressoché sconosciuta ai più se non fosse che tutti abbiamo sentito dire come sia una città pericolosa e dalla quale stare alla larga.
È un romanzo scritto benissimo, con stile semplice ed essenziale, e la lettura è scorrevolissima anche se ricca di citazioni e di aneddoti: “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”; questa dalla quale è tratto il titolo è di Francis Scott Fitgerald, ma Carofiglio non si risparmia anche altri nomi illustri o meno, sempre però inseriti ad hoc, in modo da non stonare affatto.
Un romanzo coinvolgente e ricco di tenerezza, di quella che fa piacere provare attraverso fatti e azioni, non di quella stucchevole spiattellata lì perché oggi va tanto di moda. I pochi personaggi di contorno sono ben caratterizzati e ben descritte le paure e le insicurezze adolescenziali.
Quello che mi fa imbestialire invece sono le idiozie del tutto fuori luogo, come l’affermare da parte di alcuni commentatori che questo romanzo non è piaciuto (ai coglioni autori dei commenti) perché l’autore non lo ha concluso raccontando come prosegue il rapporto tra i genitori del ragazzo (che ricordo sono separati, e ovviamente lo restano).
Come dire che Moby Dick fa schifo perché non c’è scritto che fine fa Anna Karenina.
M si sa: la madre degli imbecilli…
Il Lettore 

lunedì 13 novembre 2017

Passeggeri notturni

Un altro libro di racconti di Gianrico Carofiglio, che oltre ai romanzi non è nuovo nemmeno a questa corrente letteraria.
Poi, sul connubio scrittore/libro di racconti parlerò più diffusamente nel post relativo alla prossima raccolta di racconti che recensirò, che ho già letto e sulla quale sto già scrivendo. Abbiate pazienza.




In questo caso Carofiglio ha sfornato una trentina di raccontini di due o tre pagine ciascuno.
Brani molto sintetici, aneddoti, racconti veri e propri intervallati da situazioni reali di vita vissuta, da molti dei quali si raccoglie una sorta di “messaggio” dal significato profondo.
Alcuni sanno tanto di “racconto zen”: minimalisti e criptici, come appunto i racconti zen dei quali ho già letto parecchie raccolte e sui quali bisogna riflettere con una sorta di pensiero laterale. Quanto a tirarci fuori i piedi è un altro discorso. Qual è il suono di una mano sola?
Altri sono tratti da incontri con gente reale. Ma attenzione, l’attributo “reale” ha un connotato un po’ particolare, perché Carofiglio non è che incontra gente comune come me e voi o come la signora che va a fare la spesa e trascina la sporta alla fermata dell’autobus, no, lui incontra solo gente famosa — della quale si guarda bene dal fare i nomi — a ricevimenti più o meno “in”: giornalisti di testate celebri, politici sulla cresta delle aule di giustiz dell’onda, gente insomma che noi incontreremmo solo se frequentassimo abitualmente Via Veneto o Montecitorio.
Da questi incontri trae perle di saggezza (o di infamità, a seconda dei punti di vista) e ce le trasmette in questo libro che odora un po’ (ma solo un poco) di operazione commerciale (e dagli!) in quanto i racconti, singolarmente, erano già stati pubblicati in precedenza su una rivista. Rivista sulla quale probabilmente avevano un senso maggiore, e una maggiore attualità, che non raccolti tutti insieme a posteriori.
Sono pezzi comunque soddisfacenti, redatti con una piacevolissima scrittura dallo stile semplice e chiaro, e stringati quanto basta da lasciare un buon sapore in bocca senza appesantire.
Il Lettore 

martedì 10 ottobre 2017

L’estate fredda

L’estate fredda di cui narra Gianrico Carofiglio è quella del 1992, quella in cui furono assassinati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Nel libro si parla anche delle loro morti quando la notizia arriva agli inquirenti del giallo in questione, ma la vicenda del romanzo è ambientata in Puglia, non in Sicilia, all’interno di una mafia pugliese che anche se più “sgarruppata” della sua consorella isolana non per questo è meno deleteria.




