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lunedì 10 settembre 2018

Il senso del dolore - La condanna del sangue


Venghino venghino, venghino siuri, oggi ben due recensioni al prezzo di una!
Due romanzi, già letti da molto tempo perché sono le prime avventure di Luigi Alfredo Ricciardi, il commissario con le visioni ideato da Maurizio De Giovanni, e letti di nuovo stavolta sotto forma di fumetto. In attesa dell’uscita della serie televisiva, Sergio Bonelli Editore ha bruciato tutti sul tempo e ha pubblicato questi primi bestsellers nella sua collana Romanzi a Fumetti, sottotitolo della sottoserie: Le Stagioni del Commissario Ricciardi.
Per vendere basta e avanza come garanzia.



È andata così: l’altro giorno ero col Ferro alla Biblioteca delle Nuvole, piangendo l’uno sulla spalla dell’altro per i nostri acciacchi di persone anziane, quando a un certo punto lui ha tirato fuori questi due albi chiedendomi se li avessi mai visti prima. Alla mia risposta negativa non ha fatto altro che terminare di completare la stesura della scheda di prestito col mio nome sopra e me li sono ritrovati nel bustone insieme a tutti gli altri fumetti da gustare a casa in santa pace.
Pubblicazioni non recentissime comunque, visto che il primo uscito dei due risale al novembre 2017 (mentre la prima uscita come romanzo è del 2007, NdF). Alcune voci in biblioteca sostenevano di averli trovati leggermente noiosi, e quindi mi sono apprestato alla lettura aguzzando il mio spirito critico. Devo dire invece di averli trovati piacevoli come gli originali e molto coerenti con lo spirito che ha voluto infondervi lo stesso De Giovanni.
Naturalmente non parlerò delle trame e delle ambientazioni perché tutti già le conoscono (e del resto nei romanzi di De Giovanni rimangono sempre in secondo piano), e mi limiterò alla leggibilità del prodotto.
 È ovvio che ho riscontrato una discordanza tra come il disegnatore ha reso le fattezze di Ricciardi (e di tutti gli altri personaggi) e come me li ero figurati nella mia mente, ma anche qui sta il bello, no? Il tratto è ovviamente realistico il più possibile e nei due albi si assomiglia molto nonostante i disegnatori siano diversi (Daniele Bigliardo per il primo e Lucilla Stellato per il secondo) ma si vede che il coordinatore editoriale ha imposto alla Stellato di copiare, per uniformità, chi l’aveva preceduta. L’impaginazione è in una tipica gabbia bonelliana di 9 x 9 vignette ma molto libera, con frequenti sconfinamenti sul numero e sulla forma dei riquadri, tondo, verticale od orizzontale.


I colori sono solamente due, un nero e un bianco virato all’azzurro, con l’unica particolarità che i morti visti da Ricciardi non sono colorati in blù come il resto ma rimangono di un bianco dai contorni sfumati.
Anche gli sceneggiatori sono diversi, Claudio Falco nel primo caso e Sergio Brancato nel secondo, e anche in questo caso non posso che sottolineare come abbiano fatto un buon lavoro. Entrambe le sceneggiature ricalcano esattamente le trame dei romanzi come le aveva impostate l’autore, badando ai fatti salienti e illustrando anche i personaggi secondari: Enrica, Livia, Rosa, Bambinella, Modo, quando necessario e dando molto risalto al sentimentalismo voluto da De Giovanni. Sceneggiature molto lineari e strettamente cronologiche con qualche piccola libertà, come quella di anticipare la morte del figlio di Maione ne Il senso del dolore per consentire una caratterizzazione più completa del rapporto tra lo stesso Maione e il Commissario.


In definitiva io non li ho trovati noiosi come mi avevano anticipato, anzi, mi ha fatto piacere leggerli e vi ho trovato una notevole rispondenza ai romanzi originari. Anche se una spiccata uniformità (oddio, è un ossimoro?) riconosco che potrebbe dar adito, in qualcuno, all’insorgenza della noia.
Ma si sa, alcuni disegnatori sono molto più critici del sottoscritto.
Il Lettore


venerdì 17 agosto 2018

Sbirre


Sempre sulla scia di un format che è stato avviato oltre oceano, e uscito in libreria appena all’inizio del mese scorso, questo libro della Rizzoli raccoglie tre racconti di diversi autori sullo stesso tema: l’essere poliziotta.
Tre racconti lunghi con protagoniste tre donne che fanno parte delle forze dell’ordine. Tre donne, ma con tre paia di palle che i loro colleghi uomini se le sognano.
Ovvio, altrimenti che interesse avrebbe suscitato il farle diventare delle protagoniste?



Ognuna di una lunghezza compresa tra le cinquanta e le sessanta pagine, le tre prove non hanno in comune null’altro che l’avere delle poliziotte come protagonisti principali; per il resto cambiano lo stile e le vicende.
Il racconto di Massimo Carlotto è il più crudo (e come ti sbagli?): una trucida storia di frontiera nella quale si sentono echi dei suoi protagonisti abituali, solo che stavolta non c’è un Alligatore che con qualche trovata riesce a salvare una situazione disperata, e Anna Santarossa se la deve cavare da sola o quasi.
Un’altra Anna per Giancarlo De Cataldo nel racconto che della tripletta a me è piaciuto di meno. Anna Doria ha a che fare con superiori saccenti e profittatori e con le profondità del dark web, e anche lei alla fine è costretta a ricorrere alla pistola d’ordinanza. La storia non mi è piaciuta perché sa tanto di tirata per i capelli, e anche per quanto riguarda lo stile non è che De Cataldo mi faccia impazzire.
Tanto per cambiare, il racconto migliore (e come ti sbagli? E due…) per me è risultato quello di Maurizio De Giovanni, in pratica un prequel del romanzo Sara al tramonto che ho recensito qualche tempo fa. Incontriamo una Sara Morozzi nel momento in cui le muore il figlio per un incidente stradale e lei decide di investigare se sia stato davvero un semplice incidente o se ci sia qualcosa sotto. Come in tutte le anticipazioni che si rispettano entrano in campo i personaggi che in seguito saranno approfonditi nel romanzo: l’amica e collega Teresa, la vedova del figlio Viola, e si osservano comportamenti e aspetti che servono a specificare alcune sfaccettature del personaggio principale.
Bella prova di anticipo di De Giovanni, un po’ come aveva già fatto con il Commissario Ricciardi, con un altro personaggio che merita anch’esso che prosegua con altre avventure.
In Carlotto e De Giovanni risulta molto importante il trascorso delle protagoniste, un passato per entrambe difficile i cui echi si ritrovano nel comportamento delle donne al momento della vicenda in esame.
A parte De Cataldo un volumetto interessante, di lettura veloce e non troppo impegnativo, che però costa troppo sia in forma cartacea che digitale: in pratica la solita trovata estiva per spillare quattrini.
Il Lettore



lunedì 30 luglio 2018

Il purgatorio dell’angelo


L’ultima avventura, appena uscita, del Commissario Ricciardi, è sicuramente una delle migliori. Sostanzialmente non c’è nulla di nuovo, ma è confezionata talmente bene che mi ha persino commosso.


