martedì 19 marzo 2019

Game Over


Questo blog termina qui.



A quasi sei anni dalla sua partenza, mi sono reso conto che lo scopo su cui si fonda non ha più ragione di esistere.
I libri pessimi continuano a imperversare, e parlarne male non è servito a nulla se non a farmi diventare antipatico.
Smetto di criticare.
Mi ritiro nel silenzio
Come me dovrebbero farlo molte altre persone che parlano e parlano.
Buon proseguimento con le vostre letture.
Freereader

lunedì 4 marzo 2019

Il Taglio di Dio


Questo Il Taglio di Dio è il libro che (purtroppo per me e per lui) ho letto subito dopo aver terminato L’assassinio del Commendatore.
E sì che, a detta di tutti, Jeffrey Deaver è uno dei più quotati autori sulla piazza. Ma quando hai la bocca sintonizzata sulla scrittura di Murakami, chiunque non scriva come lui sembra uno zappaterra illetterato. Con tutto il rispetto per gli zappaterra.



A parte il fatto che Jeffrey Deaver a me non è che piaccia un granché già di suo. Mi avevano detto che era un buon gialletto, ma io non l’ho trovato neppure passabile, a partire dalle motivazioni degli assassini per fare quello che fanno fino ad un Lincoln Rhyme che appannato è dire poco, passando per il cattivo della situazione che riesce, in barba a tutti, a passare per un’altra persona senza che a nessuno venga in mente di fare un controllo.
Lo svolgimento è fatto apposta per confondere il lettore e portarlo sulle strade sbagliate per lasciare spazio ai soliti colpi di scena che Deaver è uso mettere quasi in ogni capitolo. Se non c’è qualcosa di eclatante non ce lo vogliamo: alla faccia della semplicità.
L’unica cosa interessante che ci ho trovato è la trattazione delle maniere più comuni per tagliare i diamanti, dalla pietra grezza appena estratta al gioiello finito, e il cammino che le pietre fanno dai luoghi di ritrovamento ai negozi che le smerceranno.
Basta: il resto me lo sono già dimenticato.
Il guaio è che è veramente difficile gustare un altro libro dopo che hai letto un’opera dalla scrittura pressoché perfetta. Penso che non mi sarebbe piaciuto nessun altro autore, ed è stato Deaver a farne le spese per primo.
Il Lettore




giovedì 21 febbraio 2019

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo


Letto in due giorni.
Questo Metafore che si trasformano soddisfa del tutto quelle aspettative che erano state innescate con il primo volume. Nulla da criticare, solo da elogiare.
Due romanzi che sia pure lunghetti si leggono in un lampo. Ma viene da pensare su questa scelta di dividerli perché, per esempio, nell’edizione inglese sono usciti in un unico libro, e del resto 400 + 400 pagine o poco più non sono poi nulla di troppo trascendentale per un solo volume.



Dicevo che Haruki Murakami assomiglia sempre di più a un buon vino: più invecchia e più migliora.
Un intero universo popolato di situazioni e personaggi particolari che restano scolpiti nella memoria, a partire da questo enigmatico quadro che dà origine alla vicenda per terminare con un finale che sorprende per la sua inusuale semplicità.
Un’opera veramente soddisfacente, sia come invenzione sia per la scrittura superlativa. Considerate che dopo quest’opera mi sono messo a leggere un thriller leggero di uno dei più venduti autori contemporanei e mi sembra scritta col piccone, a confronto.
Questo è l’effetto che fa una persona che scrive magnificamente: dopo, tutto il resto è noia.
Il Lettore




lunedì 18 febbraio 2019

Uomini senza donne


Aspettando di terminare il seguito di L’assassinio del commendatore, mi sono letto questa ennesima raccolta di racconti di Haruki Murakami che avevo già nel lettore.
Nonostante Murakami sia diventato celebre anche grazie ai suoi racconti, io continuo a preferire loro la dimensione più corposa del romanzo. Amo le cose chiare, e i racconti permettono all’autore di poter restare più sul misterioso.



Ma sebbene i fini più reconditi dell’autore non siano facili da comprendere, questi racconti mi sono sembrati più godibili di altri che avevo già letto dello stesso scrittore. Sarà l’esperienza acquisita dal giapponese con anni di scrittura?
Via via che Murakami invecchia si fa ogni volta più bravo. L’esempio lampante è il suo ultimo L’assassinio del Commendatore (del quale ho appena cominciato il secondo volume. Aspettatevelo a breve.)
Dicevo, nonostante la maggior parte dei racconti siano enigmatici e non facili da capire in tutte le loro sfaccettature, sono senz’altro leggibili con piacere e ti insinuano dentro molti punti di domanda. In Uomini senza donne le donne ci sono eccome, e ognuna di loro è causa di sconvolgimenti nella vita di qualche uomo, anche fino alla morte per inedia, senza però che ne venga spiegato quale ne sia il potere. Forse il difetto di questo libro è proprio questo: che lascia tutto un po’ sul nebuloso, ma sicuramente fa riflettere.
Ognuno è libero di trarne le conclusioni che vuole. Le donne vincono sempre, anche se sono enigmatiche come forza e come intenzioni, ma non è così anche nella vita?
Il Lettore



lunedì 11 febbraio 2019

Volo di notte


Prima che diventasse celebre a livello planetario con il suo Il piccolo principe (del quale io, a suo tempo, a dire il vero non è che ne fossi stato colpito particolarmente), Antoine De Saint Exupéry già si era cimentato con la scrittura con questo Volo di notte, che ovviamente ha avuto risalto solo dopo il successo del suo autore.
E, in effetti, se si fosse limitato a scrivere questo, come autore sarebbe pressoché scomparso nel nulla.



