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lunedì 21 gennaio 2019


Sol levante e pioggia battente

Non due ma tre.
Dal momento che ce lo avevo sul lettore e che l’ho letto al volo perché è corto, vi propongo il terzo scritto di fila di Marco Malvaldi.
Direte che ho rotto, ma quando ce l’hai a portata di occhi e sono brevi non se ne può fare a meno. E poi è un’altra dimostrazione del fatto che quando uno vende gli possono chiedere qualsiasi cosa. In realtà non so nemmeno se di questo sia uscito un volumetto in formato cartaceo: dalle poche ricerche in rete che ho condotto non ne sono venuto a capo, ma in questo caso dovrebbe essere più un depliant che un libro vero e proprio, dal momento che le pagine non sono molte.



Della serie: puoi chiedermi qualsiasi cosa perché tanto mi leggono, dopo la gastronomia e l’umorismo stavolta il tema è incentrato sulle più svariate differenze che intercorrono tra olandesi e giapponesi.
E questo che minchia ha a che fare con Marco Malvaldi?
Dice che sono due paesi (e due popoli) che lui ama molto, e questo è bastato per scriverci sopra un piccolissimo saggio che tra l’altro in copertina riporta pure un editore (RCS Quotidiani – Corriere della Sera), quindi magari costa pure qualcosa e probabilmente verrà pure venduto.
Nel testo vengono analizzate parecchie diversità tra i due popoli e i due paesi, dai modi di fare alle abitudini alle convenzioni sociali, tutti utilizzando la consueta verve di Malvaldi che fa sorridere spesso e si legge benissimo e con rapidità. Un esempio: in Giappone nessuno fa caso se avete i calzini puzzolenti, ma in ogni modo è obbligatorio togliersi le scarpe quando si entra in casa d’altri; e lasciamo perdere le condizioni dei bagni nelle abitazioni olandesi…
Librettino divertente, ma cui prodest?
Ve ne riporto l’incipit che fa vedere come in realtà lo scrittore non ami molto viaggiare: “Io non sono esattamente quel che si dice un viaggiatore nato. Per me, il concetto di relax si abbina con una casa vuota, un divano comodo (non troppo lontano dal frigorifero), un bel libro e una carabina di precisione con cui stecchire gli eventuali rompiscatole di passaggio.”
E allora cos’è che ti ha portato a scrivere questa cosa che non si sa bene come definire? Ci si domanda. La risposta l’ho data due puntate fa.
Bene, ora cambiamo autore davvero.
Il Lettore


giovedì 17 gennaio 2019

Per ridere aggiungere acqua


Per riprendermi dalla delusione indotta dal pisano con il suo saggio gastronomico, e permettere all’autore di risalire nella mia considerazione, ho letto subito un altro saggio dello stesso Marco Malvaldi, stavolta sull’umorismo (e chi meglio di lui? Per lo meno ha dimostrato di saperlo utilizzare. E ne ho già pronti altre quattro o cinque dello stesso autore che mi aspettano, come altri di Murakami ecc., ma fatemi un pochino variare…).
Come recita lo stesso sottotitolo: Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio, stavolta il protagonista dello studio è il “che cosa scatena le risate”, analizzato con la mentalità scientifica dell’autore.
Almeno in questo caso non ci sono di mezzo bambini.



Come deve funzionare la struttura del linguaggio per poter far in modo che si inneschi il meccanismo di ridere? Che cosa è necessario?
Marco Malvaldi tira in causa numerosi personaggi, da scrittori di notevole peso come Umberto Eco e Jorge Luis Borges a scienziati (principalmente Daniel Kahneman e Amos Tversky) che hanno lavorato sull’argomento, psicologi, esperti di linguaggio, informatici.
La domanda che ricorre nel libro è quella se sia possibile insegnare l’umorismo ad un computer e fare in modo che possa ridere anche questo, o se l’umorismo sia una caratteristica esclusivamente del genere umano. Come potrebbe, per esempio, un computer capire se intendiamo scherzare o meno?
Marco Malvaldi analizza gli studi fatti in merito riportando come esempi alcuni di quelli adoperati proprio nelle ricerche, passando per le statistiche riguardanti la frequenza delle singole lettere nei vari alfabeti e la frequenza delle associazioni di parole, e conclude affermando che, per portare alla risata, una battuta deve avere alcuni ingredienti fondamentali quali la condivisione con altri, il riconoscimento di una situazione antitetica od almeno inconciliabile con la premessa (e più intuitivo è e meglio sarebbe), e l’accertamento di una contestualizzazione in cui non vi siano pericoli critici per il destinatario della battuta. Ovviamente, lui lo dice in modo molto più esaustivo e facendo anche ridere, dal momento che gli esempi sono numerosi e tutti strettamente legati all’argomento.
Perlomeno, al contrario del saggio gastronomico su Barcellona, in questo c’è da ridere. Non che non ci fosse anche nell’altro, ma come ho già avuto modo di dire, le risate erano inquinate dalla mancanza di sentimento.
Va a sapere dove aveva la testa quando l’ha scritto.
Il Lettore



lunedì 14 gennaio 2019

La famiglia tortilla


Altra evasione dal prolisso romanzo storico nel quale non mi riesce di andare avanti (ma ancora non sono arrivato alla decisione di abbandonarlo del tutto).
Stavolta evasione doppia, perché sono stato rifornito di svariati libri in formato digitale e, curiosando tra i vari titoli, ho trovato che di alcuni autori la cui bravura è ormai consolidata vi sono diverse opere di gente nota ma a me sconosciute, e dopo Murakami mi sono rivolto a Marco Malvaldi. Per ben due volte, quindi anche il prossimo post avrà come soggetto lo stesso autore.
E come Murakami, perlomeno con il primo dei suoi due libri che ho letto, stavolta mi ha deluso pure lui.



