domenica 29 dicembre 2013

Tiriamo un po’ di somme

Oggi, 29 dicembre… ah, no, quella era 29 settembre… gli echi battistiani rintronano ancora a distanza di ben 46 anni (! – no, dico, quarantasei!!! Vi rendete conto?) dall’uscita di quel mitico pezzo di Lucio interpretato da un giovane Vandelli.  Scusate l’OT. Dicevo… oggi, domenica 29 dicembre, dovrebbe andare in onda il consueto appuntamento con lo Squizzalibro, ma dal momento che in tutte le iniziative che si rispettino al volgere dell’anno si elabora un consuntivo delle azioni compiute, allora mi è venuto in mente di farlo pure a me, tanto più che per quanto riguarda lo Squizzalibro dovrò decidermi a facilitare la cosa perché ad indovinare sono proprio in pochi...

http://freereader56.blogspot.it

Questo blog è partito il primo di luglio del 2013 in seguito a un’idea che mi ronzava dentro da un po’: quella di dire la mia sulle cose che leggo. Senza suggerimenti di terzi o qualsiasi tipo di interesse economico di mezzo. Se una lettura mi piace lo dico, se non mi piace lo dico lo stesso. Punto. Opinione personalissima, parere soggettivo. Ne consegue che così facendo non è che sia sulla strada buona per farmi molti amici, ma vuoi mettere la soddisfazione? Del resto sono ormai arrivato al convincimento che l’ipocrisia rappresenti un male da combattere ad oltranza, così come la stupidità. Come sostiene Carlo M. Cipolla è una battaglia persa in partenza, ma ripeto, vuoi mettere la soddisfazione? Certo, mi piacerebbe dire la mia anche su qualche film, o su qualche trasmissione televisiva, o su molti brani musicali di successo, ma ho deciso di limitarmi alle cose scritte e solo a quelle che ho sperimentato di persona. Mi avete mai sentito parlare male di Fabio Volo? No. Questo forse perché mi sono sempre astenuto dal leggere qualcosa di suo, ma in ogni caso è una conferma della mia buona fede nonché della mia sincerità.
Il fatto di ricoprire l’incarico di Lettore per una casa editrice mi pone poi in una posizione nella quale la semplice lettura va considerata sotto molteplici aspetti, molti dei quali esulano dal puro piacere di gustarsi un libro o dall’arricchirsi spiritualmente, che mi hanno permesso di acquisire una certa criticità nei confronti di un testo qualsiasi nonché una patologica avversione nei confronti dei testi redatti a pénis de chien (per usare un francesismo).
Ma bando alle ciance, parliamo di numeri.
Nell’arco dei sei mesi da che il blog è attivo…
Sono stati recensiti 57 Autori;
sono stati criticati 43 romanzi, 2 biografie, 3 fumetti e 13 saggi;
sono stati posti 19 Squizzalibri (e le risposte azzeccate sono state proprio poche…);
sono state fatte 9 considerazioni sulla scrittura in generale;
sono stati pubblicati altri 5 post su argomenti diversi;
fino a questo momento le pagine del blog sono state visualizzate 3679 volte e ogni giorno il blog viene letto da una media tra 15 e 25 persone interessate alla lettura (e alla scrittura);
il picco massimo di contatti è stato toccato il 24 ottobre con 72 pagine visitate (l’argomento del giorno verteva sulla spocchia con la quale si presentano alcuni aspiranti scrittori quando sottopongono i propri manoscritti alle case editrici).
Io mi reputo soddisfatto, anche se questa faticaccia non mi porta un centesimo.
Ma l’importante è divertirsi, no?

Freereader

venerdì 27 dicembre 2013

299 + 1

Era da diverso tempo che volevo recensire un fumetto di Leonardo Ortolani, ma non riuscivo a decidermi su quale scegliere.  Ho scelto 299 + 1 perché dopo lungo ponderare è risultata a parer mio la miglior opera del fumettista toscano .

Un gioiellino, così come 300, la graphic novel di Frank Miller dalla quale è stata tratta questa parodia (ed entrambe sono affiancate sullo stesso ripiano della mia libreria).


Per chi non l’avesse letta e per coloro che non avessero visto il film che ne è stato tratto, 300 è la rivisitazione da parte di Frank Miller della battaglia delle Termopili e degli atti di eroismo di Leonida e dei suoi Spartani. Una storia epica, splendidamente realizzata dall’artista statunitense con l’aiuto di Lynn Varley che ne ha inchiostrato superlativamente  le tavole, uscita in volume nel 1999.
Quando, dopo esserne rimasto affascinato, Leo Ortolani ha deciso di trarne una parodia, ha inserito come protagonista il suo Ratman nei panni di Skrotos, fratello di Leonida, facendogli assumere il ruolo di traditore che nell’originale era assegnato al gobbo Efialte.
L’opera è uscita dapprima in due numeri di Ratman Collection nel 2007, ma visto l’immediato successo ottenuto (al Lucca Comics and Games, nutriti gruppi di fans di Ortolani intonavano in coro il grido di guerra dei soldati spartani nel fumetto – A-HU! A-HU! A-HU! – ad ogni passaggio di Leonardo. Forse per questo se ne è tornato a Parma alla svelta…), è stata poi ristampata in un volume cartonato pubblicato nel 2011. Volume gigante formato orizzontale, scomodissimo per riporlo sullo scaffale e leggibile solo aperto su un tavolo, ma che costituisce un punto di forza in ogni libreria degna di questo nome.
Leo Ortolani è un fumettista fai-da-te, cioè diventato famoso solo grazie ai suoi personaggi, in particolare quel Ratman che grazie all’umorismo graffiante ha conquistato giovani e meno giovani e che è arrivato al centesimo numero di albi pubblicati solo nella serie normale. Da alcuni Leo viene considerato un genio della risata, per la serie incessante di battute fulminanti, gag, freddure e goliardate con cui infarcisce le sue storie, anche di quelle che possono capire solamente i geologi (razza strana i geologi: chi fa il fumettista, chi l’editore, chi il giornalista… ma in fondo sono simpatici... quasi tutti).
Lo Skrotos dall’aspetto di Ratman non si smentisce e in 299 + 1 sforna battute esilaranti una dopo l’altra:
A Sparta, quando una donna incinta sale su un autobus, la fanno guidare.”
“– Sei debole, gracile e deforme… gli anziani non ti hanno gettato dalla rupe? – Tre volte!”
“A scuola ci insegnano che morire per Sparta è la cosa più gloriosa che ci possa accadere. Ma io quel giorno ero assente.”
Ora basta, altrimenti vi tolgo il gusto di leggerle. C’è solo l’imbarazzo della scelta, si ride ad ogni pagina e si gustano allo stesso modo sia la sceneggiatura che l’impaginazione che i colori pastello che ricalcano quelli di Varley e del film.