Un bel romanzo, il cui pregio più rilevante è quello di aver dato vita a un protagonista, il maresciallo Pietro Fenoglio, dello stesso spessore dell’avvocato Guido Guerrieri. Un personaggio interessante, che Gianrico Carofiglio sicuramente approfondirà in divenire.
All’interno di una lotta tra bande nella criminalità pugliese accade un episodio tragico nel quale chi ne fa le spese è un bambino figlio di uno dei capi della criminalità organizzata. Del fatto viene incolpato uno dei luogotenenti del padre della vittima, che si riconverte nel ruolo del pentito collaboratore di giustizia e cerca di convincere gli inquirenti che lui non c’entra proprio nulla con la vicenda.
Come ormai di consueto nello stile di Carofiglio, la prima metà del romanzo è costituita dal resoconto di tutte le malefatte che Vito Lopez ha compiuto agli ordini di Don Grimaldi e che confessa alla polizia e al magistrato, il tutto redatto con lo stile formale tipico dell’atto giudiziario: domanda, risposta, domanda risposta. Dal momento che tutta la confessione dura parecchie pagine la cosa si fa un po’ noiosetta. Capisco come Carofiglio abbia voluto rendere anche il linguaggio tipico della magistratura (e c’è riuscito benissimo), e in fondo descrive bene molti meccanismi propri della malavita, ma avrebbe potuto impiegare un numero di pagine più congruo senza farla tanto lunga. Fortunatamente a circa metà libro l’autore cambia registro e iniziano le indagini vere e proprie per scoprire la verità sulla morte del bambino.
Il ritmo accelera e rende la lettura più piacevole: il maresciallo Fenoglio si troverà di fronte a una verità scomoda di quelle che ribadiscono come il concetto di onestà intellettuale e rettitudine abbia una gamma infinita di grigi, e dovrà decidere come comportarsi per restare tranquillo con la propria coscienza.
Come protagonista preferisco Guerrieri, ma in fondo anche questo Fenoglio non mi è sembrato male.
Il Lettore 

sabato 10 dicembre 2016

Testimone inconsapevole

Ho scoperto che il primo romanzo di Gianrico Carofiglio è già entrato a far parte delle antologie scolastiche a meno di quindici anni dalla sua prima edizione. L’altro giorno ho sbirciato da dietro le spalle di mio figlio mentre stava studiando e ho notato che era impegnato nella lettura di un brano di questo libro; il giorno successivo, tornato da scuola, mi domanda se lo possedessimo, e alla mia risposta positiva mi chiede se avesse potuto prestarlo a una sua compagna di classe.
Orrore! Odio prestare i miei libri, e se c’è una cosa infinitamente peggiore del prestarli a un amico è il prestarli a una quindicenne sconosciuta. Prestito uguale scomparsa definitiva. Ma come fai a dirgli di no? Profondendomi in infinite raccomandazioni sulla speranza che tornasse indietro (probabilmente del tutto inutili) ho tirato giù il volumetto dallo scaffale, ma visto che ormai ce l’avevo in mano, e in una sorta di ultimo saluto prima di dirgli addio definitivamente, ho detto al pargolo che prima di darlo alla sua amica avrebbe dovuto aspettare almeno un giorno, e ho colto quell’ultima occasione per rileggermelo.




In questo suo primo romanzo Carofiglio ci fa fare conoscenza con il personaggio che lo ha portato al successo: un avvocato penalista già demotivato e farfallone che viene inaspettatamente piantato dalla moglie e cacciato da casa. Guido Guerrieri ne è distrutto, cade in depressione e comincia un difficile percorso per cercare di ricostruire la sua vita.
Ci riuscirà anche impegnandosi in tribunale a difendere un extracomunitario senegalese dall’accusa di aver assassinato un bambino, basando la sua strategia difensiva sulla differenza che esiste tra i concetti di “verità”  e “verosimiglianza”,
Carofiglio descrive tutte le fasi del dibattimento processuale nel corso di alcuni mesi intercalandole con gli accadimenti personali della vita di Guerrieri: dalla riscoperta dell’amore per il pugilato ai primi approcci con nuove figure femminili al risollevarsi dopo la caduta, e scrive il tutto con un garbo accattivante coadiuvato anche dalla narrazione in prima persona che consente una maggiore immedesimazione con il protagonista. Il romanzo è piacevole e, a differenza della maggior parte degli autori al loro esordio, il magistrato sa infondere interesse nel romanzo fin dal primo capitolo, sviluppandolo poi alternando serietà e dibattimenti processuali con tratti che alleggeriscono la narrazione. Poi, nei successivi romanzi con lo stesso protagonista, Carofiglio si perderà un poco cercando di allungare il brodo con qualche sciocchezza, ma in questo primo romanzo ancora non l’ha fatto.
Bene. Addio, Testimone inconsapevole, è stato piacevole leggerti e possederti per qualche anno. E poi, chissà mai che le raccomandazioni possano funzionare…
Il Lettore 

