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mercoledì 21 febbraio 2018

Mr Vertigo


“…..non credo che occorra un talento particolare per sollevarsi da terra e librarsi a mezz’aria.” Questa è forse l’affermazione più cretina di tutto questo libro, d’altra parte per altri versi assolutamente rimarchevole. Provateci voi, e poi ditemi se è così facile come sostengono nel romanzo.
Un altro libro con protagonista un bambino disadattato, povero in canna, pressoché rifiutato dai genitori, praticamente nelle stesse condizioni dell’arminuta di qualche giorno fa. O perlomeno così sembra all’inizio. Solo che stavolta il bambino si trova negli Stati Uniti, e la prosa è quella di Paul Auster, semplice e perfetta, scevra di paroloni e di tecniche sofisticate messe apposta per le giurie dei concorsi. O per lo meno ci sono ma non si notano, come dovrebbe essere.



Ed è solo per il livello qualitativo superiore della prosa che ho proseguito nella lettura, scoprendo che in realtà il romanzo non è altro che l’autobiografia dei più di settant’anni di vita di tale Walt Rawley, che parte da quando viene adottato da un presunto “mago” che riesce a far emergere dal ragazzo la sua capacità, nientedimeno, di levitare in aria.
Questo presunto “mago”, Master Yehudi, non è che insegni qualcosa di particolare a Walt, ma attraverso un opinabilissimo sistema di addestramento (che comprende torture come il seppellirlo del tutto per un giorno intero sotto la nuda terra) riesce a fare in modo che il ragazzo trovi dentro di sé il potere di librarsi in aria. I due cominciano ad esibirsi in piazze e teatri diventando rapidamente famosi e facoltosi, ma poi cominciano i guai…
Una biografia che più che una storia è un quadro sintetico di un certo tipo di società americana nell’arco di cinquant’anni, un po’ come hanno fatto anche Moehringer, Lansdale e tanti altri autori, prendendone spunto per trattare di temi come la povertà, il razzismo con tanto di Ku Klux Clan, l’alcolismo, i gangsters, la passione per i tipici sport americani, l’opportunità per ciascuno di diventare ricco e famoso, ma anche di crollare fino a cadere così in basso che più in basso non si può. Se nel di molto precedente Trilogia di New York il tema dominante era la solitudine, in Mr Vertigo i protagonisti approfondiscono il rapporto padre/figlio pur non essendoli naturalmente.
Non posso dire che il romanzo mi sia piaciuto del tutto: resta per troppo tempo su quando il protagonista era ancora bambino e c’è troppo baseball per i miei gusti, ma ne ho apprezzato la prosa pulita e senza fronzoli, la semplicità diretta e ricercata senza farlo pesare.
Inoltre c’è un considerevole stacco stilistico tra la prima e la seconda metà del libro, cioè tra la biografia di Walt fino a quando era ancora ragazzo e la sua vita da uomo, che si fa via via più sbrigativa e dal tono più narrativo.
Se adesso mi capitasse un altro libro con bambini poveri come protagonisti lo butterei direttamente.
Il Lettore





giovedì 29 gennaio 2015

Trilogia di New York

Il mio primo approccio all’opera più famosa di Paul Auster è stato qualche anno fa, quando mi capitò sotto mano Città di vetro – il racconto lungo con cui inizia questa trilogia – in versione graphic novel, nell’interpretazione di Paul Karasik e David Mazzucchelli. Ricordo che non mi entusiasmò molto: nonostante la caratura dei due fumettisti, e malgrado l’ammirevole sceneggiatura di un’opera cerebrale come questa, la trasformazione in un romanzo disegnato non mi colpì, probabilmente a causa dello stile del disegno che non rientra tra i miei preferiti.
Ora che ho letto la versione originale posso affermare che sì, Karasik e Mazzucchelli avranno anche svolto un lavoro pregevole, ma l’opera autentica è molto meglio.