Un’opera che si avvicina al capolavoro, che ho riletto almeno 7-8 volte ridendo ogni volta alle battute, e che ti spiazza proprio nel finale, dove invece assume in pieno i contorni dell’epicità concedendo un’apertura al serio e al profondo.
Da leggere assolutamente.
Il Lettore 

martedì 24 dicembre 2013

Un comportamento irragionevole

Scusate il ritardo ma ho il computer che fa le bizze e in questi giorni è sotto checkup. Anche ora l’ho blandamente esortato a comportarsi come si deve sotto la minaccia di buttarlo dalla finestra.
Allora.

Tra i miei interessi c’è anche la fotografia, ovviamente a livello amatoriale, e quando mi capita un libro che unisce belle foto ad una buona scrittura, allora il piacere è doppio.


Il libro di oggi è un’autobiografia che dimostra come Don McCullin non sia bravo solamente a scattare foto, ma anche a raccontare motivazioni e retroscena di una carriera che lo ha visto testimone di catastrofi naturali e atrocità compiute dall’uomo sull’uomo, seguendo una professione che lo ha portato a partecipare ad ogni tipo di guerra in ogni angolo della Terra: Cipro, Congo, Biafra, Sudest asiatico, Irlanda del Nord, Afghanistan, Medio Oriente, El Salvador. Si è perso solo la guerra delle Falkland, dal momento che gli organi ufficiali non hanno voluto accreditarlo per il tono troppo evocativo dei suoi reportage.
 “Vedere, osservare ciò che altri non riuscirebbero a vedere: è qui il senso della mia intera vita di reporter di guerra
Queste le parole con cui l’autore riassume la funzione che ha svolto per cinquant’anni, e devo ammettere che è riuscito benissimo a raccontare in modo semplice ma interessante una vita interessante che semplice non è stata. Con uno stile lineare, immediato e onesto, McCullin racconta una vita straordinaria partendo dalle scelte giovanili casuali, come quella di trovarsi a lavorare in una camera oscura durante il servizio militare nella RAF, al farne una professione, all’abbandonare questa professione dopo cinquant’anni in un dilemma esistenziale, quando disperazione e incomprensione per le inqualificabili crudeltà da lui fotografate hanno avuto la meglio sulla passione che lo aveva trascinato per tanti anni.
Perché dal libro emerge l’orrore che McCullin provava nelle zone di guerra, misto a sofferenza, tristezza, compassione e solidarietà per le vittime, e questi sentimenti li riportava nella scelta delle fotografie da trasmettere ai suoi committenti che ne traevano servizi densi di pathos. Come dimenticare lo sguardo allucinato dell’anonimo marine immortalato da McCullinn in un’effimera pausa della guerra in Vietnam?


Da quello sguardo emergono potenti l’atrocità e l’assurdità di tutte le guerre, e non si può addossare proprio alcuna colpa a McCullinn se a un certo punto si è reputato saturo di crudeltà e si è ritirato  a fotografare paesaggi, still-life e ritratti nella sua casa nella campagna inglese.
Comunque un bel libro, interessante dall’inizio alla fine, e le foto di cui è corredato sono veramente eccezionali.
Il Lettore

domenica 22 dicembre 2013

Lo Squizzalibro di domenica 22 dicembre

Buona domenica a tutti! In questi giorni dedicati agli ultimi acquisti natalizi, penso che pubblicherò questo Squizzalibro per niente facile e poi me ne andrò in mezzo al bosco, tanto per evitare code, traffico, gente, spintoni, confusione e tutte le altre amenità di questo periodo.

Squizzalibro per niente facile, dicevo.


1 – Il libro da indovinare oggi è un’autobiografia.
2 – Non recentissima: è uscita in Italia nel 2007.
3 – L’autore non è uno scrittore professionista, è inglese, molto conosciuto (in un certo ambiente… che non è quello della letteratura) e ancora in vita.
4 – Non è l’unico libro di questo autore, ma i numerosi altri che ha pubblicato… non si leggono proprio!
5 – Invece questo si legge e anche molto bene, e dentro c’è molta guerra (ma l’autore non è un generale in pensione), insieme a molte immagini.
Visto che siamo in clima natalizio, oggi il premio per chi indovinerà consisterà nel concedersi una pausa di riflessione sul chi ce lo fa fare di correre tanto.
Freereader

venerdì 20 dicembre 2013

La lunga oscura pausa caffè dell’anima

Bellissimo titolo, autore strepitoso.

Il titolo (tradotto letteralmente e mutuato da una frase pronunciata in un altro romanzo di Douglas Adams: La vita, l’Universo e tutto quanto) è bello anche in inglese: The Long Dark Tea-time of the Soul, e il libro è bello anche in italiano. Libro che riveste un’importanza particolare nella bibliografia di Adams, dal momento che è stato l’ultimo ad essere pubblicato mentre l’autore era ancora in vita.