giovedì 16 giugno 2016

La regola dell’equilibrio

Cosa fanno diecimila avvocati in fondo al mare? Un buon inizio.
Lo so, è vecchia, ma è sempre la prima cosa che mi viene in mente quando sento parlare di avvocati. Oltre a spiegare uno dei perché dell’affermazione precedente, anche quest’altra è carina:
Oggi me ne hanno detta una buona sugli avvocati. Ti piacerà. Dunque, un avvocato e un ingegnere sono alle Maldive, in spiaggia, che sorseggiano un cocktail. L’avvocato dice: «Io sono qui perché la mia casa è bruciata e con lei tutto ciò che possedevo. La mia assicurazione ha pagato e ho cambiato vita». L’ingegnere risponde: «Ma guarda la coincidenza. Io sono qui perché la mia casa e tutti i miei beni sono stati distrutti da un’inondazione. La mia assicurazione ha pagato e ho cambiato vita anch’io». L’avvocato assume un’aria perplessa. «C’è una cosa che non capisco». «Cosa?» gli chiede l’ingegnere. «Come diavolo hai fatto a provocare l’inondazione?»



Il brano è tratto dalla quinta avventura di Guido Guerrieri, l’avvocato boxeur frutto della penna del magistrato Gianrico Carofiglio, uscita nel 2014 col titolo La regola dell’equilibrio. A testimoniare che l’autore possiede una buona dose di autoironia che permette al romanzo di essere anche simpatico e divertente.

Con questo libro ho bissato la quantità di tempo sottratta al sonno a causa dell’ultimo Montalbano. Letto in due sere tirando tardi entrambe le volte senza crollare con la faccia sulle pagine, ad onta dei sia pur lunghi brani in cui Carofiglio sfoggia il suo background professionale approfondendo non poco i tecnicismi giuridici e gli iter procedurali.
Al di là di questo, e considerando poi che anche queste prolisse digressioni sono interessanti e godibilissime, il romanzo si legge veramente bene grazie anche al raccontare in prima persona di Guerrieri, che esce spesso dal seminato con escursioni nel quotidiano e nelle proprie riflessioni di quarantott’enne parzialmente deluso dalla vita con esperienze alle spalle che lo permeano di un’amarezza di fondo solo parzialmente occultata dall’arguzia che lascia fuoriuscire all’esterno. In altre precedenti avventure di Guerrieri avevo trovato che molte di queste digressioni apparivano leggermente forzate, quasi fossero servite solo ad allungare il numero di pagine del libro, mentre stavolta non ho avuto la stessa impressione e il tutto mi è parso coerente, se non sempre con la trama del libro quanto con la psicologia del personaggio e i suoi dubbi.
Sì, perché il romanzo tratta essenzialmente di dubbi: su di sé, sulla vita in genere, sui trascorsi di ognuno, di scelte su cosa sia giusto o non giusto fare, e di quanto queste scelte ti costringano sempre a camminare in equilibrio sulla lama di rasoio della vita.
Guido Guerrieri è chiamato a dover difendere un amico, un giudice importante accusato di corruzione, e si accinge al compito con la consueta serietà che lo ha sempre contraddistinto. Ma il caso lo porterà a riflettere, rendendone partecipe il lettore, sui temi generali dell’etica, della deontologia professionale e di quanto quest’ultima possa essere interpretata in modo elastico fino ad entrare in conflitto con le proprie radicate convinzioni.
Fanno di contorno al caso un gruppo di personaggi che Carofiglio sa rendere interessanti: la bella investigatrice Annapaola che di notte gira con una mazza da baseball nella sacca, e il suo gatto Gatto, che come gatto (perdonate la ridondanza) assomiglia più a una lince che a un maine coon; l’amico poliziotto Carmelo, il libraio/barista Ottavio; le anziane letterate piacevoli incontri di una sera.
E resta simpatico pure Sacco, l’inanimato assorbitore di cazzotti appeso al centro della sala con il quale Guerrieri intrattiene piacevoli conversazioni fatte di sventole e riflessioni, alle quali l’attrezzo sembra partecipare con cognizione di causa, come un amico compreso del proprio ruolo.
Il Lettore 

martedì 11 agosto 2015

Una mutevole verità

Cominciamo con le note dolenti: come si fa a non pensare, vista la frequenza con cui pubblica Gianrico Carofiglio, questa volta da solo, vista l’esiguità di questo romanzetto di meno di 120 pagine, stampato su carta grossa con un’impaginazione da miope che non vuole usare gli occhiali per poco più di un’ora complessiva di lettura al prezzo di dodici euri, e questo ci può anche stare, ancora una volta ad una spudorata operazione commerciale?