Perché pare che qualunque opera edita con il suo nome abbia un successo strepitoso, e allora sotto a fargli scrivere libri su qualsiasi argomento: gialli, chimica, informatica, matematica, scienza divulgativa in genere e ora anche gastronomia. O meglio: guide gastronomiche.
Sì, perché questo piccolo saggio è una guida gastronomica di Barcellona. Un po’ come hanno fatto tanti altri, alcuni dei quali ho già recensito qui, come questo di Piersandro Pallavicini (qui, uscito tra l’altro nella stessa collana della stessa casa editrice di quello in oggetto), cioè di coloro che viaggiano e dei posti in cui si fermano sentono l’irrefrenabile bisogno di raccontarne le bontà culinarie. Intenzione lodevole, peraltro, ma la cui piacevolezza di lettura dipende molto da chi è che scrive. Della bravura di Malvaldi ormai si è certi, ma capita a volte che anche lui non sia esente da critiche. Come volevasi dimostrare.
Questo elenco di posti in cui mangiare (e come), a Barcellona, nonostante sia denso anche delle solite battute umoristiche del toscano, mi è sembrato piuttosto sterile e sostanzialmente inutile, a meno che uno non muoia dalla voglia di fare a breve un viaggetto nella città spagnola (e anche in questo caso non è detto che debba andare a mangiare negli stessi locali in cui è stato Malvaldi). Sembra scritto perché glielo hanno commissionato, ecco, senza sentimento. A me, che di Barcellona non me ne frega una mazza, ha lasciato dentro solo la delusione dell’aver constatato come anche i miti possano crollare con poco. Molto meglio la guida di Londra di Pallavicini, anche se la pappa (per restare in tema) è la stessa.
Sarà che uno dei protagonisti dei cui pareri bisogna tenere conto è anche il figlio quattrenne di Malvaldi, che con un irrefrenabile empito di stucchevole melensaggine nel volume è chiamato Pulcino dal recente padre, e conoscete già la mia idiosincrasia nei confronti dei bambini…
Il Lettore



lunedì 24 dicembre 2018

La misura dell’uomo


Stavolta Marco Malvaldi è incappato nella sfortuna di essere letto subito dopo aver finito Murakami e, mi dispiace dirlo, non ha retto il confronto.
Dopo la scrittura semplice e cristallina del giapponese, ritrovare le complicazioni dello scrittore toscano, per di più trasposte in pieno Rinascimento (quasi millecinque… avrebbe detto Massimo Troisi), non ha giovato al chimico nostrano che inizia questo romanzo mettendo in campo troppi personaggi, utilizzando il linguaggio dell’epoca e inserendovi a ripetizione le sue battute, moderne e mordaci, con continui e anacronistici riferimenti ai giorni nostri e i suoi consueti e martellanti calembour da scrittore ormai navigato.
Marca male, sta a vedere che questa è la volta che mi tocca piantarlo, ho pensato dopo le prime pagine.
Poi, per fortuna, è migliorato.



Destreggiandosi tra le mille insidie politiche che minacciano la Signoria di Milano, tra i primi criminali tentativi di mettere in crisi il nascente e moderno sistema bancario, tra numerose relazioni eterosessuali (Ludovico il Moro) e omosessuali (Leonardo da Vinci), tra frecciate non così tanto nascoste all’attuale situazione politica e rigorose ricostruzioni storiche, Malvaldi mette in campo quello che alla fine risulta essere un buon romanzo storico, la cui facilità di lettura è però ostacolata soprattutto dal linguaggio adoperato, che in molti passaggi è l’italiano volgare dell’epoca, e dal vizio dell’autore di inserire a ripetizione quel trucchetto che avevo già descritto qui, cioè di iniziare i capitoli o i capoversi mettendo le stesse parole o gli stessi concetti con cui termina il precedente, cambiando il contesto in cui sono inseriti.

Un esempio:
– Dovremmo sapere qualcosa di più sulle intenzioni dei francesi – disse il Moro, dopo una lunga pausa. – È troppo tempo che aspettiamo, ormai.

– Certo che è troppo tempo che aspetto! – disse l’omino in calze e camicia da letto. – Dov’è la mia colazione? (in tutt’altra situazione e con altri personaggi).

E il bello è che quasi in ogni cambio di scena è usata questa tecnica. Se all’inizio può sembrare una cosa curiosa e anche piacevole per averla riconosciuta, alla lunga diventa ridondante e anche piuttosto fastidiosa. Il troppo stroppia, caro Marco, non l’hai ancora imparato?

L’inizio del romanzo, a causa del linguaggio non consueto e dell’introduzione dei numerosi personaggi con una minima descrizione per caratterizzare ognuno, non risulta né agevole né piacevole, ma da quando la vicenda entra nel vivo con un omicidio le cose migliorano per poi concludersi in maniera del tutto plausibile e dare la soddisfazione di aver letto un romanzo che merita.
Ma resta sempre il convincimento che leggere Murakami abbia fatto più piacere.
Ah, dimenticavo, buon Natale a tutti.
Il Lettore

mercoledì 1 agosto 2018

A bocce ferme


Nuova avventura per i vecchietti del Bar Lume. Anche il termine “avventura” è un eufemismo; sarebbe meglio dire “vicenda statica”, perché vista l’età del gruppetto di ottuagenari e passa hanno poco da avventurarsi in giro.
E infatti hanno l’abitudine di risolvere i casi stando comodamente a rompere i cogl a bighellonare all’interno di quello che più che un barretto è diventato un vero e proprio asilo geriatrico.


