lunedì 21 gennaio 2019


Sol levante e pioggia battente

Non due ma tre.
Dal momento che ce lo avevo sul lettore e che l’ho letto al volo perché è corto, vi propongo il terzo scritto di fila di Marco Malvaldi.
Direte che ho rotto, ma quando ce l’hai a portata di occhi e sono brevi non se ne può fare a meno. E poi è un’altra dimostrazione del fatto che quando uno vende gli possono chiedere qualsiasi cosa. In realtà non so nemmeno se di questo sia uscito un volumetto in formato cartaceo: dalle poche ricerche in rete che ho condotto non ne sono venuto a capo, ma in questo caso dovrebbe essere più un depliant che un libro vero e proprio, dal momento che le pagine non sono molte.



Della serie: puoi chiedermi qualsiasi cosa perché tanto mi leggono, dopo la gastronomia e l’umorismo stavolta il tema è incentrato sulle più svariate differenze che intercorrono tra olandesi e giapponesi.
E questo che minchia ha a che fare con Marco Malvaldi?
Dice che sono due paesi (e due popoli) che lui ama molto, e questo è bastato per scriverci sopra un piccolissimo saggio che tra l’altro in copertina riporta pure un editore (RCS Quotidiani – Corriere della Sera), quindi magari costa pure qualcosa e probabilmente verrà pure venduto.
Nel testo vengono analizzate parecchie diversità tra i due popoli e i due paesi, dai modi di fare alle abitudini alle convenzioni sociali, tutti utilizzando la consueta verve di Malvaldi che fa sorridere spesso e si legge benissimo e con rapidità. Un esempio: in Giappone nessuno fa caso se avete i calzini puzzolenti, ma in ogni modo è obbligatorio togliersi le scarpe quando si entra in casa d’altri; e lasciamo perdere le condizioni dei bagni nelle abitazioni olandesi
Librettino divertente, ma cui prodest?
Ve ne riporto l’incipit che fa vedere come in realtà lo scrittore non ami molto viaggiare: “Io non sono esattamente quel che si dice un viaggiatore nato. Per me, il concetto di relax si abbina con una casa vuota, un divano comodo (non troppo lontano dal frigorifero), un bel libro e una carabina di precisione con cui stecchire gli eventuali rompiscatole di passaggio.”
E allora cos’è che ti ha portato a scrivere questa cosa che non si sa bene come definire? Ci si domanda. La risposta l’ho data due puntate fa.
Bene, ora cambiamo autore davvero.
Il Lettore


giovedì 17 gennaio 2019

Per ridere aggiungere acqua


Per riprendermi dalla delusione indotta dal pisano con il suo saggio gastronomico, e permettere all’autore di risalire nella mia considerazione, ho letto subito un altro saggio dello stesso Marco Malvaldi, stavolta sull’umorismo (e chi meglio di lui? Per lo meno ha dimostrato di saperlo utilizzare. E ne ho già pronti altre quattro o cinque dello stesso autore che mi aspettano, come altri di Murakami ecc., ma fatemi un pochino variare…).
Come recita lo stesso sottotitolo: Piccolo saggio sull’umorismo e il linguaggio, stavolta il protagonista dello studio è il “che cosa scatena le risate”, analizzato con la mentalità scientifica dell’autore.
Almeno in questo caso non ci sono di mezzo bambini.



Come deve funzionare la struttura del linguaggio per poter far in modo che si inneschi il meccanismo di ridere? Che cosa è necessario?
Marco Malvaldi tira in causa numerosi personaggi, da scrittori di notevole peso come Umberto Eco e Jorge Luis Borges a scienziati (principalmente Daniel Kahneman e Amos Tversky) che hanno lavorato sull’argomento, psicologi, esperti di linguaggio, informatici.
La domanda che ricorre nel libro è quella se sia possibile insegnare l’umorismo ad un computer e fare in modo che possa ridere anche questo, o se l’umorismo sia una caratteristica esclusivamente del genere umano. Come potrebbe, per esempio, un computer capire se intendiamo scherzare o meno?
Marco Malvaldi analizza gli studi fatti in merito riportando come esempi alcuni di quelli adoperati proprio nelle ricerche, passando per le statistiche riguardanti la frequenza delle singole lettere nei vari alfabeti e la frequenza delle associazioni di parole, e conclude affermando che, per portare alla risata, una battuta deve avere alcuni ingredienti fondamentali quali la condivisione con altri, il riconoscimento di una situazione antitetica od almeno inconciliabile con la premessa (e più intuitivo è e meglio sarebbe), e l’accertamento di una contestualizzazione in cui non vi siano pericoli critici per il destinatario della battuta. Ovviamente, lui lo dice in modo molto più esaustivo e facendo anche ridere, dal momento che gli esempi sono numerosi e tutti strettamente legati all’argomento.
Perlomeno, al contrario del saggio gastronomico su Barcellona, in questo c’è da ridere. Non che non ci fosse anche nell’altro, ma come ho già avuto modo di dire, le risate erano inquinate dalla mancanza di sentimento.
Va a sapere dove aveva la testa quando l’ha scritto.
Il Lettore