Chi è che non ha mai sentito parlare del famosissimo manuale Guida galattica per autostoppisti? Penso che non esista amante di fantascienza che non l’abbia letto ed apprezzato, insieme al suo seguito Ristorante al termine dell’Universo, ai successivi La vita, l’Universo e tutto quantoAddio, e grazie per tutto il pesce e Praticamente innocuo, tutti facenti parte della stessa serie nata originariamente come sceneggiato radiofonico e diventata un classico della fantascienza umoristica. Li ho voluti citare tutti perché sono tutti bei titoli. E bei romanzi. Che cosa fareste se domattina il cielo sopra di voi si riempisse di astronavi in giallo Caterpillar e vi annunciassero che l’intera Terra sarà distrutta per lasciare il posto ad una circonvallazione spaziale? E di tempo non ne avete mica molto… 3… 2… 1…
Fenomenale. Questa serie, “trilogia” in cinque parti unica al mondo,  è proprio un caposaldo della fantascienza. Se non l’avete letta cominciate dal primo.
Con La lunga oscura pausa caffè dell’anima Adams prosegue un’altra serie con protagonista l’investigatore privato (olistico) Dirk Gently (che assomiglia non poco al personaggio principale della Guida galattica Arthur Dent), ma pur cambiando argomento rimane sempre nel surreale assoluto tirando in ballo questa volta, al posto di alieni supersenzienti, tutta la mitologia nordica, da Odino a Thor, e facendola interagire con gli umani in maniera paradossale.
Si vengono così a scoprire poco probabili patti stipulati tra Dei e Uomini, difficili rapporti tra padre e figlio (Odino e Thor), dilemmi esistenziali e difficoltà psicologiche dovuti alla scomoda condizione di immortalità senza più adoratori, il tutto condito dal più classico understatement che contraddistingue l’humour britannico.
Una lettura piacevole, che ti spiazza un pochino per le situazioni assurde in cui vieni calato, ma che ti diverte per l’immediatezza dello stile e i continui paradossi.
Ma Adams non si è occupato solamente di humour surreale. Un aspetto narrativo poco conosciuto dell’autore britannico riguarda le opere in cui l’umorismo è totalmente assente: quelle in cui si è interessato di biologia e di ecologia denunciando la devastazione compiuta dall’uomo in molte aree del pianeta. Sono opere in cui tristezza e delusione prendono il posto del divertimento, che hanno contribuito al risveglio ecologico di molte coscienze.
Un’altra interessante curiosità trovata su Wikipedia: oltre ad essere anche un buon chitarrista, Douglas Adams era amico di David Gilmour, che gli ha permesso di suonare alcuni pezzi in uno dei mitici concerti dei Pink Floyd.
Il Lettore

mercoledì 18 dicembre 2013

Il cerchio del lupo

Solo dopo averlo finito di leggere mi sono ricordato la ragione per la quale non compro i thriller di Michael Connelly: è un autore che pur scrivendo benino non mi piace. L’avevo classificato in questo modo molti anni fa e avevo smesso di leggerlo, poi mi hanno prestato questo Il cerchio del lupo (il solito Sergio, sempre per usare uno pseudonimo) e, sia pure rendendomi conto che Connelly non era di mio gradimento ma non ricordandone il perché, l’ho letto, e solo arrivato alla fine mi sono di nuovo reso conto di cosa me lo rende inviso.


Devo dire che in effetti si fa leggere, tant’è vero che sono arrivato in fondo, anche se è il solito thriller con il solito serial killer psicopatico, il solito investigatore (Harry Bosch, protagonista di molti dei romanzi di Connelly, e infatti ne avevo già letto qualcuno con lui protagonista) più sagace degli altri, i soliti personaggi di contorno e la solita ragazza che viene salvata all’ultimo momento. Però la lettura è scorrevole e non presenta quegli intoppi plateali che te lo farebbero piantare lì subito e ti consente di continuare fino a quando ormai è troppo tardi.
Solo quando l’hai chiuso ti rendi conto che il romanzo manca totalmente di credibilità. E scusa se è poco.
Ripensandoci con spirito critico ti accorgi infatti che nessuno dei personaggi aveva la minima ragione plausibile di comportarsi come si è comportato: nella vita reale avrebbero tutti operato scelte diverse da quelle imposte loro dall’autore. Be’, forse non tutti tutti: l’unica coerente e  abbastanza credibile è l’ultima vittima dello psicopatico, che viene rapita, seviziata e salvata in extremis senza che pronunci nemmeno una parola.
E anche questa può essere considerata bravura: se ti accorgi solo alla fine che la trama non sta né in cielo né in terra, allora ciò vuol dire che l’autore è stato bravo non permettendoti di scoprire subito il suo bluff. Ma col cavolo che rileggerò un altro romanzo di Connelly, neanche se me lo prestano.
Il Lettore

lunedì 16 dicembre 2013

Impero

Questo Viaggio nell’Impero di Roma seguendo una moneta (questo è il sottotitolo) è il primo libro che leggo di Alberto Angela, e devo dire che non ho potuto fare a meno di sorridere tra me e me per tutto il tempo della lettura: avete presente come parla Angela nelle sue trasmissioni televisive? Ecco, leggendo sembra proprio di sentirlo parlare: stesso stile da saccentello simpaticone (tu non sai un tubo ma ora te lo spiego io…), stesso ritmo e stessa intonazione!

E quando salta una riga tra un blocco e l’altro è come se lanciasse uno spot pubblicitario…


Diciamo che, a parte lo stile televisivo da divulgazione spicciola e una sintassi spartana in cui domina l’ordine soggetto–predicato–oggetto, il libro è un interessante excursus nei più vari aspetti della società romana del primo secolo dopo Cristo, quando l’Impero era al suo apogeo. La scusa è il viaggio percorso da un sesterzio che passa di mano in mano dopo essere stato coniato, permettendo all’autore di descrivere (alcune volte più minutamente, altre meno) innumerevoli aspetti del vivere quotidiano dell’epoca.
I frequenti paragoni con la vita odierna sono interessanti, così come del resto quasi tutta le messe di notizie che Angela riporta nel libro citando frequentemente le fonti (scrittori latini, archeologi, antropologi, musei) da cui sono state attinte. Il libro si legge abbastanza bene: dopo una partenza un po’ stentata il desiderio di continuare a leggere mi è cresciuto man mano per la curiosità innescata dalle notizie riportate, più che per il desiderio di vedere che fine avrebbe fatto quel sesterzio; anche se lo stile (se si può chiamare stile…) dopo un po’ annoia:  un conto è ascoltare padre e figlio un’oretta in televisione, un conto leggere un libro di più di cinquecento pagine…
A mio parere il piacere della lettura scade proprio nei punti in cui l’autore tenta di suscitare emozioni nel pubblico di lettori inserendo momenti topici che sanno platealmente di trucco letterario: dalla descrizione di un amplesso focoso tra due amanti alla tragica condizione degli schiavi, ai bambini che muoiono per malattie che all’epoca non si sapeva come curare. Episodi dei quali si spiegano tutti i perché e i percome, ma che sembrano inseriti ad hoc per scuoterci dall’assopimento. Ma in fondo questo aspetto gli si può anche perdonare.
Di sicuro, se lo facessi leggere a mio figlio, sugli antichi romani imparerebbe più da questo libro che dai suoi testi storici di scuola media.
Il Lettore

domenica 15 dicembre 2013

Lo Squizzalibro di domenica 15 dicembre

Le letture, almeno per me, vanno a periodi. Capita che a volte leggi un mucchio di romanzi di fila fino a che la cosa finisce con lo stufarti, poi per un periodo leggi più saggi che romanzi. Il tutto sempre alternato ai fumetti. Questo per soddisfare le due anime che da buon Gemelli mi porto dentro, e tutto ciò per dire che, visti anche i post pubblicati ultimamente su questo schermo, lo Squizzalibro odierno riguarderà…