  

Stavolta hanno a che fare con un vecchio omicidio risalente agli anni della contestazione che, da passati attivisti politici, li fa ritornare alla propria giovinezza, e la vicenda è complicata da problemi di eredità rendendola un poco più elaborata del solito. Ma i vecchietti riusciranno lo stesso a sbrogliarla con l’aiuto del barista Massimo e della sua fidanzata (nonché vicequestore) Alice.
Tra parentesi quest’ultima è il personaggio che convince di meno fra tutti: un poco forzata, come se Malvaldi avesse sentito (ma perché?) il bisogno di metterci la solita storia d’amore che ci sta sempre bene. Allora meglio il rapporto tra Tiziana e Marchino.
Comunque in fin dei conti la solita storia piacevole di Marco Malvaldi: leggera, divertente e di facile lettura, condita di gag (quella dell’elefante mi ha fatto scompisciare dalle risate) a ripetizione e di interventi autoriali in cui Malvaldi si rivolge direttamente al lettore e si commenta da solo. Come qui: “D’altronde, non è che le notizie del quotidiano siano di quelle in grado di risollevare l’umore di una mattinata dello stesso colore del tavolino e della sedia. Come quelle del giorno precedente, del resto. Nessun omicidio, nessuna morte violenta, nessuna sparizione misteriosa, insomma nessuna notizia di quelle veramente interessanti. Non è successo talmente una sega di nulla che la lettura del giornale è stata demandata al dopo pranzo, rendetevi conto voi.”
Romanzetto carino e divertente ma di certo non di quelli epocali della saga nella quale la geriatria e l’umorismo toscano la fanno da padroni.
Il Lettore

giovedì 23 novembre 2017

Negli occhi di chi guarda

L’ultimo del nostro Marco Malvaldi è un altro “libero”, cioè un romanzo non legato ai suoi protagonisti seriali che sarebbero i vecchietti del Bar Lume. Un po’ come aveva fatto in Odore di chiuso e Argento vivo.
Non del tutto “libero”, comunque, perché in realtà l’autore vi riprende due dei personaggi che aveva già utilizzato per le parti principali in Milioni di milioni, cioè il genetista Piergiorgio Pazzi, attraverso cui Malvaldi può sfogarsi a inserire le sue nozioni di chimica, e Margherita Castelli, sagace archivista nonché splendida donna— della serie una bella gnocca non guasta mai — che assumono ancora una volta un ruolo fondamentale nella risoluzione della vicenda.
Nonché per aggiungere un tocco sentimentale al tutto.




Stavolta i protagonisti sono i gemelli Cavalcanti, Zeno e Alfredo, i proprietari di una tenuta nobiliare sulla costa toscana, contorniati da una schiera di comprimari che si trova invischiata in una torbida vicenda con tanto di problematiche compravendite, opere d’arte scomparse e tragiche ammazzatine, per dirla alla Camilleri. Piergiorgio e Margherita chiariranno il tutto prima di una romantica gitarella all’isola d’Elba.
Un giallo leggero e piacevole, condito dal solito umorismo schietto di Malvaldi e dalle sue conoscenze scientifiche, con una trama intelligente anche se non originalissima e la sua scrittura pulita e arguta che fa sempre piacere leggere.
Una cosa che ho apprezzato di meno è l’insistere in maniera marcata con la tecnica del ricominciare un paragrafo o un capitolo con la parola con cui termina il precedente, inserendola in un contesto diverso. Avevo già spiegato questa tecnica nella recensione al romanzo Argento vivo (la potete trovare qui), e quindi non ci insisterò sopra. È sì una cosa simpatica, ma andrebbe usata con moderazione e non inserita in quasi tutte le ripartenze come invece fa Malvaldi soprattutto nella prima parte del libro.
Il toscano ne approfitta anche per magnificare le bellezze costiere della sua regione e riportarne alla luce i segreti nascosti: trovare una tomba etrusca è sempre affascinante, anche se lo leggi in un romanzo. Piacerebbe anche a me scoprire una tomba etrusca all’interno della mia proprietà, anche se poi non sarebbe così facile guadagnarci sopra qualcosina. Ma in compenso saresti subissato dalle rotture di coglioni da parte dello Stato.
No, meglio divertirsi con un buon romanzo e lasciare le tombe dove stanno. In pace, sottoterra.
Il Lettore

venerdì 11 agosto 2017

Le due teste del tiranno

Dopo aver già parlato di matematica in Capra e calcoli, ecco che Marco Malvaldi fa il bis e ripropone un nuovo saggio in cui parla ancora di matematica. Oltretutto, non era laureato in chimica?




