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venerdì 2 giugno 2017

Questi amici sconosciuti

La settimana scorsa uno scrittore che reputo un amico anche se non ci siamo ancora conosciuti di persona, ma con cui intrattengo più o meno frequenti scambi epistolari, mi ha mandato da leggere un suo romanzo perché era interessato a un mio giudizio sull’opera.
Rischiosissimo per entrambi. Una richiesta del genere ha dalla sua tutti i requisiti per far sì che un’amicizia, sia pure epistolare, possa sprofondare nel baratro. Nessuno accetta con piacere giudizi negativi e, se il mio lo fosse stato, come minimo lo scambio di mail si sarebbe ridotto considerevolmente, per non parlare del tracollo della fiducia reciproca.
Ma da parte sua lui era perfettamente a conoscenza del rischio, e questo già stava a significare che giudicava da solo la propria opera sufficientemente buona da potermela mandare senza il rischio di incorrere in una stroncatura che gli avrei senz’altro comunicato senza mandarglielo a dire.
Tranquillizzante.




È ovvio che non posso dirvi né il nome dell’autore né il titolo dell’opera (almeno fino a quando non sarà pubblicata). Spero che mi perdoniate.
Fatto sta che comincio a leggere e, al di là del fastidio di doverlo fare sul monitor del pc, ben presto sono coinvolto dalla vicenda e dalla simpatia dei personaggi e termino la lettura in poco più di due sedute per 7-8 ore complessive, delle quali una parte se ne è andata per scrivere i commenti a margine man mano che trovavo qualcosa su cui l’autore avrebbe dovuto intervenire.
Un breve giallo, ben confezionato, con una trama solida e personaggi ben costruiti e, cosa molto importante, senza alcuno sfondone plateale che avrebbe potuto inficiare il tutto. L’ho letto provando lo stesso piacere che avrei provato nel leggere un Camilleri con Montalbano, e questo dice tutto.
Una lettura scorrevole e piacevole, che in fondo è tutto ciò che si richiede a un giallo leggero e ben architettato. Lodevole la contestualizzazione, senza peccare in eccessi sulle descrizioni o in enfatizzazioni non opportune. Molti dei protagonisti risultano simpatici e ti fanno affezionare a loro, compresi alcuni dei “cattivi”, cosa che ti fa dispiacere quando alla fine hanno la peggio.
A stretto giro di posta ho rimandato all’autore il file completo dei miei commenti, e dopo un paio di giorni la risposta mi comunicava che lo scrivente aveva già provveduto alle correzioni dove gli avevo indicato e alle piccole migliorie che gli avevo suggerito.
Ogni tanto è gratificante che le proprie considerazioni vengano recepite.
Ora aspettiamo che il romanzo venga pubblicato e che abbia il riscontro che merita, e quando ciò succederà ve ne farò partecipi rivelandovi le informazioni che ho dovuto tacere.
Nel frattempo però vi posso dire che intanto mi sono guadagnato una cena che non mancherò di incassare alla prima occasione possibile.
Il Valutatore 

giovedì 17 novembre 2016

Come assassinare un romanzo

Sottotitolo: pur presentandolo bene.
Per fortuna in questi ultimi tempi nella redazione della casa editrice con cui collaboro arriva pochissima roba(ccia) da valutare. Sarà merito dell’invito in grassetto a non spedire nulla perché non è il momento? Di sicuro da molti è stato recepito, ma c’è sempre qualcuno che degli inviti non tiene conto quasi fossero fatti solo per tutti gli altri ad eccezione del sottoscritto. Ma come? Ho scritto un capolavoro e tu non vuoi nemmeno leggerlo? Ma che modo di fare è? Non si fa così, io te lo mando lo stesso, poi vedrai se non avevo ragione.
E dal momento che l’esimio editore sa perfettamente che la percentuale di materiale decente che arriva rimane sempre la stessa (lo 0.5%, malgrado le convinzioni personali degli autori ― vale a dire uno su duecento), l’altro giorno mi ha sbolognato l’ultimo romanzo arrivatogli. Della serie: meglio che le porcate le leggi tu, almeno io non inquino la mia mente preziosa.




In effetti era sì una schifezza, ma perlomeno era presentato benissimo! Il pacco (metaforico) era costituito da tre files: romanzo, sinossi e note biobibliografiche dell’autore.
Cominciamo a leggere le note. Scopro così che lo scrittore è un professore di letteratura alle superiori. Almeno non ci saranno errori d’ortografia, penso, facendomi forte dell’esperienza pregressa: i professori di letteratura non sanno scrivere, ma perlomeno di errori non ne fanno… qualche volta. Ha già pubblicato tre o quattro sillogi di poesia, un paio di romanzi e un paio di saggi. Male, malissimo, penso, non promette per niente bene. Poi penso anche che in effetti un professore di letteratura che scrive poesie decenti lo conosco anche personalmente, e allora decido di non lasciarmi influenzare. Almeno per il momento.
Apro il file della sinossi. E mi cascano le palle (per l’ennesima volta). Santiddio, ma per quale funambolico motivo devi ambientare il tuo romanzo a New York se sei di… non ve lo posso dire ma fidatevi, è italianissimo. Magari nella Grande Mela ci sarai anche stato, ma visto che la trama che proponi è trita e ritrita perché non l’hai ambientata a Roma? O a Perugia? E con personaggi italiani e non americani? Trama? Solamente mezza, perché nella sinossi ne è riportato il riassunto solo fino a metà romanzo, dopodiché consiglia al sottoscritto di leggere il romanzo per sapere come va a finire. Doppio giramento di palle; scrivendo così ha raggiunto esattamente lo scopo contrario a quello che si era prefisso, cioè di incuriosire il Valutatore. Con me questi trucchetti di bassa lega non funzionano, anzi, mi indispongono proprio.
E così mi sono accinto alla lettura del romanzo da indisposto, la condizione d’animo peggiore per poter confidare nella benevolenza di chi sta per giudicare la tua opera.
Apro il file del romanzo e scopro un’impaginazione perfetta, da libro stampato, leggibilissimo senza alcuna difficoltà: il carattere è un semplice Times New Roman in corpo 14, con la giusta  spaziatura tra le righe e i giusti margini. Vedi che l’aver già pubblicato gli è servito, penso. Le pagine sono numerate e già dalle prime righe mi accorgo che mancano del tutto errori e refusi. L’ha anche riletto, sempre merito dell’aver già pubblicato. E non scordiamoci che è un professore di letteratura… Forse l’unico appunto potrebbe essere la presenza di un po’ troppi punti esclamativi ― almeno 12 nelle prime due pagine ― ma riserviamoci di giudicare. Per ora.
Come si diceva: perfetto.
Ma.
Ho retto poche pagine: una trattazione senza errori ma noiosissima, ma di più, con un narratore onnisciente che già nel primo capitolo ti sviscera vita, morte, miracoli, pensieri, turbamenti, speranze, emozioni, passato, presente e futuro e aspirazioni di un tizio del quale ti scordi ben presto anche il nome (tanto è americano), e poi continua nei successivi fornendoti informazioni su amici e parenti del tizio, e su come l’ha cresciuto la madre e su cosa pensano di lui le ragazze eccetera senza che succeda assolutamente nulla. Una mole infinita di informazioni del tutto inutile per inquadrare una persona, che non ti fa venire nemmeno un briciolo di curiosità per il proseguire e ti induce solo a chiudere il computer e andare a passeggiare per boschi. Ma subito, perché adesso fa buio presto.
Un’ennesima conferma: i professori di lettere non necessariamente sanno anche scrivere.
Il Valutatore

