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venerdì 10 agosto 2018

I custodi della biblioteca


Veramente brutto, questo quarto seguito de La biblioteca dei morti: trama abborracciata, scene d’azione confusionarie e inconcludenti, in un tutto raffazzonato alla carlona sull’onda del dogma sfruttiamo il filone finché possiamo farci quattrini, fanculo lo scrivi per bene.



Glenn Cooper stavolta è arrivato persino a tirare in ballo un poco probabile Benjamin Franklin (quanto ci stanno bene le analessi!) per tentare di far scalpore in una vicenda che ricalca esattamente quelle dei romanzi precedenti. Stessi protagonisti, seppur oramai in pensione, e stessi problemi di fondo. Stessa deficienza degli antagonisti. Identica conclusione. In pratica si è scopiazzato se stesso in modo veramente barbaro pur di continuare a vendere sfruttando il filone a cui aveva dato origine con il libro nominato sopra.
Peccato, perché l’idea primigenia sarebbe stata anche interessante, ma sentirsela riproporre per l’ennesima volta e per di più storpiata e imbruttita fa veramente cadere le palle.
Scartabellando in rete ho trovato dei commenti di persone che hanno giudicato ottimo questo romanzo, trovandolo persino avvincente. Sono contento per loro, veramente. Perlomeno si sono divertiti.
Qualche volta mi rammarico di non avere abbastanza pochezza mentale per divertirmi anch’io.
Il Lettore



venerdì 10 febbraio 2017

Il marchio del diavolo

Quando uno imbrocca un filone che gli porta un mucchio di soldi è un po’ difficile che poi se ne distacchi, e infatti con questo suo quarto romanzo Glenn Cooper conferma di essere un buon amministratore di se stesso infarcendolo delle tematiche che gli hanno fatto guadagnare quel che sta bene con i primi tre libri.




E così vediamo tirate in ballo profezie catastrofiche da fine del mondo, scoperte archeologiche destabilizzanti, l’utilità e il compito delle religioni, sette segrete che intendono distruggere la chiesa cattolica, complotti tesi a indirizzare a proprio vantaggio l’elezione di un nuovo Pontefice, codici segreti da decifrare e scopi nascosti dietro la realizzazione di famose opere d’arte.
Il tutto spalmato su duemila anni di storia, con l’intervento straordinario di personaggi (nel ruolo di se stessi) realmente esistiti quali Nerone con la sua cerchia di accoliti, San Pietro in procinto di diventare martire, Christopher Marlowe e il suo Faust, e anche William Shakespeare ottiene una piccola particina sia pure da semplice comparsa di quelle che non dicono nemmeno una battuta.
A  differenza però dell’ultimo romanzo di Cooper che ho recensito (L’ultimo giorno, NdF) perlomeno in questo l’autore al termine tira le fila della narrazione e non lo lascia del tutto sconclusionato, concedendo al lettore un poco di soddisfazione e di chiarezza. Ma restano l’esagerazione e la voglia di far colpo.
I fatti narrati saltano con agilità dall’antica Roma al Medioevo, dal Rinascimento ai giorni odierni, alternandosi ad ogni capitolo in una lettura leggera ma ben costruita e con una prosa semplice e accattivante. Come ho già detto in altre occasioni, Cooper sa scrivere, e anche stavolta ha confezionato un prodotto che consente una lettura veloce e alla fine anche abbastanza soddisfacente. A parte le esagerazioni, la scarsa plausibilità e i colpi di scena abbastanza scontati, ma con una dose decente di thriller.
E poi ci sono i Lemuri, questa setta di uomini (?) con la coda ―anche questa una scontata allegoria del male ― incapaci di provare sentimenti, intelligentissimi e organizzatissimi, ma che alla fine si lasciano infinocchiare come babbani in un libro di Harry Potter. Bah.
Il Lettore 

sabato 20 febbraio 2016

L’ultimo giorno

Glenn Cooper stavolta supera se stesso in quanto a esagerazione e voglia di far colpo sul lettore. Bisogna imparare da lui. Nel prossimo romanzo che scriverò dovrò metterci dentro Dio stesso come coprotagonista e la fine del mondo come tematica, altrimenti non vieni nemmeno preso in considerazione. Mo’ me lo segno.




Ammazzando un po’ di persone ed estraendone dal cervello un liquido non ben specificato proprio nel momento della loro morte, un ricercatore sintetizza una droga potentissima il cui trip ti porta sull’orlo del paradiso fino a incontrare la persona morta che ti è più cara, alle cui spalle intravedi sempre Dio stesso. Lo stato di beatitudine e di rivelazione è tale che vuoi solamente ripetere l’esperienza e raggiungere quella persona che hai perso, fregandotene di tutto il resto e abbandonando lavoro e vita normale, fino addirittura ad ucciderti per riunirti per sempre con essa in un eden incomparabilmente bello.
La droga ha un successo planetario immediato fino a scardinare le basi della società civile: una marea di gente smette di lavorare per dedicarsi solo ad essa, le basi economiche distrutte, il numero dei suicidi in crescita esponenziale, fino a… niente, l’autore non ce lo dice e non sfiora nemmeno di striscio il problema, lasciando spazio solo ai vaghi destini dei protagonisti principali in un finale deludente e troppo rapido rispetto al ritmo dei primi tre quarti del libro.
Le tematiche sfiorate sono importanti: la religione, l’esistenza o no di un Dio, il dilagare di sostanze stupefacenti dall’assuefazione critica, l’accettazione consapevole di se stessi, il dramma del suicidio, la delicatezza di una società civile sempre in equilibrio precario tra l’evoluzione e il tracollo, ma solo accarezzate senza essere approfondite, con un’escalation fino a situazioni irrecuperabili la cui soluzione viene ignorata completamente.
Le risposte alla maggior parte dei problemi che Cooper aveva innescato vengono lasciate in sospeso e il romanzo si chiude in maniera raffazzonata. Di sicuro perché neanche l’autore sapeva più come districarsi dal ginepraio nel quale si era cacciato con le sue mani. Ma cosa importa? La data stabilita dall’editore è rispettata, il romanzo venderà, chissenefrega dei destini della società civile.
Il problema è che Glenn Cooper sa scrivere, anche se quello che mette dentro ai suoi libri è  perlomeno criticabile. Però sa come far susseguire una frase all’altra in modo da innescare la scintilla dell’attenzione e tenerla sempre accesa, e anche quando ti accorgi della vacuità del contenuto e ti domandi ma cosa cazzo sto leggendo? continui a leggere perché ormai sei curioso di sapere come va a finire. E alla fine… delusione.
Peccato, un talento sprecato.
Il Lettore 