Però la matematica lo interessa molto, visto che è il secondo saggio che ci pubblica sopra. Qui espone una serie di teoremi, scoperte, enunciazioni che dovrebbero essere utili, secondo lui, a conquistarci la libertà.  La libertà di pensiero, naturalmente.
A partire dal teorema di Bayes (conosciuto anche come formula di Bayes o teorema della probabilità delle cause). È quel teorema che spiega come in alcune occasioni l’evento più probabile sia quello a cui intuitivamente non arriveresti mai. Proposto da Thomas Bayes, deriva da due teoremi fondamentali delle probabilità: il teorema della probabilità composta e il teorema della probabilità assoluta. Viene impiegato per calcolare la probabilità di una causa che ha scatenato l'evento verificato. Per esempio si può calcolare la probabilità che una certa persona soffra della malattia per cui ha eseguito il test diagnostico (nel caso in cui questo sia risultato negativo) o viceversa non sia affetta da tale malattia (nel caso in cui il test sia risultato positivo), conoscendo la frequenza con cui si presenta la malattia e la percentuale di efficacia del test diagnostico (ho preso queste parole da Wikipedia: era più facile mettere una definizione riconosciuta che spiegarlo con parole mie).
Poi Malvaldi passa attraverso altre amenità matematiche, inclusi i tentativi di Turing per scoprire i segreti di Enigma e la ragione per cui è impossibile dotarci di un sistema elettorale equo e razionale (nonostante i politici), per finire con lo spiegare l’effetto Dunning-Kruger. Che uno capisce dopo che in fin dei conti era questo lo scopo del libro. Si vede che è stato il documentarsi su questa patologia che gli ha scatenato la voglia di scriverci sopra. Come è successo a me che avevo già studiato su questo effetto. Solo che io non ci ho scritto sopra nulla, accidenti a me.
L'effetto Dunning-Kruger è una “distorsione cognitiva a causa della quale individui poco esperti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità autovalutandosi, a torto, esperti in materia” (sempre parole di Wikipedia). La conseguenza più eclatante di questo effetto è quella che, molto spesso, gli incompetenti si dimostrano estremamente supponenti. Si può dire anche intollerabilmente saccenti.
Essendomi capitato già molte volte, negli ultimi tempi, di incontrare persone ormai allo stadio terminale di questa malattia, mi ero già documentato a fondo su questo effetto che rende le persone francamente insopportabili, e leggere che aveva interessato anche Malvaldi mi ha fatto piacere (come quando hai intenzione di comperare un’automobile e ti capita di incontrare in continuazione esemplari di quel modello che vorresti).
L’ennesima dimostrazione dell’imbecillità umana. Socrate diceva che più sai e più ti rendi conto di non sapere. Purtroppo ti sbatti sempre con persone che non sanno e allo stesso tempo vogliono farti pesare la loro supposta (ma solo da loro stessi) superiorità in materia. Va be’.
Un’altra coincidenza curiosa: tra i libri che al termine Malvaldi consiglia di leggere c’è anche il fondamentale The principles of mathematics del Premio Nobel Bertrand Russell. Anche questa cosa mi ha gratificato assai perché avevo già cominciato a leggere questo libro qualche settimana fa. Purtroppo la versione che possiedo è l’originale in lingua e il leggere un saggio di matematica in inglese non è che sia poi così estremamente piacevole, per cui mi sono ritrovato a consumare il testo a tozzi e bocconi, poche pagine per volta, e vado avanti mooolto a rilento. Ma prima o poi lo finirò, abbiate pazienza.
Comunque, ho trovato questo Le due teste del tiranno piacevole da leggere e interessante. Anche se di non facile lettura per i concetti difficili e le dimostrazioni dei teoremi che diverse volte ti costringono a tornare indietro per rileggere dei passaggi non sufficientemente chiari.
Cosa di cui ti avverte anche Malvaldi stesso, ma lo fa solo al termine dell’ultimo capitolo, il bastardo.
Il Lettore

venerdì 7 luglio 2017

Scacco alla Torre

Marco Malvaldi ha ripreso pari pari la strada di Andrea Camilleri. E non solo in campo puramente letterario. Da quando ha scoperto che i suoi libri vendono non si è più fermato, e continua a pubblicare a raffica un volume dopo l’altro. Romanzi, rapporti scientifici, resoconti di viaggio, trattati sportivi, saggi ironico-scientifici, senza dimenticare le guide cittadine. Vorrà raggiungere anche lui il record delle 100 pubblicazioni come Camilleri?
Ma come criticarlo? Quando vendi vendi, lo fareste anche voi. C’è solo da augurarsi che la qualità della sua scrittura (e del suo spirito creativo) non scada nel pattume. Attento Marco, ci siamo vicini.




In questo Scacco alla torre Malvaldi ci fornisce una guida a modo suo della città di Pisa, cercando di convincerci che ci sono cose molto più interessanti da guardare che limitarsi a correre verso la Torre.
In un libricino poco più che striminzito il pisano raccoglie i punti più salienti di quella che dovrebbe essere una gita culturale fatta come si deve in quella città, raccontando monumenti, luoghi, particolari, dettagli, aneddoti e curiosità sui personaggi che l’hanno abitata o che la abitano.
Lo stile è il suo solito: ironico e piacevole da leggere. Per lo meno Malvaldi riesce a essere sempre divertente. Scade di molto solo nell’ultimo capitolo di questo che lui stesso definisce “una semplice e amichevole descrizione della mia città”, quando comincia a parlare del Pisa calcio, dei suoi giocatori e dei suoi tifosi.
E non si è risparmiato sul banale, e a detta di molti anche sul non veritiero. Su questo io non so che dire, visto che non sono di quella città. Ma al mio editor il libro è piaciuto. Del resto non poteva essere altrimenti, visto che lei ha studiato e si è laureata proprio a Pisa, e si sa, gli anni universitari restano nel cuore.
Il Lettore 

martedì 25 aprile 2017

Capra e calcoli

Che cos’è un algoritmo? Secondo il Dizionario Treccani, tra le altre cose, il termine “algoritmo” significa: 3. In logica matematica, qualsiasi procedimento «effettivo» di computo di una funzione o di decisione di un insieme (o predicato), cioè qualsiasi procedimento che consenta, con un numero finito di passi eseguiti secondo un insieme finito di regole esplicite, di ottenere il valore della funzione per un dato argomento, o di decidere se un dato individuo appartiene all’insieme (o soddisfa il predicato).
In parole più facilmente comprensibili, e stavolta in linguaggio informatico, un algoritmo sarebbe l’elenco delle istruzioni da fornire ad a un elaboratore perché svolga un determinato compito.
In questo saggio di Marco Malvaldi e Dino Leporini, dal sottotitolo L’eterna lotta tra gli algoritmi e il caos, gli autori indagano su questo mondo sconosciuto ai più, cercando di spiegare il perché i computer siano così tanto intelligenti ma ogni tanto incoccino in delle cantonate disastrose.
La risposta è lapalissiana: perché gli algoritmi li fanno gli uomini.