Ultimamente sembra che si siano messi tutti a scrivere romanzi brevi. Mancanza di voglia di lavorare? Maggior facilità a terminare una trama? Miglior rapporto costi/benefici quando si va a stampare? Sicuramente, come direbbe Massimo Catalano, è più facile scrivere un romanzetto di 110 pagine che uno di 770, anche al di là dei contenuti, che per di più in questo caso, come confessa alla fine lo stesso autore, sono presi pari pari da una storia realmente accaduta e quindi Carofiglio non è che abbia dovuto fare la fatica di inventarsi un gran ché.
Oltretutto la trama di Una mutevole verità è proprio banale, già sentita, si capisce chi è l’assassino già dalle prime pagine e il personaggio del protagonista, il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio (puro, incorrotto, comprensivo, innamorato della moglie, intelligente, dalla morale adamantina e amante della musica classica), è un po’ troppo “perfettino” per essere credibile. Ma già, dimenticavo che forse non tutti leggono il colophon, nel quale è rimarcato che questo libro è stato realizzato in collaborazione con l’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri: il protagonista non sarebbe potuto essere uno stronzo di poliziotto cattivo. E così non ha dovuto faticare tanto nemmeno Einaudi.
Ok, basta, gli aspetti negativi finiscono qui, perché a parte queste considerazioni il romanzo è carino, lo stile di Carofiglio è leggibilissimo come al solito e arrivato in fondo hai la sensazione gradevole che viene dopo aver letto un libro leggero ma piacevole. A non voler essere proprio pignoli il protagonista ne esce bene così come i comprimari e perfino i “cattivi”, e chi conosce già l’autore barese è gratificato anche dal riconoscere un paio di autocitazioni e dal constatare come questi riesca anche a rendere positiva la figura del suo personaggio più famoso, un avvocato Guerrieri all’inizio della carriera, sia pure nominato solo in un piccolo cammeo.
Va be’, diciamo che stavolta Gianrico Carofiglio se l’è cavata per un pelo. Ora ci aspettiamo da lui un qualcosa di più consistente, magari tra minimo un paio d’anni, con il suo solito stile ma con una trama solida e senza i consueti trucchi che è solito adoperare per allungare di qualche pagina i suoi romanzi.
Inteso, giudice?
Il Lettore

venerdì 1 maggio 2015

La casa nel bosco

Un altro Carofiglio. Stavolta doppio: il più famoso Gianrico e suo fratello Francesco si esibiscono in un duetto leggero e anche abbastanza piacevole da leggere. 
Ma del quale si può benissimo fare a meno.



Alcuni commenti su Gianrico li ho già fatti in passato ― basta che clicchiate sul nome Carofiglio nella colonna delle etichette sulla vostra destra ― mentre di Francesco (Carofiglio F.) finora non avevo mai letto nulla, e scorrendo questo volumetto non è che si riesca a distinguere una differenza di stile tra le due penne, probabilmente a causa dell’editing successivo alla stesura che ha uniformato il tutto.
Lo spunto è il ritrovarsi dei due fratelli per andare a svolgere un sopralluogo nella casa di campagna della famiglia che sta per essere alienata. I due di solito non si frequentano molto, ma passando una giornata insieme rispolverano ricordi comuni e operano una discesa all’interno della propria adolescenza.
Tutto qui. Niente trama, nessun colpo di scena. Solo ricordi giovanili. Che magari possono anche riportare alla memoria fatti, nomi, situazioni simili a chi come me ha la stessa età dei due autori (la Citrosodina, le caramelle sfuse da banco, situazioni in cui più o meno siamo passati tutti, buste anonime contenenti fumetti eccetera). Basta. Ah sì, in fondo c’è anche qualche ricetta di cucina pugliese.
Lo stile è quello solito di Carofiglio (Gianrico): molto discorsivo, linguaggio semplice da chiacchierata tra amici, dialoghi ben costruiti, piacevole da leggere e per questo non è facile il potersene staccare, ma procedendo con la lettura, man mano che ti accorgi che non succede nulla né mai succederà, subentra un pochino di noia: in fondo ci arrivi, ma nel frattempo è cresciuta una certa delusione. Peccato.
Vogliamo considerare anche questo un divertimento d’autore? Bah, purtroppo lo vedo più come un’operazione commerciale: Carofiglio vende, e allora perché non confezionare un libretto alla svelta (non credo che per scriverlo possano aver impiegato più di una ventina giorni ― ma è ancora più probabile che ce l’abbiano fatta in dieci) e darlo in pasto al pubblico tanto per tenere ben desta l’attenzione sull’autore?
Sì, più ci penso e più stavolta Carofigliox2 mi ha deluso.
Il Lettore 