Il romanzo tratta dei primordi dell’aviazione postale, quando i piloti stessi sapevano, a volte, quando sarebbero partiti, ma non sapevano quando, e se, sarebbero arrivati a destinazione.
A parte le problematiche umane di cui parla che in ogni caso sono meritevoli di attenzione (rapporti interpersonali, parenti che trepidano nell’attesa del ritorno di congiunti che non arriveranno mai, colleghi stoici che a dispetto delle perdite si mostrano ligi nei confronti del dovere), ho trovato questo libro piuttosto noiosetto, senza tante attrattive, ho fatto fatica a terminarlo e, per me, De Saint Exupéry sarebbe stato già bello e che dimenticato, se non fosse che poi ha scritto anche l’altro romanzo che è il più letto al mondo dopo la Bibbia, e allora devo perderci sopra un altro po’ di righe.
Dicono.
Io la finirei anche qui.
Il Lettore



lunedì 4 febbraio 2019

L’ultima carta è la morte


Dopo aver dato l’addio a Enrico VIII e a Margaret George mi sono buttato sul noir.
L’ultima carta è la morte è la seconda puntata di un’altra serie realizzata da Arturo Perez-Reverte dopo quella del Capitano Alatriste (che non mi è piaciuta per niente) e diversi altri romanzi “liberi”.
Il modo di scrivere di Arturo Perez-Reverte invece mi soddisfa, tanto che in passato ho letto diversi dei suoi romanzi, dei quali su questo blog ho recensito solamente Il pittore di battaglie.



In questa saga in più puntate l’autore spagnolo si cimenta con uno degli episodi più crudeli e sanguinosi della storia spagnola: quella guerra civile che nella seconda metà degli anni ’30 funestò l’intera penisola iberica e portò alla dittatura di Francisco Franco. 
Il protagonista Lorenzo Falcò è un agente al servizio della destra fascista. Un protagonista dai modi di fare stereotipati e un pochino sopra le righe: belloccio, veste sempre bene, ha successo con le donne, quando fa a cazzotti prima le busca ma poi vince e, ovviamente, essendo il protagonista della serie sai già dall’inizio che alla fine non morirà.
Già il fatto che combatta per la destra franchista fa un po’ storcere il naso, ma considerando che in quella guerra si sono macchiati di estreme nefandezze entrambi i fronti ci si può anche passare sopra.
Dicono che questa ripresa sia migliore dell’episodio con cui la serie è esordita ma a me, proprio perché il protagonista è sembrato un po’ come Timothy Dalton nei panni di James Bond (cioè con poco spessore nonostante ce la metta tutta), ha fatto l’effetto di una medicina omeopatica: lascia il tempo che trova.
Con tutto questo comunque il romanzo si lascia leggere, l’ambientazione è particolareggiata e la vicenda degna di interesse.
Del resto l’autore ce la mette tutta per apparire neutrale: si tiene in equilibrio tra le due fazioni in lotta cercando di non sbilanciarsi da una parte o dall’altra, trovando ragioni plausibili anche per i comportamenti più criticabili; fa sembrare simpatici anche i comprimari più crudeli; fornisce giustificazioni che facciano comprendere la necessità dei delitti più efferati e ha una parola di attenuazione della colpa per ognuno dei due schieramenti.
Fatto sta che anche quella guerra di morti ne ha fatti decine di migliaia in un paese che ancora oggi non si è ripreso del tutto da uno dei suoi periodi più neri, e l’ambientarvi un noir non ha lo stesso effetto che dipingere un Guernica.
Il Lettore



giovedì 31 gennaio 2019

Il re e il suo giullare


Okay. Questo era il ponderoso romanzo storico di cui avevo iniziato la lettura.
Dopo aver passato mesi a leggere e non essere arrivato nemmeno a metà ho deciso che era troppo faticoso continuare.
Stavolta soprattutto per colpa del protagonista, uno dei personaggi più famosi del ‘500, quell’Enrico VIII che pur di avere un tornaconto personale passa sopra le persone come uno schiacciasassi vibrante.
Dal momento che conosco già la sua storia, anche se non in tutti i particolari, la curiosità di sapere questi ultimi è stata soppiantata dalla repulsione per l’estrema negatività dell’uomo.



Come dice il sottotitolo L’autobiografia di Enrico VIII annotata dal buffone di corte Will Somers questo librone di più di 1000 pagine riporta la biografia di Enrico VIII scritta da lui medesimo, con pochi e stringati commenti del suo buffone personale. Perché l’abbiano fatta passare per scritta da lui resterà un mistero.
In effetti sarebbe stato interessante venire a conoscenza delle più nascoste ragioni per le quali questo re ha ripudiato/decapitato così tante mogli, ma dopo un po’ non se ne può veramente più di questo sovrano rozzo e narcisista. Quasi a metà percorso sono arrivato appena al punto in cui comincia a passargli la fregola per Anna Bolena, che delle mogli è solo la seconda.
Non è che Margaret George scriva male (anche se a metà libro il ritmo si fa più lento), stavolta è proprio colpa del protagonista. In questo periodo non ho proprio bisogno di personaggi negativi. Dopo aver glissato un poco con altri autori, l’ho ripreso in mano scoprendo che non avevo nessuna voglia di terminarlo impiegandoci altri mesi.
Basta. Addio Enrico VIII, addio Margaret George, penso che ti riprenderò in mano solo se scoprirò che hai scritto anche la biografia di qualche comico (che non sia finito male).
Il Lettore



lunedì 21 gennaio 2019


Sol levante e pioggia battente

Non due ma tre.
Dal momento che ce lo avevo sul lettore e che l’ho letto al volo perché è corto, vi propongo il terzo scritto di fila di Marco Malvaldi.
Direte che ho rotto, ma quando ce l’hai a portata di occhi e sono brevi non se ne può fare a meno. E poi è un’altra dimostrazione del fatto che quando uno vende gli possono chiedere qualsiasi cosa. In realtà non so nemmeno se di questo sia uscito un volumetto in formato cartaceo: dalle poche ricerche in rete che ho condotto non ne sono venuto a capo, ma in questo caso dovrebbe essere più un depliant che un libro vero e proprio, dal momento che le pagine non sono molte.