1 – un saggio, storico;
2 – …ancora un saggio? Che noia…;
3 – L’autore è italiano e molto conosciuto;
4 – ma no che non è italiano, è francese…;
5 – Ma sì, ti dico, è italianissimo;
6 – ma se è nato a Parigi!;
7 – E allora? È italiano lo stesso;
8 – se lo dici tu…;
9 – Basta sentire in che italiano perfetto si esprime quando parla in televisione!;
10 – Per me uno nato a Parigi italiano non è…;
11 – E poi guarda il nome: più italiano di così!
12 – Io mica sono tanto convinto…;
13 – E falla finita! Che importanza ha?;
14 – La prossima volta leggo un romanzo…;
15 – Sì, va be’, ma intanto… lo indovinate?
Freereader

venerdì 13 dicembre 2013

Armi, acciaio e malattie

Perché sono stati gli europei a colonizzare le Americhe e non il contrario? Perché duemila anni fa è cresciuto un Impero Romano mentre decadeva quello cinese che pure esisteva da altri duemila anni? Perché alcuni popoli sono più ricchi di altri? Come mai sono stati gli africani a cadere schiavi degli uomini bianchi e non viceversa?


In questo libro affascinante, dal lungo sottotitolo Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni,  Jared Diamond ci fornisce la sua risposta a queste e ad altre interessanti domande. E’ quantomeno strano che un ornitologo di formazione sforni un saggio che abbraccia le discipline più disparate, passando dall’antropologia alla geografia, dall’archeologia alla biologia molecolare, dall’ecologia alla linguistica per finire con la teoria del caos, ma il fatto è che gli è riuscito benissimo.
In Armi, acciaio e malattie, Diamond ripercorre la storia dell’homo sapiens nelle ultime migliaia di anni per spiegare come mai i fatti si sono succeduti così come sono accaduti e non in altro modo, sfatando molte delle visioni razziste che tirano in ballo le attitudini di alcune razze rispetto ad altre, per imputare la ricchezza di alcuni e l’arretratezza di altri essenzialmente ai caratteri geografici del nostro pianeta. Le grandi pianure dell’Europa Centrale hanno permesso una rapida espansione lungo i paralleli; l’inestricabile foresta pluviale dell’America Centrale ha impedito per ben 1000 anni l’espansione  umana dal Nord al  Sud del continente; l’assenza di ostici impedimenti naturali nell’Impero Cinese ha contribuito alla sua decadenza così come la frammentazione dell’Europa in centinaia di staterelli ha permesso lo sviluppo di arti e scienze e così via.
È ovvio come un saggio magari non sia leggibile come un romanzo, e come il grado di leggibilità dipenda dall’interesse che si prova per la materia, ma vi assicuro che se mai si dovesse nominare un saggio che tutti assolutamente dovrebbero leggere, allora si dovrebbe parlare di questo libro. Perché tutti dovremmo essere coscienti di come la storia dell’umanità è giunta al punto in cui siamo, lasciando da una parte molte delle teorie che i demagoghi hanno cercato nei secoli di instillarci dentro. E poi, anche se si tratta di un saggio e quindi alcuni passaggi possono richiedere più concentrazione di altri, Diamond è riuscito a renderlo pienamente godibile da tutti, privilegiando l’aspetto divulgativo a quello strettamente scientifico.
È uno di quei libri che ti fa dire: ecco come si riesce a rendere piacevole la storia, non come a scuola!
Il Lettore

mercoledì 11 dicembre 2013

Camminare

Di Henry David Thoreau avevo già letto il celeberrimo Walden – ovvero Vita nei boschi,  il resoconto dei due anni che l’autore ha trascorso isolato come un eremita in una capanna sperduta nella foresta sulle sponde del lago Walden.


In Camminare, scritto nel 1862 poco prima di morire ma elaborato sulla base delle conferenze che teneva da più di dieci anni, Thoreau condensa gli stessi tipi di pensieri che aveva più prolissamente trattato in Walden e in Disobbedienza Civile del 1849. Pensieri (e azioni, come il non pagare le tasse) che lo avevano portato a trascorrere un certo periodo di tempo nelle patrie galere.
Stessi pensieri (Viva la natura! Abbasso la civiltà! Ma non solo…), stessa enfasi e stessa logorrea letteraria stavolta confinata in sole sessanta pagine. Del resto da un teologo seguace e amico di Ralph Waldo Emerson, per di più fine oratore, non è che ci possa aspettare una gradita concisione. Ma se un lettore paziente riuscisse a sopportare l’enfasi dilagante e la ridondanza di una buona dose di ingenuità filosofica, allora si accorgerebbe che i concetti di Thoreau sono tranquillamente condivisibili anche se un po’ datati: l’economia di cui parla è quella della metà dell’Ottocento, così come l’espansione urbanistica e demografica. Di sicuro, guardando come oggi i problemi che lui condanna siano ormai arrivati all’esasperazione, il teologo si reputerebbe soddisfatto di essere morto centoquarant’anni fa.
Il “camminare” che da il titolo all’opera viene da Thoreau inteso non come una passeggiatina intorno a casa o un giretto a ritmo di jogging, ma come un vero e proprio perdersi nella natura incontaminata, sapendo quando si parte ma non quando si ritorna, con il segreto intento di partire per non tornare e continuare a girovagare senza meta cercando di evitare anche il minimo contatto con la civiltà (qui in Italia una cosa del genere mi sembra un pelino difficile). Per Thoreau il camminare rappresenta un modello di vita, il desiderio di una liberazione dal malessere che si avverte nelle proprie esistenze.
Ma di certo alcuni dei concetti esposti sono del tutto veri, a partire da quelli più trascendentali per finire con i pensieri più terra terra:
“Vivere molto all’aperto, nel sole e nel vento, può senza dubbio produrre una certa ruvidezza di carattere, può far crescere uno strato di pelle più spessa non solo sul viso e sulle mani, ma anche su alcune delle qualità più squisite della nostra natura, nello stesso modo in cui un lavoro manuale pesante toglie in parte delicatezza di tocco alle mani.”
Non posso fare a meno di identificare in questa affermazione qualcuno di mia conoscenza.
Il Lettore