mercoledì 28 settembre 2016

Alla ricerca di un editore

Qualche giorno fa una cara amica mi ha chiesto se una sua amica poteva farmi pervenire un suo manoscritto, che intendeva proporre a qualche editore per un’eventuale pubblicazione, per un mio parere sul contenuto. Le ho risposto affermativamente avvertendola che non avrei fatto sconti a nessuno e il mio parere sarebbe stato del tutto sincero anche, e soprattutto, nel caso in cui lo scritto non fosse stato di mio gradimento.
A stretto giro di posta mi è arrivato il plico in cartaceo ― una volta tanto non dovevo leggere a video! ― e dopo essere sprofondato in poltrona mi sono accinto alla lettura. Ho scoperto subito che: 1 - l’elaborato consisteva in sole 24 pagine (negativo); 2 – l’autrice aveva già pubblicato due libri (positivo); 3 – l’argomento trattato erano le sensazioni scaturite nell’autrice dall’ascolto dei brani musicali di una particolare band (neutro).
Ovvio che come non posso dirvi il nome dei protagonisti non vi dirò nemmeno il nome del gruppo musicale oggetto del contendere, sappiate solo che è un complesso famoso in tutto il mondo, molto ma molto ma molto lontano dai miei gusti musicali.
Ma questo non significa nulla, nel giudicare lo scritto non mi sarei di certo lasciato influenzare dal fatto che il sound di quel gruppo non è tra i miei preferiti: nella remota eventualità che Walter Isaacson decidesse di scrivere una biografia dei Pooh la leggerei senz’altro, pur non sognandomi minimamente di ascoltarli.




Già dalle prime righe è apparso evidente come l’autrice non fosse alla sua prima prova di scrittura e avesse anche già pubblicato: ortografia e sintassi corrette, impaginazione buona anche se non perfetta e assenza di refusi hanno fatto sì che venissero a mancare i principali e più comuni motivi per piantare il manoscritto alla seconda pagina, per cui ho proseguito e sono arrivato in fondo, dopodiché mi sono trovato nella scomoda situazione di dover scrivere una recensione esauriente per l’autrice, cercando le parole opportune per non ferire (più di tanto) i suoi sentimenti. L’avevo avvertita, se la recensione fosse stata negativa glielo avrei comunicato senza remore…
E purtroppo negativa lo era: in questo caso, pur essendo buona la forma, erano i contenuti che presentavano molti problemi o, per essere più precisi, era l’assenza di interesse da essi suscitato.
L’elaborato conteneva le impressioni suscitate nell’autrice da alcuni brani di quel complesso, insieme ad alcuni piccoli fatti di vita vissuta. Il tutto intriso di superficialità: impressioni non spiegate a sufficienza, non approfondite, non motivate abbastanza, senza alcun riferimento tecnico al tipo di musica, alle melodie, al ritmo o alle successioni armoniche, né tanto meno agli arrangiamenti o alle personalità dei musicisti. E i fatti di vita senza alcuna contestualizzazione, momenti effimeri non inquadrati in alcun contesto. Risultato: interesse suscitato nel lettore uguale a zero. Ho terminato la lettura a fatica sommerso dalla noia, ma ben conscio del fatto che l’autrice aveva fatto comunque la sua bella fatica per scriverlo e si meritava perlomeno una critica strutturata ed esauriente, cosa che ho fatto dopo poco scegliendo accuratamente le parole per non apparire troppo crudo.
Il problema stava nel fatto che nel momento in cui l’autrice ha scritto era sicuramente compresa in quegli stati d’animo che stava provando, ma non ha tenuto nella minima considerazione che cosa ne avrebbe percepito un futuro lettore. Ha scritto per se stessa, per dare sfogo ai sentimenti che provava, tanto è vero che molti passaggi apparivano scritti “di getto”, e lo scrivere le avrà sicuramente giovato nel suo aspetto terapeutico, ma non ha pensato ad inserire ingredienti che potessero suscitare interesse in un ipotetico lettore. Al termine dell’elaborato non mi era presa nemmeno la voglia di andarmi ad ascoltare, così, per curiosità, uno dei brani di cui aveva trattato.
Questo è il punto più importante: scrivendo, bisogna continuamente calarsi nei panni di chi quello scritto si troverà a leggerlo, e cercare di valutare se esso possa riuscire a suscitare interesse.
Un secondo punto non meno importante e del quale l’autrice non ha tenuto conto è la lunghezza dell’elaborato: 24 pagine a cosa potrebbero servire? Che cosa ne dovrebbe fare un editore? Troppo poche per qualsiasi pubblicazione, e da indirizzare a chi? Quale dovrebbe essere il target che potrebbe comperare un’edizione di questo tipo? Le proprie opinioni personali potrebbero interessare qualche tipo di pubblico solo se provenienti da una voce veramente autorevole, un Umberto Eco, tanto per fare un esempio, altrimenti potresti venderle solo agli amici più cari.
Ecco, questi sono due punti (dei tanti) da tenere costantemente presenti nel momento in cui si vuole scrivere qualcosa con l’intenzione di provare a pubblicarla. 
Meditate gente, meditate.
Il Valutatore 
P.S.: Dopo aver ricevuto la mia risposta l'autrice mi ha gentilmente ringraziato dicendomi che quanto le ho comunicato le è servito molto di più di tanti banali apprezzamenti. Una volta tanto...

martedì 9 febbraio 2016

Mi chiamo Ugo

Qualcuno di voi sicuramente ricorderà che nel lontano agosto del 2013, poco dopo aver iniziato l’avventura di questo blog, avevo pubblicato questo post:
Andate a dargli un’occhiata, capirete meglio quello che segue. Nell’articolo, per ovvie ragioni, non avevo potuto citare l’autore né il titolo del romanzo che avevo trovato meritevole di pubblicazione, né accennare al soggetto o alla trama.
Bene, oggi sono veramente contento di poter rivelare l’arcano.