Della serie: puoi chiedermi qualsiasi cosa perché tanto mi leggono, dopo la gastronomia e l’umorismo stavolta il tema è incentrato sulle più svariate differenze che intercorrono tra olandesi e giapponesi.
E questo che minchia ha a che fare con Marco Malvaldi?
Dice che sono due paesi (e due popoli) che lui ama molto, e questo è bastato per scriverci sopra un piccolissimo saggio che tra l’altro in copertina riporta pure un editore (RCS Quotidiani – Corriere della Sera), quindi magari costa pure qualcosa e probabilmente verrà pure venduto.
Nel testo vengono analizzate parecchie diversità tra i due popoli e i due paesi, dai modi di fare alle abitudini alle convenzioni sociali, tutti utilizzando la consueta verve di Malvaldi che fa sorridere spesso e si legge benissimo e con rapidità. Un esempio: in Giappone nessuno fa caso se avete i calzini puzzolenti, ma in ogni modo è obbligatorio togliersi le scarpe quando si entra in casa d’altri; e lasciamo perdere le condizioni dei bagni nelle abitazioni olandesi…
Librettino divertente, ma cui prodest?
Ve ne riporto l’incipit che fa vedere come in realtà lo scrittore non ami molto viaggiare: “Io non sono esattamente quel che si dice un viaggiatore nato. Per me, il concetto di relax si abbina con una casa vuota, un divano comodo (non troppo lontano dal frigorifero), un bel libro e una carabina di precisione con cui stecchire gli eventuali rompiscatole di passaggio.”
E allora cos’è che ti ha portato a scrivere questa cosa che non si sa bene come definire? Ci si domanda. La risposta l’ho data due puntate fa.
Bene, ora cambiamo autore davvero.
Il Lettore


giovedì 17 gennaio 2019

Per ridere aggiungere acqua


Per riprendermi dalla delusione indotta dal pisano con il suo saggio gastronomico, e permettere all’autore di risalire nella mia considerazione, ho letto subito un altro saggio dello stesso Marco Malvaldi, stavolta sull’umorismo (e chi meglio di lui? Per lo meno ha dimostrato di saperlo utilizzare. E ne ho già pronti altre quattro o cinque dello stesso autore che mi aspettano, come altri di Murakami ecc., ma fatemi un pochino variare…).
Come recita lo stesso sottotitolo: Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio, stavolta il protagonista dello studio è il “che cosa scatena le risate”, analizzato con la mentalità scientifica dell’autore.
Almeno in questo caso non ci sono di mezzo bambini.



Come deve funzionare la struttura del linguaggio per poter far in modo che si inneschi il meccanismo di ridere? Che cosa è necessario?
Marco Malvaldi tira in causa numerosi personaggi, da scrittori di notevole peso come Umberto Eco e Jorge Luis Borges a scienziati (principalmente Daniel Kahneman e Amos Tversky) che hanno lavorato sull’argomento, psicologi, esperti di linguaggio, informatici.
La domanda che ricorre nel libro è quella se sia possibile insegnare l’umorismo ad un computer e fare in modo che possa ridere anche questo, o se l’umorismo sia una caratteristica esclusivamente del genere umano. Come potrebbe, per esempio, un computer capire se intendiamo scherzare o meno?
Marco Malvaldi analizza gli studi fatti in merito riportando come esempi alcuni di quelli adoperati proprio nelle ricerche, passando per le statistiche riguardanti la frequenza delle singole lettere nei vari alfabeti e la frequenza delle associazioni di parole, e conclude affermando che, per portare alla risata, una battuta deve avere alcuni ingredienti fondamentali quali la condivisione con altri, il riconoscimento di una situazione antitetica od almeno inconciliabile con la premessa (e più intuitivo è e meglio sarebbe), e l’accertamento di una contestualizzazione in cui non vi siano pericoli critici per il destinatario della battuta. Ovviamente, lui lo dice in modo molto più esaustivo e facendo anche ridere, dal momento che gli esempi sono numerosi e tutti strettamente legati all’argomento.
Perlomeno, al contrario del saggio gastronomico su Barcellona, in questo c’è da ridere. Non che non ci fosse anche nell’altro, ma come ho già avuto modo di dire, le risate erano inquinate dalla mancanza di sentimento.
Va a sapere dove aveva la testa quando l’ha scritto.
Il Lettore



lunedì 14 gennaio 2019

La famiglia tortilla


Altra evasione dal prolisso romanzo storico nel quale non mi riesce di andare avanti (ma ancora non sono arrivato alla decisione di abbandonarlo del tutto).
Stavolta evasione doppia, perché sono stato rifornito di svariati libri in formato digitale e, curiosando tra i vari titoli, ho trovato che di alcuni autori la cui bravura è ormai consolidata vi sono diverse opere di gente nota ma a me sconosciute, e dopo Murakami mi sono rivolto a Marco Malvaldi. Per ben due volte, quindi anche il prossimo post avrà come soggetto lo stesso autore.
E come Murakami, perlomeno con il primo dei suoi due libri che ho letto, stavolta mi ha deluso pure lui.