lunedì 9 dicembre 2013

Memorie di un ratto

“Mia madre mi lecca tutto scrupolosamente, mi lava con la sua lingua umida, mi libera dalle prime pulci che già hanno nidificato nell’inguine. Non mi è rimasto molto nella memoria di quei lontani primordi di consapevolezza, di quando ancora non sapevo di essere un ratto e l’immaginazione, non ancora sopita, non presentiva e non spiegava niente.”
Alcuni pensatori sostengono come il cercare di immedesimarsi nei pensieri di un animale per un umano sia impossibile, in quanto ritengono che tutt’al più una persona possa riuscire ad immedesimarsi in un se stesso che “cerca” di provare ciò che prova l’animale. Il concetto è interessante e probabilmente corretto: in molti scritti in cui l’autore si pone nei panni di un animale come io narrante infatti, si riscontra un’antropomorfizzazione (in pensieri o atteggiamenti) che ben presto attenua la sospensione dell’incredulità da parte del lettore.
Ciò si può riscontrare anche in romanzi peraltro scritti benissimo, vedi L’arte di correre sotto la pioggia (link), nel quale, per esigenze narrative, l’animale protagonista tende un po’ troppo a somigliare ad una persona vera e propria.

Memorie di un ratto è uno di quei romanzi in cui ciò succede in minor misura.


L’hanno paragonato al Cuore di tenebra di Joseph Conrad per l’orrore che riesce a suscitare, hanno tirato in ballo Edgar Allan Poe per fornire una misura di questo orrore e dell’inquietudine che ti prende mentre lo stai leggendo.
E non è nemmeno lontanamente ipotizzabile un accostamento con il Firmino di Sam Savage, storia di un topo bibliofilo fortemente antropomorfo, condita di quella malinconia e di quell’umorismo che in questo romanzo sono totalmente assenti per lasciare il posto ad una crudezza spietata.
Andrzej Zaniewski è riuscito molto più di tanti altri a compenetrarsi nella coscienza di una bestiaccia a noi fortemente invisa come un ratto, raccontandone in prima persona tutta la biografia dalla nascita alla morte e tenendo in primissimo piano per tutto il romanzo quelle che sono secondo lui le necessità fondamentali dell’animale: istinto di sopravvivenza e impulso alla riproduzione.
“Il profumo della carne di maiale mi riempie le narici. Mi scelgo il maiale più grosso, pesante, quasi immobile, gli salgo da dietro sulla groppa, squarcio a morsi la pelle, mangio. Mi aggrappo con gli unghielli al suo dorso e affondo i miei morsi nel suo lardo saporito, pulsante e sanguinolento. Caldo sangue cola giù lungo la pelle.”
Fin dalla nascita il protagonista è ossessionato dalla ricerca del cibo, impara ad uccidere qualsiasi essere vivente gli capiti a tiro, anche i suoi simili più indifesi; è spinto ad accoppiarsi con qualsiasi femmina gli passi vicino, persino la sua stessa madre; ed il tutto mentre cerca disperatamente di mantenersi in vita evitando nemici naturali e trappole innescate dall’uomo. Transita attraverso un’esistenza di paura vissuta in luoghi che definiremmo immondi, tra odori nauseanti ed escrementi di ogni tipo, terrori di ogni genere, sofferenze inimmaginabili, fino a terminare la sua vita sgozzato dal rivale che aveva preso possesso del nido dove lui era nato.
Libro tosto.  Permeato di particolari anche raccapriccianti, di dettagli materiali, di sangue, di odori, di paura, di tensione.
E’ la storia di un ratto, ma anche, nelle intenzioni dell’autore, una scioccante allegoria della vita umana che ci viene spiattellata crudelmente da Zaniewski stesso nelle pagine della postfazione: “Memorie di un ratto non è solamente un libro sugli animali, anche se un simile modo di interpretarlo potrebbe essere plausibile. Al contrario, si tratta di un racconto sulle leggi che governano la società, […] Pertanto ti prego, egregio lettore, di non dimenticare che, descrivendo in modo particolareggiato e naturalistico la vita del ratto, pensavo a te.”
Il Lettore

domenica 8 dicembre 2013

Lo Squizzalibro di domenica 8 dicembre

Il libro da indovinare questa settimana è:
1 – un romanzo, forte di contenuti;
2 – il cui autore ha nome e cognome quasi impronunciabili;
3 – è un testo che dal 1979 era sepolto all’interno di un cassetto e solo nel 1993 è stato pubblicato per la prima volta in Germania e nel 1994 in Italia;
4 – non credo che a tutt’oggi sia stato pubblicato nello Stato di nascita dell’autore;

5 – è narrato in prima persona e il protagonista è… un animale.


Lo indovinate?
Freereader

venerdì 6 dicembre 2013

Il linguaggio dei forum

Da qualche mese ho molto meno tempo a disposizione sia per leggere che per scrivere, e questo perché qualcuno, che ha visto in me qualità insospettabili perfino a me stesso, ha deciso di eleggermi al rango di moderatore in un forum che frequento da qualche anno. Questo forum tratta di argomenti tecnici, nulla a che fare con scrittura e lettura, conta circa 10.000 iscritti ed in ogni momento puoi trovarci in linea dalle 150 alle 200 persone.
Questo rende la moderazione sia un impegno che una responsabilità, e la squadra di 25 coordinatori che la svolgono è sottoposta ad un impegno che richiede tempo, concentrazione e capacità di agire fulmineamente: tutti i forum sono sottoposti ad attacchi di troll e fake, senza contare gli utenti che sbagliano ad inserire i loro post e quelli che fanno perdere tempo inutilmente, e compito dei moderatori è anche l’arginare questi attacchi perché la funzione enciclopedica del forum possa essere pienamente fruibile dagli utenti seri.

Sono affezionato, a questo forum. E ancora di più adesso che faccio parte dello staff.


