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venerdì 21 settembre 2018

Deadwood Dick


Un’altra serie a fumetti edita da Sergio Bonelli Editore.
Stavolta i responsabili hanno preso i romanzi e racconti di un grandissimo della narrativa: Joe R. Lansdale (se non sapete chi è cliccate sul suo nome nella colonna qui a destra), e hanno fatto disegnare le sue avventure da un grandissimo Corrado Mastantuono, uno dei disegnatori più bravi e poliedrici del panorama italiano, previa sceneggiatura, anch’essa meritevole, di Michele Masiero.



Nat Love, giovane afroamericano costretto senza alcuna colpa a scappare da casa per sfuggire all’impiccagione, si arruola dapprima nell’esercito nel corpo dei Buffalo soldiers, composto esclusivamente da soldati di colore, e quindi continua le sue avventure da uomo libero in un West che per un nero è leggermente “ostico”.
Stavolta ciò che Joe Lansdale fa emergere, oltre alla ironia che riversa su tutto, è un forte antirazzismo, utilizzando toni molto crudi, dalle immagini esplicite al linguaggio scurrile, ma anche capaci di strappare qualche sorriso, nel suo stile più schietto.
Le avventure sono raccontate dal protagonista stesso e rese nel fumetto sotto forma di didascalie che corredano quasi ogni vignetta. Il tratto è netto e realistico, in un bianco-nero molto particolareggiato e ben documentato, caratteristica che è diventata un aspetto importante di Corrado Mastantuono e per la quale ormai si è costruita un’esperienza più che solida: partito dapprima per la Walt Disney disegnando dei fantastici Topolino e Paperino, Mastantuono ha poi continuato per Bonelli disegnando Tex, Dylan Dog e altre testate, dando sempre prova di un disegnatore al top.
Conoscendo già i lavori di entrambi (Lansdale e Mastantuono), mi ha fatto molto piacere leggere i primi numeri di questa serie: disegni, susseguirsi delle scene e ambientazione, oltre alla tematica, mi hanno fatto ricordare il film Django Unchained di Quentin Tarantino
Il Lettore fumettaro



lunedì 11 giugno 2018

L’ultima caccia


Ed eccoci ad un altro romanzo di Joe R. Lansdale. Un romanzo breve, o racconto lungo che dir si voglia, l’ennesima chicca dello scrittore texano. Un romanzo di formazione come molti altri che Lansdale ha scritto, dedicato all’essere adolescenti in procinto di diventare adulti. Un romanzo adattissimo per ragazzi.
Forse è per questo che Lansdale per una volta ha messo da una parte le parolacce e il linguaggio scurrile.



Richard Dale è un quindicenne texano ai tempi della grande depressione. Con il suo amico di colore Abraham si imbarca in una caccia al cinghiale che ha massacrato i suoi cani e terrificato sua madre incinta di un suo nuovo fratello. Un cinghiale gigantesco, vecchio, cattivo e spaventoso che si è già reso responsabile di altre uccisioni ed è temuto da tutti.
“Quelle impronte erano grandi quasi quanto la mano di un uomo corpulento ed erano impronte di cinghiale. Non dovetti pensarci sopra a lungo per capire che quella che stavo osservando era opera del Vecchio Satana, il Cinghiale del demonio”.
A dir loro come devono condurre la caccia c’è il nonno di Abraham, il vecchissimo Pharaoh, un ultracentenario a cui il Vecchio Satana ha distrutto le gambe ed è costretto ad essere trascinato in giro su un carretto trainato da un maiale.
Gli ingredienti ci sono tutti: due ragazzi che stanno crescendo, un essere che incute timore, il coraggio di cui riempirsi, la paura da allontanare, il piacere della caccia, l’incombenza della morte, un vecchio mentore da cui essere guidati, la trasformazione dei due adolescenti in uomini.
E ci sono anche le tecniche di scrittura: contestualizzazione esauriente, ritmo serrato, descrizioni precise, metonimie accurate. Un’altra piccola perla del creatore di Hap e Leonard.
Per scrivere la quale Lansdale è ricorso ai ricordi personali: l’ambiente del sud degli Stati Uniti è quello della sua infanzia (con solo una quarantina d’anni di differenza che non sono poi  così significativi), così come la povertà e i vicini di casa; il padre del giovane Richard, per arrotondare i magri introiti di famiglia, fa il lottatore nelle fiere di paese così come ha fatto lo stesso padre dello scrittore; gli animali e la natura che circondano i due ragazzi sono gli stessi che hanno fatto compagnia allo scrittore nella sua giovinezza.
Un bel romanzo, e ai fini del piacere di lettura non importa poi così tanto che il finale sia scontato fin dall’inizio.
Il Lettore

lunedì 27 novembre 2017

Drive-in — La trilogia

Trilogia significa tre romanzi: questo per dire che per leggerli tutti e tre ci ho impiegato un po’ più di una settimana. Ed è stata una vera faticaccia, ma non perché non l’abbia apprezzata.
Joe Lansdale ha scritto il primo romanzo nel 1988 e gli ha fatto seguire subito dopo la continuazione, poi ha aspettato quasi vent’anni e nel 2005 ha fatto uscire il terzo volume della serie. Forse doveva disintossicarsi da se stesso dopo aver ideato una roba del genere.
O almeno penso, perché di sicuro questi tre romanzi sono tra i più ributtanti che io abbia mai letto. Deboli di cuore e di stomaco: astenetevi dal prenderli in mano!
Ma il fatto che nel loro complesso siano diventati un cult book, un’icona della cultura pop, avrà pure una ragion d’essere, no?