Perché pare che qualunque opera edita con il suo nome abbia un successo strepitoso, e allora sotto a fargli scrivere libri su qualsiasi argomento: gialli, chimica, informatica, matematica, scienza divulgativa in genere e ora anche gastronomia. O meglio: guide gastronomiche.
Sì, perché questo piccolo saggio è una guida gastronomica di Barcellona. Un po’ come hanno fatto tanti altri, alcuni dei quali ho già recensito qui, come questo di Piersandro Pallavicini (qui, uscito tra l’altro nella stessa collana della stessa casa editrice di quello in oggetto), cioè di coloro che viaggiano e dei posti in cui si fermano sentono l’irrefrenabile bisogno di raccontarne le bontà culinarie. Intenzione lodevole, peraltro, ma la cui piacevolezza di lettura dipende molto da chi è che scrive. Della bravura di Malvaldi ormai si è certi, ma capita a volte che anche lui non sia esente da critiche. Come volevasi dimostrare.
Questo elenco di posti in cui mangiare (e come), a Barcellona, nonostante sia denso anche delle solite battute umoristiche del toscano, mi è sembrato piuttosto sterile e sostanzialmente inutile, a meno che uno non muoia dalla voglia di fare a breve un viaggetto nella città spagnola (e anche in questo caso non è detto che debba andare a mangiare negli stessi locali in cui è stato Malvaldi). Sembra scritto perché glielo hanno commissionato, ecco, senza sentimento. A me, che di Barcellona non me ne frega una mazza, ha lasciato dentro solo la delusione dell’aver constatato come anche i miti possano crollare con poco. Molto meglio la guida di Londra di Pallavicini, anche se la pappa (per restare in tema) è la stessa.
Sarà che uno dei protagonisti dei cui pareri bisogna tenere conto è anche il figlio quattrenne di Malvaldi, che con un irrefrenabile empito di stucchevole melensaggine nel volume è chiamato Pulcino dal recente padre, e conoscete già la mia idiosincrasia nei confronti dei bambini…
Il Lettore



martedì 8 gennaio 2019

La strana biblioteca


Dal momento che del gigantesco romanzo storico che ho cominciato già da qualche tempo non sono ancora nemmeno a metà e, per la verità, un pochino mi sta pure stufando (per il carattere veramente pessimo e nefando del protagonista), ho deciso di concedermi un’altra tregua.
E chi meglio di Haruki Murakami? Per lo meno so che il suo stile mi piace.
Tra i files fornitimi dal mio hacker personale, insieme ad altri titoli del giapponese e in attesa che esca la seconda parte de L’assassinio delcommendatore, ho trovato questo La strana biblioteca e ho cominciato a leggerlo la mattina presto direttamente sul computer.
L’ho finito presto: è cortissimo.



Infatti è più un racconto lungo che un romanzo (qualcuno lo ha definito una favola, ma secondo me di fiabesco ha poco). Tanto è vero che quei volponi della Einaudi, per allungarlo e quindi renderne il costo più accettabile in libreria (ben 15 €), lo hanno corredato di numerose illustrazioni del disegnatore e fumettista romano Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ, che di solito lavora per la Bonelli. Che dire delle illustrazioni? Particolari, curate, in sfumature di grigio e di rosso, delicate, e inerenti le varie scene del racconto. Ma, in definitiva, dànno l’idea che stiano lì solo per rendere più corposo il numero di pagine).

E stavolta anche Murakami mi ha un pochino deluso. Per carità! Solito stile splendido e narrazione impeccabile, ma il racconto prende subito una piega di sovrannaturale con tendenza all’horror che non fa parte delle mie argomentazioni preferite. Non ho mai amato Lovecraft e seguaci.
La trama: un ragazzo entra in una biblioteca pubblica per rendere un libro e già che è lì chiede qualcosa sull’argomento La riscossione delle tasse nell’impero ottomano. Non l’avesse mai fatto! Tra atmosfere inquietanti e surreali viene condotto in labirintici e oscuri sotterranei dove personaggi misteriosi, biechi e poco raccomandabili lo incatenano rinchiuso in una cella e gli forniscono alcuni libri sull’argomento, con l’avvertenza che dovrà tutti impararli a memoria pena le più atroci sevizie, dopodiché il suo cervello sarà succhiato via (con una cannuccia) per finire in pasto al bibliotecario più truce.
Ẻ ovvio che non accenno neppure a cosa succede poi al protagonista, per non togliervi il gusto di leggerlo, ma capirete comunque perché fin da subito non mi sia piaciuto nonostante lo stile sopraffino. Che poi, tutti gli accadimenti che succedono al protagonista sono sicuramente delle metafore con delle spiegazioni simboliche, ma vai a capire di che cosa. Sinceramente non avevo nessuna voglia di indagarci sopra.
Va be’. Se volete delle atmosfere alla Edgar Allan Poe leggetelo pure: perlomeno il come è scritto merita ampiamente.
Il Lettore

venerdì 4 gennaio 2019

C’è spazio per tutti


Sottratto senza scrupoli di sorta a mio figlio prima ancora che entrasse in casa anch’esso come strenna di Natale.
Non per me ma questo è il meno.
Portato con me sotto le coperte.
Mi sono messo subito a sfogliarlo.
E a ridere.