lunedì 14 gennaio 2019

La famiglia tortilla


Altra evasione dal prolisso romanzo storico nel quale non mi riesce di andare avanti (ma ancora non sono arrivato alla decisione di abbandonarlo del tutto).
Stavolta evasione doppia, perché sono stato rifornito di svariati libri in formato digitale e, curiosando tra i vari titoli, ho trovato che di alcuni autori la cui bravura è ormai consolidata vi sono diverse opere di gente nota ma a me sconosciute, e dopo Murakami mi sono rivolto a Marco Malvaldi. Per ben due volte, quindi anche il prossimo post avrà come soggetto lo stesso autore.
E come Murakami, perlomeno con il primo dei suoi due libri che ho letto, stavolta mi ha deluso pure lui.



Perché pare che qualunque opera edita con il suo nome abbia un successo strepitoso, e allora sotto a fargli scrivere libri su qualsiasi argomento: gialli, chimica, informatica, matematica, scienza divulgativa in genere e ora anche gastronomia. O meglio: guide gastronomiche.
Sì, perché questo piccolo saggio è una guida gastronomica di Barcellona. Un po’ come hanno fatto tanti altri, alcuni dei quali ho già recensito qui, come questo di Piersandro Pallavicini (qui, uscito tra l’altro nella stessa collana della stessa casa editrice di quello in oggetto), cioè di coloro che viaggiano e dei posti in cui si fermano sentono l’irrefrenabile bisogno di raccontarne le bontà culinarie. Intenzione lodevole, peraltro, ma la cui piacevolezza di lettura dipende molto da chi è che scrive. Della bravura di Malvaldi ormai si è certi, ma capita a volte che anche lui non sia esente da critiche. Come volevasi dimostrare.
Questo elenco di posti in cui mangiare (e come), a Barcellona, nonostante sia denso anche delle solite battute umoristiche del toscano, mi è sembrato piuttosto sterile e sostanzialmente inutile, a meno che uno non muoia dalla voglia di fare a breve un viaggetto nella città spagnola (e anche in questo caso non è detto che debba andare a mangiare negli stessi locali in cui è stato Malvaldi). Sembra scritto perché glielo hanno commissionato, ecco, senza sentimento. A me, che di Barcellona non me ne frega una mazza, ha lasciato dentro solo la delusione dell’aver constatato come anche i miti possano crollare con poco. Molto meglio la guida di Londra di Pallavicini, anche se la pappa (per restare in tema) è la stessa.
Sarà che uno dei protagonisti dei cui pareri bisogna tenere conto è anche il figlio quattrenne di Malvaldi, che con un irrefrenabile empito di stucchevole melensaggine nel volume è chiamato Pulcino dal recente padre, e conoscete già la mia idiosincrasia nei confronti dei bambini…
Il Lettore



martedì 8 gennaio 2019

La strana biblioteca


Dal momento che del gigantesco romanzo storico che ho cominciato già da qualche tempo non sono ancora nemmeno a metà e, per la verità, un pochino mi sta pure stufando (per il carattere veramente pessimo e nefando del protagonista), ho deciso di concedermi un’altra tregua.
E chi meglio di Haruki Murakami? Per lo meno so che il suo stile mi piace.
Tra i files fornitimi dal mio hacker personale, insieme ad altri titoli del giapponese e in attesa che esca la seconda parte de L’assassinio delcommendatore, ho trovato questo La strana biblioteca e ho cominciato a leggerlo la mattina presto direttamente sul computer.
L’ho finito presto: è cortissimo.



Infatti è più un racconto lungo che un romanzo (qualcuno lo ha definito una favola, ma secondo me di fiabesco ha poco). Tanto è vero che quei volponi della Einaudi, per allungarlo e quindi renderne il costo più accettabile in libreria (ben 15 €), lo hanno corredato di numerose illustrazioni del disegnatore e fumettista romano Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ, che di solito lavora per la Bonelli. Che dire delle illustrazioni? Particolari, curate, in sfumature di grigio e di rosso, delicate, e inerenti le varie scene del racconto. Ma, in definitiva, dànno l’idea che stiano lì solo per rendere più corposo il numero di pagine).