 Tutta basata sul concetto di “confessione” (a partire dal sottotitolo Confessioni per il Commissario Ricciardi), e sulle varie accezioni che questo termine può assumere, il suo valore non deriva dall’indagine su un vecchio prete morto assassinato che la polizia si trova a dover investigare, ma sono le diverse vicende personali  dei personaggi che ruotano intorno a Ricciardi ad assumere rilevanza e a quelle del Commissario stesso, sempre più innamorato della sua Enrica  ma allo stesso tempo convinto della improponibile convivenza della sua amata con il “fatto” che lo perseguita.
Confessarle o non confessarle da cosa derivano i tormenti che lo rendono così triste?
E risalendo a una confessione si risolverà l’indagine, così come altre confessioni marcheranno via via le vicende di altri personaggi: dal Brigadiere Maione il cui intuito prende una cantonata, alla risolutiva Nelide che sbroglierà una situazione grazie a una confessione, alla solita Bambinella il cui intervento si dimostra sempre decisivo.
Come al solito Maurizio De Giovanni porta avanti le saghe di tutti i principali personaggi di contorno aggiungendoci ogni volta un pezzettino, come in una buona sceneggiata napoletana (buona è un eufemismo…), e riuscendo a coinvolgere il lettore facendolo appassionare alle singole storie. La trama poliziesca passa in secondo piano e sempre di più è utilizzata quasi solo come pretesto per poter mettere insieme le altre vicende e parlarne.
Ma funziona, e quindi va bene così.
A turno vengono tirati in ballo tutti; Livia, Bianca, il dottor Modo, e ad ognuno De Giovanni regala una piccola parte di protagonismo fino a formare un romanzo che secondo me è uno dei migliori della saga.
Anche perché finalmente le canzoni napoletane con le quali ci ha ammorbato nelle ultime puntate sono scomparse (quasi), lasciando che la loro poetica sia sostituita da un po’ del buon jazz di Billie Holiday e dei fratelli Gershwin.
Il Lettore

giovedì 3 maggio 2018

Sara al tramonto


Dopo I Guardiani, ecco che MaurizioDe Giovanni si lancia in un’altra avventura al di fuori del Commissario Ricciardi che parrebbe destinata anch’essa a diventare una serie.
Bel romanzo e bei personaggi, un altro centro per l’autore partenopeo.



Se diventerà una serie non ne ho idea, ma in fondo il romanzo si regge bene anche come episodio a sé stante. Ma quando uno azzecca un personaggio darebbe gusto leggerne anche altre avventure.
In una Napoli che in questo romanzo appare solo di sfuggita Sara è una donna di mezza età che si comporta sempre in modo da non essere notata: capelli grigi, vestiti non appariscenti, del tutto sotto tono. Ma c’è una ragione. Sara era un funzionario di alto grado, ormai in pensione, di uno dei più nascosti dei servizi segreti, una donna alla quale il lavoro l’ha abituata ad essere completamente invisibile, a passare inosservata in qualsiasi occasione.
È una donna che ha abbandonato marito e figlio per dedicarsi all’amore totale per quello che era il suo principale, e quando quest’ultimo è morto per una malattia ed è stato seguito subito dopo dal figlio di lei per colpa di un incidente stradale, ha sentito di non avere più nulla che la legasse alla vita e si trascina in un’esistenza segnata solo dal dolore dei ricordi.
Fino a quando una sua ex collega e improbabile amica, Teresa, ha bisogno che un’indagine venga svolta tenendosi al di fuori dei canali ufficiali e si rivolge a lei riportandola in pista suo malgrado. La ragione è che Sara è indispensabile perché dotata di abilità particolari che ha affinato nel corso degli anni. Capacità acute, quasi extrasensoriali o esoteriche, che ricordano alla lontana il “dono” del Commissario Ricciardi: dove l’altro protagonista vede i morti, Sara riesce a interpretare in modo esatto atteggiamenti, gesti, posture e movimenti labiali delle persone, e li traduce in chiaro nonostante la distanza come se ascoltasse un discorso.
In questa indagine è accompagnata da un poliziotto “stropicciato”, Davide Pardo, con il suo invadente Bovaro del Bernese, e da Viola, la ex convivente del suo povero figlio che la sta per rendere nonna. Quattro personaggi ben caratterizzati a cui per il lettore è facile affezionarsi, che piacciono subito e dei quali vorresti subito vedere il comportamento man mano che il romanzo procede.
Maurizio De Giovanni è stato in gamba ancora una volta. Nel libro vi sono sì dei piccoli aspetti ai quali possono essere mosse delle critiche (per esempio a me è parso che Pardo parli un po’ troppo, impressione assolutamente personale), la trama non sarà originalissima ma ci può stare, ed è facile immaginare chi sia il “cattivo” della situazione tra i pochi comprimari in ballo (anche se per la verità io stesso ero indeciso tra due dei papabili). Ma da vero professionista l’autore ha tirato fuori ancora una volta un plot meritevole di raggiungere i primi posti delle classifiche di vendita con personaggi a cui uno si augura che venga dato un seguito.
Bravo De Giovanni. Nonostante le lievi critiche il romanzo si legge d’un fiato, è interessante e fa venire voglia di proseguire, tant’è vero che l’ho letto in due giorni nonostante gli impegni e il sonno pressante.
Quest’ultimo permettendo, ora mi sono buttato in una lettura veramente impegnativa su cui da diverso tempo volevo mettere gli occhi: chissà come andrà a finire?
Il Lettore
Lettore, De Giovanni



