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giovedì 5 marzo 2015

Misteriose e lucenti

Come già sapete io guardo la televisione molto poco, e in ogni caso il palinsesto della rete nazionale rientra sempre più di rado nelle scelte del mio zapping. Tantomeno rubriche come Billy, della quale ho già parlato su queste pagine, o come Doreciakgulp, nelle quali vengono promossi esclusivamente prodotti e personaggi cari ai vertici aziendali di mamma Rai.
Di conseguenza, il fatto che la prefazione del volume che mi era stato appena consegnato dall’autore, con tanto di dedica personalizzata, fosse scritta da Vincenzo Mollica, ha costituito per me più un punto negativo che un ulteriore motivo di pregio.
Ma andiamo con ordine.




Stavo prendendo parte a una piacevole cena insieme a una variegata congrega di persone: amici, artisti, collezionisti, disegnatori celebri e ben due editori piuttosto noti a livello nazionale e oltre. Discorrevo del più e del meno con Sergio Cavallerin, e quando gli ho rivelato l’esistenza di questo blog lui in un attimo ha fatto comparire dal nulla questo volume, con tanto di dedica personalizzata, e me lo ha consegnato.
«Bene!» ha esclamato, «così me lo recensisci.»
Sono rimasto impietrito.
Eccolo, il momento più temuto da qualsiasi libero recensore: come fai a mantenerti un libero recensore se l’autore stesso ti onora con il regalo di un libro, con tanto di dedica personalizzata? E se costui è anche un amico, e un artista poliedrico, e per di più un editore famoso? E non basta: era lui ad offrire la cena!
Nell’eventualità – siate sinceri − voi lo avreste il coraggio di parlare male del suo libro nonostante tutto questo?
Capirete che il momento è stato alquanto imbarazzante. Ho cercato di sdrammatizzare scherzandoci sopra:
«Guarda che non faccio favoritismi, se non mi piace te lo stronco» ho detto con un sorriso.
«Tu fammi sapere cosa ne pensi» mi ha risposto tranquillo Sergio. «Ho solo voluto fare un omaggio alle Donne.»
Un omaggio alle Donne.
Per fortuna esiste ancora qualcuno che fa loro degli omaggi, invece che picchiarle, sfruttarle, brutalizzarle o ignorarle. Resta però un angoscioso dilemma: e se il libro non mi piacesse?
Ma una volta cominciato a sfogliarlo mi sono subito reso conto che non avrei dovuto dubitare di un’artista le cui tavole così particolari sui gatti mi avevano già colpito in passato. Oltre che come disegnatore, in questo caso Sergio ha rivelato al mondo anche la sua bravura come fotografo, a partire dall’immagine stupenda di copertina con quegli occhi che tengono incatenato lo sguardo dell’osservatore con un flusso magnetico dal quale è difficile disincagliarsi. Misteriose e lucenti. E misteriosi e lucenti lo sono davvero quegli occhi fissi su di te a trasmetterti tutto il senso intrigante e sfuggente della loro appartenenza all’anima di una donna. Sfuggente per noi uomini, beninteso.
Io non saprò mai recensire un libro fotografico come riuscirebbe a fare un critico professionista – posseggo solo in parte il background culturale e non ho abbastanza confidenza con il lessico arzigogolato necessario a una tale operazione – ma spesso mi riesce di individuare il punctum che fornisce significato a una bella immagine: un seno acerbo che spunta da una tenda socchiusa; due chiari e minuscoli corpi nudi sullo sfondo di una maestosa e incombente scogliera; i significanti diversi all’interno di un’immagine che trasmettono lo stesso messaggio; l’incavo profondo tra due natiche fasciate da un abito da sera; le espressioni pensose che emergono da spiragli improvvisati; le assonanze tonali tra soggetti disparati; lo sguardo di un’anziana donna perso verso il passato; e riconosco un omaggio a Doisneau nella bellezza di in un bacio riflesso, e altri inchini nei confronti di grandi autori in geometrie pavimentali o in strade che sfumano verso l’orizzonte.
Fotografie davvero belle, arte allo stato puro, scattate e confezionate con cura e proposte in un bianco/nero forte di contrasti tanto spinti da rendere a volte i bianchi sovraesposti, con sfumature e sfocature intenzionali che sottolineano e fanno risaltare il gioco degli sguardi.
Bravo Sergio, fa sempre un grande piacere quando scopri che un amico ha fatto un ottimo lavoro.
E per una volta sono costretto a dare ragione a Mollica…
Il Lettore fotografo

giovedì 31 luglio 2014

GENESIS – I know what I like

Sull’onda dei ricordi riaffiorati in seguito alla lettura dell’articolo sui The Musical Box mi sono andato a riguardare su Tutubo i vecchi filmati delle esibizioni dal vivo dei Genesis (che poi, a farci mente locale un momentino… Tutubo, Faccialibro, Nubeaccesa, Gocciascatola, Cinguettatore: checcazzo di nomi…), quindi tra i sette libri che possiedo sui Genesis ho scelto questo di Armando Gallo e me lo sono riguardato e riletto.
Per l’ennesima volta.