E stavolta anche Murakami mi ha un pochino deluso. Per carità! Solito stile splendido e narrazione impeccabile, ma il racconto prende subito una piega di sovrannaturale con tendenza all’horror che non fa parte delle mie argomentazioni preferite. Non ho mai amato Lovecraft e seguaci.
La trama: un ragazzo entra in una biblioteca pubblica per rendere un libro e già che è lì chiede qualcosa sull’argomento La riscossione delle tasse nell’impero ottomano. Non l’avesse mai fatto! Tra atmosfere inquietanti e surreali viene condotto in labirintici e oscuri sotterranei dove personaggi misteriosi, biechi e poco raccomandabili lo incatenano rinchiuso in una cella e gli forniscono alcuni libri sull’argomento, con l’avvertenza che dovrà tutti impararli a memoria pena le più atroci sevizie, dopodiché il suo cervello sarà succhiato via (con una cannuccia) per finire in pasto al bibliotecario più truce.
ovvio che non accenno neppure a cosa succede poi al protagonista, per non togliervi il gusto di leggerlo, ma capirete comunque perché fin da subito non mi sia piaciuto nonostante lo stile sopraffino. Che poi, tutti gli accadimenti che succedono al protagonista sono sicuramente delle metafore con delle spiegazioni simboliche, ma vai a capire di che cosa. Sinceramente non avevo nessuna voglia di indagarci sopra.
Va be’. Se volete delle atmosfere alla Edgar Allan Poe leggetelo pure: perlomeno il come è scritto merita ampiamente.
Il Lettore

venerdì 4 gennaio 2019

C’è spazio per tutti


Sottratto senza scrupoli di sorta a mio figlio prima ancora che entrasse in casa anch’esso come strenna di Natale.
Non per me ma questo è il meno.
Portato con me sotto le coperte.
Mi sono messo subito a sfogliarlo.
E a ridere.



L’ennesima chicca del geologo redento ci porta fuori dall’atmosfera terrestre con un volume cartonato nel quale Ratman va a fare compagnia all’astronauta italiano Paolo Nespoli in una missione a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
Quest’opera non è il solito fumetto comico del disegnatore pisano, ma una vera e propria opera divulgativa che racchiude tutta la filologia dell’esplorazione spaziale dai primi tentativi ai giorni nostri, tanto è vero che ad Ortolani è stata commissionata dall’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Quindi la scienza c’è, ma questo non toglie spazio all’umorismo che vi viene riversato a piene mani dalla verve di Leo Ortolani tramite il suo personaggio più riuscito: un Ratman nella versione in assenza di gravità.
Anche se l’autore avverte che nel volume c’è meno comicità del solito (per lasciare più spazio alla tecnica e alla scienza), io ho riso dall’inizio alla fine. Paolo Nespoli, al contrario di come siamo abituati a vederlo nel corso delle sue missioni, sempre allegro e sorridente, nel fumetto è dipinto come uno scienziato serissimo e burbero, pienamente compreso nel suo ruolo, che si scontra con la totale incapacità esibita dal topastro in qualsiasi sua estrinsecazione .



Questa non è la prima volta comunque che il cartoonist dalla battuta fulminante si mette a scrivere su questioni importanti. Dopo le serie a fumetti e le numerosissime parodie Ortolani si è cimentato anche in opere di scienza divulgativa, per fortuna non abbandonando il suo umorismo.

Che secondo me è eccezionale.
Sigh, ora mi toccherà di riprendere l’interminabile romanzo storico…

lunedì 31 dicembre 2018

L’ignoto ignoto


Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che non sappiamo di sapere. Ma c’è l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere”.
Dopo aver letto Marco Malvaldi ho ripreso l’e-reader proseguendo nella lettura del chilometrico romanzo storico nel quale mi sono impelagato, ma per Natale mi è arrivata questa strenna inaspettata e ci ho messo mano subito.
Un libricino minuscolo ma prezioso, dal sottotitolo Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi.
Anche se sarebbe più giusto modificarlo: Le librerie e il piacere di trovare ciò che non sapevi affatto di non stare cercando.