Nel web, molti forum possono essere equiparati al rango di una barzelletta: linguaggi scurrili, ciarle da osteria, contenuti assenti, sporadici controlli. Quello che frequento io è uno di quelli seri nei quali le parolacce sono vietate da regolamento, così come l’affermare fesserie o l’usare abbreviazioni da sms o lo scrivere in maiuscolo, e chi persevera nel mancare alle norme viene gentilmente ma irrevocabilmente messo alla porta.
Ma le regole che sono severe allo scopo di salvaguardare l’integrità e la serietà delle conversazioni, purtroppo nulla possono nei confronti del saper scrivere.
Nel leggere i post che gli utenti pubblicano in continuazione molto spesso inorridisco: la grammatica è un’entità astratta, così come l’ortografia o l’esattezza nel riportare un qualsiasi lemma. L’uso di condizionali e congiuntivi mi fa morire: “se tu riusciresti ad andare lì, allora potremo fare così…”.
Gli errori sono frequentissimi: ortografici, sintattici e semantici oltre ai rovescini e alle sviste di battitura; i segni d’interpunzione sono opzionali così come le maiuscole, al punto che su qualche intervento bisogna chiedere spiegazioni all’autore per riuscire a comprenderne il senso.
E nel mio intimo ne soffro, perché se in un testo che sto valutando queste cose non potrei mai lasciarle passare, nel forum devo stare zitto ed accettarle. Del resto chi scrive potrebbe non avere neanche la terza elementare, e nello stesso tempo essere un’autorità indiscussa nel suo campo e dall’alto della sua esperienza dispensare consigli preziosi anche se sgrammaticati.
La cosa mi diverte.
Pero ci riddo anche sopra, e pianpianino mi stò abituare ad un linguagio che potessi pigliarre a esepio.
Il Lettore Moderatore

mercoledì 4 dicembre 2013

La vita degli animali

Qualche sera fa, l’affetto che provo per una mia amica mi ha fatto accettare di partecipare alla festa di compleanno di suo figlio, festa che ben presto si è trasformata in un evento situato nettamente oltre i confini della mia capacità di sopportazione.
Nonostante i cibi squisiti, principalmente due sono stati i fattori che hanno determinato il montare dentro di me della spinta ad andarmene al più presto: l’allucinante pandemonio creato dai ragazzi e la prerogativa delle mamme di saper parlare unicamente dei propri pargoli e di come vanno a scuola. Insopportabili entrambi.

Ma non potevo scappare, e di conseguenza mi sono messo a spulciare la ben fornita biblioteca dei padroni di casa fregandomene di far finta di sottostare ad un corretto comportamento sociale,  fino a che non ho incontrato questo titolo che mi ha incuriosito:


Non conoscevo Coetzee e gli animali mi interessano, di conseguenza ho preso il libro, ho cercato un angolino tranquillo (!) della casa e mi sono messo a leggere.
Dopo poco più di un’ora l’avevo terminato.
Lo scrittore John Maxwell Coetzee, sudafricano, premio Nobel per la letteratura nel 2003, come persona dovrebbe essere un tipo molto particolare. Lo scrittore Rian Alan dice di lui: “Coetzee ha un'incredibile autodisciplina e dedizione al suo lavoro. Non beve, non fuma, non mangia carne. Percorre lunghe distanze in bicicletta per tenersi in forma e ogni mattina passa almeno un'ora alla scrivania. Un collega di lavoro dice di averlo visto ridere solo una volta in dieci anni. Un conoscente ha partecipato a diverse cene in cui Coetzee non ha detto nemmeno una parola” (fonte: Wikipedia).
Mi è proprio simpatico. E poi scrive bene.
Anche se questo La vita degli animali è un libro veramente fuori dagli schemi: sotto le finte sembianze di un romanzo Coetzee ha messo in scena un inno al vegetarianesimo e un vero e proprio atto di accusa nei confronti del consumo di carne animale. Il suo protagonista, Elizabeth Costello, un’anziana e famosa scrittrice, è invitata a tenere una conferenza sugli animali nell’Università dove insegna il figlio, conferenza che lei trasformerà ben presto in un atto d’accusa nei confronti dell’industria zootecnica e del consumo di carne, sconcertando i presenti abituati al politically correct. In pratica il libro è il suo discorso, e il suo discorso il libro.
Le tematiche trattate dalla protagonista spaziano tra le varie filosofie di pensiero che si sono succedute nel tempo e le analizzano, fino a sfociare nel paragone tra l’industria zootecnica e i lager nazisti paragonando gli animali condotti al macello agli ebrei portati nelle camere a gas.
L’argomento è forte, particolarmente sentito da coloro, come me, a cui stanno a cuore le sorti degli animali e ciononostante non si sforzano di rinunciare alla carne pur ammettendo e condividendo sia la validità logico-razionale delle motivazioni che il coinvolgimento emotivo. Un libro interessante, scritto benissimo, che spazia dalle considerazioni sulla coscienza animale all’analisi del concetto teologico di come la sistematica uccisione quotidiana di milioni di animali rappresenti il peccato originale che si rinnova intorno a noi; al quale seguono (ma quelle non ho fatto in tempo a leggerle) quattro riflessioni sul tema di scienziati, filosofi ed etologi.
Un interessante risvolto psicologico è come la protagonista, alla fine del libro, sia schiacciata tra il bisogno fisiologico di esternare le sue convinzioni, e l’angoscia provocata dall’evidente incomprensione che le rivolgono i suoi ascoltatori.
Mi ha fatto venire voglia di leggere anche altri libri di Coetzee, magari provare un romanzo vero e proprio.
Il Lettore

lunedì 2 dicembre 2013

L’uomo che fissa le capre

Di solito, quando di un libro ne fanno un film, io preferisco leggere il libro.

Questo di Jon Ronson, letto impulsivamente sull’onda della pubblicità intessuta intorno al film interpretato tra gli altri da Kevin Spacey, George Clooney e Jeff Bridges, è stata sì una lettura interessante, ma fondamentalmente noiosa a dispetto dell’intenzione comica.