I computer sono solo macchinette stupide che fanno quello che si dice loro di fare, e il loro pregio più grande è che non sbagliano. Il problema sta nel dirgli esattamente ciò che devono fare, e se non glielo dici in modo categorico e inequivocabile può succedere che ti rispondano che domani devi rintanarti in casa perché pioverà quando invece in realtà sarà una splendida giornata. O potrebbero non saper prevedere delle immani crisi finanziarie, o potrebbero fare a gara tra di loro senza alcun intervento umano con il risultato di spedire a livelli folli il prezzo di un normalissimo libro messo all’asta in un sito di vendite.
Gli uomini sono fallaci, e i programmatori né più né meno di tutti gli altri. In questo libretto piacevole Malvaldi (stavolta nei panni del saggista) e Leporini cercano di spiegare la difficoltà insita nel cercare di rendere traducibili in un linguaggio comprensibile da un computer le sequenze di informazioni necessarie per risolvere i problemi di un sistema complesso, come potrebbero essere la meteorologia o un ambiente finanziario, per ottenere che quelle macchinette stupide diventino sempre più precise e affidabili.
Compito per niente facile e soggetto a infinite possibilità di errore, tanto è vero che una branca della ricerca sta sondando proprio la possibilità di affidare l’incarico a quelle stesse macchinette minimizzando così l’intervento umano.
Con il consueto humour i due ricercatori espongono una panoramica di esempi dai quali emerge l’ardua mansione e la strada ancora lunga da percorrere per arrivare ad una intelligenza artificiale che sia abbastanza affidabile.
Perlomeno quanto basta da permetterci di uscire con l’ombrello quando la macchinetta ci dice che domani pioverà.
Il Lettore 

venerdì 28 ottobre 2016

Azione e reazione

Ho ritrovato questo racconto pubblicato in formato epub tra i files archiviati nel mio telefono e devo ammettere che mi ero del tutto scordato della sua esistenza. Tant’è vero che sono rimasto deluso nello scoprire che era solo un racconto, pensavo fosse qualcosa di più sostanzioso, ed ero anche stupito perché mi era sfuggita la notizia della pubblicazione di un altro romanzo di Marco Malvaldi.
Poi, cercandone in rete la copertina da mostrarvi in formato elettronico, ho scoperto che Azione e reazione era stato pubblicato insieme ad altre storie nel 2013 all’interno della raccolta Ferragosto in giallo.
Ciò non è che fosse una garanzia, ma già che c’ero l’ho letto lo stesso.




Ci si accorge subito infatti che è un racconto datato, in quanto i personaggi seriali sono i soliti vecchietti del Bar Lume ma il commissario di polizia è quello apparso nei primi romanzi di Malvaldi e non la donna che in seguito gli subentra e che finirà con l’intrecciare un rapporto con il barrista Massimo.
Un racconto di una settantina di pagine elettroniche, come al solito colmo della simpatia con la quale Malvaldi ama rivestire i suoi personaggi ma in definitiva con la stessa qualità intrinseca delle raccolte estive (e invernali) di Sellerio: robbetta.
Nonostante il nome altisonante degli autori.
Per quanto riguarda il plot del racconto infatti, nei trafiletti pubblicitari si può leggere: “una soluzione inaspettata e particolarmente originale”, se non fosse che la stessa “soluzione inaspettata e originale” è stata utilizzata minimo 27.459 volte in altri romanzi gialli. Una più una meno. E dicono anche che solo Malvaldi la poteva ideare, visto che è un chimico. Allora mi viene in mente che gli altri scrittori che hanno utilizzato la stessa soluzione prima di lui, a partire da John Dickson Carr per finire con Ian Fleming, non essendo loro chimici di formazione sono stati ancora più bravi.
Un ricco turista russo, antipatico e prepotente, viene assassinato per avvelenamento in un albergo di Pineta. Nello suo stomaco però non vengono trovate tracce di prodotti tossici. Come avranno fatto ad avvelenarlo? Chi sarà l’assassino?
Alla prima domanda non è necessario prendere una laurea in chimica per essere in grado di rispondere, e anche per la seconda, visto che tra i personaggi non c’è un maggiordomo ma una moglie sì, non è che si debba proprio essere delle aquile.
Di piacevole lettura, ma sempre robetta resta. Da spiaggia, appunto.
Il Lettore 

mercoledì 4 maggio 2016

La battaglia navale

Dal salto in libreria di qualche giorno fa avevo riportato non solo il Personal di Child, ma anche l’ultima fatica di Marco Malvaldi. E che, potevo limitarmi a un solo libro? È che subito dopo aver visto e impacchettato questi due mi sono costretto a uscire, altrimenti avrei di sicuro trovato anche qualcos’altro. Tanto più che anche la mia amica aveva finito, limitandosi ad acquistare per se stessa l’ultima avventura di Zerocalcare.
Zerocalcare???!!! Ma scherziamo? Come amica ha perso di botto un sacco di punti…