venerdì 17 novembre 2017

L’ultimo passo di tango

E torniamo a Napoli. Purtroppo. E ai libri di racconti. Sigh.
È scontato che prima o poi ogni autore di successo se ne esca con un libro di racconti. I racconti vendono solo se hai già raggiunto la fama, ma tutti gli autori prima o poi ne scrivono. Perché è più divertente e meno impegnativo che scrivere un romanzo. Anche se scrivere un buon racconto è molto ma molto più difficile che scrivere un romanzo, ma gli ingenui di questo non se ne rendono conto.
E i racconti scritti da sconosciuti non li compra nessuno.
Comunque, gli autori famosi i racconti prima li tengono dentro al cassetto, e forse li pubblicano singolarmente in riviste o antologie, poi, quando hanno già raggiunto la gloria, si possono permettere di far uscire una raccolta sicuri che andrà a ruba. Quando la raccolta non gliela commissiona direttamente l’editore per incrementare gli introiti.
Ho il sospetto che in questo caso sia andata così. Adesso vi spiego perché.




Questo L’ultimo passo di tango — Tutti i racconti è una corposa raccolta dell’intera produzione di racconti di Maurizio De Giovanni.
Tutti scritti dopo il 2007, però, se è vera l’informazione che ci ha fornito di persona lo stesso autore nel corso di una conferenza in cui lui stesso ci ha informato che prima de Il senso del dolore non aveva scritto altro e non aveva nulla di nulla nel cassetto (vedi qui).

Quindi le cose sono due: o questi racconti li ha scritti nel corso di dieci anni dopo il primo successo prevedendo che prima o poi avrebbe dovuto pubblicare una raccolta di racconti, o li ha scritti in fretta e furia pressato da un editore avido quanto basta.
La seconda ipotesi mi pare più verosimile, un po’ perché nella raccolta compaiono pezzi già pubblicati anche singolarmente, come L’omicidio Carosino, vedi qui, il racconto da cui è nata la figura del Commissario Ricciardi, un po’ perché tono e argomento di molti racconti sono ispirati o alla cronaca nera recente o alla storia (tira in ballo persino Hitler), quasi come se l’autore avesse cercato disperatamente dappertutto dei buoni spunti per le trame.
Bene, il mio cinismo è soddisfatto, ora posso parlare degli aspetti positivi.
Non c’è dubbio che sono scritti bene, benissimo, oserei dire, con lo stile preciso al quale De Giovanni ha abituato i suoi lettori, saturo di sentimentalismo e profondità di introspezione.
I contenuti vanno a scavare all’interno dei recessi più nascosti dell’animo umano, e se c’è un aspetto che gli si può appuntare è quello che la maggior parte dei racconti sono tristissimi, angoscianti: genitori che uccidono i figli, figli che ammazzano i genitori, amanti che massacrano amanti, sembra che non vi sia fine all’abiezione più truculenta, tanto che viene da pensare che cosa ci sia nella mente di un autore che scrive in continuazione di queste tragedie.
Se non l’avessimo ascoltato di persona nel corso di quella conferenza, nella quale si è mostrato davvero allegro e simpatico (nonostante sia napoletano, NdF), per ciò che scrive verrebbe da dargli forma come uno dei componenti della famiglia Addams.
Intervallati da pochissimi pezzi il cui finale è di poco meno truce degli altri, si susseguono racconti uno più angosciante dell’altro, fino a portarti sull’orlo della depressione. Poi ti dici che va be’, dai, sono solo racconti e scritti bene, peraltro, ma quando l’hai finito tiri un sospiro di sollievo.
Come lettura ne sei soddisfatto, ma per la successiva vai alla ricerca di qualcosa decisamente di più allegro.
Il Lettore

domenica 17 settembre 2017

I guardiani

Il nuovo filone a cui ha dato vita Maurizio De Giovanni è del tutto diverso dai precedenti. Non vi si parla di polizia, né ai tempi nostri né tantomeno ai tempi del fascismo, né si parla di partite di pallone. E che cosa c’è a Napoli di interessante oltre ai fatti criminali e al calcio?
Ma il Vesuvio, naturalmente.




La geologia di Napoli assume un ruolo rilevante in questo romanzo che a quanto pare dovrebbe essere la prima uscita di una serie sia letteraria che televisiva. Questo ciò che ho scoperto quando sono andato a informarmi, ma anche solamente leggendo il romanzo si capisce subito che deve per forza esserci un seguito, perché la vicenda non solo non finisce, ma lascia tutti gli interrogativi in sospeso facendoti sentire alla fine come una pera cotta. E adesso che succede? E questo chi è? E quest’altro che fine fa?
Niente, il buon Maurizio ti crea un mucchio di curiosità e non te ne risolve una. Ti costringe ad aspettare come minimo una seconda puntata. E speriamo che quest’ultima esca prima della serie televisiva.
In compenso la scrittura è buona come quella alla quale ci ha abituato, con frequenti incursioni nel narrare in prima persona in pagine che al primo impatto non riesci a distinguere se siano riflessioni, monologhi o dialoghi, né tantomeno capisci chi è che sta parlando.
Alcune cose si comprendono andando avanti, altre si ipotizzano, altre ancora boh?, non si riesce proprio a capire dove voglia andare a parare.
Al di là dei quattro principali protagonisti “normali”, questa volta De Giovanni ha tirato in ballo anche I Guardiani, esseri praticamente immortali incaricati di sorvegliare e tutelare luoghi da sempre ritenuti sacri in più di una religione e situati sia sopra che soprattutto sotto la superficie terrestre, oltre a ben tre (3) entità all’apparenza sovrannaturali, delle quali non sono spiegate sufficientemente a fondo (speriamo lo siano in seguito) l’origine e la ragion d’essere. E che sembra risalgano, e qui l’autore non è andato proprio per il sottile, alla nascita stessa dell’uomo e a probabili influenze extraterrestri che ne sono state compartecipi.
Va be’, al di là che il romanzo ti lascia con una marea di domande e zero risposte, in fin dei conti è una lettura piacevole che suscita la curiosità irrisolta di sapere come andrà a finire. Vedremo in futuro come proseguirà questo tuffo nell’esoterico che, come sembra sia una prassi ormai consolidata per Maurizio De Giovanni, è frutto delle idee e del lavoro di un intero pool di persone, almeno una decina, che hanno collaborato con lo scrittore nel mettere a punto quest’opera.
Un appunto tecnico invece si può fare quando l’autore afferma che Napoli poggia su un unico mare sconfinato e ribollente di magma sempre sul punto di emergere in superficie, dai Campi Flegrei al Vesuvio. Questo oceano di magma nella realtà è separato: i Campi Flegrei hanno un proprio bacino magmatico e il Vesuvio un altro, sono due vulcani distinti.
Invece il fatto che prima o poi il magma emergerà in superficie… su questo no, su questo non ci piove.
Il Lettore 