In questo minuscolo volumetto edito da Laterza e in vendita al costo di soli 2 euro, l’autore britannico Mark Forsyth esplora il concetto di quanto sia appagante trovare ciò di cui non immaginavi nemmeno l’esistenza.
In quest’era dominata da internet riusciamo a trovare tutto ciò che ci interessa in pochi minuti, ma come possiamo trovare quello che non conosciamo?
L’autore riporta questo esempio: “Io so che Parigi è la capitale della Francia, io so di non saper qual è la capitale dell’Azerbaigian, pur essendo certo che ce n’è una. il tipo di cosa che devo controllare. Ma io non so... e qui la faccenda si complica. Tu non sai qual è la capitale dell’Erewhon, perché non sospetti neppure lontanamente l’esistenza di un paese chiamato ‘Erewhon’ e quindi non ti rendi conto di questo buco nelle tue conoscenze. Non sai di non sapere. Per i libri funziona esattamente allo stesso modo.”
Io so di aver letto Anna Karenina, e so di non aver letto Guerra e pace (tanto per restare a Lev Tolstoj). Questo è un tipo di conoscenza nota, e mi posso benissimo immaginare l’entità potenziale di quello che non ho fatto, ma ci sono un’infinità di libri di cui non ho mai sentito parlare, per i quali non mi rendo neanche conto di ciò che ho perso non avendoli letti.
Quando sei in una libreria che non conosci e ti diverti a curiosare tra gli scaffali più nascosti, con la mente aperta a qualsiasi cosa stimoli la tua curiosità, se sei fortunato ti potrebbe capitare di imbatterti in una qualche perla della quale non sospettavi minimamente l’esistenza. E della quale, per lo stesso motivo, non ti saresti mai messo alla ricerca.
L’autore sostiene di essersi imbattuto spesso in libri di questo genere, e dal momento che anche a me questo caso fortuito è capitato diverse volte, capisco bene quanto possa fare piacere.  
Libretto carino e interessante che invita a essere sempre pronti a cogliere l’occasione, soprattutto quando non te l’aspetti. E soprattutto non sai cosa ti potresti aspettare.
Internet accoglie i tuoi desideri e te li risputa addosso, soddisfatti. Fai la ricerca, inserisci le parole che già conosci, le cose che già avevi in mente e la Rete ti restituisce un libro, un’immagine, una voce di Wikipedia. Ma questo è tutto. Le cose che non sai di non sapere le trovi altrove.
Con l'ultimo post dell'anno vi faccio gli Auguri per un buon 2019!
Il Lettore 



lunedì 24 dicembre 2018

La misura dell’uomo


Stavolta Marco Malvaldi è incappato nella sfortuna di essere letto subito dopo aver finito Murakami e, mi dispiace dirlo, non ha retto il confronto.
Dopo la scrittura semplice e cristallina del giapponese, ritrovare le complicazioni dello scrittore toscano, per di più trasposte in pieno Rinascimento (quasi millecinque… avrebbe detto Massimo Troisi), non ha giovato al chimico nostrano che inizia questo romanzo mettendo in campo troppi personaggi, utilizzando il linguaggio dell’epoca e inserendovi a ripetizione le sue battute, moderne e mordaci, con continui e anacronistici riferimenti ai giorni nostri e i suoi consueti e martellanti calembour da scrittore ormai navigato.
Marca male, sta a vedere che questa è la volta che mi tocca piantarlo, ho pensato dopo le prime pagine.
Poi, per fortuna, è migliorato.



Destreggiandosi tra le mille insidie politiche che minacciano la Signoria di Milano, tra i primi criminali tentativi di mettere in crisi il nascente e moderno sistema bancario, tra numerose relazioni eterosessuali (Ludovico il Moro) e omosessuali (Leonardo da Vinci), tra frecciate non così tanto nascoste all’attuale situazione politica e rigorose ricostruzioni storiche, Malvaldi mette in campo quello che alla fine risulta essere un buon romanzo storico, la cui facilità di lettura è però ostacolata soprattutto dal linguaggio adoperato, che in molti passaggi è l’italiano volgare dell’epoca, e dal vizio dell’autore di inserire a ripetizione quel trucchetto che avevo già descritto qui, cioè di iniziare i capitoli o i capoversi mettendo le stesse parole o gli stessi concetti con cui termina il precedente, cambiando il contesto in cui sono inseriti.

Un esempio:
– Dovremmo sapere qualcosa di più sulle intenzioni dei francesi – disse il Moro, dopo una lunga pausa. – È troppo tempo che aspettiamo, ormai.

– Certo che è troppo tempo che aspetto! – disse l’omino in calze e camicia da letto. – Dov’è la mia colazione? (in tutt’altra situazione e con altri personaggi).

E il bello è che quasi in ogni cambio di scena è usata questa tecnica. Se all’inizio può sembrare una cosa curiosa e anche piacevole per averla riconosciuta, alla lunga diventa ridondante e anche piuttosto fastidiosa. Il troppo stroppia, caro Marco, non l’hai ancora imparato?

L’inizio del romanzo, a causa del linguaggio non consueto e dell’introduzione dei numerosi personaggi con una minima descrizione per caratterizzare ognuno, non risulta né agevole né piacevole, ma da quando la vicenda entra nel vivo con un omicidio le cose migliorano per poi concludersi in maniera del tutto plausibile e dare la soddisfazione di aver letto un romanzo che merita.
Ma resta sempre il convincimento che leggere Murakami abbia fatto più piacere.
Ah, dimenticavo, buon Natale a tutti.
Il Lettore