Vabbe’, pensiamo a Malvaldi che è meglio.
La vicenda di questo racconto parte dallo stesso uguale identico preciso tale e quale incipit del romanzo Tatuaggio di Manuel Vázquez Montalbán, in cui il detective Pepe Carvalho si trova a indagare su un cadavere rinvenuto su una spiaggia di Barcellona. Cadavere che esibisce un tatuaggio costituito da una scritta sottilmente conturbante: “Sono nato per rivoluzionare l’inferno”.
Solo che in questo caso siamo a Pineta, la spiaggia toscana dove sono ambientate le avventure indagatrici del Quartetto uretra, alias I prostatici quattro, il cadavere è di una giovane badante ucraina e il tatuaggio non è una scritta ma una semplice decorazione tribale.
Il gruppo dei protagonisti delle storie di Marco Malvaldi, il barrista Massimo, nonno Ampelio, Aldo il ristoratore, il Rimediotti, la procace Tiziana, il cuoco Tavolone, il vicequestore Alice Martelli, torna compatto in questa sesta avventura dei vecchietti del BarLume per cercare di sbrogliare l’ennesimo delitto avvenuto in quel di Pineta. Che come posto sembra portare sfiga peggio che nei telefilm della Signora in giallo. In ogni caso sempre di investigatori ottuagenari si tratta: Jessica Fletcher si sarebbe trovata a proprio agio su quel tratto di costa toscana in cui ogni tanto schiatta qualcuno.
Ma partiamo dalla trama: questa è leggermente migliore di alcune sue precedenti perché, come lo stesso Malvaldi confessa, il tutto non è farina del suo sacco ma di quello di sua moglie Samantha. Non che anche stavolta sia chissà che, però le vicende filano e si arriva a una conclusione ragionevole che non fa storcere la bocca e che, insieme allo stile spigliato del toscano, fa leggere il romanzo in una volata dandogli un tono da giallo estivo di quelli che non ti trovi a rimpiangere di averci speso soldi sopra.
Marco Malvaldi di suo ci ha messo lo stile e la capacità di sfornare battute a raffica portandoti a sorridere e perfino ridere in ogni capitolo con la simpatia e l’arguzia dei vecchietti sia pur malaticci, e dimostra ancora una volta di sapersi giostrare nel raccontare le dinamiche di un gruppo di persone conferendo il giusto spessore ad ogni personaggio tramite il linguaggio personalizzato e le particolari caratteristiche individuali.
Ne esce un libretto agile e spiritoso anche se non profondissimo, che fa piacere leggere e non delude. Però… Marco, ti rinnovo l’invito, a quando una trama di quelle sostanziose? O forse bisognerebbe rivolgere la richiesta a Samantha?
Il Lettore 

martedì 8 dicembre 2015

Buchi nella sabbia

Come aveva già fatto in Odore di chiuso, anche stavolta Marco Malvaldi invita il lettore a un salto nel passato, nella Pisa di inizio Novecento e nell’ambiente dell’opera lirica, mettendo insieme personaggi veramente esistiti (il re Vittorio Emanuele III appena salito al trono, lo scrittore, poeta e giornalista Ernesto Regazzoni, nonché Puccini e Rossini) e personaggi immaginari che insieme formano un giallo ambientato sul palcoscenico di un teatro che ospita la prima pisana della Tosca alla presenza dello stesso Re d’Italia.




Durante la scena della fucilazione di Cavaradossi il tenore che ne sostiene la parte viene ucciso per davvero, e da qui inizia l’indagine da parte dei Reali Carabinieri per scoprire l’assassino probabilmente celato tra i molti artisti che avevano una fondata ragione per odiare il tenore e gli attivissimi gruppi anarchici toscani che caratterizzavano la politica dell’epoca.
Un giallo d’annata dal ritmo veloce e spiritoso che ho letto in poco più di due ore e nel quale Malvaldi inserisce tutto il suo solito umorismo insieme a una ricerca minuziosa sia di un ambiente letterario dell’epoca poco conosciuto che del mondo della musica operistica, con particolare riguardo a quello che ancora non veniva chiamato gossip ma che sempre pettegolezzi erano.
Il romanzo si legge molto bene e frequentemente strappa qualche sorrisetto, la prosa è colloquiale con l’Autore che con naturalezza entra spesso nel discorso come è solito fare Malvaldi, e in questo caso si sente come il modo adoperato risenta dell’esperienza che lo scrittore ha acquisito nei suoi precedenti romanzi.
Al di là di questo, non è che ci sia molto altro da dire. Trama e risoluzione della vicenda non sono molto originali; alcuni personaggi, ad eccezione del Tenente Pellerey e di Ernesto Regazzoni, non sono caratterizzati abbastanza; alcuni altri vengono abbandonati nel corso dello svolgimento e in alcuni casi le motivazioni di qualche comportamento risultano debolucce oltre a mancare del tutto certe spiegazioni che invece il lettore si aspetterebbe. Per esempio: è mai possibile che un tenore venga assassinato in un teatro alla presenza addirittura del Re e quest’ultimo è come se non esistesse? Non ci è dato di sapere cosa fa, come reagisce, se si spaventa, se lo conducono via subito, se è perlomeno incuriosito del crimine accaduto, se si interessa alla faccenda eccetera. Niente. Io come lettore me lo sono chiesto, ma forse per l’autore la cosa non era importante.
Resta un romanzetto piacevole con buoni dialoghi e qualche spunto arguto, ma non mi sento di piazzarlo ad occupare qualcuno dei primi posti dell’opera di Malvaldi. Peccato, lo scrittore toscano è uno di quelli dai quali io mi aspetto di più ad ogni nuova uscita, mi aspetto ogni volta di leggere una sua opera corposa, dotata anche di un rilevante spessore oltre alla divertente leggerezza che lo ha sempre caratterizzato, ma questo è un passo che il pisano sembra rimandare di volta in volta.
Chissà, non credo che non ne sia capace, forse per la paura di vendere di meno?
Il Lettore

martedì 21 aprile 2015

La filosofia del brevetto

La filosofia del brevetto può essere considerato un altro “divertimento d’autore”: in questo caso colui che si è divertito è Marco Malvaldi, che dopo diversi romanzi ha sfruttato la sua formazione scientifica (è laureato in chimica) per scrivere 11 racconti incentrati sul tema del brevetto d’autore e sulle difficoltà che incontra chi si avvicina con un’idea qualsiasi ad un qualsiasi Ufficio Brevetti.
Perdonatemi l’immagine che segue (nella quale vi ho riportato i titoli dei racconti), perché in realtà non esiste una copertina vera e propria del libro, in quanto non esiste un vero e proprio libro: i racconti sono stati pubblicati dalla rivista Wired, e il file dell’intera raccolta può essere scaricato gratuitamente dal sito www.wired.it .




