sabato 31 maggio 2014

Absolute beginners…

…di quelli che rimarranno per un pezzo in questa situazione. L’altro giorno, trovandomi con una mezzoretta libera, ho deciso di impiegarla leggendo 3 o 4 romanzi.

BUM! Direte, sparale un po’ più credibili!


No, no, è tutto vero: ho deciso di leggere 3 o 4 romanzi. Di quelli che arrivano in Casa Editrice nonostante l’invito a non inviarli in questo periodo: vista la velocità con cui riescono a farsi silurare, mezzora mi sembrava un lasso di tempo congruo per poterne infilare 3 o 4 nella directory dei bocciati.
E difatti, dopo una ventina di minuti la Cartella dell’Oblio aveva già raccolto un romanzo in finto stile Liala ambientato nel ‘700 e uno pseudo giallo-thriller-fanta-tecnologico politicamente orwelliano scritto da un giovanissimo di quelli che a vent’anni hanno già capito tutto della vita, beati loro, e te lo vogliono insegnare.
E poi apro la terza cartella. All’interno un solo file, dal titolo: Maria Rossi – Libro (ovviamente il nome l’ho cambiato), senza neanche una presentazione, curriculum, sinossi o altro.
Apro il file: 0.00002 secondi netti per apparirmi sullo schermo. Libro? Di solito ci mettono un po’ di più. Rimpicciolisco la visualizzazione e mi compaiono sei pagine in tutto. Libro? Riallargo e comincio a leggere: carattere Times New Roman in corpo 13, impaginazione decente. Tira là. Dopo tre righe ho già cambiato idea: nonostante la mancanza di errori d’ortografia è la sintassi che sembra uno sfacelo. E la presenza dei punti esclamativi al termine di quasi ogni frase. Sì, punti, al plurale: non uno!, di solito tre!!!, ma anche quattro!!!! o cinque!!!!! Da mollare subito, ma diamo un altro po’ di fiducia, continuo a leggere.
Sembra avere il taglio di un racconto in cui la protagonista sulla trentina si sveglia una mattina, felice, con il marito ha un rapporto idilliaco, i cani la salutano scodinzolando, poi una colazione in puro stile pubblicità del Mulino Bianco, splende il sole e cantano gli uccellini (giuro, proprio così, anche se non con le stesse parole), poi, mentre sta uscendo per andare a lavorare le capita di provare un po’ di nausea (qui ci starebbero bene cinque punti esclamativi).  
Ora, tutte voi donne che mi state leggendo avrete subito pensato: è incinta! Be’, lei no, forse ha mangiato troppo la sera prima, l’ingenua. Per farla breve va in ufficio, poche righe di giornata lavorativa del tutto normale, al pomeriggio le riprende la nausea e il capoufficio se ne accorge. Che cos’hai, le chiede. Forse ieri sera ho esagerato nel mangiare (e due!). Ma non è che sarai incinta?
Rivelazione! O toh, non ci avevo pensato! Corsa in farmacia, si fa il test per strada (visto che non ci è permesso di sapere dove trova un angolino per effettuarlo), striscetta colorata, è fatta! Torna a casa radiosa, il marito come la vede capisce tutto in un lampo. E capiscono tutto anche i cani. Felicità!
FINE
Fine? Ma come, penserete. Sì, sì, basta, fine. Non c’è altro, finito qui. Ma che cazz… penserete. Vi capisco, l’ho pensato anch’io. Tutto qui.
Rimango interdetto. Ora… a che scopo? Me lo sapete spiegare? L’autrice si è sicuramente sentita talmente tanto contenta di essere rimasta incinta che ci ha scritto sopra un racconto (?) pessimo, che racconto non è se non nel senso che racconta una vicenda normale, banalissima, appartenente alla realtà di tutti i giorni. E allora? Va be’, ci può anche stare. Se proprio non hai nulla da fare.
Ma poi, l’ha spedito anche a un editore! Un racconto, uno, e pure brutto. Ma questa pseudo scrittrice qualche libro vero l’avrà mai letto, in vita sua? Non le sarà mai capitato di vedere che in genere libri di sei pagine non se ne pubblicano? E questo editore in particolare non è che abbia riviste che potrebbero ospitare singoli racconti.
Senza entrare nel merito della narrativa, che deve essere finzione, non realtà. Ma una disquisizione su questo argomento ci porterebbe lontano.
Era già successo un fatto simile e ne avevo già parlato, per la precisione qui. Anche in quel caso, per quale oscuro motivo uno dovrebbe mandare poche pagine di pensieri propri a un editore?
Spero tanto che in questo caso si sia trattato di un errore di spedizione e che forse fra qualche giorno ci arriverà il Libro vero, quello con tutta la storia, intera, con la spiegazione scusate tanto!!! Uno dei cani ha poggiato la zampina sul tasto canc!!!! Ah, post scriptum, la gravidanza procede bene!!!!!
Peccato che ormai mi sia passata la voglia di leggerlo.
Il Valutatore 

giovedì 29 maggio 2014

S.P.E.C.T.R.E.

La S.P.E.C.T.R.E. contro cui combatteva James Bond, era un’organizzazione criminale creata dalla fervida fantasia di Ian Fleming, e l’acronimo proveniva dalle parole SPecial Executive for Counter-intelligence, Terrorism, Revenge and Extorsion, alle quali corrisponde esattamente la traduzione italiana: SPeciale Esecutivo per il Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni.