Come anticipavo nel post il romanzo mi era piaciuto, ma avvertivo anche l’autore, Massimo Bertarelli, che, pur consegnando all’editore un responso positivo, la strada per la pubblicazione sarebbe stata ancora lunga e difficoltosa, tanto è vero che all’epoca non si concretizzò nulla nonostante fossero intercorsi anche rapporti diretti tra gli interessati. Colpa anche della distanza fisica: ogni editore locale lavora e promuove nella propria area, e a 600 chilometri di distanza si muove meno bene.
Ma Massimo Bertarelli è un tipo tenace e non ha abbandonato le speranze, proponendo Mi chiamo Ugo ad altre case editrici fino a che non è stato pubblicato. Ed eccolo qui. Non avevo dubbi che ci sarebbe riuscito: il romanzo merita a partire dall’impeccabile presentazione all’editore per proseguire con lo stile e finire con i contenuti, e prima o poi anche qualcun altro, oltre me, se ne sarebbe accorto.
Appena venuto in possesso della copia stampata, con tanto di dedica personale e ringraziamenti, non vedevo l’ora di rileggerlo e vedere se gli fossero state apportate modifiche rispetto alla  versione digitale che avevo letto a suo tempo. Purtroppo, come è entrata in casa della copia se ne è appropriata il mio editor, e ho dovuto aspettare a denti stretti il mio turno. Ma la cosa che mi ha reso soddisfatto, come conferma alle mie intuizioni, è stata quella che l’altra sera mentre leggeva se ne è uscita con la frase: “questo Bertarelli scrive bene…”.
Finalmente venutone in possesso avevo pensato di confrontare le due versioni, ma ben presto ho rinunciato all’idea e mi sono tranquillamente lasciato prendere dalla lettura nonostante conoscessi già lo svolgimento dei fatti.
Ugo è un barbone, un senzatetto, un clochard che vive nelle strade di Monza ed è in una di queste che una sera viene preso di mira da un gruppo di delinquenti che tentano di dargli fuoco. Il malcapitato si risveglia in una stanza d’ospedale con diverse ustioni sul corpo, ed è da questa stanza che parte il romanzo portando il lettore a scoprire che il barbone è un ex ingegnere caduto in disgrazia oltre che un profondo conoscitore del significato intrinseco dei nomi, il quale comincerà un’indagine personale su quanto gli è accaduto arrivando a scoprire l’esistenza di intrighi di una profonda importanza sociale.
Al lettore il protagonista appare da subito simpatico, esteriormente cinico e disincantato ma interessato all’umanità delle altre persone, e comincia ad appassionarsi alle sue investigazioni che, se da una parte lo costringono in ospedale a più riprese, dall’altra permettono la conoscenza di una serie di persone per le quali i senzatetto non sono solo dei reietti da evitare ma esseri umani degni di considerazione che magari hanno avuto solo più problemi degli altri.
Vi ho ritrovato lo stile che avevo conosciuto, semplice e discorsivo, la leggibilità fluente fino al termine senza cadute di interesse e lo svolgimento coerente con le premesse, insieme alla mancanza di refusi e stonature che sta ad indicare una meticolosa curatela editoriale.
E un altro aspetto in cui Bertarelli è stato bravo è quello di parlare di Monza senza esagerare: in troppi romanzi scritti da non professionisti la contestualizzazione viene enfatizzata, il luogo in cui si svolgono i fatti viene descritto in modo aulico e ridondante per esaltarne le attrattive fino a superare quel sottile limite che separa il credibile dallo stucchevole, e così facendo rovinano irrimediabilmente i romanzi. È sempre un camminare in bilico sullo strapiombo, e per fortuna Bertarelli non è caduto dalla parte sbagliata.
Un bel lavoro, e sono contento che dopo molte peripezie abbia visto la luce.
Tanto per essere pignoli (e solo per essere coerenti con il mio, di cinismo), se proprio devo andarci a trovare un difettuccio sarebbe quello che, ad eccezione dei cattivi di turno, tutti i personaggi sono un po’ troppo politicamente corretti per apparire del tutto reali: tutti umani e altruisti, comprensivi, intelligenti, intuitivi e di gran cuore, a partire dai poliziotti per finire con infermiere e barbieri, ma è solo la mia anima bastarda che fatica un po’ ad accettare la credibilità della cosa. Tanto è vero che non credo molti altri ci abbiano fatto caso…
Bravo Massimo, e bravo Ugo. Acc… se per questo blog non usassi uno pseudonimo, pagherei volentieri un euro per il significato del mio nome di battesimo…
Il Lettore soddisfatto

martedì 16 giugno 2015

Cena sull’erba, con Giorgio

Ha! Ha! Ha!
Scusate, mi viene da ridere. Ha! Ha! Scusate ancora, ma è che sto pensando all’altro giorno quando il direttore editoriale di ali&no editrice, la casa che ha pubblicato questo romanzo, mi ha detto con un ghigno sardonico: “Voglio proprio vedere che straccio di recensione ne tirerà fuori Freereader!”. Ha! Ha! Forse pensava, il tapino, che non avrei avuto il coraggio di recensire in modo sincero e spassionato l’ultima fatica di uno scrittore che conosco di persona. Un amico intimo, oserei dire.
Be’, se davvero ha pensato così, si è sbagliato di grosso.