Tenete conto che il file è abbastanza pesante (e quindi lento da caricare sui dispositivi mobili), perché i racconti sono illustrati con i disegni di Felix Petruŝka, dal simpatico stile che richiama le illustrazioni scientifiche ottocentesche.
Undici racconti che iniziano ognuno in un modo pressoché identico, con un impiegato di un Ufficio Brevetti che alza gli occhi sulla persona che è appena entrata e “ciò che vede non gli piace affatto”. Di volta in volta, di fronte a impiegati diversi in uffici diversi in tempi diversi, il visitatore che fa storcere il naso all’impiegato (che magari è sul punto di andarsene a casa) può essere un Leonardo da Vinci con le sue fantascientifiche macchine volanti, un Sir Timothy John Berners-Lee con le sue strampalate idee su come connettere il mondo, un John Lasseter affascinato dalla lampada metallica dell’impiegato, un Mark Zuckerberg ossessionato dall’idea di permettere a tutti di impicciarsi degli affari dei propri amici, un Douglas Engelbart che ha appena inventato un topo o uno Steve Wozniak che quel topo lo ha comprato per fargli muovere dei pixel, e perfino una Luisa Spagnoli antesignana del riciclo.
E non è detto affatto che il brevetto per quelle idee vada a buon fine, anzi.
Tre paginette per racconto in una raccolta dalla lettura piacevole, caratterizzata da quella vena umoristica che Marco Malvaldi infonde sempre nei suoi scritti. Si sorride spesso, ovviamente più a ragion veduta se si conosce già l’episodio reale dal quale è stato tratto lo spunto del racconto: se Leonardo e i Baci Perugina li conoscono tutti, questo non è affatto detto per Charles Babbage, né in molti sanno cos’è che ha inventato il signor Egidio Brugola (anche se il cognome è tutto un programma).
Il Lettore 

lunedì 6 ottobre 2014

Il telefono senza fili

Torna la simpatia dei vecchietti del Bar Lume nell’ultimo romanzo di Marco Malvaldi, uscito in libreria appena qualche giorno fa. Un romanzetto breve e piacevole anche se, anche questo, non scevro da difetti.


Ho nominato la simpatia dei vecchietti pestiferi del bar di Massimo: ecco, non è che in questo Il telefono senza fili ci sia molto di più. La trama è esile, costruita, più che su un delitto, sulla “parvenza” di un delitto, la cui risoluzione arriva non in seguito a indagini e ragionamenti logici, ma direttamente per illuminazione divina del proprietario del bar, che chiamarla intuito mi sembra di molto riduttivo.
A parte questa mancanza debolezza della trama, cosa del resto non aliena ad altri romanzi di Malvaldi, il romanzo si regge appunto sulle battute ciniche e sull’acidità del gruppo di ottuagenari che riescono spesso a strappare qualche sorrisetto, insieme alle potenzialità offerte da questo nuovo personaggio della “commissaria” che lascia presagire degli sviluppi in campo sentimentale nelle prossime avventure. Forse per allungare una storia troppo corta l’autore toscano, che anche in questo caso confessa il sostanziale apporto della moglie nella costruzione dell’inesistente dell’intreccio, inserisce anche delle talpe, termine caro a Vincenzo Cerami e con il quale lo scrittore marchiava quei personaggi che con la narrazione non hanno nulla a che vedere.
Ma Marco Malvaldi è al momento uno degli autori italiani che vendono di più, e come si fa a non cavalcare l’onda portante pubblicando a raffica? Certo, con un pochino più di costruzione (qualche trama solida non dispiacerebbe), un pochino più di serietà, un pochino più di applicazione, un pochino più di editing (ho individuato almeno due refusi), sono sicuro che riuscirebbe a rendere i suoi romanzi di molto migliori. La verve c’è, la bravura nello scrivere pure, la simpatia che non fa mai male anche, e non sono molti gli autori che possono permettersi di rivolgersi direttamente al lettore senza stuccare, come spesso fa lui: “Massimo (…) rimase inchiodato per un attimo, con le mani sui braccioli e i tricipiti in tensione, come Cleofa nella Cena in Emmaus del Caravaggio. Se non l’avete mai vista , mi dispiace per voi: forse sarebbe il caso che cominciaste a farvi una cultura, invece di perdere il tempo con i gialli (pag. 146).”
Ora, caro Marco, una così violenta intromissione autoriale, senza parlare dell’invito oltremodo saccente, ti si perdonano solo perché sei un toscanaccio simpatico, ma non dimenticare che i “gialli” fanno anch’essi parte della cultura, e che ci sono molti, ma molti lettori che la Cena in Emmaus del Caravaggio la conoscono più che bene.
Il Lettore

mercoledì 1 gennaio 2014

Regalo di Natale

Buon Anno a tutti! Che sia proficuo di letture, ma prestate attenzione a cìò che leggete.

Tra i regali di Natale di quest’anno ho trovato ben due libri di racconti. Al momento di scegliere quale cominciare per primo ho deciso di partire da quello che ho ritenuto fosse una lettura più leggera: in questi giorni di vacanza, con moglie e figlio tra le pal… a casa per tutto il giorno, mi è praticamente impossibile trovare la concentrazione necessaria per leggere (non parliamo poi dello scrivere).  Non vedo l’ora che arrivi il sette gennaio.