Il cui capo, il cinico ed enigmatico Blofeld (interpretato sullo schermo da un bravissimo Adolfo Celi), soleva presiedere le riunioni degli affiliati accarezzando uno splendido gatto bianco. La SPECTRE è apparsa in diversi film dell’agente segreto, e da lui le ha sempre buscate.
Chi invece di buscarle le dà, è quest’altra S.P.E.C.T.R.E. che ho scoperto da poco: italianissima, letteraria, che al posto dei delitti si occupa di recensioni di romanzi, tant’è vero che in questo caso l’acronimo significa: Società Per Esaminare (e) Commentare Testi Ritenuti Eccellenti. O anche Società Per Editare (e) Correggere Testi Ritenuti Eccellenti
Bella trovata, a partire dall’acronimo stesso.
Un gruppo di lettori forti e amanti della letteratura, tutti volontari, che si prestano per leggere gratuitamente manoscritti inediti e fornirne una valutazione motivata e approfondita.
Un po’ quello che faccio io.
Solo che io sono da solo e critico anche libri già pubblicati.
E quando se lo meritano mi cavo anche lo sfizio di parlarne male.
Sennò che gusto c’è.
L’idea è nata da Loredana Lipperini e Isabella Moroni, e devo dire che è assolutamente encomiabile. Il link è questo: http://gruppo-spectre.weebly.com/, indirizzo al quale troverete un sito ben fatto, semplice e agevole da navigare e nel quale sono riportate tutte le notizie necessarie per prendere contatto e spedire loro i vostri ipotetici manoscritti in cerca di valutazione. Della S.P.E.C.T.R.E. fanno parte lettori esperti e anche editori, e se putacaso arrivasse loro qualcosa di veramente meritevole saprebbero anche quale direzione fargli prendere.
Un grazie a Massimo Bertarelli (http://massimobertarelli.wordpress.com/) per avermeli fatti conoscere. Quasi quasi mando loro il mio ultimo romanzo ancora inedito… chissà che cosa potrebbero dirne… quasi quasi…
Lo Scrittore e il Lettore

martedì 27 maggio 2014

Il manuale del falsario

Ho voluto leggere questo manuale, pur non sapendo minimamente disegnare né possedendo una qualsiasi propensione a poter falsificare una qualsiasi cosa, disegno o documento, solo perché mi era piaciuto molto lo stile della scrittura di Eric Hebborn nel suo Troppo bello per essere vero, nel quale il falsario racconta la propria biografia.


E lo stile infatti mi è piaciuto ancora una volta, se mi consentite di omettere dal termine “stile” tutti gli elenchi riportati di materiali quali terre, colori, pennelli, pergamene, marchi, carte, tele, colle, vernici eccetera che per un falsario “vero” è indispensabile conoscere. Ma la cosa carina è che anche nelle parti più tecniche Hebborn inserisce qui una storiella, là un aneddoto che ottengono lo scopo di sdrammatizzare in modo brioso e risollevare lo spirito di una trattazione scientifica.
Al di là dell’essere un abile falsario, Eric Hebborn era un vero artista, anche nel campo della letteratura.
Dal libro traspare ancora una volta il pensiero dell’autore nei confronti del “valore” del contenuto artistico di ogni opera: per Hebborn vale ciò che piace, indipendentemente dalla corrente quotazione di mercato. È un pensiero che mi sento di condividere, sia nel campo dell’arte dipinta, che in letteratura, che in svariati altri campi: non mi interessa che Jamie McGuire (tanto per dirne una) abbia venduto milioni di copie del suo Uno splendido disastro: per me resta sempre una cagata (ho citato un autore straniero, ma avrei potuto fare diversi nomi italiani). Così come ho conosciuto un numero di critici d’arte abbastanza congruo per poter tranquillamente infilare diritto nel cestino ciò che dicono di solito. Figurarsi se volessero convincermi che un disegno vale più di un altro solo in base ad una quotazione economica.
Peccato che il libro sia fuori catalogo e che quindi sarà difficile che possiate togliervi la curiosità di leggerlo. Né ve lo posso prestare perché l’ho ottenuto in prestito a mia volta. Un prestito di quelli con la precisazione: mi raccomando… che mi spinge a considerare il libro come un oggetto prezioso. Tanto un giorno o l’altro devo scrivere un post sui prestiti… ma questo da qualche parte l’ho già detto.
Però, se vi interessasse, in questo post:  http://icustodi.wordpress.com/2012/07/19/eric-il-falsario-yes-he-can/ ho trovato un’interessante intervista a Hebborn (in italiano), che diventa anche umoristica quando l’artista confessa di non aver mai firmato le sue opere con il nome di Mantegna, o di Piranesi, o di Van Dyck, e poi conclude ridendo: “Se un esperto dice: questo disegno è di Rembrandt… io non dico di no, sto zitto. Non contraddirei mai un esperto”.
Un altro esempio dell’insegnamento del saggio: meglio tacere, che parlare a vanvera.
Il Lettore 

domenica 25 maggio 2014

Lo Squizzalibro di domenica 25 maggio

L’ultimo Squizzalibro è stato indovinato da ben una! persona. Una. E sì che era facile. Complimenti, ho detto al solutore quando mi ha rivelato titolo e autore davanti al bar. Anzi, mi ha detto solo l’autore perché il titolo non lo sapeva dal momento che il romanzo era appena uscito. Allora, se non indovinate nemmeno i libri facili, voglio divertirmi e farne un altro difficilissimo, ma che dico, praticamente impossibile da indovinare, proprio fuori dalla portata di un lettore comune, non provateci nemmeno.


1 – È un saggio, letto in una volata.
2 – L’autore è inglese, trapiantato a Roma dove è morto negli ultimi anni del secolo scorso.
3 – Ho già commentato un altro libro di questo autore parlandone anche molto bene.
4 – Non si può dire che l’argomento trattato sia politically correct, ma proprio no, anzi, rasenta l’illegalità, ma l’autore lo sviluppa con uno stile da togliersi il cappello: se non avesse passato la vita a fare quello che ha fatto sarebbe potuto diventare un ottimo scrittore.
5 – Anche se lo indovinaste, cosa di cui dubito, vi avverto che è praticamente introvabile.
Che maligno che sono.
Freereader

venerdì 23 maggio 2014

Un San Francesco tutto per me

Ho davanti agli occhi una stampa originale che ho appena appeso alla parete della sala.

In bianco/nero formato 29 x 42, con in basso a sinistra e in rosso la scritta 1/50, uno di cinquanta, e a destra la firma dell’autore: Kuiry.