sabato 7 marzo 2015

Non esiste saggezza

Vi trascrivo un pensiero di Robert Louis Stevenson:
Chiunque può scrivere un racconto – un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. È la lunghezza che uccide.»
Oltre al del tutto vero significato macroscopico, questa frase esprime tra le righe anche il concetto di come scrivere un buon racconto sia ancora più difficile dello scrivere un romanzo. Pura verità, perché scrivere un buon racconto non è appannaggio di chiunque, a volte neanche dell’autore di un buon romanzo. Magari del perché ne parlerò in una qualche lezione (semiseria) di scrittura creativa. Qui aggiungo solamente, per gli esordienti che mi seguono, che la quasi totalità degli scrittori famosi hanno pubblicato raccolte di racconti solo dopo aver pubblicato i romanzi che li hanno reso famosi. Quindi non sperate che vi vengano pubblicati quei quattro raccontini quattro che avete spedito a una casa editrice.
Perché i racconti – anche quelli buoni – non vendono, soprattutto se sei uno sconosciuto.




E infatti Gianrico Carofiglio ha fatto uscire questa raccolta di dieci racconti solo dopo che diversi suoi romanzi hanno riscosso un notevole successo. Come del resto hanno fatto Camilleri e altri scrittori famosi che ormai sanno come funzionano le cose.
A me sono piaciuti quasi tutti, quale più quale meno. La scrittura è quella solita di Carofiglio, fluida e accattivante, le trame scorrono e fanno nascere interesse fino alla risoluzione che a volte si esplica con un colpo di scena e a volte deriva naturalmente dal concatenamento dei fatti. Tra i racconti ve ne sono di profondi e di più leggeri e tra tutti, a testimoniare la sua passione per il mondo dei fumetti, spicca quello che più che un racconto è un divertissement dell’autore sotto forma di un’intervista a un personaggio improbabile come Tex Willer, che risponde alle domande dell’intervistatore con una moderata autoironia in ogni caso non scevra delle proprie incrollabili convinzioni.
Diciamo che per me è stata una lettura soddisfacente, anche se non eccelsa, e se dovessi scegliere i migliori tra tutti i racconti nominerei quello che dà il titolo alla raccolta, Non esiste saggezza,  e quello intitolato Il maestro di bastone.
Un difetto del volume in generale: i racconti sono pochi e non lunghissimi, e sia la dimensione dei caratteri che l’impaginazione sono progettati in modo da far sembrare il libro più lungo per poterne giustificare il prezzo di copertina, il ché fa storcere il naso e fa subito sorgere alla mente il sentore di una spudorata operazione commerciale.
Ma che vuoi, ormai lo sappiamo come vanno le cose.
Il Lettore

giovedì 18 settembre 2014

Il bordo vertiginoso delle cose

L’ultimo romanzo che ho letto in vacanza, anche questo trovato nella memoria dell’e-reader della moglie, è stato questo Il bordo vertiginoso delle cose di Gianrico Carofiglio, con il bel titolo tratto pari pari da quel verso di Richard Browning (Our interest's on the dangerous edge of things./ The honest thief,/ the tender murderer,/ the superstitious atheist – da Bishop Blougrams Apology, nella raccolta Men and Women), che tanto caro fu anche a Graham Greene. E se vi domandaste come io abbia potuto fare questo parallelo, e il perché mi sia venuto in mente lo scrittore inglese, lo scoprirete tra qualche giorno, non appena avrò terminato di scrivere la recensione dell’ultimissimo romanzo letto.