Dai tempi dei tempi i comandanti di quasi tutti gli eserciti della storia, da Cesare a Hitler, dall’URSS agli USA, si sono interessati al paranormale per poter trovare quell’arma in più che riuscisse a sconfiggere i propri nemici.
Jon Ronson imbastisce un resoconto giornalistico dei tentativi portati avanti da US Army e CIA negli ultimi decenni per cercare quest’arma, investendo milioni di dollari sulle convinzioni di alcuni alti ufficiali che si riuscisse ad uccidere una capra solamente guardandola o si potessero attraversare i muri come niente (di quest’ultima ipotesi c’è anche la spiegazione scientifica: un qualsiasi corpo, come un muro o una persona, è costituito da atomi, che a loro volta sono costituiti per lo più da spazio vuoto. Basta quindi che sintonizziate psichicamente gli spazi vuoti degli atomi del vostro corpo con gli spazi vuoti degli atomi del muro e, una volta fatto ciò, se vi lanciaste a testa bassa contro il muro dovreste attraversarlo come se non ci fosse. Dovreste. Fate voi la prova che io ho un leggero mal di testa).
Conoscendo le assurdità degli americani non è difficile credere come i fatti raccontati possano anche essere del tutto fondati, ma al di là della curiosità suscitata dalle stranezze raccontate, resta il fatto che, dopo un inizio vagamente surreale e moderatamente umoristico, la trattazione si appiattisce e l’autore tenta di risollevarla inserendo episodi agghiaccianti anche se probabilmente basati su fatti reali, ma alla fine non è che ci riesca molto bene.
Non ho visto il film, ma probabilmente siamo in presenza di uno di quei casi in cui quest’ultimo è riuscito migliore del libro da cui è stato tratto.
Il Lettore

domenica 1 dicembre 2013

Lo Squizzalibro di domenica 1 dicembre

Per rimediare la defaillance della scorsa domenica cominciamo l’ultimo mese di quest’anno con un bel quizzettino difficile…


1 – L’autore del libro da indovinare è statunitense.
2 – Non si tratta di un romanzo ma di un saggio. Un po’ romanzato, questo sì, ma sempre saggio è.
3 – Da questo saggio hanno tratto un film uscito da poco sugli schermi.
4 – Gli attori del film non ve li dico, altrimenti indovinereste subito. Vi basti sapere che almeno tre dei costituenti il cast sono molto famosi.
5 – Non vi dico nemmeno la tematica del saggio, per lo stesso motivo. Però vi suggerisco che ha qualcosa a che fare con la politica degli armamenti, trattata da un punto di vista un po’ particolare: una sorta di visione laterale…
Sotto con le congetture!
Freereader

venerdì 29 novembre 2013

Per chi scrivo? Per me? Per gli altri?

Umberto Eco, nelle Sei passeggiate nei boschi narrativi, attribuisce l’epiteto di “narcisisti disonesti e mendaci” a tutti coloro che sostengono di scrivere per se stessi. Io mi limito a sostenere che essi sono solo degli ipocriti, in quanto sono convinto che se si prende una penna in mano è per incidere dei segni confidando che prima o poi vengano decifrati da qualcun altro.


Secondo Eco si scrive per se stessi solo la lista della spesa, ma anche quella in genere si compila per il coniuge che per farti un dispetto tende troppo spesso a dimenticarsi quelle spinaci che proprio non riesce a strozzare.
E anche Roberto Cotroneo, nel suo Manuale di scrittura creativa per principianti, sostiene che “si scrive per gli altri, mai solo per se stessi”, e che anche quelli che tengono un diario non lo distruggono perché “in fondo al loro cuore sperano comunque di farlo leggere a qualcuno un giorno, un eletto, l’unico magari degno, ma quel qualcuno potrebbe un giorno condividere con loro il piacere della scrittura”.
Ritengo che il sostenere di scrivere per se stessi sia sterile, che sia un masturbarsi intellettivo che può dare una soddisfazione momentanea ma non porta a nulla se non ad un rinchiudersi ancora di più in se stessi. E che chi insista nella convinzione in realtà menta sempre a se stesso. Se si scrive lo si fa sempre per qualcun altro, anche se questo qualcun altro è per il momento soltanto nascosto nelle pieghe della coscienza. E’ un dialogo che si instaura con un lettore ipotetico.
E la conseguenza è che ciò ti costringe tutte le volte al dover scrivere in ogni caso al meglio che puoi, perché è invece un diritto di quel lettore ipotetico il potersi confrontare con una prosa pulita, senza errori, sbavature o sgrammaticature o concetti confusi, indipendentemente dallo stile e dai contenuti, per poterne assimilare il messaggio nel modo più rispondente possibile a quelli che sono stati gli intendimenti dell’autore. Un assioma che ne deriva è che quando consegni un tuo scritto ad un qualsiasi  lettore, quello scritto non è più tuo, è diventato un’opera che appartiene a tutti e tutti ne possono trarre qualsiasi significato vogliano, che siano o no in accordo con quello che tu hai voluto trasmettere. E a quel punto dovresti anche saper ricevere, non dico accettare, gli eventuali commenti che ti potrebbero arrivare addosso, positivi o negativi che siano.
Non ci si deve domandare se si scrive per se o per gli altri, ma bisogna in ogni caso scrivere in modo che ciò che si rilegge sia gradito a se stessi. Nonostante si scriva sempre per qualcun altro, il proprio Io deve essere considerato il Lettore più importante, bisogna soddisfarlo scrivendo in modo che esso provi un senso di appagamento ad ogni rilettura. Scrivere quindi su argomenti che Gli interessino con uno stile tale da darGli piacere; scrivere in modo che l’Io Lettore possa stimare l’Io Autore. E questo non significa scrivere per se stessi, ma operare in modo che ciò che piace a se stessi possa poi piacere anche a quegli altri che potrebbero essere i veri destinatari.
Penso che nel momento in cui una persona si accinge a scrivere i suoi pensieri debba sempre tenere a mente questi concetti, insieme a qualche centinaio di altre regole di alcune delle quali magari si parlerà in seguito.
Lo Scrittore
PS: Un grazie al “maestro” per l’immagine… 

mercoledì 27 novembre 2013

La grande fuga dell’Ottobre Rosso

Il primo ottobre passato è morto, all’età di 66 anni, lo scrittore Thomas Leo Clancy Junior: un autore che ha portato ben 17 libri fino in vetta alle classifiche di vendita. Come piccolo omaggio vorrei recensire (ma è solo una scusa) il suo primo romanzo, dopo 27 anni dalla sua pubblicazione, quello che lo ha portato al successo e da cui è stato tratto il film Caccia a Ottobre Rosso con protagonista Sean Connery.