Un bianco/nero contrastato, con pochi toni di grigio. Inchiostro lucido su carta di qualità. Una scritta tratta dal Cantico (Laudato sì mi signore…) a scolpire una cornice al disegno che rappresenta un San Francesco minuscolo appoggiato al suo bastone, in basso sulla destra, di notte, seduto chino davanti ad un fuoco di sterpi il cui fumo sale leggero verso un cielo terso e stellato.
Sembra stanco.
Sulla sinistra un ruscello, un contrasto nero sulla neve, una ferita aperta sulla terra; e tutt’intorno un bosco cupo, spettrale, di alberi dai rami spogli e scheletrici: sembrano secchi, abbandonati, congelati da un inverno duro dal quale il viaggiatore cerca un riparo impossibile da trovare.
Sullo sfondo una fortezza incombente, enorme, misteriosa, rischiarata da una falce di luna bianchissima, che sovrasta la figura del Santo e conferisce un tono pauroso e quasi opprimente dal quale Francesco non sembra essere per nulla intimorito.
Anzi.
Nonostante la mole oppressiva dietro di lui, dalla figura incappucciata traspira una sensazione di tranquillità, di pace, di accettazione di una notte mistica e solenne che rasserena l’animo e ti consiglia di sentirti in pace con te stesso, sempre, sia nel corso delle pause che durante il percorso di qualsiasi cammino tu ti accinga ad intraprendere.
Quando l’ho vista esposta su una parete di Palazzo Penna insieme alle altre tavole della mostra Drawing Masters, nella sezione dedicata ad un omaggio da parte dei disegnatori umbri alla figura di San Francesco, tra una quantità di opere splendide è stato da subito il disegno che più mi ha colpito. Chissà, forse per quella scelta di rendere il Santo piccolissimo, assorto nei suoi pensieri, apparentemente inscalfibile dalla potenziale minaccia del bosco e della fortezza alle sue spalle.
E poi basta, quando un disegno ti colpisce ti colpisce. C’è poco da parlarne. C’è poco da cercare allegorie. Qualche volta non sai spiegarne nemmeno tu stesso le ragioni.
Fatto sta che quando ho rivelato all’autore i miei pensieri, in un attimo lui mi ha regalato la stampa, tanto bene la 1/50.
Che dire?
Grazie.
Lo Scrittore

mercoledì 21 maggio 2014

Graphic Novel – Il Fumetto spiegato a mio padre

In questo maggio c’è una fioritura di fumetti come fossero rose. Tra Drawing Masters, la mostra di Palazzo Penna che è una delle più meritevoli degli ultimi anni almeno qui a Perugia (andate a visitarla, ve la consiglio!), e Perugia Comics, la mostra-mercato dei giorni scorsi che ha puntualmente registrato un pienone impressionante, ultimamente non si è fatto altro che parlare di cartoons. E va bene così.

Dopo Una stanza tutta per tre di Alessandro Bacchetta oggi è la volta di recensire un saggio: quello di Nicola Andreani nel quale, come fosse un libro della famosa serie For Dummies, l’autore spiega “a suo padre” e a tutta un’altra nutrita serie di ignorantoni quali segreti si celino dietro la misteriosa dicitura: Graphic Novel.


Che cos’è una Graphic Novel?
Nient’altro che un romanzo a fumetti, è la risposta più semplice.
Ma Andreani ci spiega anche il perché e il percome si è arrivati a questa definizione; ci spiega la differenza tra racconto e romanzo, tra eroe epico e protagonista umano; ci spiega le diversità di contenuti tra romanzo autoconclusivo e romanzo seriale; ci spiega il contrasto tra il graphic novel al maschile e la graphic novel al femminile (che possono sembrare la stessa cosa ma non lo sono) e la differenza tra comix con la x e comics con il cs finale (idem).
Questo saggio deriva dalla tesi di laurea che l’autore ha deciso di sviluppare sull’argomento appoggiandosi alla Biblioteca delle Nuvole, che con tutta probabilità è la biblioteca di soli fumetti più grande d’Italia e abbiamo la fortuna di avercela proprio qui a Perugia, trovando nel responsabile della struttura, l’illustre Claudio Ferracci, uomo dalla cultura fumettistica enciclopedica, un mentore come meglio non poteva sperare (tanto che gli ha scritto anche la prefazione del libro).
Una tale tesi ha riscosso l’interesse degli editori del ramo ed è stata ben presto trasformata nel libro del quale sopra avete visto la copertina, che è stato presentato al pubblico, fresco di stampa,  dal sopradetto Claudio Ferracci, dall’altro valente disegnatore nonché esperto di fumetti David Grohmann, e dal sottoscritto domenica mattina scorsa nel corso di Perugia Comics.
Stavolta non riporterò estratti dell’intervista perché è stata troppo articolata e interessante per poterla sintetizzare, ma anche in questo caso la potrete ascoltare nei prossimi giorni in forma integrale su DotRadio (www.dotradio.eu).
Il libro di Nicola Andreani parte dal concetto generale di graphic novel illustrando quali fumetti possono rientrare nella categoria e perché, e pone finalmente un punto fermo sulla definizione del termine, cosa che negli ultimi tempi stava facendo accapigliare i critici del fumetto indecisi su cosa vi potesse rientrare e cosa escludere.
Nella seconda parte del libro Andreani ripercorre tutta la storia del graphic novel in un’analisi sistematica delle opere che più hanno caratterizzato questo genere: dagli albori delle wordless novels ai primi lavori di Will Eisner, per poi soffermarsi sulla figura tragica di Hèctor Germàn Oesterheld e da lui riassumere il succedersi dei romanzi grafici in tutti quei paesi del mondo che ne hanno visto la fioritura: Argentina e Stati Uniti, Europa e Giappone, da Hugo Pratt a Jirõ Taniguchi, da Lorenzo Mattotti a Neil Gaiman e tantissimi altri.
Dal momento della pubblicazione di questo libro, cioè da ora, tutti coloro che scrivono di fumetti, quali ad esempio Luca Boschi, Luca Raffaelli, Gianni Brunoro, tutti esperti rinomati i libri dei quali sono stati studiati da Nicola per comporre la propria opera, per non parlare degli stranieri, dovranno fare i conti con questa new entry nel mondo della critica fumettistica che ha dimostrato di non temere un qualsiasi eventuale confronto.
Il Lettore Intervistatore 

lunedì 19 maggio 2014

Una stanza tutta per tre

Un altro fumetto, un’altra graphic novel di gran livello che dovrebbe aiutare a convincere tutti gli scettici sulla potenza del fumetto nel rendere ambientazioni e stati d’animo che presentano innumerevoli sfaccettature.