Restando in equilibrio sul bordo vertiginoso delle cose,  Gianrico Carofiglio torna a parlare ancora della sua Bari, questa volta in forma di romanzo mentre in Né qui né altrove – Una notte a Bari (vedi), lo aveva fatto prendendo a pretesto una notte passata con due amici a parlare a ruota libera dando sfogo alle loro rimembranze.
Il plot: uno scrittore in crisi creativa viene a sapere della morte violenta di un suo conoscente di gioventù e decide di tornare nella città natale dove riallaccerà vecchie amicizie e si lascerà trasportare dalla nostalgia. Trama semplice per un romanzo semplice come lo stile di Carofiglio; da sottolineare la dicotomia tra il protagonista al presente e lo stesso protagonista giovane, che è ben segnata nella narrazione dall’uso della seconda persona singolare che scinde le due situazioni. Lo scrittore anche questa volta è riuscito a confezionare un elaborato piacevole da leggere, scorrevole e interessante: la tematica è il momento del cambiamento alla fine dell’adolescenza; un romanzo di formazione, se si vuole, con forse un po’ troppi punti di contatto con l’altro precedente Il passato è una terra straniera. La formazione di un adolescente, l’oscillare tra il bene e il male tipico del passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta e il rischio sempre concreto di cadere dalla parte del “male”; dopodiché, qualsiasi scelta si attui, arrivano i ricordi, i rimpianti, i rimorsi.
Lettura piacevole, dicevo, ma non per questo priva di difetti: innanzitutto il “divagare” con dissertazioni di filosofia spicciola, tipico di Carofiglio anche nei romanzi dell’avvocato Gurrieri (forse con lo scopo di allungare di qualche pagina un’opera troppo breve?), e un finale un po’ sbrigativo che non fornisce molte concessioni ad una adeguata introspezione psicologica.
Comunque leggibilissimo.
Il Lettore

venerdì 30 agosto 2013

L’arte del dubbio

Pubblicato dapprima dall’Editore Giuffrè nel 1997 con il titolo Il controesame: dalle prassi operative al modello teorico a firma di Giovanni Carofiglio (?! – fonte:  libreriauniversitaria.it), è stato riedito nel 2007 da Sellerio, dopo un rimaneggiamento servito a togliere le parti più pesanti del testo, e dopo che Gianrico Carofiglio era diventato famoso con i romanzi dell’avvocato Guerrieri.