Da quando l’amico Kuiry mi ha consigliato la lettura di Auster, e dopo aver letto Timbuctù (vedi) dello stesso autore, mi era rimasta la voglia di leggermi questi tre romanzi che formano un tutto unico: Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa. Tre racconti lunghi, ognuno dei quali si potrebbe anche leggere separatamente dagli altri essendo dotato di un’autonomia propria, ma è solo leggendoli insieme che si comprende come il valore della globalità sia anche in questo caso maggiore della somma delle singole parti. Comunque non starò qui a farne una critica approfondita – non ritengo di averne le capacità né le cognizioni sufficienti per citare dotti riferimenti –  e già miriadi di critici, giornalisti e scribacchini sono andati a sviscerare tutti i risvolti più nascosti di quest’opera, tirando in ballo una caterva di personaggi, da Platone a Poe, da Gadda a Cervantes, per spiegare via via i molteplici elementi che Auster vi ha inserito, dal tema del doppio all’incomunicabilità, dall’uso del linguaggio alle connessioni casuali nella vita di ognuno, al fatalismo che domina tutti i personaggi. Per non parlare del suo trattare la letteratura, i libri, lo scrivere, gli scrittori, da Cervantes a Thoreau, o dello sconfinare nella meta-letteratura quando entra in ballo il romanzo stesso che il lettore sta leggendo.
Quando, nei racconti successivi al primo, compaiono personaggi dei romanzi precedenti, il lettore è pervaso da una sensazione di conosciuto, quasi un deja-vu, mentre al termine del volume resta la sensazione di un romanzo cerebrale, quasi surreale, inquietante, fumoso, senza soluzioni chiare, le cui dimensioni difficilmente classificabili confermano l’insondabilità della mente umana. Non è roba per chi cerca un intrattenimento leggero, insomma, ma devo dire che a me è piaciuto molto, anche per merito della prosa sopraffina di Auster. Penso che sia un romanzo in cui ognuno potrà trovare un qualcosa di diverso, uno di quei romanzi che fanno pensare a lungo dopo che li si è chiusi.
Per tornare alla graphic novel di Karasik & Mazzucchelli, ora che ho letto l’intera trilogia devo aggiungere che è come se Marcello Toninelli o Go Nagai si fossero limitati a trasportare a fumetti solo l’Inferno della Divina Commedia di  Dante Alighieri lasciando perdere Purgatorio e Paradiso (in effetti ciò è stato fatto, ma dalla Disney, con l’Inferno di Topolino ad opera di Guido Martina e Angelo Bioletto, ma in questo caso si tratta di una parodia – e, a onor del vero, c’è da dire che di sicuro questa tra le cantiche è la più interessante, mentre il racconto di Auster che mi è piaciuto di più è stato La stanza chiusa). Anche se Città di vetro potrebbe sembrare un’opera a sé stante, è solo leggendo tutti e tre i romanzi che si riescono a capire molti risvolti degli intendimenti dell’autore: i personaggi e le tematiche di Città di vetro ritornano nei racconti successivi e si completano, e, così com’è stata ridotta, monca dei seguiti, a questo punto non vedo più il senso di questa trasposizione fumettistica.
Il Lettore
Lettore, Auster

mercoledì 23 luglio 2014

Timbuctù

Quando Kuiry  mi ha consigliato di leggere Paul Auster che a lui era piaciuto molto, lì per lì mi ero riproposto di prendere il suo libro più famoso, la Trilogia di New York, ma un paio di settimane fa ho scovato questo Timbuctù nella libreria di mia nipote e l’ho subito preso in prestito.


Non avevo mai letto Auster, e devo confessare che è stata una bella sorpresa che mi porterà quasi certamente a prendere anche la Trilogia di New York. Lo statunitense ha uno stile veloce e interessante, molto discorsivo, e anche se in questo libro “racconta” più che mostrare, attraverso un narratore onnisciente esterno alla storia, lo fa con una tecnica fluida ricca di concatenazioni che rinnovano di continuo l’interesse.
Il romanzo narra le vicende di un cane, Mr. Bones, al quale viene a mancare il padrone umano dopo anni di convivenza, e delle sue peregrinazioni alla ricerca di un destino che si rivelerà ogni volta diverso da quello che avrebbe voluto. Mr. Bones è consapevole di dover morire, prima o poi, ma vorrebbe che dopo la dipartita gli fosse possibile il ricongiungimento con il suo amato padrone in quel luogo, Timbuctù, dove vanno tutti dopo morti ma nel quale, forse, i cani non sono ammessi. E quest’angoscia del non sapere se potrà accedere in questo fantomatico posto e ritrovare il suo Willy  permea tutto il libro.
Oltre ad essere un auto interrogazione esistenziale, lo scritto insiste sul tema caro ad Auster dell’inesplicabilità del fato e dell’importanza del caso nella vita di ognuno, oltre a fornire un interessante spaccato dell’America contraddittoria degli anni novanta.
Mi è piaciuto, pur essendo un racconto nel quale la tristezza riveste un ruolo molto importante, e lo scrittore è stato un maestro nel descrivere modi di fare, pensieri e sentimenti del protagonista cercando di immedesimarsi nell’animale per raccontare i fatti dal punto di vista canino senza indulgere nell’antropomorfizzazione.
Il Lettore