sabato 19 agosto 2017

Rondini d’inverno

Decima puntata della serie del commissario cilentino, dal sottotitolo con un doppio (e ingannevole) significato: Sipario per il commissario Ricciardi.
Un sottotitolo più adeguato forse sarebbe potuto essere: dal momento che editore e pubblico mi assillano in continuazione perché vogliono sapere uno come fare più quattrini due come proseguono le storie di tutti i coprotagonisti allora facciamo questo sforzo e accontentiamoli, fa niente se sono costretto a scopiazzare me stesso, tanto venderà uguale.
Ma forse sarebbe stato troppo lungo.




Non posso dire che il romanzo in fondo non mi sia piaciuto perché non sarebbe vero, certo è che questo Rondini d’inverno, pur soddisfacendo l’aspettativa della buona scrittura e del dare seguito a vicende che avevano incuriosito, mi ha deluso abbastanza per l’insistenza di Maurizio De Giovanni nel copiare se stesso ammorbando di nuovo la vicenda con la melensaggine reiterata di tutte quelle canzoni napoletane che francamente hanno proprio rotto i cogl i cosiddetti.
Come già mi ero premurato di far notare nella recensione a Serenata senza nome (vedi qui), di tutta questa emotività piena zeppa di retorica e napoletanità ne posso fare benissimo a meno, e anzi, quando uno ci insiste sopra mi infastidisce proprio.
Vabbè, detto questo, il romanzo alla fine è piacevole come quelli che l’hanno preceduto, dalla trama non eclatante ma nemmeno da buttare via, e nuovi tasselli si aggiungono a caratterizzare le storie dei singoli personaggi. Il brigadiere Maione aiuta il dottor Modo a risolvere la vicenda tragica che corre parallela a quella principale, e in una Napoli invernale assediata dalla nebbia Ricciardi ed Enrica combattono ognuno a modo suo per tentare di consolidare un rapporto che deve affrontare molti problemi fin sul nascere. De Giovanni non dimentica nemmeno di completare lo sfaccettamento di Nelide, Livia e Bianca, le altre donne che compaiono intorno a Ricciardi.
L’amore e la gelosia la fanno da padroni anche in questo romanzo, e anche il teatro (si parlava di scopiazzature?), visto che il caso giallo su cui Ricciardi indaga consiste in un omicidio avvenuto sulle tavole di un palcoscenico. Caso giallo che si tinge anche di rosso quando alla fine qualcuno spara proprio al commissario (ecco spiegato il secondo significato del sottotitolo). La saga sarà giunta al termine? Non sarò io a rivelarvelo, leggetelo.
Incidentalmente nel romanzo si può osservare un esempio letterario dell’effetto Dunning-Kruger al quale ho accennato qualche giorno fa: De Giovanni fa vedere che il brigadiere Maione al volante dell’auto di servizio è un vero e proprio pericolo pubblico, ma allo stesso tempo il graduato è straconvinto di essere un pilota esperto e bravissimo. Come volevasi dimostrare.
Il Lettore

lunedì 17 ottobre 2016

Serenata senza nome

E dopo averlo ascoltato di persona la settimana scorsa, potevo mancare di leggere il suo ultimo romanzo? La nona, se non sbaglio, puntata delle avventure del Commissario Ricciardi? Della quale oltretutto in quell’occasione l’autore ha spiegato ai presenti il filo portante emotivo del racconto, incentrato sul contenuto della canzone del 1903 Voce ’e notte, di Edoardo Nicolardi ed Ernesto De Curtis.
La canzone napoletana non mi piace come tutto il resto della napoletanità, ma inserita nel modo giusto in una lettura che invece mi piace farò finta di apprezzare anche quella.




Come già in alcune occasioni ho avuto modo di dirvi io guardo molto poco la televisione e in vita mia non ho mai seguito una telenovela (di seriale in tv posso solo guardare sporadici episodi di Jessica Fletcher, quando mi ci voglio addormentare davanti perché tanto chi è l’assassino lo so già avendoli visti tutti almeno due o tre volte, in trent’anni, ma che volete, nonostante porti sfiga mi sta simpatica lei), ma in questo caso ho dovuto ammettere con me stesso che questa di Luigi Alfredo Ricciardi è diventata una vera e propria telenovela che però mi ha fatto affezionare ai suoi personaggi.
Per quanto riguarda i suoi ultimi romanzi infatti, i detrattori di Maurizio De Giovanni lo accusano di lasciar scivolare le trame in secondo piano rispetto alle vicende personali dei suoi protagonisti seriali. Non hanno tutti i torti: anche in questo caso la trama gialla è poco più che banale e con esiti scontati, ma le vicende umane degli attori di contorno ti fanno appassionare alla loro evoluzione. Ogni volta vorresti una risoluzione definitiva di queste vicende, ma De Giovanni le centellina andando avanti un passettino alla volta facendo soffrire non poco il lettore. Anche se la trama non è un capolavoro di letteratura gialla (con pochissimi protagonisti papabili al ruolo di assassino di turno anche il meno intuitivo dei lettori alla fine si immagina chi esso sia), la bravura dell’autore si individua dapprima nell’indirizzare i sospetti da tutt’altra parte, come si fa in ogni giallo che si rispetti, quindi nel rendere interessanti le vicende dei personaggi di contorno, e qui sì che De Giovanni ne ha messi al fuoco tanti e ognuno meritevole di attenzione. In un’atmosfera cupa e piovosa l’autore scava a fondo nei sentimenti di ognuno e di ognuno riesce a connettere ciò che esso prova al leit motiv musicale del romanzo, esplicato con chiarezza negli interludi in corsivo.
Così vediamo che il rapporto tra Ricciardi ed Enrica fa un piccolo passettino avanti, in quale direzione ancora non è dato di sapere bene, e anche gli altri “soliti noti” progrediscono nel consolidamento delle caratteristiche loro peculiari, che per quanto possano sembrare stereotipi sono tratteggiate in un modo accattivante che te le fa interessare. E se la vicenda gialla si risolve, per queste ultime invece siamo ancora ben lontani da una conclusione: Maurizio De Giovanni sabato scorso ci ha detto che con tutta probabilità la saga del Commissario Ricciardi vedrà la fine nel 2018, quindi ad occhio e croce ci toccherà stare ad aspettare un altro paio di romanzi.
Il Lettore 