Puro piacere, come riascoltare una loro canzone.


Sarò fissato (da 45 anni a questa parte…) ma oltre ad ascoltarli ancora oggi (del resto i complessi attuali fanno schifo…) ne leggo anche le biografie e le critiche (molte le prime, poche le seconde…) e mi è capitato in passato anche di scriverci sopra (e mi hanno pure pubblicato…) a significare un’altra di quelle passioni che non si sono mai spente.
Del resto i Genesis rappresentano un fenomeno pressoché unico nel panorama musicale mondiale. In primis per la musica, della quale però sarebbe fuori luogo parlare in questo contesto. Ma anche perché è stato un complesso durato quarant’anni, formato da elementi con una cultura di base di alto livello che si rispecchia nelle loro creazioni e che, oltre ad aver portato il gruppo ai vertici mondiali a più riprese, ha fatto sì che tutti i componenti, chi più chi meno, ottenessero il successo anche come solisti per proprio conto e rimanessero al top fino al giorno d’oggi, leggi Peter Gabriel e Steve Hackett. Tutti musicisti dei quali a differenza di tanti altri non si sono mai sentite storiacce di droga, di ambiguità sessuali, di gossip spicciolo, di ricerca della notorietà attraverso mezzucci di bassa lega.
Armando Gallo è invece un fotoreporter e giornalista che ha cominciato la sua carriera nel 1967 intervistando Rita Pavone, ma poi si è redento. Cominciando ad occuparsi di cose serie è arrivato ad essere il fotografo ufficiale dei Genesis sui quali ha scritto anche diversi libri, e dopo essersi occupato anche degli U2 e della PFM è finito a lavorare negli Stati Uniti.


Scorrendo questo volume, del quale io ho l’originale in inglese ma ne esiste anche una versione italiana, ci si accorge che Armando Gallo (nella foto sopra insieme a Tony Banks: per tutti coloro che ignorano tutto dei Genesis, poveri, mi rifiuto di specificare chi è chi, arrangiatevi), oltre ad essere un bravo fotografo è anche un ottimo scrittore, dal momento che ha stilato una biografia del gruppo e dei suoi componenti che si legge in una volata fornendo spunti di interesse in continuazione.
Il giornalista ha saputo cogliere in pieno l’essenza della band in tutte le sue sfaccettature: dai primi tentativi di mettersi insieme nella prestigiosa Charterhouse ai primi riscontri di pubblico; dalle prime defezioni (Anthony Phillips) alle grandi defezioni (Peter Gabriel); dai primi stentati successi alla consacrazione di eccellenza; dalle prime esibizioni continuamente costellate di incidenti e avarie elettroniche ai megaconcerti con folle oceaniche degli anni ’80; da un primo leader carismatico (P.G.) all’altro leader (Phil Collins) la cui concezione musicale più commerciale ha permesso al gruppo di fare i soldi quelli veri (ma il vero leader musicale del gruppo, Tony Banks, colui che a 22 anni ha composto un pezzo la cui struttura ricalca la serie di Fibonacci, dando prova di genialità e/o di cultura superiore, è rimasto sempre lontano dalle posizioni di primo piano).
E che dire delle centinaia di fotografie delle quali il libro è corredato? Dagli scatti in b/n risalenti all’adolescenza dei musicisti a quelli in cui si inorridisce di fronte all’evidenza di abiti e acconciature di moda negli anni ’70, dalle foto durante i concerti a quelle nei backstages, alle immagini della vita privata dei componenti e del loro entourage, una documentazione importante, significativa e bella da guardare a più riprese.
L’ultima chicca che vi propongo è una foto pressoché introvabile in rete scattata da Richard MacPhail nell’aprile del 1973 a New York, nella quale si riconosce lo stesso Armando Gallo attorniato dalla formazione storica dei Genesis al completo:


Sarò buono, via: Armando Gallo è quello con il maglione rosso. E dalla vostra sinistra verso destra: Tony Banks, Peter Gabriel in versione mohicana, Mike Rutherford, Steve Hackett e Phil Collins anche lui con ancora i capelli. Se si pensa che sono passati 41 anni…
Per par condicio, prossimamente dovrò parlare anche dell’altro volumone che nella mia libreria è collocato di fianco a questo: Inside Out di Nick Mason, la prima autobiografia dei Pink Floyd…
Il Lettore amante della buona musica

venerdì 3 gennaio 2014

Leggermente fuori fuoco

Ecco un altro esempio di titolo splendido, tant’è vero che per una volta è stato lasciato inalterato l’originale inglese, Slightly out of focus, traducendolo letteralmente.