Perché la missione vera di un recensore che si rispetti è quella di fornire il proprio parere, soggettivo finché si vuole, sull’oggetto in questione, senza lasciarsi influenzare da conoscenze, parentele, interessi o profferte varie di quelle che assomigliano parecchio alla corruzione. Se di un libro non posso scrivere ciò che ne penso in modo sincero, è semplice, non ne parlo affatto. Di conseguenza, nello stilare le righe che seguiranno cercherò di estraniarmi dalle frequentazioni di tutti i giorni e proverò a valutare questo testo come se lo avessi letto per la prima volta, sforzandomi di dimenticare le decine e decine di sedute in cui l’ho ripassato criticamente e tutti i consigli da editor che ho fornito al suo autore mentre lo stava scrivendo. Giovagnoni chi?
Ma partiamo dalla copertina, accattivante, con quei magnifici riflessi che Giuseppe De Nittis ha saputo infondere nei colori del suo Colazione in giardino; il cui particolare, insieme al titolo, richiama quello che sarà uno dei temi del romanzo: una semplice cena apparecchiata su un prato, con persone delle quali alcune già si conoscono e altre si incontrano per la prima volta, con tutte le dinamiche che ne derivano. La vicenda è narrata in prima persona da uno degli ospiti e una caratteristica che salta all’occhio solo dopo parecchie pagine, e potrebbe anche capitare che qualche lettore non se ne accorga nemmeno dopo che ha terminato il romanzo, è che il protagonista narrante non ha un nome, ad eccezione di una persona nessun altro lo nomina mai, né è minimamente descritto. Ma del resto Daniele Giovagnoni non è nuovo a questo modo di fare: anche il personaggio principale del suo romanzo di esordio, Non nuoce gravemente alla salute, non aveva un nome né è stato mai descritto nel corso di quella narrazione. Potrebbe anche venire in mente che i due protagonisti siano la stessa, enigmatica persona.
E la cena inizia subito nel primo capitolo, dopo una dedica che strappa un sorriso, una localizzazione geografica della contestualizzazione molto sintetica e dopo che i partecipanti si sono presentati tra di loro. E proprio mentre si stanno mangiando gli antipasti, quello che al protagonista sembra un professore di filosofia in pensione, tale Giorgio, comincia a raccontare una storia che si rivelerà a dir poco surreale e andrà a costituire un’ulteriore linea narrativa del romanzo, che dal secondo capitolo è narrata da Giorgio stesso in prima persona (e ciò è sottolineato dall’espediente grafico di un cambio di font per tutta la durata del capitolo, che si avvicenderà nei successivi in modo alternato con quelli in cui è narrata la cena).
Per il lettore, l’interesse nella vicenda è suscitato da questa seconda linea narrativa che si alterna capitolo dopo capitolo alla descrizione della cena stessa, nella quale nel frattempo si susseguono portate che non sfigurerebbero a Masterchef e in cui vengono abbozzati gli approfondimenti delle conoscenze casuali tra i partecipanti, come potrebbe succedere in un qualsiasi incontro fra persone che non si sono mai viste prima. Una delle particolarità che l’autore ha riservato per il Lettore Ideale è costituita dal fatto che il tempo che ci vuole per leggere il romanzo è praticamente uguale a quello in cui si svolge la vicenda principale, cioè il tempo della fabula è uguale al tempo della lettura, e questi sono entrambi diversi dal tempo della fabula della seconda linea narrativa. Inoltre, le metonimie ricorrenti sulle quali il lettore lì per lì non ha motivo di soffermarsi (e così dev’essere…), vengono poi rammentate e comprese all’accadere del colpo di scena finale, una sola pagina prima della conclusione.
Un altro particolare degno di nota è la doppia circolarità concentrica di incipit ed excipit: la dedica che precede il romanzo viene ripresa nell’ultima riga della postfazione, e il paragrafo iniziale del primo capitolo, che un po’ toglie il fiato per la completa assenza di segni interpuntivi nell’arco di ben sette righe, viene ribattuto in modo simile e rovesciato nel paragrafo finale (si vede che l’autore è rimasto colpito da Per chi suona la campana).
Un romanzo strano, particolare, redatto con un linguaggio semplice e uno stile fluido e scorrevole, con poco spazio dedicato alle descrizioni o agli stati d’animo che emergono dagli atteggiamenti e dalle azioni dei personaggi, in un buon esempio di scrittura ellittica. Una narrazione dalla quale non riesci a staccarti prima di essere arrivato alla fine. E un vero e proprio racconto a sé stante è costituito dalla stessa postfazione, nella quale l’autore racconta la genesi e le traversie di questo libro.
Se si volessero proprio muovere delle critiche, a parte la relativa brevità (ma del resto ormai ci si è abituati ai romanzetti brevi di Erri De Luca…), si potrebbe riscontrare che alcuni dei personaggi non risultano caratterizzati a sufficienza, quanto meno quel tanto che basta per farli permanere nella memoria a lungo termine (ma ce n’è bisogno davvero?), e il cinismo del principale io narrante potrebbe risultare alle volte un tantino antipatico.   
Come editor ho apprezzato il fatto di come l’autore abbia saputo tradurre in pratica la maggior parte dei miei consigli e anche quelli di altre persone che hanno letto il testo nel suo stato embrionale (mi ha rivelato che un ringraziamento particolare lo rivolge a Max B., che a suo tempo ha mandato preziosi suggerimenti da molto lontano…), mentre un motivo di rammarico personale (come sempre!) consiste nel non aver visto, ancora una volta, la scritta “editing by Freereader” nel colophon.
Ma si sa, di questo si deve incolpare sempre l’Editore.
Il Lettore

venerdì 28 novembre 2014

Notizie buone e cattive

Ho da comunicarvi un paio di notizie da questa scrivania: una buona e una cattiva.
La notizia buona è che ho ricominciato a leggere gli inediti che arrivano in Casa Editrice: avevo rallentato di molto l’attività di valutazione fino a sentirmi un po’ in colpa e mi sono costretto a riprendere. Il rallentamento è stato dovuto soprattutto a due ragioni: la principale è che passo troppo tempo davanti allo schermo; tra il lavorare (purtroppo poco…), il leggere, il blog, lo scrivere e, non ultima, l’attività di moderazione nel forum, alle volte mi arriva la nausea da monitor e provo una certa repulsione solo a pensare di leggere a schermo. E poi voglio stare un po’ fuori, all’aria aperta, tempo permettendo. La seconda ragione è che mi sono stufato di leggere porcate, il ché è direttamente collegato alla…

…notizia cattiva: la percentuale di bocciature continua a sfiorare il cento per cento.


Degli inediti che ho visionato in questi giorni ne ho salvato (in parte…) solo uno. Quando a scrivere è un professionista si vede subito: sinossi esauriente, presentazione impeccabile, impaginazione perfetta, testo revisionato criticamente, assoluta mancanza di errori. Un autore (una, in questo caso) che ha già pubblicato e sa come vanno le cose si riconosce fin dalle prime righe. Il problema di questo testo era che l’argomento del romanzo a me non interessava proprio, nonostante lo stile leggibile e ben articolato, e il genere era del tutto avulso da quelli trattati dalla Casa Editrice in questione. Ho consigliato l’Editore di dargli un’occhiata lui stesso e decidere autonomamente se possa fare per loro.
Per il resto…
Diciannovenni convinti a torto che l’uso di termini roboanti e concetti astrusi possa salvare il mondo dall’abbruttimento.
Ipo-maggiorenni che dopo aver letto in vita loro solo Geronimo Stilton pretendono di convincerti  che ciò che ti appresti a leggere sarà il prossimo Premio Strega.
Maestre elementari che non conoscono l’uso degli spazi: un intero testo (peraltro insulso…) senza spazi né prima né dopo tutti i segni d’interpunzione (adoperati comunque da fare schifo…).
Poesia, poesia, ancora poesia… non se ne può più! Soliti concetti e solita ricerca esasperata del termine che potrebbe colpire di più. Basta! Caro il mio Editore, a parte il fatto che non la pubblichi, tanto sai già che la poesia la boccio, ti prego, risparmiamela!
Ma quello che mi colpisce di più ogni volta è l’assoluta, persistente, inesplicabile assenza di un sia pur minimo briciolo di autocritica: quasi nessuno che si ponga il dubbio di aver scritto o meno una cosa decente, quasi nessuno che rilegga ciò che ha scritto, quasi nessuno che operi una revisione costruttiva; tutti convinti, a giudicare dalle recensioni autoincensanti che accompagnano gli elaborati, di aver scritto un capolavoro al primo tentativo.
Beati loro.
Mentre sto scrivendo questo post mi arriva una mail: un’amica di cui non farò il nome mi chiede di dare un’occhiata alle primissime pagine dell’ultimo lavoro che si sta accingendo a scrivere. L’incipit e poco altro. Le mie labbra si increspano in un sorriso – ma tu guarda la coincidenza! – apro il file e mi metto a leggere: alcune imprecisioni, ma molto promettente. Non sarà facile, ma spero che riesca a mantenere il filo fino al termine. 
L’amica ha già pubblicato, e si vede.
Il Valutatore