mercoledì 13 maggio 2015

La mappa del destino

Forse è troppo sperare che qualcuno si ricordi ciò che ho scritto nella recensione del romanzo Profezia, ma non vi preoccupate, ve lo ripropongo: “È un vero peccato che Marco Buticchi in questo romanzo non abbia inserito anche le ipotesi  che vedono lo sbarco sulla Luna come un’invenzione della Nasa e i glifi nel deserto di Atacama come testimonianze certe dell’invasione di extraterrestri: una mancanza imperdonabile, perché per il resto ci ha messo proprio tutto. Ah, no, mancano anche il complotto dell’11 settembre e la caduta del meteorite che ha provocato la scomparsa dei dinosauri…
Ecco, per questo La mappa del destino potrei riproporre queste sette righe tali e quali, cambiando solo il nome dell’autore e sostituendolo con Glenn Cooper. Ma a differenza del libro di Buticchi che ho piantato a metà, questo perlomeno sono riuscito a finirlo, anche se non mi ha soddisfatto un granché.




Dopo una partenza bruciante con La biblioteca dei morti che ha venduto una marea di copie l’ex medico, ex archeologo, ex manager e ora scrittore Glenn Cooper è sembrato migliorarsi con Il libro delle anime per poi capitombolare con questa storiella abborracciata nella quale, come Buticchi, l’autore mischia di tutto un po’: elisir di lunga vita, civiltà estinte, incunaboli misteriosi, Templari, dipinti rupestri, San Bernardo, uomini di Neanderthal, monaci medioevali, sette occulte, nazisti, Santo Graal, servizi segreti francesi, Abelardo ed Eloisa, insieme a quegli sprovveduti dei protagonisti. E che diavolo, vuoi che un qualsiasi lettore non trovi almeno un argomento fra questi che lo affascini?
La biblioteca dei morti mi era piaciuto: aveva un buon plot che l’autore aveva saputo dipanare bene dosando le rivelazioni con arte, con una prosa semplice e gradevole. In questo caso invece siamo di fronte sì ad una buona narrazione che si legge in modo gradevole, ma frammentata, slegata, con personaggi stereotipati e soprattutto completamente carente di plausibilità. Del tipo: ammazzano gente a destra e a sinistra e la polizia francese non fa assolutamente nulla per scoprire chi è stato; oppure: si vuole tenere nascosto a tutti i costi un “segreto” del quale sono a conoscenza solo qualche centinaio di persone. Niente, come metterlo in banca.
Peccato, perché l’autore riesce a suscitare curiosità da subito con la casuale scoperta di una grotta le cui pareti sono affrescate con dipinti molto più antichi di quelli di Altamira, e da qui parte una vicenda che da subito si fa discontinua, saltellando tra il tempo attuale e il medioevo, tra la seconda guerra mondiale e il paleolitico, con personaggi che riescono a campare anche due o trecento anni grazie alla claviceps (un inno all’LSD!) senza che nessuno li scopra, e questo già mi sembra leggermente paradossale. I protagonisti continuano a muoversi tranquilli mentre intorno a loro la gente viene ammazzata a ripetizione senza che nessuno intervenga; saltano fuori traduzioni miracolose di codici cifrati effettuate in un lampo e scoperte scientifiche rivoluzionarie purtroppo cancellate nell’esplosione di interi laboratori chimici senza che nessuno ne abbia salvata una misera copia su un semplice floppy disk. Troppe assurdità che mettono a dura prova il patto di sospensione dell’incredulità del lettore. Per non parlare del finale, nel quale si nota chiaramente come l’autore non sapesse più dove sbattere la testa per terminare il romanzo in maniera accettabile. E infatti non c’è riuscito.
Comunque, nonostante tutto ciò, visto che sono riuscito ad arrivare fino in fondo senza cancellarlo del tutto dal telefono, il libro si lascia leggere, anche se poi ti lascia un senso di delusione per le potenzialità sfruttate maldestramente. Forse questi sono i libri peggiori: un romanzo palesemente scritto male lo pianti subito senza stare a perderci del tempo, mentre questi che all’inizio ti incuriosiscono, e tu ci passi qualche ora con la speranza che non sia così banale come si sta mostrando e che prima o poi si risollevi, e quando arrivi alla fine invece di migliorare il romanzo termina in calando, allora sì che gli daresti fuoco…
Il Lettore