Ho rimandato quindi a periodi più tranquilli la lettura di Murakami e mi sono accinto a gustarmi quest’ultima fatica di Sellerio la cui pubblicità prometteva un divertimento di qualità ad opera di alcuni degli scrittori più in voga del momento (avete còlto la leggera ironia che ho cercato di infondere in questa frase?).
Sei autori famosi, sei racconti di Natale: non se ne salva uno.
Checché ne dica la pubblicità.
D’accordo che è periodo di vacanza, d’accordo che sono stati voluti intenzionalmente leggeri, ma dal leggero intelligente al marcatamente insipido il passo è breve e nessuno degli autori interpellati è riuscito a fornire un prodotto che riuscisse ad uscire dalla seconda categoria. Sarà un’impressione personale, ma a me è sembrato che in tutti i racconti si senta troppo la costrizione indotta dalla commissione: “Ehilà, Alicia, còmo estàs? Scrivimi un raccontino giallo con la tua Pedra imperniato sul Natale, che ne facciamo un business! Tempo? Quanto ne vuoi, mi basta che sia nella mia posta elettronica per domattina, grazie! Felìz Navidad!”.
E quando fai così non è che la qualità ne esca avvantaggiata. Elvira Sellerio ne sarebbe inorridita.
In questo caso non serve a nulla decidere quale tra i sei sia il migliore, quanto cercare di salvare il meno peggio.
Nella mia classifica personale ho situato all’ultimo posto Bill James, con una storiella inutilmente logorroica nella quale si perde spesso il filo, seguito da una bartlettiana Pedra Delicado ancora più stucchevole del solito, ricca di modi di fare triti e ritriti in una storiella banale la cui conclusione è facilmente intuibile. A seguire Francesco Recami e Antonio Manzini, delle cui opere già il giorno dopo non ricordavo nulla, ad indicazione di quanto ne sia rimasto colpito, e al secondo posto ho messo Maurizio de Giovanni, che in una storia di poco meno banale ha perlomeno inserito dei personaggi interessanti con la sua consueta ammirevole prosa. Il racconto meno peggio, sempre a parer mio, è quello di Marco Malvaldi, ma solo per la simpatia dei suoi vecchietti e per l’humour da toscanaccio.
Certe operazioni la Sellerio se le potrebbe risparmiare: servono solamente a far calare nei lettori la stima che la casa editrice si è conquistata nel corso degli anni.
Oggi non esagerate con i cappelletti, mi raccomando!
Il Lettore

lunedì 21 ottobre 2013

Argento vivo

Nello Squizzalibro di ieri mi sono sbagliato e faccio ammenda: Argento vivo non è il sesto ma il settimo romanzo di Marco Malvaldi, che ha scritto inoltre un saggio sulle catastrofi annunciate, insieme a Roberto Vacca, e una specie di itinerario psicologico della sua città, Pisa (non pensate però che io abbia voluto ingannarvi per non farvi indovinare, mi sono sbagliato in buona fede).

Ad eccezione degli ultimi due, ho letto in ordine cronologico tutto il resto che è stato pubblicato dall’autore toscano, a partire da quel La briscola in cinque con cui è diventato subito famoso per finire con Milioni di milioni. In ogni libro ne ho apprezzato l’umorismo da toscanaccio e la facilità di lettura.


Nel corso dei vari cimenti romanzeschi Malvaldi si è divertito (perché sono convinto che lui si diverte veramente, mentre scrive) ad intrecciare storie gialle imperniate in un bar di provincia, storie gialle in ambiente storico e storie gialle in paesini innevati, e questo Argento vivo è forse la sua prima storia con la quale esce dall’archetipo del giallo leggero per raccontare una specie di commedia degli equivoci intrecciata sulle conseguenze paradossali che capitano ad un gruppo variegato di personaggi in seguito al furto di un computer. Sarà perché l’autore stesso alla fine del libro confessa di non averla ideata lui, la trama, ma di averla “rubata” alla sua compagna di vita.
Il romanzo è leggero e piacevole, scorre via fino alla fine con facilità di lettura e lascia un senso di soddisfazione per aver passato qualche ora in serenità lasciando da parte i problemi della vita. Ho trovato interessanti anche le parti in cui Malvaldi inserisce un romanzo nel romanzo, sia pure frammentate e scritte con uno stile che forse assomiglia un po’ troppo a quello del corpo principale.
Ho gradito anche, sia pure analizzandolo criticamente durante la lettura, il trucco usato dall’autore di inserire richiami e/o allitterazioni e/o domande e risposte tra la fine di un blocco e l’inizio del successivo. Mi spiego:  Malvaldi divide ogni capitolo in una serie di scene (blocchi, separati tra loro da una riga vuota) che si svolgono in luoghi diversi dell’azione a raccontare cosa succede a personaggi diversi. Nella frase finale di ogni blocco, cioè di ogni scena, Malvaldi inserisce un qualche sintagma le cui unità sintattiche vengono poi riprese, talora con diversa semantica, nelle prime frasi del blocco successivo. Per esempio:
“… ha bisogno di una macchina nuova.
stacco, riga vuota
Volkswagen Lupo, anno 2000…”
Oppure:
“… riferimenti, cliccare qui.
stacco, riga vuota
-E non abbiamo il minimo riferimento, quindi (dice un altro personaggio in un’altra scena).”
Oppure:
“-Non è certo questo che mi può spaventare.
stacco, riga vuota
-Sono spaventato a morte (dice un altro personaggio in un’altra scena).”
Eccetera.
Questo trucco (lo vogliamo chiamare tecnica?), usato spesso anche nella sceneggiatura di fumetti, fornisce al lettore una concatenazione naturale tra le varie scene e rafforza, quando viene usata  un’allitterazione, l’attenzione posta su un lato della vicenda.
Insieme a questo aspetto quasi da esercizio stilistico, nel romanzo di Malvaldi spiccano come sempre l’umorismo toscano e quelle profonde verità di vita che l’autore elargisce come dogmi inconfutabili:
“Una telefonata che arriva tra le otto e le nove di sera,  qualsiasi notizia che l’interlocutore ritenga necessario comunicarvi all’ora di cena, mentre state arrotolando il meritato bucatino, è quasi sicuramente una rottura di coglioni.”
Come non condividere?
Il Lettore