mercoledì 20 agosto 2014

Bocciato!

In questi ultimi giorni, complice il periodo di crisi generalizzata che ha azzerato il lavoro (ma non parliamo di politica eccetera eccetera) e l’aria vacanziera agostana, avendo un po’ più di tempo libero mi sono messo a leggere e valutare qualche elaborato di aspiranti scribacch scrittori che l’editore con cui collaboro mi ha rifilat spedito via mail.

Giusto uno da salvare, forse…


In pratica ho letto provato a leggere:
n. 3 sillogi di poesia – da vomito… questi che si svegliano la mattina convinti di essere diventati dei poeti non li sopporto proprio più. L’aver impiegato tre minuti a elaborare versi immortali come: L’esile stelo del fiore/ si oppone tenace/ alla brezza impetuosa/ e vita mi infonde – porta loro ad autoconvincersi di poter fare sfigurare Ungaretti, ma a me provoca immediati movimenti peristaltici che mi costringono a repentine fughe verso i bianchi sanitari delle mie stanze di servizio.
N. 4 romanzi pessimi – costituiti da: un romanzo di fantascienza di autore laureato alla Bocconi, dominato da un’ingenuità da asilo nido (bocconiano) e la cui plausibilità è risultata meno che probabile; una prova di scrittura d’avanguardia in cui la maggior parte dei periodi mancano del verbo; un ricordo della mamma… no, una guida turistica della città dove vive l’autore… no, scenette sue di gioventù… no, infiliamoci anche un po’ di thriller…; un romanzo il cui autore si premura di farci sapere che ha conseguito ben tre lauree superiori e svariati premi in qua e in là, e non solo alla prima riga mette la virgola tra soggetto e predicato, ma ci ordina perentoriamente di cancellare del tutto l’elaborato dai nostri supporti di memoria qualora esso non fosse di nostro gradimento (ma vai un po’ a cag passare un’oretta sui bianchi sanitari…);
N. 1 tesi di laurea – in sociologia sulle più nascoste interazioni tra Partito Democratico, Forza Italia e Lega Nord, come a dire: guardo il telegiornale tutti i giorni e prendo appunti.
N. 1 saggio religioso – di ben 60 (!) pagine nelle quali vengono descritti, sviscerati e commentati tutti i pensieri di tutte le correnti di tutte le religioni di tutto il mondo e le cui conclusioni sono riassunte in due righe: credete? non credete? fate un po’ come vi pare. Molto utile. Da notare che l’argomento non è stato mai trattato dalla casa editrice in oggetto, ma proviamoci, non si sa mai...
N. 1 puttanat raccolta di riflessioni – vedi la poesia di cui sopra, quello lo stile e quelli i contenuti, ma stavolta in prosa (si fa per dire…). Da notare che l’autore ha reputato i propri pensieri talmente tanto importanti che li ha scritti tutti in maiuscolo.
N. 1 autobiografia – in cui l’autrice, al raggiungimento dei suoi 25 anni (!), decide di tirare le somme della sua lunga permanenza su questa terra e si mette a raccontare tutti gli amori che ha avuto dai 13 in poi. Almeno ci avesse messo un po’ di erotismo… macché: un piattume… si capisce perfettamente perché tutti i suoi uomini l’hanno piantata uno dopo l’altro.
N. 1 romanzo forse buono – scritto da un professionista, questo sì: prosa leggibile, mancanza assoluta di errori, layout perfetto, presentazione e sinossi impeccabili. Un professionista si riconosce subito. Peccato che a me il romanzo non sia piaciuto e non sia riuscito nemmeno ad arrivare fino in fondo. Succede, e non starò qui a dire il perché, non mi è piaciuto e basta. Ma, come faccio sempre in questi casi, ho consigliato l’editore di leggerlo lui stesso e farsene un’opinione propria.
N. 1 fiaba – illeggibile per la sfiancante logorrèa dell’autrice evidentemente malata di bulimìa letteraria, come testimoniano anche il sito, il forum, il blog, la chat e tutti gli altri luoghi di sua creazione in cui si sfoga e che ci consiglia di visitare (me ne sono guardato bene!).
Mi fermo qui, ad essere costretti in continuazione alla bocciatura dopo un po’ viene la nausea…
Il Valutatore

sabato 31 maggio 2014

Absolute beginners…

…di quelli che rimarranno per un pezzo in questa situazione. L’altro giorno, trovandomi con una mezzoretta libera, ho deciso di impiegarla leggendo 3 o 4 romanzi.

BUM! Direte, sparale un po’ più credibili!