lunedì 10 ottobre 2016

Incontri con l’autore

Adorabile come sempre, sabato pomeriggio il mio editor mi ha costretto invitato ad accompagnarla ad assistere a un incontro con uno scrittore famoso che doveva aver luogo in un paesino sperduto della Valnerina.
“Cosa vuoi che siano, settanta o ottanta chilometri?”, mi ha detto per convincermi. Nel suo candore, lei non tiene mai nella minima considerazione il tempo necessario per i tragitti ― le sembra sempre di avere a disposizione il teletrasporto di Star Trek ―, le condizioni della strada e quelle del tempo.
Dopo esserci sciroppati un’ora e mezzo di curve e controcurve sotto una pioggia battente siamo arrivati in questo posticino incantevole, non fosse stato per l’acqua, paesino arroccato su un monte con annesso castello del tutto ristrutturato, con gusto, una volta tanto, che la conferenza era già iniziata. Ci siamo accomodati insieme alle altre ventotto persone già sedute e ci siamo messi ad ascoltare lo scrittore che da solo, tra pareti affrescate nel punto in cui all’epoca doveva essere ubicato l’altare dell’antica cappella del castello, stava già parlando di sé.
Trenta persone. Ho subito pensato che fossero veramente poche per un autore della levatura di colui che avevamo di fronte.
Sì, perché quello seduto al posto dell’altare non era proprio come si suol dire l’ultimo arrivato.
Non era un qualsiasi vincitore di uno Strega né un professorone pompato né uno di quelli che vanno artatamente di moda, ma uno dei due scrittori italiani che oggi vendono di più in assoluto, meritatamente, uno dei due italiani che scrivono nel modo più piacevole. Colui che avevo di fronte era uno degli scrittori che apprezzo maggiormente, di cui attendo con apprensione ogni nuova pubblicazione e che finora non mi ha mai deluso, e che nel tempo è quasi diventato un tormentone di questo blog.
Nonostante sia napoletano.
Avete indovinato, stavo ascoltando, di pirsona pirsonalmente come direbbe l’altro dei due, proprio il creatore del Commissario Ricciardi: Maurizio De Giovanni.




Che poi mi sono chiesto come un artista del suo calibro possa essere capitato a parlare in quel posto sperduto di fronte a una platea così risicata, che sembrava di essere alla presentazione di uno dei miei libri, ma va be’.
Siamo arrivati proprio nel momento in cui De Giovanni aveva cominciato a narrare qual è stato il suo percorso per arrivare a essere uno scrittore famoso: un racconto che vince un concorso; la telefonata di un agente letterario che gli propone la pubblicazione di uno dei romanzi che lui sicuramente avrà già avuto nel cassetto; l’esaurimento immediato di tutta la prima tiratura de Il senso del dolore; le telefonate di altre case editrici e produttori cinematografici per assicurarsi i diritti degli “altri” romanzi sicuramente contenuti nel cassetto; il ciclo delle stagioni, il ciclo di Pizzofalcone e così via.
Il tutto raccontato in modo molto simpatico e cordiale. Come lui stesso ci ha detto, il fatto era che oltre a quel primo racconto De Giovanni nel cassetto non aveva proprio nulla, nessun altro racconto, tantomeno romanzi, e di conseguenza quel primo libro che gli avevano promesso di pubblicare se lo è dovuto scrivere da zero in fretta e furia. A detta sua non è stato difficile, del resto doveva solo ampliare quel primo racconto, e dopo aver “bluffato” spudoratamente con chi glielo richiedeva ci ha messo meno di un mese per scriverlo e offrirgli un prodotto finito. Che poi ha avuto il successo che ha avuto. Da bancario a scrittore di successo: voilà!
Che sia stato così facile lasciatemene dubitare un pochino. Così come sul fatto che scrivere sia così facile come poi ci ha detto. Per esserci passato, mica per altro. Una verità assoluta invece è venuta fuori quando ha ammesso di essersi messo a scrivere solo dopo essere stato per anni un lettore “professionista”, confermando così il dogma che per poter scrivere bisogna prima saper leggere.
Ma in quel momento il racconto è stato piacevole e ci poteva anche stare, e lo scrittore ha saputo rendere l’incontro molto naturale e spontaneo, non lesinando sulle battute spiritose, sul dialetto e sugli aneddoti di vita vissuta, da quelli che ha già riportato in alcuni libri alla gente che lo ferma per strada e lo accusa brutalmente di trattare male alcuni suoi personaggi, alle persone anziane che lo spronano a far pubblicare al più presto una nuova avventura di Ricciardi per potersela gustare prima che la morte le colga.
E in modo simpatico ha anche risposto alle domande del pubblico sulla psicologia dei suoi personaggi comprese quelle di coloro, e ce ne sono sempre, che amano più sentir blaterare se stessi che ascoltare il protagonista dell’incontro, e quelle dei tifosi di calcio che di suo hanno letto solo Il resto della settimana.
Un paio d’ore passate in modo piacevole con una persona interessante. E di questo devo ringraziare il mio editor per avere insistito a partecipare. Nonostante la napoletanità. Tra le altre cose De Giovanni ha tenuto a specificare come una città unica come Napoli, dove a distanza di un metro trovi a convivere realtà del tutto differenti tra loro, sia una fonte inesauribile di spunti per qualsiasi scrittore. Posso anche crederci, ma questo non cambia di una virgola la mia opinione.
Alla fine sono stato anche tentato di andare a stringergli la mano e complimentarmi con lui ma, avendolo visto attorniato dai presenti e non essendo affetto da ansia di protagonismo, ho pensato bene di risparmiargli ulteriori banalità e ci siamo apprestati ad affrontare un’altra ora e mezzo di curve e pioggia. 
Teletrasporto: magari!
Lo Scrittore

domenica 3 gennaio 2016

5 e 1 racconti

Buon giorno, buona domenica e buon 3 gennaio a tutti. Cerchiamo di cominciare bene il 2016 con la recensione di una raccolta di racconti di Maurizio De Giovanni, che chiamare libro mi sembra un po’ esagerato visto che sono solo sei, anzi, 5 + 1, per un totale di una quarantina di pagine.