L’ennesima chicca del geologo redento ci porta fuori dall’atmosfera terrestre con un volume cartonato nel quale Ratman va a fare compagnia all’astronauta italiano Paolo Nespoli in una missione a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
Quest’opera non è il solito fumetto comico del disegnatore pisano, ma una vera e propria opera divulgativa che racchiude tutta la filologia dell’esplorazione spaziale dai primi tentativi ai giorni nostri, tanto è vero che ad Ortolani è stata commissionata dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Quindi la scienza c’è, ma questo non toglie spazio all’umorismo che vi viene riversato a piene mani dalla verve di Leo Ortolani tramite il suo personaggio più riuscito: un Ratman nella versione in assenza di gravità.
Anche se l’autore avverte che nel volume c’è meno comicità del solito (per lasciare più spazio alla tecnica e alla scienza), io ho riso dall’inizio alla fine. Paolo Nespoli, al contrario di come siamo abituati a vederlo nel corso delle sue missioni, sempre allegro e sorridente, nel fumetto è dipinto come uno scienziato serissimo e burbero, pienamente compreso nel suo ruolo, che si scontra con la totale incapacità esibita dal topastro in qualsiasi sua estrinsecazione .



Questa non è la prima volta comunque che il cartoonist dalla battuta fulminante si mette a scrivere su questioni importanti. Dopo le serie a fumetti e le numerosissime parodie Ortolani si è cimentato anche in opere di scienza divulgativa, per fortuna non abbandonando il suo umorismo.

Che secondo me è eccezionale.
Sigh, ora mi toccherà di riprendere l’interminabile romanzo storico…

lunedì 31 dicembre 2018

L’ignoto ignoto


“Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che non sappiamo di sapere. Ma c’è l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere”.
Dopo aver letto Marco Malvaldi ho ripreso l’e-reader proseguendo nella lettura del chilometrico romanzo storico nel quale mi sono impelagato, ma per Natale mi è arrivata questa strenna inaspettata e ci ho messo mano subito.
Un libricino minuscolo ma prezioso, dal sottotitolo Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi.
Anche se sarebbe più giusto modificarlo: Le librerie e il piacere di trovare ciò che non sapevi affatto di non stare cercando.



In questo minuscolo volumetto edito da Laterza e in vendita al costo di soli 2 euro, l’autore britannico Mark Forsyth esplora il concetto di quanto sia appagante trovare ciò di cui non immaginavi nemmeno l’esistenza.
In quest’era dominata da internet riusciamo a trovare tutto ciò che ci interessa in pochi minuti, ma come possiamo trovare quello che non conosciamo?
L’autore riporta questo esempio: “Io so che Parigi è la capitale della Francia, io so di non saper qual è la capitale dell’Azerbaigian, pur essendo certo che ce n’è una. Ẻ il tipo di cosa che devo controllare. Ma io non so... e qui la faccenda si complica. Tu non sai qual è la capitale dell’Erewhon, perché non sospetti neppure lontanamente l’esistenza di un paese chiamato ‘Erewhon’ e quindi non ti rendi conto di questo buco nelle tue conoscenze. Non sai di non sapere. Per i libri funziona esattamente allo stesso modo.”
Io so di aver letto Anna Karenina, e so di non aver letto Guerra e pace (tanto per restare a Lev Tolstoj). Questo è un tipo di conoscenza nota, e mi posso benissimo immaginare l’entità potenziale di quello che non ho fatto, ma ci sono un’infinità di libri di cui non ho mai sentito parlare, per i quali non mi rendo neanche conto di ciò che ho perso non avendoli letti.
Quando sei in una libreria che non conosci e ti diverti a curiosare tra gli scaffali più nascosti, con la mente aperta a qualsiasi cosa stimoli la tua curiosità, se sei fortunato ti potrebbe capitare di imbatterti in una qualche perla della quale non sospettavi minimamente l’esistenza. E della quale, per lo stesso motivo, non ti saresti mai messo alla ricerca.
L’autore sostiene di essersi imbattuto spesso in libri di questo genere, e dal momento che anche a me questo caso fortuito è capitato diverse volte, capisco bene quanto possa fare piacere.  
Libretto carino e interessante che invita a essere sempre pronti a cogliere l’occasione, soprattutto quando non te l’aspetti. E soprattutto non sai cosa ti potresti aspettare.
“Internet accoglie i tuoi desideri e te li risputa addosso, soddisfatti. Fai la ricerca, inserisci le parole che già conosci, le cose che già avevi in mente e la Rete ti restituisce un libro, un’immagine, una voce di Wikipedia. Ma questo è tutto. Le cose che non sai di non sapere le trovi altrove.”
Con l'ultimo post dell'anno vi faccio gli Auguri per un buon 2019!
Il Lettore 



lunedì 24 dicembre 2018

La misura dell’uomo


Stavolta Marco Malvaldi è incappato nella sfortuna di essere letto subito dopo aver finito Murakami e, mi dispiace dirlo, non ha retto il confronto.
Dopo la scrittura semplice e cristallina del giapponese, ritrovare le complicazioni dello scrittore toscano, per di più trasposte in pieno Rinascimento (quasi millecinque… avrebbe detto Massimo Troisi), non ha giovato al chimico nostrano che inizia questo romanzo mettendo in campo troppi personaggi, utilizzando il linguaggio dell’epoca e inserendovi a ripetizione le sue battute, moderne e mordaci, con continui e anacronistici riferimenti ai giorni nostri e i suoi consueti e martellanti calembour da scrittore ormai navigato.
Marca male, sta a vedere che questa è la volta che mi tocca piantarlo, ho pensato dopo le prime pagine.
Poi, per fortuna, è migliorato.