Alessandro Bacchetta, giovane autore tifernate, ha avuto il coraggio di rappresentare in forma di fumetto le ultime ore di vita della scrittrice Virginia Woolf, e nonostante il tema triste è riuscito in modo ammirevole a creare un fumetto che si legge d’un fiato e pieno di poesia.


Una stanza tutta per tre è un titolo che richiama la famosa frase di Virginia: “Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”, ed è quindi coerente con il personaggio principale come lo è del resto tutta la narrazione, che ripercorre l’ultima giornata della scrittrice e gli assilli mentali che l’hanno condotta al suicidio. 
Coerente è il disegno, dal tratto semplice e asciutto seppur ricco di particolari; coerente la scelta di narrare le sue ultime ore utilizzando solamente didascalie con riportate le frasi tratte dallo struggente biglietto di addio rivolto al marito; coerente la rappresentazione del disturbo bipolare della donna sotto forma dei due spettri che la assillano di continuo con i loro consigli/ordini.
E le variazioni della gabbia dallo schema base 3x3, a volte trasformato in successioni di piani orizzontali o verticali, o ancora più articolato, spesso con zoommate progressive a sottolineare l’incombenza dei suoi pensieri peggiori, conferiscono dinamismo ad una vicenda che sarebbe potuta apparire statica, e conducono il lettore alla splash page finale che evoca il tragico epilogo.
Ma perché continuare a dire senza mostrare? C. F. ed io abbiamo intervistato l’autore in occasione della presentazione di questo fumetto nell’ambito degli eventi all’interno della manifestazione Perugia Comics, e di conseguenza vi riporto direttamente alcuni stralci della conversazione (debitamente alleggeriti per non tediarvi troppo), che spiegano vari aspetti dell’opera.
C. F. : Alessandro, tu sei il solo responsabile di tutta la produzione, ti reputi soddisfatto del risultato?
A. B. : Non sono mai riuscito a disegnare storie scritte da altri: se ti occupi sia delle tecniche e sia del disegno ricomponi quella divisione tra i ruoli dello sceneggiatore e del disegnatore che spesso è stridente.
Freereader : Una cosa che mi ha colpito è la sceneggiatura: hai usato una gabbia molto mobile che cambia quasi ad ogni tavola. Cosa ti ha portato a realizzarla in questo modo?
A. B. : La storia è nata dapprima come testo teatrale, quindi ho realizzato direttamente uno storyboard sulla base del classico fumetto francese con la gabbia composta di quattro strisce, sulle quali mi sono divertito ad operare alcune variazioni.
F. : Sia in questa storia che nel racconto a fumetti che hai realizzato per Young Guns (ancora inedito, attualmente in corso di stampa - NdF) la tematica di fondo è la morte: cosa porta una persona giovane come te a realizzare vicende così tristi, anche se poi sei riuscito a renderle piacevoli da leggere?
A. B. : La morte è presente in tutti i grandi fumetti o romanzi, è centrale, fa parte della nostra vita, è un tema dal quale non puoi sottrarti.
C. F. : Graficamente i personaggi umani del tuo fumetto sono tutti molto interessanti, ma le figure degli spettri sono veramente bellissime e molto efficaci dal punto di vista narrativo.
F. : La scelta di dare a questi spettri dei volti che richiamano il pennino di una stilografica è facile da comprendere, puoi spiegarci come ci sei arrivato?
A. B. : Questa è una cosa molto divertente, perché il fatto che quei volti sembrassero pennini l'ho scoperto solo in seguito: io non l'ho fatto proprio apposta. Ho cominciato a lavorare partendo dalle  maschere della tragedia greca, cercando di adattarle al volto del padre di Virginia stilizzandone la lunga barba, perché ritengo che in realtà i traumi della scrittrice risalgano al suo conflitto con il genitore, e invece in molti ci hanno trovato la similitudine con dei pennini: e a questo punto conta più questo, rispetto a ciò che volevo intendere io.
F. : Un'altro aspetto che mi ha colpito è la figura del marito: innamoratissimo della moglie e forse un po' remissivo nonostante anche lui, come scrittore, possedesse una personalità ben definita.
A. B. : E' vero, ma il fumetto è su Virginia, quindi a me interessava più il rapporto che aveva lui con lei, che la figura di lui come uomo. Lui era innamorato, non lei. Lei in realtà era bisessuale e quando l’ha sposato era innamorata di una donna, e lui ha donato a lei la propria vita ed è stato ricambiato solo in parte. Secondo me era essenziale far capire questo.
C. F. : Nella lettera finale c'è comunque tutto l'apprezzamento di lei per questo marito.
A.B. : Che però non è riuscito a distoglierla dal suicidio.
F. : Il racconto che hai scritto per Young Guns  è ambientato nell'antica Sparta: come mai questa scelta di passare dall'Inghilterra della Seconda Guerra Mondiale alla Grecia?
A. B. : Io adoro la Grecia e la tragedia, e il fatto che nel periodo in cui l'ho scritto la mia Castello fosse tormentata da terremoti continui ha influito nella creazione: unire la paura di un sisma con la tragedia di Sparta, che dai terremoti fu distrutta, mi è sembrato fosse naturale.

Bel fumetto: profondo, impegnato, tragico, ma piacevole da leggere. Di quelli che ti restano dentro.
Per coloro che fossero interessati a saperne di più: l'intervista ad Alessandro Bacchetta andrà in onda in forma integrale su DotRadio (www.dotradio.eu) nei prossimi giorni.
Il Lettore Intervistatore

sabato 17 maggio 2014

Avrei scommesso che andava a finire così

Il titolo di questo post non è mio: l’ho ripreso pari pari dal post di un altro blog che potete trovare qui:
Nel quale si parla di concorsi letterari. L’articolo mi ha stimolato. E perché mai, mi chiederete.