Il mio editor me li ha trasmessi in formato elettronico, e dopo averli letti mi è presa la curiosità e sono andato a spulciare un po’ in rete. Bene, ad eccezione di questo indirizzo:
dal quale li potete anche scaricare, di questi racconti non c’è traccia da nessun’altra parte.
E quel che è bello è che non ce n’è traccia nemmeno nelle biografie di De Giovanni, il che mi lascia perplesso. Che non sia lo stesso autore del Commissario Ricciardi? Un omonimo? Mi sembra strano ma tutto è possibile.
Comunque, a parte questo i racconti sono scritti bene e sono anche piacevoli, sebbene non si possa dire che lascino il segno. Vari (certo, tuttalpiù sei) sono gli argomenti trattati e il grado di importanza degli stessi, spaziando dal thriller al surreale, e dallo stile utilizzato l’autore potrebbe anche essere il napoletano. Visto che sono gratis, se vi va potete anche cavarvi da soli lo sfizio di provare a riconoscercelo.
Va be’, resterò con la curiosità di sapere se sono i suoi, ma intanto ho iniziato un altro libro di racconti, stavolta più corposo, che per ora mi sta lasciando un po’ perplesso anche se l’autore è considerato al top della letteratura mondiale. Vedremo…
Il Lettore

venerdì 21 agosto 2015

Anime di vetro

Ed ecco il romanzo che aspettavo con ansia dopo che ero rimasto sulle spine, leggendo In fondo al tuo cuore, per la curiosità di sapere come sarebbe andata a finire la nascente relazione tra Enrica e Manfred. Continuerà Enrica a struggersi dell’amore impossibile per Luigi o si rassegnerà a una vita senza passione con questo nuovo spasimante che mostra di volerle bene?
Detta così sembra una telenovela… ma del resto gli ingredienti di una storia che ci appassiona sono sempre quelli, più o meno, e dipende da chi la scrive il combinarli in modo da stringerti alla gola e condurti dove vuole senza possibilità alcuna di liberarti fino alla risoluzione.
E in questo Maurizio De Giovanni ha dimostrato di essere un vero professionista.




Anime di vetro, dal sottotitolo Falene per il commissario Ricciardi (vedi più avanti la nota sul riferimento musicale), è proprio il romanzo che ci si sarebbe aspettati visto il trend delle ultime puntate della saga del commissario Luigi Alfredo Ricciardi: una risoluzione (ma sarà poi quella definitiva?) degli interrogativi nati e proseguiti nel corso di diversi romanzi sulle vicissitudini del gruppo di protagonisti.
E proprio su questo è incentrata la gran parte del romanzo che, anche se il filo conduttore giallo non manca, più che un poliziesco è uno sviscerare le profondità degli animi, il rivelare e il rivelarsi, il portare a compimento (forse) vicende iniziate qualche puntata prima, compreso un approfondimento della situazione politica italiana e internazionale con l’ingresso nel gioco della polizia segreta fascista e delle sue relazioni con la nobiltà dell’epoca.
Pur soccombendo alla relativa scomodità di leggerlo sul mio telefono l’ho letteralmente divorato, ritrovandoci intatti tutti gli ingredienti ai quali De Giovanni (qui vedi tutti i post su di lui) ci aveva abituato in passato e gustandone la prosecuzione. Solito stile appagante, compresi i capitoli costituiti interamente dai pensieri dei diversi personaggi che si succedono l’uno all’altro senza specificare chi è che sta provando quei pensieri ma lasciandolo solamente intuire al lettore, pensieri che spesso iniziano tutti con la stessa frase o con concetti antitetici (es. Pensava di amarlo… Pensava di odiarlo…) e che rivelano il modo di ragionare più profondo di ognuno, compreso l’assassino di turno.
Piacevole e suggestivo anche questa volta l’intercalare del riferimento musicale, dal contenuto strettamente legato al tema portante del libro, quella fragilità dell’anima così ben rappresentata nel 1906 nella canzone Palomma ‘e notte, scritta da Salvatore di Giacomo e musicata da Francesco Buongiovanni; intercalare che sottolinea l’importanza del contenuto di una storia e del comprenderlo appieno per saperla poi raccontare agli altri.
Devo dire che ho apprezzato l’onestà dell’autore, ma ho provato anche un pizzico di delusione leggendo la chiosa dei ringraziamenti, nella quale De Giovanni non è reticente nell’ammettere come questo libro, così come gli altri, sia stato frutto del lavoro combinato di un intero pool di professionisti: oltre a lui ci hanno lavorato sopra ben quattordici altre persone nel definire la struttura dei personaggi, la trama, l’ambientazione, la ricostruzione storica eccetera, e se questo non toglie nulla al valore dell’opera, d’altra parte provoca un certo disinganno, distruggendo l’aura affascinante dell’autore solitario e sostituendola con la concretezza di un professionale e asettico lavoro di squadra.
Ho letto in rete della possibilità per il prossimo anno di una fiction televisiva incentrata sulle avventure del commissario Ricciardi. Nel caso, di sicuro una puntata proverò anche a guardarla, solo per la curiosità di poterne valutare la realizzazione: la mia esperienza personale è che Zingaretti mi fa addormentare dopo una mezzora, mentre con Timi e i vecchietti del bar Lume dormo dopo nemmeno cinque minuti, quindi…
Il romanzo lascia comunque un finale aperto ad eventuali prosecuzioni, ma personalmente mi auguro che un prossimo romanzo con Ricciardi non ci sia: sospetto che il proseguimento delle vicende di Enrica e Luigi possa diventare scontato e deludente, e forse sarebbe meglio lasciar finire tutto così, nel vago, con migliaia di possibili soluzioni diverse nella fantasia di ognuno dei lettori di questa saga.
Il Lettore

lunedì 13 luglio 2015

Il resto della settimana

Nella mia graduatoria personale delle cose che non riesco proprio ad apprezzare ce ne sono due che non sono mai uscite dalla top five: la napoletanità e il calcio.
Ognuno ha le sue idiosincrasie: per me tutto ciò che riguarda la stupidità, Napoli o il gioco del pallone è da evitare accuratamente. Di conseguenza capirete come io sia restato un pochino perplesso quando il mio editor, dopo aver scaricato e letto questo libro, mi ha detto. “Leggilo, vedrai che ti piacerà… anche se parla del Calcio visto dai Napoletani.”
Ciò sarebbe del tutto al di fuori della mia capacità di sopportazione, le ho risposto, ma conoscendo bene l’autore e benché sia lui stesso napoletano, un certo tarlo mi si era insinuato nella mente e mi sono detto va be’, perlomeno so che scrive bene, proviamo, tutt’al più lo lascio, e mi sono apprestato speranzoso alla lettura sia pure con una certa dose di scetticismo.
E la verità è che quando uno è proprio bravo (pure se è di Napoli), riesce a rendere interessanti anche gli argomenti dei quali non puoi neanche sentir parlare.