Destreggiandosi tra le mille insidie politiche che minacciano la Signoria di Milano, tra i primi criminali tentativi di mettere in crisi il nascente e moderno sistema bancario, tra numerose relazioni eterosessuali (Ludovico il Moro) e omosessuali (Leonardo da Vinci), tra frecciate non così tanto nascoste all’attuale situazione politica e rigorose ricostruzioni storiche, Malvaldi mette in campo quello che alla fine risulta essere un buon romanzo storico, la cui facilità di lettura è però ostacolata soprattutto dal linguaggio adoperato, che in molti passaggi è l’italiano volgare dell’epoca, e dal vizio dell’autore di inserire a ripetizione quel trucchetto che avevo già descritto qui, cioè di iniziare i capitoli o i capoversi mettendo le stesse parole o gli stessi concetti con cui termina il precedente, cambiando il contesto in cui sono inseriti.

Un esempio:
– Dovremmo sapere qualcosa di più sulle intenzioni dei francesi – disse il Moro, dopo una lunga pausa. – È troppo tempo che aspettiamo, ormai.

– Certo che è troppo tempo che aspetto! – disse l’omino in calze e camicia da letto. – Dov’è la mia colazione? (in tutt’altra situazione e con altri personaggi).

E il bello è che quasi in ogni cambio di scena è usata questa tecnica. Se all’inizio può sembrare una cosa curiosa e anche piacevole per averla riconosciuta, alla lunga diventa ridondante e anche piuttosto fastidiosa. Il troppo stroppia, caro Marco, non l’hai ancora imparato?

L’inizio del romanzo, a causa del linguaggio non consueto e dell’introduzione dei numerosi personaggi con una minima descrizione per caratterizzare ognuno, non risulta né agevole né piacevole, ma da quando la vicenda entra nel vivo con un omicidio le cose migliorano per poi concludersi in maniera del tutto plausibile e dare la soddisfazione di aver letto un romanzo che merita.
Ma resta sempre il convincimento che leggere Murakami abbia fatto più piacere.
Ah, dimenticavo, buon Natale a tutti.
Il Lettore

martedì 18 dicembre 2018

L’assassinio del commendatore


Anche per me, con tutto che odio la bicicletta (e soprattutto i ciclisti), leggere Haruki Murakami è come andare in bicicletta su una leggera discesa, in una giornata di sole e con il vento tra i capelli. Piacevole, rilassante, nessuna fatica, divertimento puro.





Perché ha una scrittura superlativa, pulitissima, senza fronzoli, il massimo di semplicità e chiarezza. La ricerca della semplicità è uno dei suoi punti di forza, e Murakami in questo riesce benissimo senza annoiare minimamente.
Il giapponese ripete l’exploit di 1q84 facendo uscire un romanzo in due volumi: come si evince anche dal sottotitolo (Libro primo: idee che affiorano). Questo L’assassinio del commendatore è diviso in due parti delle quali la seconda uscirà a fine gennaio 2019. Non che ciò faccia stare con l’ansia di conoscere come andrà a finire: è come averne interrotta a metà la lettura per poi riprenderlo dopo un paio di mesi: non c’è una vicenda piena di pathos interrotta nel bel mezzo di un’azione entusiasmante, il tutto è molto tranquillo e le cose succedono consequenzialmente.
La vicenda: un pittore di ritratti su commissione viene lasciato dalla moglie. Dapprima si imbarca in un viaggio solitario in auto senza meta, quindi un amico gli offre di andare ad abitare nella villa che era stata di suo padre, ora fuori di testa in un ospizio, per controllarla e non permettere che la costruzione vada in malora. Dal momento che il padre del suo amico è un pittore famoso il protagonista accetta, e una volta arrivato nella casa gli accadono dei fatti che daranno una svolta non preventivata alla sua vita: il ritrovamento di un quadro nascosto dal proprietario dell’abitazione e il risiedente di una villa vicina che gli chiede di fargli un ritratto.
Da qui una concatenazione di fatti che modificheranno sostanzialmente la vita e il modo di pensare del protagonista.
Murakami ritorna alle dimensioni oniriche e alle atmosfere irreali che lo hanno reso famoso, sia pure trattate in modo molto blando, oserei dire molto realistico. Quale forma concreta può assumere una “idea”?
Libro bellissimo che fa paragonare l’autore a quei vini che invecchiando migliorano: la scrittura di Murakami è un’opera d’arte, al pari delle idee che gli affollano la mente. Il libro non ha nemmeno una parvenza di finale, questo è vero, ma si tratterà solamente di passare al prossimo volume invece che al prossimo capitolo e di aspettare poco meno di un paio di mesi.
Nulla di più.
Il Lettore

martedì 11 dicembre 2018

Il baco da seta


Un altro libro che ho preso da mia nipote è questo Il baco da seta, che non è un manuale sull’allevamento di vermiciattoli ma la seconda puntata delle avventure di Cormoran Strike, l’investigatore ideato dalla creatrice di Harry Potter sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith (per la prima puntata vedi qui).
J. K. Rowling è una manna per chi dovesse soffrire di insonnia.