No, no, è tutto vero: ho deciso di leggere 3 o 4 romanzi. Di quelli che arrivano in Casa Editrice nonostante l’invito a non inviarli in questo periodo: vista la velocità con cui riescono a farsi silurare, mezzora mi sembrava un lasso di tempo congruo per poterne infilare 3 o 4 nella directory dei bocciati.
E difatti, dopo una ventina di minuti la Cartella dell’Oblio aveva già raccolto un romanzo in finto stile Liala ambientato nel ‘700 e uno pseudo giallo-thriller-fanta-tecnologico politicamente orwelliano scritto da un giovanissimo di quelli che a vent’anni hanno già capito tutto della vita, beati loro, e te lo vogliono insegnare.
E poi apro la terza cartella. All’interno un solo file, dal titolo: Maria Rossi – Libro (ovviamente il nome l’ho cambiato), senza neanche una presentazione, curriculum, sinossi o altro.
Apro il file: 0.00002 secondi netti per apparirmi sullo schermo. Libro? Di solito ci mettono un po’ di più. Rimpicciolisco la visualizzazione e mi compaiono sei pagine in tutto. Libro? Riallargo e comincio a leggere: carattere Times New Roman in corpo 13, impaginazione decente. Tira là. Dopo tre righe ho già cambiato idea: nonostante la mancanza di errori d’ortografia è la sintassi che sembra uno sfacelo. E la presenza dei punti esclamativi al termine di quasi ogni frase. Sì, punti, al plurale: non uno!, di solito tre!!!, ma anche quattro!!!! o cinque!!!!! Da mollare subito, ma diamo un altro po’ di fiducia, continuo a leggere.
Sembra avere il taglio di un racconto in cui la protagonista sulla trentina si sveglia una mattina, felice, con il marito ha un rapporto idilliaco, i cani la salutano scodinzolando, poi una colazione in puro stile pubblicità del Mulino Bianco, splende il sole e cantano gli uccellini (giuro, proprio così, anche se non con le stesse parole), poi, mentre sta uscendo per andare a lavorare le capita di provare un po’ di nausea (qui ci starebbero bene cinque punti esclamativi).  
Ora, tutte voi donne che mi state leggendo avrete subito pensato: è incinta! Be’, lei no, forse ha mangiato troppo la sera prima, l’ingenua. Per farla breve va in ufficio, poche righe di giornata lavorativa del tutto normale, al pomeriggio le riprende la nausea e il capoufficio se ne accorge. Che cos’hai, le chiede. Forse ieri sera ho esagerato nel mangiare (e due!). Ma non è che sarai incinta?
Rivelazione! O toh, non ci avevo pensato! Corsa in farmacia, si fa il test per strada (visto che non ci è permesso di sapere dove trova un angolino per effettuarlo), striscetta colorata, è fatta! Torna a casa radiosa, il marito come la vede capisce tutto in un lampo. E capiscono tutto anche i cani. Felicità!
FINE
Fine? Ma come, penserete. Sì, sì, basta, fine. Non c’è altro, finito qui. Ma che cazz… penserete. Vi capisco, l’ho pensato anch’io. Tutto qui.
Rimango interdetto. Ora… a che scopo? Me lo sapete spiegare? L’autrice si è sicuramente sentita talmente tanto contenta di essere rimasta incinta che ci ha scritto sopra un racconto (?) pessimo, che racconto non è se non nel senso che racconta una vicenda normale, banalissima, appartenente alla realtà di tutti i giorni. E allora? Va be’, ci può anche stare. Se proprio non hai nulla da fare.
Ma poi, l’ha spedito anche a un editore! Un racconto, uno, e pure brutto. Ma questa pseudo scrittrice qualche libro vero l’avrà mai letto, in vita sua? Non le sarà mai capitato di vedere che in genere libri di sei pagine non se ne pubblicano? E questo editore in particolare non è che abbia riviste che potrebbero ospitare singoli racconti.
Senza entrare nel merito della narrativa, che deve essere finzione, non realtà. Ma una disquisizione su questo argomento ci porterebbe lontano.
Era già successo un fatto simile e ne avevo già parlato, per la precisione qui. Anche in quel caso, per quale oscuro motivo uno dovrebbe mandare poche pagine di pensieri propri a un editore?
Spero tanto che in questo caso si sia trattato di un errore di spedizione e che forse fra qualche giorno ci arriverà il Libro vero, quello con tutta la storia, intera, con la spiegazione scusate tanto!!! Uno dei cani ha poggiato la zampina sul tasto canc!!!! Ah, post scriptum, la gravidanza procede bene!!!!!
Peccato che ormai mi sia passata la voglia di leggerlo.
Il Valutatore 

sabato 17 maggio 2014

Avrei scommesso che andava a finire così

Il titolo di questo post non è mio: l’ho ripreso pari pari dal post di un altro blog che potete trovare qui:
Nel quale si parla di concorsi letterari. L’articolo mi ha stimolato. E perché mai, mi chiederete.


Semplice, perché capisco e condivido quanto riportato nel post, e non solo, perché ho letto e valutato il romanzo di cui si stanno discutendo le critiche fatte da altre persone, e il come ne ho parlato lo potete trovare qui:
Ora, caro Massimo, il tuo sfogo mi porta ad esternare le seguenti considerazioni:
1 – Sai bene che il tuo romanzo l’ho promosso, anche se poi è andata come è andata perché dal trovare buono uno scritto al vederlo pubblicato la strada è ancora lunga, e ovviamente non giustifico tutti quelli che ti hanno dato al di sotto della sufficienza.
2 – Alcuni dei giudizi che hai riportato nell’articolo fanno veramente ridere, e mi fanno venire in mente un parallelismo con tutti quelli che aprono la bocca e danno fiato senza accendere il cervello: ci sono molte, ma molte persone che si mettono a scrivere con la testa in stand by, o anche perché in tal modo sfogano una qualche frustrazione repressa.
3 – Questo tipo di concorsi li ho sempre considerati una puttanata: io boccio il 95% dei manoscritti che mi arrivano, e non ci terrei affatto ad essere giudicato da quel 95% che mi ha dimostrato di non essere capace. Che senso ha l’essere giudicato da persone che non sanno scrivere? Forse perché sanno leggere? Ho i miei dubbi anche su questo…
4 – A parte che con questi criteri non esiste equità di giudizio: un partecipante disonesto tende a sottovotare gli scritti che critica, no?
5 – Senza contare che, oltre che sull’onestà, ho i miei dubbi anche sulla preparazione culturale…
6 – Se ciò ti può consolare, ti dirò che ad un amico è successa la stessa identica cosa: ha partecipato l’anno scorso ad un concorso simile con un’opera a mio parere meritevole, non è stato ammesso in finale e i giudizi ricevuti sono risultati discordanti tra loro in modo stridente come lo sono i tuoi. A riprova che l’eterogeneità dei giudicanti non può essere indice di una valutazione assoluta e credibile.
7 – Non sono d’accordo con te quando affermi che leggere centinaia di romanzi ti è servito poco come autore. Come dice Paul Léautaud, è anche leggendo cattivi scrittori che si migliora la propria scrittura. Ti assicuro che leggere inediti non è che faccia molto piacere (vista la quantità di bocciati), però ti fa sicuramente notare molti errori nei quali come scrittore non cadrai più.
8 – Due promossi su quindici: hai bocciato l’87% dei romanzi che hai letto. Questo significa che sei più buono di me. O che hai avuto solo più fortuna.
Vorrei concludere con un appello a tutti quelli che mi leggono: se proprio volete partecipare ad un concorso letterario, perlomeno sceglietene uno nel quale chi dovrà giudicare la vostra opera se ne intenda e abbia una certa esperienza, altrimenti non credo che ne valga la pena.
Ciao Massimo, e in bocca al lupo per i prossimi tentativi.