Semplice, perché capisco e condivido quanto riportato nel post, e non solo, perché ho letto e valutato il romanzo di cui si stanno discutendo le critiche fatte da altre persone, e il come ne ho parlato lo potete trovare qui:
Ora, caro Massimo, il tuo sfogo mi porta ad esternare le seguenti considerazioni:
1 – Sai bene che il tuo romanzo l’ho promosso, anche se poi è andata come è andata perché dal trovare buono uno scritto al vederlo pubblicato la strada è ancora lunga, e ovviamente non giustifico tutti quelli che ti hanno dato al di sotto della sufficienza.
2 – Alcuni dei giudizi che hai riportato nell’articolo fanno veramente ridere, e mi fanno venire in mente un parallelismo con tutti quelli che aprono la bocca e danno fiato senza accendere il cervello: ci sono molte, ma molte persone che si mettono a scrivere con la testa in stand by, o anche perché in tal modo sfogano una qualche frustrazione repressa.
3 – Questo tipo di concorsi li ho sempre considerati una puttanata: io boccio il 95% dei manoscritti che mi arrivano, e non ci terrei affatto ad essere giudicato da quel 95% che mi ha dimostrato di non essere capace. Che senso ha l’essere giudicato da persone che non sanno scrivere? Forse perché sanno leggere? Ho i miei dubbi anche su questo…
4 – A parte che con questi criteri non esiste equità di giudizio: un partecipante disonesto tende a sottovotare gli scritti che critica, no?
5 – Senza contare che, oltre che sull’onestà, ho i miei dubbi anche sulla preparazione culturale…
6 – Se ciò ti può consolare, ti dirò che ad un amico è successa la stessa identica cosa: ha partecipato l’anno scorso ad un concorso simile con un’opera a mio parere meritevole, non è stato ammesso in finale e i giudizi ricevuti sono risultati discordanti tra loro in modo stridente come lo sono i tuoi. A riprova che l’eterogeneità dei giudicanti non può essere indice di una valutazione assoluta e credibile.
7 – Non sono d’accordo con te quando affermi che leggere centinaia di romanzi ti è servito poco come autore. Come dice Paul Léautaud, è anche leggendo cattivi scrittori che si migliora la propria scrittura. Ti assicuro che leggere inediti non è che faccia molto piacere (vista la quantità di bocciati), però ti fa sicuramente notare molti errori nei quali come scrittore non cadrai più.
8 – Due promossi su quindici: hai bocciato l’87% dei romanzi che hai letto. Questo significa che sei più buono di me. O che hai avuto solo più fortuna.
Vorrei concludere con un appello a tutti quelli che mi leggono: se proprio volete partecipare ad un concorso letterario, perlomeno sceglietene uno nel quale chi dovrà giudicare la vostra opera se ne intenda e abbia una certa esperienza, altrimenti non credo che ne valga la pena.
Ciao Massimo, e in bocca al lupo per i prossimi tentativi.

Il Valutatore

giovedì 15 maggio 2014

Perché ci sono solo donne?

Al corso di Scrittura Creativa iniziato lunedì scorso partecipano dieci persone. Tutte attente, motivate, volonterose, tutte pronte a prendere appunti quando elargisco loro qualche concetto interessante, tutte concentrate nel cercare di assimilare i consigli mirati a come riuscire a superare lo scoglio rappresentato dal famigerato Lettore della Casa Editrice.

Tutte donne.


Non dico che ciò non mi faccia piacere, anzi, ma tenete presente che ho superato da un pezzo la fase maschilista della mia vita in cui avrei potuto considerare una tale classe come un possibile ed invitante “parco prede”…
Dopo la lezione ci siamo fermati a chiacchierare nel giardino della villa che ospita il Laboratorio di Scrittura. In questa serata di metà maggio si comincia a stare bene anche fuori. Una delle partecipanti al corso se ne è uscita con la riflessione:
- Chissà perché a questo corso non ci sono uomini?
Bella domanda. Una risposta potrebbe essere che io sono di quel bello che non interessa gli uomini, e va bene così, ma non credo proprio che sia la soluzione giusta e taccio.
- Secondo me le donne sono più pronte a mettersi in discussione, - le risponde l’Editrice Somma, - e penso che siano anche più portate a condividere le proprie esperienze.
 - Sì, è possibile. O forse perché noi donne scriviamo più degli uomini? - le risponde un’altra ragazza.
- Non penso, - dico io, - i manoscritti che arrivano in redazione sono divisi più o meno equamente tra genere maschile e femminile.
- E allora? Qual è il motivo?
- Magari noi siamo più disposte ad uno scambio di idee sui nostri scritti, o cerchiamo conferme sulla loro qualità.
- Vuoi dire forse che non siamo sicure di noi stesse?
La ragazza che è intervenuta dovrebbe essere la femminista del gruppo.
- Non volevo dire questo…
- Ti assicuro che le donne si imbestialiscono come e più degli uomini, - intervengo io, - quando dici loro che la roba che hanno scritto non funziona.
- Davvero?
- Non c’è nessuno che prenda bene il fatto che gli si dica che ha scritto una porcata.
- Ma non potrebbe essere un modo diverso di recepire la pubblicità che è stata fatta?
- Può darsi, ma non penso sia solo questo - dice la ragazza che ha posto la domanda.
- Semplice: hanno paura.
E riecco la femminista.
- Non so, - dico, - secondo me più che paura è una questione di orgoglio.
- Potresti avere ragione. Il maledetto orgoglio maschile che non ti fa ammettere di avere bisogno di qualcuno che ti spieghi cosa c’è che non va nel tuo modo di scrivere. Voi maschi non ammettete mai nulla. Tutti uguali.
- Voi donne siete più forti dentro, lo sappiamo da sempre - le dico sorridendo. Non controbatte.
La riunione si scioglie, ce ne torniamo ognuno a casa propria dopo una giornata di lavoro e una serata impegnativa. Dopo tutto quel parlare ho sete di acqua gassata. Mi sento stanco.
Che fatica fare il diplomatico.
Il Valutatore Insegnante 

martedì 13 maggio 2014

Un passo di troppo

Da 0 a 100 in 3 secondi netti. Come una Ferrari. Un’accelerazione da Saturno V. Già le prime due pagine sono come la catapulta di una portaerei che spara l’aviogetto fuoribordo pronto a sostentarsi con le sole proprie ali.