Per questa seconda avventura del detective senza una gamba la Rowling scomoda l’ambiente letterario: Strike viene chiamato a indagare sulla sparizione di uno scrittore e ben presto le sue si trasformano in indagini per un omicidio.
Se ciò fosse possibile, questo romanzo è ancora più lento del primo. Ancora una volta la Rowling non risparmia la sua logorrea cercando di ritardare il più possibile il momento della rivelazione dell’assassino. Con infiniti interrogatori, la discesa in campo di personaggi nuovi, il ritrovamento di personaggi vecchi, qualsiasi scusa è buona per allungare il brodo e rendere interminabile questo libro. Oltre alla vicenda cervellotica e francamente poco credibile.
In effetti mi ero aspettato di meglio. Forse il mondo delle case editrici inglesi e delle persone che girano loro intorno, dagli impiegati ai proprietari agli editors era troppo stuzzicante per quella di loro che si trova all’apice di questo mondo.
Il criticato romanzo che si trova al centro della vicenda, Bombyx Mori, è un libercolo scandalistico in cui il suo autore, Owen Quine, usa un linguaggio scurrile e dà contro a tutti, agenti letterari, editori e romanzieri rivali. E chiaramente per questo motivo di gente che avrebbe voluto vederlo morto ce n’è parecchia. Ma la Rowling la fa troppo lunga prima di arrivare alla soluzione: i protagonisti sono anche interessanti (il detective e la sua assistente, quelli delle case editrici molto meno), ma non bastano per poterlo promuovere del tutto.
Il Lettore 




giovedì 29 novembre 2018

Mio fratello rincorre i dinosauri


In questo periodo in cui, mio malgrado, riesco a leggere poco, mi sono imbarcato nella lettura di un romanzo storico di più o meno mille pagine. Al mio ritmo attuale di una pagina al giorno la vedo pressoché infinita. Ma non disperate, prima o poi troverete anche lui su questi schermi.
Poi domenica siamo stati invitati a pranzo dalle mie nipoti, una delle quali è una forte lettrice, e le ho saccheggiato la libreria. A sera, tornato a casa, ho messo temporaneamente da parte l’ereader con il romanzo storico e ho iniziato questo Mio fratello rincorre i dinosauri di cui avevo già sentito parlare qualche tempo fa.
La sera dopo era terminato.



Per fortuna ogni tanto succede di leggere un libro molto buono.
Questo di Giacomo Mazzariol è la storia del rapporto tra l’autore e suo fratello Giovanni, affetto dalla sindrome di Down: dall’entusiasmo iniziale per l’imminente nascita di un fratellino alla scoperta che questo fratellino non sarebbe stato normale, dall’iniziale rifiuto, dalla vergogna e dal non voler far sapere questo fatto alla propria cerchia di amici, alla completa accettazione della sua condizione e di lui stesso. Un vero e proprio romanzo di formazione adolescenziale.
Scritto molto bene, si legge in tre ore al massimo senza cali di tensione e, cosa che non guasta mai, pur trattando una tematica seria è anche divertente. Tanto è vero che quando è uscito ha avuto un discreto successo.
In fin dei conti il libro è un invito per tutti ad accettare le conseguenze della presenza di questo cromosoma in più con tutto ciò che ne deriva di buono e di meno buono, e di considerare le persone che ne sono portatrici come ogni altro essere umano, come si dovrebbe fare comunque e con chiunque.
La vicenda di Giacomo e Giovanni e di questo libro ha avuto una notevole ricaduta mediatica anche per il filmato con cui si sono fatti conoscere su Youtube, dal titolo A simple interview, e che potrete trovare qui (la mia era la 411.133esima visualizzazione, tanto per farvi capire).
La cosa che non riusciranno mai a farmi credere, comunque, è che questo romanzo l’abbia scritto per intero una persona di soli diciannove anni.
Passi l’uso dei verbi, tutti inseriti in modo perfetto (anche mio figlio a quindici anni padroneggiava l’uso dei congiuntivi), passi l’assenza di refusi, passi l’uso dell’ironia perché anche un adolescente può saper fare un buon uso dell’umorismo, la cosa che penso non sia stata farina del sacco del Mazzariol è il ritmo. Tutte le vicissitudini narrate sono cadenzate in modo perfetto, messe al momento giusto nel modo giusto da un professionista, inserite alternando spunti simpatici ad altri che lo sono meno, alcune perfino risolte in modo ottimale a molte pagine di distanza (vedi la scena del Pisone), ai fini dell’insegnamento che intendeva fornire il libro.
Un ritmo così può averlo dato solo una persona esperta, di quelle che sanno ciò che stanno per fare, altro che un diciannovenne inesperto, e io sospetto fortemente che i due ringraziati in postfazione, Fabio Geda e Francesco Colombo, o chi insieme a loro, gli editors della Einaudi, per esempio, abbiano fornito ben più del piccolo aiuto per il quale sono ringraziati.
Senza comunque voler togliere nulla all’autore.
Il Lettore 




mercoledì 21 novembre 2018

Casino totale


Gran bel romanzo. Viene da concordare con Massimo Carlotto che, dopo averlo letto, ne è rimasto entusiasta.
Nonostante Il sole dei morenti non mi abbia coinvolto più di tanto, ero rimasto curioso di leggere ancora qualcos'altro di Jean Claude Izzo, e ho optato per il suo romanzo più famoso, Casino totale, con cui ha dato vita alla serie trilogia marsigliese, e quindi ad un intero genere letterario, il noir mediterraneo.