Il Valutatore

giovedì 15 maggio 2014

Perché ci sono solo donne?

Al corso di Scrittura Creativa iniziato lunedì scorso partecipano dieci persone. Tutte attente, motivate, volonterose, tutte pronte a prendere appunti quando elargisco loro qualche concetto interessante, tutte concentrate nel cercare di assimilare i consigli mirati a come riuscire a superare lo scoglio rappresentato dal famigerato Lettore della Casa Editrice.

Tutte donne.


Non dico che ciò non mi faccia piacere, anzi, ma tenete presente che ho superato da un pezzo la fase maschilista della mia vita in cui avrei potuto considerare una tale classe come un possibile ed invitante “parco prede”…
Dopo la lezione ci siamo fermati a chiacchierare nel giardino della villa che ospita il Laboratorio di Scrittura. In questa serata di metà maggio si comincia a stare bene anche fuori. Una delle partecipanti al corso se ne è uscita con la riflessione:
- Chissà perché a questo corso non ci sono uomini?
Bella domanda. Una risposta potrebbe essere che io sono di quel bello che non interessa gli uomini, e va bene così, ma non credo proprio che sia la soluzione giusta e taccio.
- Secondo me le donne sono più pronte a mettersi in discussione, - le risponde l’Editrice Somma, - e penso che siano anche più portate a condividere le proprie esperienze.
 - Sì, è possibile. O forse perché noi donne scriviamo più degli uomini? - le risponde un’altra ragazza.
- Non penso, - dico io, - i manoscritti che arrivano in redazione sono divisi più o meno equamente tra genere maschile e femminile.
- E allora? Qual è il motivo?
- Magari noi siamo più disposte ad uno scambio di idee sui nostri scritti, o cerchiamo conferme sulla loro qualità.
- Vuoi dire forse che non siamo sicure di noi stesse?
La ragazza che è intervenuta dovrebbe essere la femminista del gruppo.
- Non volevo dire questo…
- Ti assicuro che le donne si imbestialiscono come e più degli uomini, - intervengo io, - quando dici loro che la roba che hanno scritto non funziona.
- Davvero?
- Non c’è nessuno che prenda bene il fatto che gli si dica che ha scritto una porcata.
- Ma non potrebbe essere un modo diverso di recepire la pubblicità che è stata fatta?
- Può darsi, ma non penso sia solo questo - dice la ragazza che ha posto la domanda.
- Semplice: hanno paura.
E riecco la femminista.
- Non so, - dico, - secondo me più che paura è una questione di orgoglio.
- Potresti avere ragione. Il maledetto orgoglio maschile che non ti fa ammettere di avere bisogno di qualcuno che ti spieghi cosa c’è che non va nel tuo modo di scrivere. Voi maschi non ammettete mai nulla. Tutti uguali.
- Voi donne siete più forti dentro, lo sappiamo da sempre - le dico sorridendo. Non controbatte.
La riunione si scioglie, ce ne torniamo ognuno a casa propria dopo una giornata di lavoro e una serata impegnativa. Dopo tutto quel parlare ho sete di acqua gassata. Mi sento stanco.
Che fatica fare il diplomatico.
Il Valutatore Insegnante 

giovedì 16 gennaio 2014

Altri consigli ad uno scrittore esordiente

Visto che sembra che questo argomento interessi a parecchie persone, continuiamo sull’onda dei suggerimenti per aspiranti scrittori. Stavolta i consigli non sono miei, ma di Sandrone Dazieri, ex militante ambientalista, scrittore e sceneggiatore, autore della serie di romanzi del “Gorilla” e del serial televisivo “Squadra antimafia”. Dal momento che comunque ne condivido i pensieri ho pensato di riportarli per chi non si fosse ancora imbattuto in questo post.
Li potete trovare qui:


E in pratica il consiglio è uno solo: lascia perdere.
Sono consigli deprimenti, è vero, ma a differenza dell’indisponente ironia fuori luogo del De Silva sono molto reali e concreti. Sono veri, ecco la differenza. Succede proprio come afferma Dazieri: è molto molto difficile che il romanzo di una sedicenne sia buono, è ancor più difficile pubblicare, è praticamente impossibile avere successo.
L’unica aggiunta che posso fare è quella che magari il consiglio di lasciar perdere è un po’ eccessivo, anche se molte volte sarebbe andato anche a me di elargirlo a qualcuno di quelli che hanno provato a farsi pubblicare non possedendo la minima capacità di vergare scritti. Lasciar perdere del tutto no, continuare a provare senza illudersi sì. Magari cercando di migliorarsi quanto più possibile. Non aggiungo altro.
Un ringraziamento ad A. M. per aver rilanciato il post su FB, altrimenti mi sarebbe sfuggito.

Il Lettore

venerdì 10 gennaio 2014

Dieci consigli per affrontare un editore

Dal momento che penso potrebbe interessarvi, come contraltare al mio stesso post dell'altro ieri ho pensato di fornire io stesso alcuni consigli nel caso che a qualcuno venga in mente di spedire un proprio manoscritto ad un editore serio. I consigli sono basati esclusivamente sulla mia esperienza di Lettore, di Valutatore per una casa editrice e di Scrittore che ha pubblicato qualcosina, e ovviamente vanno presi con beneficio d’inventario. Ma non tanto.