È questo l’effetto che fa l’ultima avventura di Jack Reacher.


Anche se ne sei consapevole, anche se conosci Lee Child, anche se conosci Jack Reacher, anche se magari ti ritrovi in situazioni simili ad altre già viste in altri suoi romanzi, o forse proprio per questo, la capacità di Child di proiettarti dentro un problema e non permetterti di uscirne è stupefacente.
E considerate che, giunto alla fine il giorno dopo averlo iniziato (380 pagine…), non l’ho trovato nemmeno tra i migliori dell’autore inglese (sì, è nato a Coventry, il suo vero nome è Jim Grant e ora vive negli Stati Uniti), non arrivando nemmeno lontanamente al livello di Il nemico, La prova decisiva o Vendetta a freddo). Eppure… la tensione narrativa si innesca dalla prima pagina e non riesci a staccarti dal libro prima della fine. Poi, solo poi, quando ne ripercorri la struttura in un’analisi a posteriori, ti accorgi che qualche difetto ce l’ha, ma in ogni caso il suo dovere di intrattenerti alla grande per qualche ora l’ha svolto egregiamente.
Come sempre non vi parlerò della trama lasciandovi il gusto di scoprirla da soli, ma vi dirò che questo romanzo rappresenta un’anomalia temporale del corso delle vicende di Jack Reacher.  Le ragioni per le quali Longanesi ha pubblicato solo ora questa decima avventura di Reacher uscita negli USA nel 2006 ci sono ignote, e la lettura risente un poco infatti di un prodotto “vecchio” per chi già conosce le avventure che l’hanno seguita. Tanto per capirci, per continuità logica dopo l’ultimo romanzo letto ci si sarebbe aspettati che, una volta lasciato il Nebraska (Una ragione per morire), nell’avventura successiva Reacher sarebbe andato a conoscere di persona quella Susan con la quale aveva instaurato un profondo rapporto telefonico (L’ora decisiva). Ma questo Un passo di troppo Child l’ha scritto prima degli ultimi due nominati, e quindi in definitiva è come fare un tuffo nel passato del protagonista seriale. Misteri dell’editoria nostrana.
Ma perché Reacher piace tanto? Da averci fatto anche un film? Anche se Tom Cruise diciamo che non ha rappresentato al meglio il personaggio... Prima o poi dedico un post solo a quest'argomento. Magari facendo un parallelo tra Jack Reacher e Tex Willer...
Non mi dilungo, altri commenti sull’autore li potete trovare qui. Adesso si resta in attesa del prossimo. Già da molto tempo ho inserito Child tra gli autori da comperare a scatola chiusa, appena il libro compare sugli scaffali. Dalle informazioni in rete si sa che Child ha scritto altri 4 romanzi con Jack Reacher inediti in Italia, tre dei quali già pubblicati negli Stati Uniti e uno in procinto di uscire la prossima estate. Ma se Longanesi si comporta così… fa venire la voglia di scaricarli crackati e di leggerli direttamente in inglese.
Il Lettore 

domenica 11 maggio 2014

Lo Squizzalibro di domenica 11 maggio

Torniamo a fare le cose semplici. Stavolta non ammetterò scuse, il libro oggetto del prossimo post è veramente facile da indovinare.


1 – È un romanzo, d’azione.
2 – Dell’autore, statunitense, ne ho già parlato in un altro post.
3 – Nelle librerie è uscito la settimana scorsa, tanto che quando l’ho comperato non lo avevano ancora tirato fuori dalle scatole!
4 – L’ho cominciato ieri, e ho già finito di leggerlo. E non perché sia corto.
5 – Il protagonista è un personaggio seriale.
Più di così!
Freereader

venerdì 9 maggio 2014

Il pittore di battaglie

Nei momenti in cui la mia misantropia si fa più prepotente non mi dispiacerebbe ritirarmi in una vecchia torre di guardia della costa spagnola, a chilometri dal posto abitato più vicino, e perché no, accingermi a dipingere sul muro circolare della fortificazione un immenso affresco raffigurante una battaglia.

Peccato che io non sappia minimamente disegnare. E che mia moglie mi costringerebbe a optare per la costa greca.


Un libro triste, questo di Arturo Pérez-Reverte, che ricorda, nel tempo apparentemente infinito di esecuzione dell’affresco, la vacuità ineluttabile de Il deserto dei tartari. Ma se nel romanzo di Dino Buzzati il nemico non arriva mai, per Faulques, il protagonista de Il pittore di battaglie, la nemesi compare sotto forma di un vecchio soldato pronto a ricordargli quel passato che lui voleva dimenticare.
Questo romanzo è sicuramente uno dei migliori dello scrittore spagnolo, perlomeno tra quelli che ho letto (che sono parecchi). Lo stile è al consueto pacato e preciso, più profondo rispetto alla saga del Capitano Alatriste e meno scanzonato di quello usato in Il Club Dumas; non vi sono inseriti enigmi come in La carta sferica o biografie particolari come quella de La Regina del Sud. Pérez-Reverte attinge ai suoi ricordi di reporter di guerra e all’amore per l’arte, e costruisce una trama basata su numerosi flashback nei quali indugia a trattare di fotografia e di opere pittoriche di autori famosi.
Leggendo, gli appassionati non potranno fare a meno di pensare alle raffigurazioni scioccanti di Don McCullin, alle tragiche morti di Robert Capa e Gerda Taro, al Guernica di Picasso e, sotto sotto, saranno coinvolti in quel concetto di “cultura salvatrice dagli abissi di barbarie” che non è mai stato tanto vero come al giorno d’oggi. Nei dialoghi tra i due protagonisti l’autore sembra interrogarsi sul passato e sul futuro, sotto forma dell’accettazione o meno di un destino preconfezionato, ma la fine che ha scelto per il romanzo fa sembrare che sia stato sopraffatto dalla sua vena più pessimista.
Nonostante ciò, quella vecchia torre continua ad esercitare su di me un’attrazione maliziosa.
Che poi sia Spagna o Grecia, l’importante sarebbe il mare, la spiaggia e gli scogli, colline e boschi alle spalle, una montagna di libri e le mie motoseghe, e una considerevole dose di difficoltà per il suo raggiungimento che mi auguro scoraggerebbe una buona quantità di potenziali rompicoglioni.
Il Lettore 