Con questo non è che poi alla fine sia riuscito a farmi cambiare idea sulle mie convinzioni, chiariamo subito, ma se c’era uno che poteva convincermi a leggere un libro sul calcio, questo poteva essere solo Maurizio De Giovanni. Oddìo, a dire la verità c’era riuscito anche Giorgio Faletti con il suo Tre atti e due tempi nel quale aveva infuso un tocco di giallo, mentre con questo Il resto della settimana De Giovanni ha inteso approfondire la conoscenza con il tifoso di calcio napoletano generico. Per dirla con le sue parole: “La domanda era: che cosa faceva quell’individuo inquadrato dalle telecamere dopo un gol, la bocca contorta in un urlo spaventosamente liberatorio, le mani adunche a mo’ di artiglio, il filo di bava sul mento, i capelli diritti in testa e gli occhi iniettati di sangue, nel resto della settimana? Chi era? Di cosa discuteva? Quanto di quella passione tratteneva in petto, e quali ricordi, ossessioni, rimpianti, gioie e rimorsi generava? Come funzionavano gli incontri tra siffatti soggetti? Che contenuto avevano le frasi smozzicate, i veloci scambi di opinioni e gli assensi e i dissensi che da lontano vedeva passare dall’uno all’altro?”
In una specie di ultras watching il protagonista scelto dall’autore (napoletano e fervente tifoso… per quanto ammiri come scrive non credo che potremmo mai andare molto d’accordo) decide di scrivere un libro nel quale analizzare il comportamento di questa tipologia di animali nei periodi che intercorrono tra le puntate a scansione settimanale della loro ragione di vita, e per farlo sceglie di osservarne il comportamento all’interno di un tipico bar partenopeo, stando seduto a un tavolino a lui riservato dal quale registra e annota i vari racconti dei clienti neanche fosse uno del National Geographic.
Il risultato è un libro gradevolissimo nel quale emergono personaggi molto ben caratterizzati che illustrano, oltre alla loro passione (che vista da un’ottica staccata potrebbe essere la passione integralista per qualsiasi cosa, dal collezionismo di francobolli alla costruzione di modelli di navi da guerra, e che in ogni caso non fa parte del mio Dna), momenti di umanità comuni a tutti. Nei racconti degli avventori De Giovanni ha saputo infondere tratti commoventi e perfino emozionanti, e il tutto detto da uno che non è mai stato minimamente sfiorato nemmeno da un briciolo di interesse per la materia, ma che sa riconoscere e apprezzare le cose fatte bene, in qualsiasi ambito. Così come riconosco che De Giovanni è un ottimo scrittore, così so valutare il perché quel determinato gol descritto così minuziosamente è in assoluto il più bello di tutta storia del calcio, tanto è vero che dopo averne letto la descrizione nel libro me lo sono andato a riguardare su youtube per curiosità. Incredibile, vero? E la cosa simpatica è che nel libro De Giovanni non nomina mai colui che quel gol lo ha segnato, proprio perché nella storia del Napoli quella persona ha rappresentato un’entità leggendaria situata più che altro nella cerchia degli Dei.
In effetti riconosco che quella persona nel suo campo è stato un vero artista, e anche nella mia considerazione di profano si pone al livello di un Michael Jordan, di uno Steve Jobs, di un Edward Hopper o di un Miles Davis.
O di un bravissimo falegname.
Il Lettore

mercoledì 29 aprile 2015

In fondo al tuo cuore

Arieccoce! Penserete.

Ancora Maurizio de Giovanni!? Ma io… Stop! Non se ne può più! Su questo blog è diventato un tormentone! Volevo solo dire… Hai detto fin troppo! La vogliamo finire? Sembra quasi che i napoletani ti stiano simpatici! No, è che… E piantala una buona volta e leggi qualcos’altro!
Oh insomma basta! Il blog è mio e lo gestisco io! E per una volta tanto, per una volta che c’è uno scrittore italiano che merita, lasciatemi fare il mio porco comodo di recensirlo come voglio e tutte le volte che voglio. Chiaro? Be’, se la metti così…
Sì, la metto così, e tanto per essere cristallini: Maurizio de Giovanni non mi paga per parlare bene dei suoi libri, non lo conosco e non ci ho mai parlato nemmeno per telefono.
È solo che mi piace come scrive…