Eccoli, buon pro vi facciano:
1 – Se avete scritto un racconto (o una poesia), ma anche due o tre, e vi viene in mente di spedirli subito ad un editore perché ritenete siano la cosa più bella che sia mai stata scritta al mondo, pensateci meglio. Anzi, rinunciate subito all’idea. Prima trovate il tempo di scriverne un’altra trentina, in modo perlomeno da avere in mano un’opera decente, poi leggete i successivi consigli.
2 – Se avete scritto un’opera completa, ad esempio un romanzo, e vi viene in mente di spedirlo subito ad un editore perché ritenete sia la cosa più bella che sia mai stata scritta al mondo, pensateci meglio. E poi ripensateci ancora. Siete ancora convinti? Va be’, proseguiamo.
3 – Se siete proprio convinti, allora il passo successivo è impaginare la vostra opera in modo che sia un piacere leggerla (ad uso pressoché esclusivo di un eventuale Valutatore): caratteri sufficientemente grandi, righe ben spaziate, margini ampi sia di lato che sopra e sotto il testo. Questo è facile, basta ricalcare una qualsiasi pagina di un romanzo in una buona edizione. Ma fatelo, renderete la lettura più piacevole a colui che dovrà giudicare l’opera e lo predisporrete in modo positivo. Non fate l’errore di sottovalutare questo aspetto.
4 – Ora sarà il caso di rileggere ciò che avete scritto. Ah, non lo avevate ancora fatto? Ecco, è arrivato il momento. Ma non una, e neanche due volte. Minimo 4 o 5 volte, muniti di dizionario e grammatica, e non velocemente: dovrete soffermarvi su ogni singola parola, e proseguire solo dopo averla analizzata. Solo così si eliminano gli errori e i refusi: i Valutatori li odiano.
5 – Ora che pensate di aver ripulito il tutto (accidenti, non pensavo mica di aver lasciato così tanti errori!), rileggetelo ancora. Niente ma, fatelo.
6 – Visto? Vi erano sfuggiti, eh! Questo dovrebbe insinuarvi un dubbio: e se ce ne fosse ancora qualcuno di cui non mi sono accorto? Ciò significa che è arrivato il momento di far leggere il testo a qualcun altro, che non si farà sfuggire l’occasione per dirvi tutti gli aspetti del romanzo che a lui non piacciono e nello stesso tempo vi farà notare malignamente che a pagina 82 avete lasciato una “a” senz’acca. Non ditegli “cavolo, l’ho riletto cinque volte!”, è quello che si aspetta e lo fareste felice. Ma se stimate l’incaricato….
7 – …tenete conto dei suoi consigli seri, e correggete dove necessario.
8 – Rileggetelo ancora. Sì, anche questo è necessario (e chiedetevi: ma provo davvero piacere nel rileggerlo?). Se sì, proseguite.
9 – Bene, ora dovrebbe essere a posto (forse). È arrivato il momento di scegliere con cura gli editori a cui spedirlo, badando che il vostro testo possa rientrare in una collana o in un filone che sia supportato da quegli editori. Soliti consigli: non spedite poesie a chi non le pubblica, non spedite romanzi erotici a chi non li ha in catalogo eccetera. Anche questo è facile, una ricerca in rete vi fornirà tutte le informazioni necessarie.
10 – Seguite i consigli che troverete in rete nei siti delle varie case editrici. Se l’Editore Pincopallino non vuole manoscritti cartacei, volete fargli un dispetto? Chi ci rimetterebbe? Se Tizio comunica che fino a novembre non accetta testi in valutazione, spedirglielo significherebbe solamente far sogghignare l’editor che si sta apprestando a massacrarvi il figlioletto.
11 – In assenza di indicazioni, fate come vi pare. Supporto cartaceo? Digitale? Stessa cosa, basta che il prodotto sia confezionato bene (come layout, intendo, non il pacchetto postale…).
12 – Nell’interloquire con l’editore cercate di essere il più sobri possibile: già deve leggere la vostra opera, l’appesantirlo con pagine e pagine di sinossi, curricula, biografie e spiegazioni varie servirebbe solo ad irritarlo. Chiarezza e stringatezza. No, è ancora troppo lungo, più conciso: all’editore non importa nulla che da adolescente scrivevi poesie.
13 – Spedite pure, anche a più editori, tanto lo sanno benissimo che l’avete mandato anche ad altri.
14 – Preparatevi all’attesa. Anche lunga. Ma anche lunga lunga. Di più: siate preparati al fatto che qualcuno non vi risponderà mai. Lo so, vi darà fastidio, ma è così. Mica sono obbligati. Rassegnatevi.
15 – Alcuni invece vi risponderanno: al 95% di voi l’opera sarà rifiutata, preparatevici in anticipo.  Adducendo scuse banali, tipo che non fa parte dei programmi editoriali, che è buona ma fuori collana, che è buona ma ha bisogno di una revisione, e altre amenità del genere. Non credeteci, sono tutte balle, studiate apposta per ferirvi il meno possibile. La verità è che il vostro romanzo fa veramente schifo, e l’amico al quale lo avete dato da leggere non ha avuto il coraggio di confessarvelo. Sorpresi? Ma le statistiche sono statistiche, pensavate davvero di essere così bravi da rientrare in quel cinque per cento? No, la verità è solo che non sapete scrivere in un modo tale che poi sia interessante da leggere. Tranquilli, non è mica una tragedia il non essere capaci a scrivere (io non sarò mai capace di pilotare un aereo da caccia, ma non per questo ne faccio un dramma, e ci fosse stata una volta che non mi è impazzita la maionese…). Qui urge una precisazione: un 10% di quel 95% di romanzi rifiutati costituisce la categoria dei romanzi “abbastanza buoni ma con i quali l’editore pensa di non riuscire a guadagnarci nulla”: il risultato è lo stesso, vi diranno sempre che non fa parte dei loro programmi editoriali, ma il convincervi di essere rientrati in questa categoria  vi servirà da consolazione.
16 – Dimenticavo. Se in effetti siete stati così bravi da rientrare in quel 5%, e ora avete in mano il frutto della vostra fatica sotto forma di un volumetto ancora intonso con il vostro nome in copertina, adesso dovete sperare di rientrare nella categoria ancora più ristretta costituita da quell’uno per mille (ma che dico, anche uno su diecimila) di autori che avranno successo, dalla quale guarderete dall’alto in basso gli altri 999 (9999) sfigati che venderanno solo qualche decina di copie ai propri amici. A questo scopo, essere un amico intimo di Fabio Fazio può aiutare.
17 – Se fate parte del 95%, e non siete troppo affranti, riprovateci con qualche altra casa editrice. Non si sa mai.
18 – Se riceverete ancora picche, e se la tenacia e la protervia fanno parte del vostro carattere, non vi rimane che farvi pubblicare a pagamento: state sicuri che un editore lo troverete subito. Che vi dirà anche che il vostro romanzo non è affatto male. Ma non lo avrà nemmeno letto.
19 – Se tenacia e protervia non sono nel vostro corredo genetico, trovatevi un altro passatempo. È possibile che magari abbiate tutte le qualità che servono per diventare campioni di burraco. E se per qualche strano motivo non riuscite proprio a farne a meno, continuate pure a scrivere, ma vi prego, non inviate i vostri elaborati al mio editore, che poi mi tocca leggerli.
Come avrete notato i consigli sono qualcuno in più di dieci. Fa niente, erano necessari. Qualcuno dirà anche che sono impregnati di cinismo. Ha ragione. Ma se questo qualcuno avesse letto una sia pur minima parte dei cosiddetti romanzi che mi sono passati sotto gli occhi, i cui cosiddetti autori pretendevano fossero pubblicati, mi avrebbe offerto una birra in silenzio.
Questo, secondo me, è il come confrontarsi con un editore. E con se stessi.
Il Valutatore e lo Scrittore