mercoledì 7 maggio 2014

La Tamburina

Con questo romanzo John Le Carrè ha voluto fornire l’ennesima dimostrazione della sua grande capacità di scrivere storie in uno stile estremamente ellittico, attraverso il quale entri in continuazione in vicende senza al momento sapere dove sei, chi sono i protagonisti e dove l’autore vuole condurti, e ti gusti la sua narrazione fino a che d’improvviso ti si chiarisce tutto e ti ritrovi coinvolto in una tensione tale da non poterne più uscire.
E questo succede ad ogni capitolo.


Prendiamo per esempio le primissime pagine: Le Carrè non descrive mai l’attentato terroristico dal quale parte la vicenda. Tu lettore cominci a leggere delle sue conseguenze, di particolari inerenti il fatto, di persone che ne parlano, di supposizioni e corsi di indagine, e ti aspetti che l’autore prima o poi lo descriva: bene, lui non lo fa, ma alla fine tu ti ritrovi a conoscerlo come se lo avesse fatto.
I personaggi sono enigmatici, effimeri come gli pseudonimi che cambiano continuamente: nel leggere bisogna porre attenzione, bisogna stare concentrati per individuare quei riferimenti fuggevoli che marcano i protagonisti, ma se ci riesci emergono delle personalità difficili da dimenticare. Con continui passaggi psicologici, dal bene al male e viceversa, identità politiche che si modificano, che si trasformano, nessuno appare alla fine come il buono o il cattivo riconosciuto, e in una tragedia internazionale come il conflitto tra israeliani e palestinesi Le Carrè riesce a trovare una giustificazione per quasi tutti i comportamenti personali, per quanto crudi possano sembrare.
L’esperienza di Le Carrè (che in realtà è uno pseudonimo, il suo vero nome è David John Moore Cornwell) come membro del SIS, il servizio segreto inglese che diventerà poi l’MI6, emerge nel saper descrivere tecniche e rapporti tra agenti del controspionaggio, nonché le ambiguità di cui è satura la politica internazionale, ma quello che impressiona è la sua capacità di saper rendere una situazione accennando ad un solo particolare.
Non è un libro facile, lo ammetto, richiede un certo impegno, ma a me è piaciuto molto di più de La talpa o Il giardiniere tenace.
Il film del 1984 che ne è stato tratto, con protagonista Diane Keaton nella parte di Charlie, sembra che non abbia riscosso lo stesso successo del libro, vuoi per i 37 anni (all’epoca) della Keaton chiamata a recitare la parte di una venticinquenne, vuoi perché cast e regista non sono riusciti a rendere quell’approfondimento psicologico che costituisce una delle colonne portanti del romanzo.
Il Lettore 

lunedì 5 maggio 2014

On writing

Stasera inizia il corso di scrittura creativa: devo dire che sono alcuni giorni che mi sento abbastanza nervoso, e tra ripasso generale e ultimi ritocchi alla scaletta della prima lezione ieri sera ho ripreso in mano l’ennesimo testo sulla scrittura fra quelli studiati cercando di scovarvi quell’informazione in più che potrebbe rivelarsi necessaria ad un entusiasta principiante.


Tra i testi che trattano dello scrivere, On writing è sicuramente uno dei più piacevoli che abbia mai letto (insieme a L’italiano – Lezioni semiserie di Beppe Severgnini).
A me il genere horror non piace molto, e quindi di solito evito quei romanzi (e quei film) che ti fanno crescere il patema d’animo. Non ho mai capito quelli che per stare in ansia, con i sudori freddi e la battarella, il fiato sospeso, pronti a trasalire al minimo sfioramento, ci pagano pure sopra. Penso che L’esorcista sia stato uno degli ultimi film del genere che ho visto, più di trent’anni fa, e guardando Alien confesso di essermi coperto gli occhi diverse volte. Montagne russe? Stessa cosa.
Ma riconosco che Stephen King è un grande autore, capace di costruire una prosa sulla quale non si può proprio dire nulla, e non c’è che da ringraziarlo per averci elargito in On writing quelle che sono le sue esperienze di scrittore e alcuni consigli per chi vuole dedicarsi alla scrittura. Di suo ho letto alcuni romanzi fra quelli più “normali”, e se proprio dovessi consigliarne uno sceglierei Stagioni diverse: un libro costituito da quattro racconti, uno più bello dell’altro, e da ognuno dei quali è stato tratto un film di successo.
In On writing, King riempie la prima parte con la sua autobiografia, e se questa forse è la sezione più “lenta” del libro, in realtà è necessaria e basilare per capire come King sia arrivato ad essere uno scrittore di successo, per comprendere l’esperienza sulla quale si sono basati il suo stile e le sue invenzioni letterarie. Nella seconda parte lo scrittore dispensa i suoi consigli per una scrittura migliore: molto pratici, sostanziali, senza tante circonvoluzioni astruse da corso di letteratura universitario. I consigli sono completati da alcuni esempi di scrittura come potrebbero essere stati stilati di getto e quindi “corretti” da un editor per farli risultare più incisivi e funzionali. E da qui l’apologia che King fa degli editors in generale, ai quali, secondo lui, devono rendere grazie tutti gli scrittori più famosi.
La differenza che appare tra l’elaborato primigenio e la successiva revisione, spiegata in ogni particolare sul perché e il percome si è intervenuti in quel preciso punto, è una delle cose più formative che abbia mai appreso sulla scrittura.
Alcune “perle” famose tratte dal libro:
Per scrivere al meglio delle proprie capacità, è opportuno costruire la propria cassetta degli attrezzi e poi sviluppare i muscoli necessari a portarla con sé.” (E questa ricorda tanto Hemingway…)
Se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto.
“La maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. I romanzieri, sottoscritto compreso, non capiscono molto di quel che fanno, non sanno perché funziona quando va bene, non sanno perché non funziona quando va male.”
“Uno dei servizi peggiori che potete fare alla vostra scrittura è pompare il vocabolario, cercare paroloni perché magari vi vergognate un po' della semplicità del vostro parlare corrente.”
“Voi che leggete adesso questo libro, vi trovate un po’ più giù di me lungo il fiume del tempo…”
Mi fermo qui, concludendo col dire che questo è un libro che non dovrebbe assolutamente mancare nella biblioteca di qualsiasi persona interessata alla scrittura.
Il Lettore 