A parte gli scherzi, In fondo al tuo cuore, il cui sottotitolo è Inferno per il Commissario Ricciardi, è l’ultima (in ordine di tempo) puntata delle avventure di quel commissario letterario secondo solo a Montalbano per la fama raggiunta in Italia e all’estero.
Ne parlo ma non mi voglio ripetere: tutti i commenti che ho già scritto sui libri di De Giovanni li trovate cliccando sull’etichetta con il suo nome qui a destra, e di conseguenza non vi ridirò un’altra volta le caratteristiche positive dei suoi libri e dei suoi personaggi, o le particolarità che contraddistinguono il suo stile: in questo romanzo vi si trovano tutte.
E se posso dirla come sta, devo ammettere che questo romanzo è ancora più coinvolgente dei precedenti, portandoti spesso sull’orlo della commozione. Senza tralasciare l’episodio  poliziesco che fa da spina dorsale al romanzo, De Giovanni accentua l’attenzione sui drammi dei protagonisti seriali e sull’evoluzione delle loro storie che ha portato avanti per diversi romanzi. I personaggi ai quali man mano il lettore si è affezionato ritornano tutti con i loro grandi e piccoli problemi, le loro angosce e le loro speranze; simpatie e antipatie vengono focalizzate ancora di più e, se possibile, cresce ulteriormente l’aspettativa per una futura risoluzione delle piccole avventure di ognuno all’interno del romanzo.
Un romanzo che ho divorato, nonostante la difficoltà di leggerlo in forma digitale sul telefono. Mi ha tenuto incatenato in ogni momento della giornata, non appena mi si liberavano cinque minuti, preso dalla curiosità di venire a conoscenza dell’evoluzione delle storie alle quali De Giovanni ha saputo legarmi.
Ho trovato simpatica l’entrata in scena dello scrittore Libero Bovio (una cui frase ― com’è facile scrivere difficile, e com’è difficile scrivere facile! ― ho già utilizzato in passato come corollario dell’intestazione Freereader di questo blog), sia pure con uno sfalsamento temporale rispetto al reale che l’autore stesso confessa di aver dovuto apportare per esigenze di continuità della trama, e ho apprezzato anche, nei ringraziamenti, la confessione dell’aiuto ricevuto per l’elaborazione del plot e per lo studio dei complessi particolari necessari alla contestualizzazione nella Napoli degli anni ’30.
Di tutte le altre particolarità della saga del Commissario Ricciardi ho già parlato: leggete i romanzi, non ve ne pentirete. Possibilmente in ordine cronologico per apprezzare ancora di più l’evoluzione delle vicende. Ho scorso in rete che sembrerebbe manchi una sola puntata alla conclusione di questa saga: appena uscirà dovrete sorbirvi la recensione anche di quella.
(Occavolo! No! Non un’altra volta! Ma forse è meglio che me ne sto zitto…)
Il Lettore

sabato 21 febbraio 2015

L’omicidio Carosino

Evvai! Ancora Maurizio De Giovanni! Bello scherzetto che vi ho fatto, non trovate? Due giorni fa Joe R. Lansdale, oggi quelle che sono le primissime avventure del poliziotto più triste d’Italia – come recita il sottotitolo Le prime indagini del commissario Ricciardi – a rimpolpare quelli che sono diventati due tormentoni di questo blog. Ma, come dicevo l’altro ieri, a me piacciono, quindi…
Ma non temete, la farò breve.




Se putacaso tra voi ci fosse ancora qualcuno che non ha mai sentito nominare questo scrittore e i suoi personaggi, allora questo è il libretto adatto per cominciare a leggere Maurizio De Giovanni e conoscere l’esordio del suo protagonista più famoso, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, che compare per la prima volta all’interno di un racconto presentato alle selezioni regionali di un concorso letterario in Campania, e che da lì decollerà per essere letto in tutto il mondo.
Questo volumetto raccoglie il primo e altri due racconti con protagonista un Ricciardi primevo e del quale sono già delineate tutte le principali caratteristiche, tutte condizionate dal Fatto, la soprannaturale capacità (e maledizione) di Ricciardi di vedere i morti di morte violenta nel momento del loro trapasso. Il Fatto compare da subito nel racconto, fin dall’incipit, e ne vengono spiegate, se non le cause e l’origine, le modalità e le conseguenze, che sono del tutto spiacevoli per lui che lo prova, ma gli sono anche utili perché permettono a Ricciardi di risolvere molti crimini. Oltretutto trascinandosi addosso, per questo, molte inimicizie nel suo ambiente di lavoro.
Insieme al commissario  nel racconto cominciano a prendere vita i personaggi che gli fanno da contorno e le cui personalità verranno approfondite nei romanzi successivi: Enrica, Maione, il dottor Modo, e si individua la forma della Napoli di ottant’anni fa sotto una tirannide oppressiva.
Lo stile squisito è quello solito di De Giovanni, e la lettura piacevolissima. Punto. Basta così, ne ho già parlato in passato e la faccio breve altrimenti vi stufate davvero. Se non avete mai letto De Giovanni cominciate da questo, oltretutto la spesa è minima, e poi vedrete che passerete anche a Il senso del dolore e agli altri romanzi che hanno fatto seguito al racconto primigenio.
Vi prometto che il prossimo autore sarà nuovo, perlomeno su queste pagine…
Il Lettore 

martedì 16 settembre 2014

Il metodo del coccodrillo

E torniamo a parlare per l’ennesima volta di Maurizio De Giovanni, stavolta dopo aver letto Il metodo del coccodrillo,  il romanzo che ha dato l’avvio alla serie con protagonista l’ispettore Giuseppe Lojacono, la quale a differenza di quella con il commissario Ricciardi è ambientata nella Napoli dei giorni nostri.

Ma giuro che non la farò tanto lunga.


Avevo già recensito il secondo volume della serie, I bastardi di Pizzofalcone (vedi), e anche in questo caso De Giovanni non mi ha deluso: il romanzo è plausibile, lo stile ineccepibile, i personaggi credibili e la vicenda scorre fluidamente verso una conclusione che appare congrua con le premesse. Un ispettore di polizia con difficili problemi personali è impegnato nelle indagini per individuare un serial killer del quale il lettore conosce da subito pensieri, tecniche e parte delle motivazioni che lo spingono ad uccidere, e per questo la tensione narrativa è innescata solo dalla curiosità di sapere come il poliziotto riuscirà ad individuarlo.
Così come De Giovanni si è trovato a suo agio nella Napoli degli anni trenta, così sembra muoversi agevolmente nella città odierna alla quale infonde un’atmosfera da metropoli impersonale, che permette ad individui senza scrupoli di spostarsi senza essere notati per portare a conclusione intendimenti criminali. Una Napoli di cui ho notato con piacere come l’autore l’abbia dipinta diversa dagli stereotipi classici: con poco sole, quasi fredda, con personaggi che per l’efficienza e il modo di interagire non avrebbero sfigurato a Milano.
Il protagonista Lojacono appare solido, sensibilmente diverso da Ricciardi ma come lui intriso di problemi personali (nel suo caso molto più terreni…) che lo rendono interessante e, come succedeva al commissario nella serie precedente, gli fanno contorno alcuni personaggi femminili ben tratteggiati che contribuiscono a dargli spessore.
Il tentativo di De Giovanni di staccarsi dai personaggi che lo hanno reso famoso è riuscito bene: i primi due libri della nuova serie sono entrambi godibili e contraddistinti da uno stile preciso e interessante. L’autore conferma ancora una volta di essere uno degli scrittori più rimarchevoli del panorama nazionale.
E la pianto qui.
Il Lettore