La bellezza del titolo deriva dal fatto che esso richiama molti aspetti del libro stesso, non ultime le celeberrime fotografie scattate da Robert Capa durante lo sbarco in Normandia (una delle quali è stata scelta per la copertina), e fa presagire al lettore gli orizzonti enigmatici che potrà trovare nel testo.
Ho ripreso in mano questo libro del 2002 mentre riguardavo il testo di Don McCullinn che ho recensito qualche giorno fa, ed è sorto spontaneo un paragone sia tra le due biografie che tra i diversi modi di fotografare. La vita dei due fotoreporter può dirsi simile: entrambi fotografi di guerra, entrambi globetrotters, due vite al margine, una delle quali spinta fino al rifiuto dei troppi orrori visti, l’altra terminata tragicamente in Indocina nel 1954 per aver poggiato il piede su una mina.
Anche questo libro, come quello di McCullinn del quale si è già parlato, è un documento storico multimediale, che con la scrittura e la fotografia racconta un ventennio critico della storia del Novecento.  Certo che quando uno partecipa alla guerra di Spagna, alla guerra sino-giapponese, allo sbarco in Normandia, allo sbarco in Sicilia, alla guerra arabo-israeliana, fonda assieme a Henry Cartier Bresson l’agenzia fotografica più famosa del mondo, la Magnum, è amico di Ernest Hemingway, compagno di Gerda Taro e scatta una delle fotografie più famose al mondo (Il miliziano colpito a morte), si capisce come di cose da dire e da fotografare ne abbia avute ben più del dovuto.


Rispetto alla biografia di McCullinn in questo caso si incontra uno stile di scrittura più ingenuo, allo stato grezzo: ironico, spontaneo, nel quale manca la ricercatezza e che assomiglia di più ad un racconto da bar. Capa assume le sembianze di un guitto, anche un po’ smargiasso, nel raccontarsi, calcando la mano sugli aspetti della sua vita che sarebbero piaciuti all’amico Ernest.
Per non parlare della semplicità e dell’immediatezza delle sue foto (come questa splendida qui sotto, scattata dopo lo sbarco in Sicilia nei pressi della Vigata di Camilleri), che trasmettono l’essenza del momento stesso.


È veramente un peccato che la maggior parte di quelle che ha scattato ad Omaha siano andate perdute per un errore del tecnico in camera oscura.
Il Lettore

martedì 24 dicembre 2013

Un comportamento irragionevole

Scusate il ritardo ma ho il computer che fa le bizze e in questi giorni è sotto checkup. Anche ora l’ho blandamente esortato a comportarsi come si deve sotto la minaccia di buttarlo dalla finestra.
Allora.

Tra i miei interessi c’è anche la fotografia, ovviamente a livello amatoriale, e quando mi capita un libro che unisce belle foto ad una buona scrittura, allora il piacere è doppio.


Il libro di oggi è un’autobiografia che dimostra come Don McCullin non sia bravo solamente a scattare foto, ma anche a raccontare motivazioni e retroscena di una carriera che lo ha visto testimone di catastrofi naturali e atrocità compiute dall’uomo sull’uomo, seguendo una professione che lo ha portato a partecipare ad ogni tipo di guerra in ogni angolo della Terra: Cipro, Congo, Biafra, Sudest asiatico, Irlanda del Nord, Afghanistan, Medio Oriente, El Salvador. Si è perso solo la guerra delle Falkland, dal momento che gli organi ufficiali non hanno voluto accreditarlo per il tono troppo evocativo dei suoi reportage.
 “Vedere, osservare ciò che altri non riuscirebbero a vedere: è qui il senso della mia intera vita di reporter di guerra”
Queste le parole con cui l’autore riassume la funzione che ha svolto per cinquant’anni, e devo ammettere che è riuscito benissimo a raccontare in modo semplice ma interessante una vita interessante che semplice non è stata. Con uno stile lineare, immediato e onesto, McCullin racconta una vita straordinaria partendo dalle scelte giovanili casuali, come quella di trovarsi a lavorare in una camera oscura durante il servizio militare nella RAF, al farne una professione, all’abbandonare questa professione dopo cinquant’anni in un dilemma esistenziale, quando disperazione e incomprensione per le inqualificabili crudeltà da lui fotografate hanno avuto la meglio sulla passione che lo aveva trascinato per tanti anni.
Perché dal libro emerge l’orrore che McCullin provava nelle zone di guerra, misto a sofferenza, tristezza, compassione e solidarietà per le vittime, e questi sentimenti li riportava nella scelta delle fotografie da trasmettere ai suoi committenti che ne traevano servizi densi di pathos. Come dimenticare lo sguardo allucinato dell’anonimo marine immortalato da McCullinn in un’effimera pausa della guerra in Vietnam?


Da quello sguardo emergono potenti l’atrocità e l’assurdità di tutte le guerre, e non si può addossare proprio alcuna colpa a McCullinn se a un certo punto si è reputato saturo di crudeltà e si è ritirato  a fotografare paesaggi, still-life e ritratti nella sua casa nella campagna inglese.
Comunque un bel libro, interessante dall’inizio alla fine, e le foto di cui è corredato sono veramente eccezionali.
Il Lettore