sabato 3 maggio 2014

Un buco nell’acqua

Ho ripreso in mano questo esilarante romanzo di qualche anno fa quando un amico mi ha chiesto di prestargli qualcosa da leggere, e già solo nel toccarlo mi veniva da ridere.


Donald Edwin Edmund Westlake è considerato uno dei grandi “giallisti” della letteratura statunitense, e ciò che lo ha caratterizzato maggiormente è stata l’introduzione nel genere giallo di una vena umoristica di quelle consistenti. Ha vinto un numero impressionante di premi ed è famoso anche sotto diversi altri pseudonimi, i più famosi dei quali sono Richard Stark e Tucker Coe, con i quali ha dato alle stampe trame poliziesche dal carattere più hard boiled e noir. Dai suoi circa 100 romanzi sono stati tratti almeno 15 film, i più noti dei quali sono Senza un attimo di tregua con Lee Marvin, Two much, sul set del quale si conobbero Melanie Griffith e Antonio Banderas, Paiback con Mel Gibson e perfino quell’italianissimo Come ti rapisco il pupo con Walter Chiari, Smaila e Boldi.
Westlake imparò a scrivere nel corso degli anni ’50 lavorando come lettore di manoscritti per un’agenzia letteraria (lo dicevo io che leggere porcate è il miglior modo per imparare a scrivere bene…), e quando arrivò a diventare famoso si dedicò al genere che più gli si confaceva come carattere: il giallo condito di humour. Westlake si accorse che descrivendo personaggi in pericolo, se le loro azioni avessero fatto ridere, la minaccia incombente sarebbe diventata più reale. Oltre a divertire il lettore.
Un buco nell’acqua fa parte della serie di romanzi che ha come protagonisti la banda degli Ineffabili Cinque: un gruppo di rapinatori situati a metà tra il professionista e lo scalcagnato, capitanati da quel John Archibald Dortmunder che costituisce l’archetipo del delinquente “onesto” e sostanzialmente sfortunato. Dortmunder è circondato da complici ognuno dei quali è esperto in una branca del crimine, e ognuno dei quali è contraddistinto da aspetti caratteriali che lo rendono unico e particolare, sui quali non di rado si fonda la comicità dell’autore. Nel romanzo Dortmunder e i suoi accoliti sono incaricati, o per meglio dire costretti, di cercare di recuperare una consistente somma di denaro finita non vi dico come nientedimeno che sul fondo di un lago artificiale, e le ipotesi e le teorie sul recupero di questa, nonché i numerosi tentativi compiuti per riportarla fuori, sono tra i brani più comici che io abbia mai letto.
Come questo: Stan è l’esperto pilota della banda, Doug una persona che gli sta antipatica e che parla troppo, e si stanno recando in auto da qualche parte. Tanto per cambiare Doug sta blaterando.
“«Hai mai visto un tre-sessanta?» lo interruppe Stan. Doug scrutò il profilo inespressivo di Stan.
«Un che?»
«Un tre-sessanta.»
«Non so che cos’è» ammise Doug, con uno sfarfallìo di panico che gli frullava di nuovo nello stomaco.
«No?» Stan annuì. «Te lo faccio vedere» esclamò, e all’improvviso piantò il piede sull’acceleratore, e il furgoncino sfrecciò oltre la Cadillac con il contrassegno dei medici, raggiunse un tratto di strada senza macchine, con traffico davanti e di dietro, ma non là, e poi Stan girò il volante a sinistra, lo strappò verso destra, simultaneamente fece qualcosa di veloce e di strano con il freno, la cloche e l’acceleratore, e il furgoncino girò su se stesso in mezzo alla strada – continuando a procedere a cento chilometri l’ora verso New York – rimise di nuovo il muso verso sud, tremò per un attimo e proseguì.
Doug non respirava. Aveva la bocca aperta, ma non respirava. Aveva visto un completo arco del mondo esterno sfrecciare davanti al parabrezza – l’erbosa striscia centrale, la strada dietro di loro con la Cadillac da una parte, la foresta accanto alla strada, e poi di nuovo la strada vera e propria –  tutto in meno di un secondo; troppo veloce per essere preso dal panico durante la manovra, e così Doug stava andando a pezzi dopo.
Stan, il guidatore, senza parlare rallentò il furgoncino per far passare la Cadillac. Andy, al volante dell’altra macchina, rise e agitò la mano verso Stan, che fece un dignitoso cenno con la testa. E Doug ancora non aveva respirato.
Finalmente lo fece, una lunga, roca immissione d’aria che provocò dolore giù fino in fondo. E Stan si decise a parlare: «Quello era un tre-sessanta» disse. «Rivolgimi ancora la parola, e ti faccio vedere qualche altra cosetta che so fare.»
Doug rimase muto per tutto il tragitto fino in città.”

Avete notato come Westlake rende le emozioni di Doug attraverso le azioni? Non ti dice che cosa Doug prova, ti fa vedere l’effetto di ciò che gli succede.
Se qualcuno cercasse una lettura leggera e piacevole, ma scritta davvero bene, provi a cercare qualcosa di Westlake.
Il Lettore