L’arte del dubbio nasce quindi come un testo giuridico ed essenzialmente destinato agli addetti ai lavori nell’ambiente della giurisprudenza, e se si vuole incolpare Sellerio di aver cavalcato l’onda del successo per far andare in porto un’operazione commerciale be’, lo si potrà pure fare, ma resta il fatto che perlomeno non è stata una fregatura come se ne vedono tante nell’ambiente editoriale, perché a parer mio questa è un’opera il cui valore va ben oltre la media.
Il libro è in pratica un manuale sul come si dovrebbe condurre un interrogatorio giudiziario, in particolare sul controesame dei testi, e in fondo anche un manuale sull’arte della comunicazione, supportato da numerosi esempi di interrogatori tratti da processi reali che costituiscono in pratica una raccolta di racconti giudiziari. Vi si trattano temi delicati come il saper demolire o rafforzare una testimonianza, gli approcci psicologici alle diverse tipologie di teste, gli errori da evitare per perseguire gli scopi prefissati. Il lessico è tipicamente giuridico e molto ricercato, ma nonostante questo approccio giurisprudenziale Carofiglio è riuscito a rendere i concetti sufficientemente chiari da essere compresi anche da profani della materia (come me).
 Come ho iniziato a leggerlo l’ho letteralmente divorato, trovandolo una lettura piacevole e colta, estremamente interessante e che richiede solamente un minimo di concentrazione per capirne i concetti; concetti non di immediata fruizione, bisogna riconoscerlo, ma che sono esplicati ed alleggeriti da numerosi esempi nei quali molte volte fa capolino quell’umorismo che Carofiglio riversa anche nei suoi romanzi:
“Avvocato: E lei vuol farci credere che in queste condizioni è riuscito a vedere il mio cliente che staccava un piccolo pezzo di orecchio al suo avversario?
Teste: Ma io non l’ho visto mentre lo staccava…
Avvocato: Allora come fa a sostenere che…
Teste: … l’ho visto mentre lo sputava subito dopo…
Questo libro mi fornisce inoltre lo spunto per un’altra considerazione: uscendo dal tema per tornare ad indagare le complesse meccaniche che regolano i giudizi su IBS, come già fatto in passato su questo blog, basta dire che a L’arte del dubbio numerosi lettori hanno affibbiato un 1 (pessimo), motivando questa bocciatura via via nei seguenti modi:
1 – non avevo capito che non era un romanzo (alla faccia degli acquisti consapevoli!);
2 -  credevo fosse un romanzo (buongiorno…);
3 – troppo tecnico (ma guarda!);
4 – la trovo solo un’operazione commerciale (può anche essere che sia così, ma in ogni caso è il valore del libro che andrebbe giudicato);
5 – è un discutibile prodotto a tavolino confezionato per colmare un vuoto editoriale (???);
6 – è un saggio di procedura civile (peccato che tratti di interrogatori penali…);
7 – Carofiglio ha finito la vena creativa (ma non è quello dei suoi libri che ha scritto per primo?);
8 – mi aspettavo un romanzo, sono rimasta delusa (e perché? Un libro è buono solo se è un romanzo?);
9 - ho trovato “L'arte del dubbio” nella sezione thriller di una libreria di una grande catena nazionale e credo che questa sia pubblicità ingannevole (!!!);
10 - perché pubblicare in una collana dedita al romanzo un manuale "tecnico"? (e chi l’ha detto che “La Memoria” è dedicata “solo” al romanzo?);  
11 – ha sfruttato l’onda del successo (ma vogliamo giudicare il libro, o le intenzioni dell’autore?).
Sono allibito.
Questo tipo di giudizi testimonia come molti lettori non sappiano nemmeno cosa si apprestano a leggere, e sono pronti a massacrare (o viceversa ad osannare) un testo solo per sentito dire o per sensazioni fumose, non avendo la minima cognizione di causa su come quantificarne l’effettivo valore.
Il Lettore

domenica 28 luglio 2013

Né qui né altrove – una notte a Bari

Nel corso di una Notte Bianca di qualche anno fa ho avuto il piacere di ascoltare Gianrico Carofiglio intervistato da altri due magistrati, famosi anche loro, uno dei due al pari di Carofiglio sia come magistrato che come scrittore, e l’altro conosciuto invece a livello nazionale solo per la sua attività forense, anche se nel ruolo di scrittore anch’egli un tempo se la cavava più che bene. Ma questo lo sappiamo in pochi. La sala era piena, Carofiglio era già parecchio rinomato per il suo avvocato Guerrieri, e i tre hanno intrattenuto il pubblico con una conversazione piacevole e interessante.


Piacevole come i libri di Carofiglio, dei quali Né qui né altrove – una notte a Bari appartiene alla serie al di fuori delle avventure dell’avvocato-pugile. Il romanzo non è un vero e proprio romanzo, quanto il resoconto di una notte trascorsa dall’autore a gironzolare per Bari  con due amici di gioventù dei quali aveva perso le tracce. Esce quindi dagli schemi dei racconti con i quali Carofiglio si è fatto scoprire, e non è altro che una scusa per narrare della città e del proprio processo di formazione, fino ad investigare sui meccanismi complessi dell’amicizia costruita e perduta, ritrovata o rimpianta.
La notte si dipana sull’onda dei ricordi, conditi di metafore azzeccate ed episodi interessanti raccontati con il consueto stile di Carofiglio, semplice e diretto, simile a quello con cui ha costruito i suoi gialli. Per andare a cercare il pelo nell’uovo, le frequenti digressioni dalla linea principale mi riportano alla mente le divagazioni con cui Carofiglio ha voluto allungare a forza racconti altrimenti troppo corti come Le perfezioni provvisorie, o i troppi sconfinamenti nella politica che ha operato ne La manomissione delle parole, ma in ogni caso restano gradevoli da leggere, e anche i frequenti rimandi e le citazioni, da Lansdale a Brown, da Rex Stout a Martin Mystere, in fondo gratificano quei lettori che conoscono gli autori e i personaggi di cui si parla.
Una curiosità che mi è rimasta, e che di certo non riuscirò mai a soddisfare, è il sapere quanta verità e quanta invenzione ci siano in questo libro. Ma fa nulla, fa parte del gioco.

Il Lettore