In realtà, voci di corridoio affermano che La grande fuga dell’Ottobre Rosso, uscito in Italia nel 1986, non sia stato il primo romanzo che Clancy ha scritto, essendo stato preceduto nella stesura da Uragano Rosso, pubblicato l’anno successivo in seguito al successo del romanzo d’esordio (se ci si fa caso, infatti, lo stile di Uragano Rosso è più “grezzo”, meno maturo). Si dice anche che la vicenda dell’Ottobre Rosso gli sia stata suggerita dalla notizia di una fregata che aveva tentato la diserzione dalle fila della marina sovietica. Fatto sta che anche lui, come Frederick Forsyth, ha centrato il bersaglio al primo tentativo e ha continuato poi ad inanellare centri su centri: oltre alla serie su Jack Ryan che conta sedici volumi, Clancy ha creato le altre nutrite serie Op-center, Power Plays, Net Force Explorers e Splinter Cell, oltre a numerosi saggi su tematiche militari, sceneggiature per videogiochi e altri romanzi extraserie.
Dalla sua Clancy aveva un’ottima conoscenza della macchina amministrativa statunitense oltre che degli ultimi ritrovati in fatto di armamenti e delle tattiche militari sia americane che sovietiche, e questa conoscenza l’ha riversata a piene mani nei suoi romanzi passando con disinvoltura dagli scontri nascosti della guerra fredda alle lotte contro il narcotraffico e quindi  al terrorismo. Per l’esercito e le armi aveva una vera e propria passione: oltre a possedere un poligono sotterraneo privato nel quale allenarsi con la sua Beretta 92FS, con i proventi dei suoi primi libri si era comperato un Hummer H1 e nientepopodimeno che un carro armato M4 Sheridan del 1943, ed era un socio emerito della famigerata National Rifle Association, la potente lobby dell’industria delle armi. Ovviamente era un repubblicano convinto.
Ma a parte le criticabili passioni, Tom Clancy scriveva veramente bene. Perlomeno finché i suoi libri li scriveva lui. Lo stile era pulito, lineare, molto facile da seguire e mirato dritto al punto. Considerate che uno dei suoi libri, Clear and present danger (in italiano Pericolo imminente), sono riuscito facilmente a leggerlo per intero anche in lingua originale.
La serie su Jack Ryan, della quale La grande fuga dell’Ottobre Rosso è il primo episodio, vede questo anonimo insegnante di storia, ex sottotenente del corpo dei Marines, passare dall’essere un consulente esterno della CIA al diventare il Presidente degli Stati Uniti, in fondo coronando quello che è il più comune sogno americano, attraverso una serie di romanzi che si leggono tutti d’un fiato e che nonostante la mole sono densi di tensione narrativa, supportata da inneschi ripetuti della curiosità e dalle scene d’azione che si succedono frequentemente. Nella Grande Fuga, per esempio, la spinta a continuare a leggere è innescata fin da subito dalla diserzione del sottomarino con tutto il suo equipaggio: ce la farà a scappare? Lo riprenderanno? E in seguito è nutrita dall’inserimento di elementi destabilizzanti (i classici “intoppi” narrativi), da trovate tecniche e scene d’azione che la mantengono desta capitolo dopo capitolo fino alla risoluzione. Un gran libro. E una volta tanto anche il film che ne hanno tratto è stato all’altezza dello scritto.
Quando Clancy, ormai ricco, ha cominciato a pubblicare in collaborazione (con Steve Pieczenick, David Michaels, Peter Telep e altri, nel senso che lui forniva le idee, forse, o solamente il nome, e gli altri scrivevano), la scrittura ha cominciato a decadere e ho smesso di leggerlo. Ma i suoi primi romanzi sono ancora in bella mostra su uno dei principali scaffali della mia libreria.
Il Lettore

lunedì 25 novembre 2013

Steve Jobs

Tra indisposizioni di Telecom, malori del Wi-Fi casalingo, acciacchi senili, obblighi genitoriali, doveri lavorativi, vincoli sociali, giri di qua e giri di là, questa settimana sono stato costretto a tralasciare l’appuntamento con lo Squizzalibro. E non sono nemmeno riuscito a terminare la lettura di qualcosa di nuovo, per cui oggi mi limiterò a fornire la recensione di un libro che ho letto da qualche tempo.

Due volte.


È ovvio che se ti metti a scrivere la biografia di un personaggio al quale in tutta la sua vita non è successo nulla di eclatante potresti correre il rischio di redigere un testo mortalmente noioso (ma anche no, vedi lo Stoner di Williams). D’altra parte, se il personaggio da trattare è interessante, e tu scrivi come un politico chiamato a fare qualcosa di sensato, il risultato sarà lo stesso.
Ma se metti insieme un uomo la cui vita è stata molto interessante, e la fai raccontare da uno scrittore molto bravo, non può uscirne fuori altro che un capolavoro.
Ho letto due volte questo libro di ben 625 pagine, e in ognuna mi sono lasciato prendere da una tensione narrativa maggiore di quella che si può riscontrare in molti romanzi. Un po’ quello che mi è successo anche leggendo Open, la biografia di Andrè Agassi.
Le ragioni sono quelle che ho accennato: prima di tutto uno Steve Jobs che è stato una delle icone del Novecento, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti che Walter Isaacson non cerca affatto di nascondere. È estremamente interessante conoscere come è cresciuta e i risvolti nascosti di una personalità originale sia in positivo che in negativo, una personalità che ha saputo spiccare in un mondo in formazione come quello dell’informatica, che ha creato uno dei marchi più famosi al mondo, che è crollata e ha saputo risollevarsi fino ai vertici, che era dotata di un intuito fenomenale, ma anche di una boria e di un’antipatia da guinness dei primati.
E poi l’autore, già personalità influente nel campo dei media statunitensi, giornalista e scrittore, già premio Pulitzer, ha saputo articolare la vita dell’imprenditore (impiegandoci più di due anni) dipanandola in senso strettamente cronologico ma facendo in modo di non incorrere in cali di tensione (aiutato anche dalle vicende personali di Jobs), con uno stile fluente che non ha nulla da invidiare ai più rinomati romanzieri. Come dice lo stesso Isaacson: “Jobs non è stato né un capo né un uomo modello; non è stato la persona ideale da emulare (…) ha fatto infuriare e disperare chi gli stava vicino (…) la sua storia ha un valore sia istruttivo sia ammonitorio”. Evidentemente i due si sono aiutati a vicenda nel dare vita a un libro che ripercorrendo la storia di Jobs fornisce uno spaccato affascinante degli ultimi vent’anni dello scorso secolo.
Di sicuro è uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi due anni. Mi ha fatto venire voglia di leggere anche la biografia di Albert Einstein scritta dallo stesso Isaacson.
Il Lettore