Non è un’esortazione che vi
rivolgo io, ma il titolo di un libretto di Renato
Di Lorenzo, della serie “manuali per la scrittura”.
L’autore è un giornalista e
scrittore che in poco più di 150 pagine riversa la sua esperienza per permettere a qualunque principiante di
migliorare la propria scrittura fino al punto di farne un mestiere che gli consentirà di viverci. A
parole è facile: già nel primo capitolo Di Lorenzo porta a conoscenza del
lettore il fatto che un romanzo di buona qualità vende circa 20000 copie, con
un introito netto di circa 28000 euro per l’autore. Un romanzo all’anno e sei a
posto, secondo lui.
Tutto sta quindi, sempre
secondo lui, nello scrivere un romanzo di buona qualità.
Ma le cose non stanno propriamente così. A parte
che in questo momento storico la cifra di ventimila copie vendute è raggiunta
solo da pochissimi titoli, non è assolutamente detto che un romanzo di buona
qualità abbia un minimo di successo, per ottenere il quale occorre invece una concomitanza
di fattori che sono totalmente avulsi dalla mera qualità: notorietà dell’autore,
importanza della casa editrice, attualità dell’argomento, battage pubblicitario, ruffianeria. Tanto per dirne solo alcuni. Anzi,
la buona qualità può essere spesso controproducente, o almeno superflua, a
giudicare dalle porcate che salgono in testa alle classifiche.
Comunque, a parte queste
considerazioni economiche (Di Lorenzo si occupa di finanza), il manuale è molto
discorsivo e piacevole da leggere e
indaga più o meno tutti, e più o meno approfonditamente, gli argomenti
necessari da comprendere e per migliorare la propria scrittura, citando
numerosi esempi di autori famosi e il perché abbiano scritto quel brano in quel
modo piuttosto che in un altro. Dalla tensione narrativa al plot ai personaggi
alla riscrittura vengono accennate molte delle tecniche più comuni che occorre
assimilare perlomeno per tentare di scrivere qualcosa di decente.
Nel libro è riportato anche
uno scambio di battute tra James Joyce e un suo amico, a proposito del concetto
di inserire nei propri scritti solo le parole che servono e non di più, che come
aforisma a me piace molto e che testimonia come Joyce scrivesse con il
contagocce: l’amico chiede a Joyce: “Quanto
hai scritto stamattina?”
“Tre parole” risponde Joyce.
“Per te sono molte.”
“Ma non so in che ordine metterle” è la conclusione dello scrittore.
Il Lettore
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