Il romanzo inizia con Ugo che ritorna nella città in cui è stato giovane, Marsiglia, e in cui è morto l’amico Manu a cui era legatissimo. Ma anche Ugo resta vivo per un solo capitolo, per lasciare il posto al vero protagonista, Fabio Montale, il terzo componente del trio di amici inseparabili, al quale il desiderio di sapere come e perché sono morti coloro che considerava dei veri e propri fratelli non da tregua.
Si da il caso che Fabio Montale sia pure un poliziotto, e per quanto gli è concesso si mette ad investigare su ciò che è successo, dapprima coinvolgendo antiche amicizie, poi calandosi nei meandri della malavita marsigliese, della quale aveva rischiato di entrare a far parte da giovane come era successo agli altri due amici.
In questo percorso Izzo ci fa calare all’interno dei problemi sociali di una società multietnica come quella di Marsiglia, sottolineando i forti screzi tra fazioni in eterna lotta tra loro: francesi, arabi, neri, poliziotti, delinquenti, poveri e benestanti, giovani in cerca di un futuro e coloro che quel futuro lo hanno già perso, giovani ragazze che non hanno altra scelta che fare le prostitute per poter vivere e quelli che se ne approfittano arrivando ad ucciderle per un nonnulla.
Lo stile è asciutto e crudo, senza abbellimenti, ma lasciando comunque molto spazio all’uso dell’immaginazione da parte del lettore e senza scendere nell’esplicitazione di scannamenti o simili cose estremamente trucide come negli autori più recenti. Si nota anzi un tentativo, da parte del protagonista, di ricerca di giustificazioni morali per comportamenti non in linea con il politicamente corretto, un tentativo di ritorno agli ideali di cui sono piene le menti dei giovani, in un mondo in cui è difficile poter fare i “buoni” quando anche i poliziotti sono tra coloro da combattere.
Casino totale (Total Khéops) ha fatto da capostipite a un genere letterario insieme agli altri due romanzi di cui è composta la trilogia con protagonista Fabio Montale: Chourmo e Solea, e, visto che mi è piaciuto, prima o poi leggerò anche questi altri due.
Il Lettore 




giovedì 15 novembre 2018

Io sono un gatto


Oltre al fatto che riesco a leggere molto di meno, sono incappato in una sequela di libri che si rivelano pallosissimi, come l’ultimo postato e come questo, che porto avanti con fatica quando addirittura non sono costretto a piantarli a metà, come questo (e due), e che pur possedendo una certa dose di fascino non posseggono tutti gli altri requisiti necessari a dare soddisfazione.
In più mettiamoci che l’atto stesso di scrivere questo post sta diventando una tortura perché ho tutte le dita, compreso carpo e metacarpo, indolenzite per aver usato troppo motoseghe e roncola questa mattina e l’essere passato alla tastiera non consueta del computer nuovo non aiuta di certo.
Va be’, problemi di noi boscaioli (quelli non abbastanza allenati).



Io sono un gatto mi ha attratto subito per il solo fatto di avere questo titolo. Natsume Soseki (pseudonimo di Kinnosuke Natsume, ma in ogni caso non si conosce lo stesso), lo ha scritto nel lontano 1905 mentre il Giappone era in guerra contro la Russia, ed è il primo romanzo di questo autore.
Questo libro mi ha attirato per il solo fatto di parlare di gatti, che sono animali che amo molto. Ma in genere la maggior parte degli autori che trattano di gatti non sono capaci a tener viva l’attenzione: o si fanno ben presto noiosi o cadono nello scontato e nella melensaggine. Conosco un solo autore “gattaro” interessante, ed è il blogger de I gatti di Monte Malbe (http://igattidimontemalbe.blogspot.com/).
Natsume Soseki arriva al punto di immedesimarsi con questo gattino appena nato che del tutto inaspettatamente arriva in casa di un professore di liceo (dal carattere interessante come quello di un’ostrica) e viene ignorato ma nutrito, e nel suo poter andare dappertutto assiste e commenta la vita della casa e di chi la frequenta passando per lo più inosservato nella totale trascuratezza degli umani nei suoi confronti. È lo stesso gatto che narra in prima persona: non ha un nome perché nessuno si è preso la briga di metterglielo, e di ogni cosa fa un argomento sul quale intervenire e dire la sua.
Personaggi simpatici o insopportabili, consuetudini strane o del tutto normali. Il gatto vede e commenta. Come però farebbe un “umano” alquanto erudito. Arrivando a parlare di filosofia e rifacendosi a molte massime “zen”. In pratica Soseki lo ha reso troppo umano, lo ha antropomorfizzato troppo arrivando a rendere la cosa alquanto inverosimile, facendolo comportare come una persona con una cultura universitaria e non più come un semplice gatto.
Inoltre la maggior parte delle cose nominate ha il nome giapponese: vestiti, cibi, consuetudini sociali, modi di fare, il che rende molte pagine veramente incomprensibili (fino a sapere cosa sono un futon o un tatami ci arrivo, ma il mochi e il kenban mi sono proprio ignoti. È vero che ci sono delle note con le spiegazioni a fondo libro, ma è troppo scomodo dover andare alla fine ad ogni richiamo che si incontra. Continuiamo a rimanere nell’ignoranza, ma non è piacevole). Tutto questo rende il testo, sia pure da un certo punto di vista anche affascinante, oltremodo non interessante e noioso, e arrivato circa a metà sono stato costretto ad abbandonarlo per l’incapacità a proseguire per più di una pagina al giorno.
Comunque ve ne riporto l’incipit: “Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l’ho. Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È là che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore - mi hanno poi detto - e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena ritrovai una certa stabilità lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa, pensai, e quest’impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera.”
E fin qui è comprensibile. Poi peggiora. Le 500 e passa pagine non sono riuscito a reggerle tutte.
Il Lettore