John Steinbeck diceva: “Il Texas è uno stato mentale”, e questo concetto è stato talmente amato da Lansdale da scandagliarlo fino a fargli raggiungere proprio il fondo dell’abisso.
Ma lasciamo parlare i fatti: tre amici decidono di passare una serata all’Orbit, un Drive-in del Texas, per farsi una scorpacciata di film horror e popcorn. A un certo momento una cometa rossastra sorvola le arene dove si proiettano i films e… bum! Da qui in avanti fino al termine dei tre romanzi è un incubo continuo, il peggiore che potreste immaginare.
L’intero Drive-in viene incapsulato in una bolla di buio dalla quale non si può uscire: chi prova a toccarne la parete si scioglie letteralmente, e ben presto l’intera comunità intrappolata diviene preda dei più prepotenti alla ricerca forsennata di cibo, di bevande e di qualcuno (o qualcosa) con cui fare sesso. La gente impazzisce del tutto e Lansdale dà libero sfogo alla fantasia nel descrivere omicidi che più allucinanti non si può, stupri fantasiosi, mutazioni repellenti, mutilazioni agghiaccianti, episodi di cannibalismo particolareggiati e immaginosi, geniali tentativi per cercare di cavarsela, entità aliene, tirannosauri, pesci giganteschi, mari di merda e nastri di pellicole cinematografiche antropofaghe.
Tutti diventano folli, impazziti del tutto nel cercare di capacitarsi dell’accaduto e di trovarne una qualsiasi ragione logica. Tatuaggi che prendono vita e si trasformano in mostri, novelli dittatori, ammazzamenti continui in una rivisitazione tragicomica del classico: che cosa succederebbe se chiudessi un gruppo di persone in una stanza e non le facessi più uscire?
Il tutto in una alquanto schifosetta metafora (quanto azzeccata non so) dell’attuale società statunitense, frutto di una fantasia smisurata e al di là del reale. Metafore sono sicuramente alcuni dei personaggi secondari, come il Re del Popcorn, due uomini fusi insieme in un’unica entità che distribuiscono robaccia da mangiare (metafora del consumismo); Popalong Cassidy, un ragazzo che al posto della testa ha un televisore che irradia programmi (metafora della dipendenza televisiva) e il gigantesco Pesce Gatto che vuole mangiare balene (metafora della corsa alla sopraffazione).
Lo stile è costituito dalla scrittura sopraffina (in questo caso cruda che più cruda non si può) di Joe R. Lansdale e dalla sua ironia: uno stile diretto ed esplicito oltre che estremamente violento, e anche le scene più vomitevoli sono descritte nei più minimi particolari (confesso che anch’io ho avuto qualche problemino nel leggere di un personaggio che pensa al modo migliore di squartare il cadavere di una bella ragazza per poi mangiarselo. Dopo averla violentata. Stando nudo mentre si trastulla con la propria proboscide). Ma fa anche sorridere per le situazioni paradossali.
Ribadisco il concetto: non mi piace affatto il genere horror, né da leggere né da guardare al cinema, ma non ho potuto fare a meno di terminare questi tre libri perché sono scritti davvero bene. Lansdale è veramente un maestro, un asso nel capire e nel mostrare tutto ciò che di peggio possa offrire l’essere umano.
Il Lettore (leggermente schifato)

martedì 29 agosto 2017

Io sono Dot

E rifocilliamoci con uno dei miei autori preferiti, che stavolta ha dato vita ad un nuovo romanzo di formazione adolescenziale: Joe R. Lansdale questa volta si cala nei panni di una diciassettenne alquanto duretta e disillusa che racconta la sua storia in prima persona, ambientandola in un contesto caro all’autore: quello del cinema drive-in, tanto popolare nella cultura americana, e sul quale Lansdale aveva già collocato una trilogia alquanto dura e fantasiosa.
Ma in questo caso ne fa una cosa completamente diversa.




Dot è una ragazza già provata dalla vita, ma con desideri che vanno oltre il restare per tutta la vita a servire consumazioni ai clienti del drive-in scivolando sui pattini a rotelle. Di famiglia povera, abbandonata dal padre scomparso dopo essere andato a comprare le sigarette, la diciassettenne guarda a tutto e a tutti con cinismo ma senza rassegnazione, e se c’è da combattere non si tira indietro. Un’altra occasione per Lansdale di aggiungere materiale al suo universo di umanità derelitta, povera ma qualche volta onorevole, nel quale in genere gli uomini, o perlomeno certi tipi di uomini, non fanno di certo una bella figura.
 “— Ci siamo sposate tutte e due troppo presto, e con uomini sbagliati.
—     Almeno mio marito è morto giovane, — le disse nonna. — Non è scappato.
—     Grazie, — disse mamma. — Questo mi fa sentire molto meglio.
—     Non era mia intenzione farti sentire meglio, — disse nonna.
—     Lo sospettavo, — disse mamma.”
Quando uno è un professionista è un professionista: Lansdale si cala nei panni di una ragazza di soli 17 anni e resta del tutto plausibile come se il romanzo l’avesse scritto veramente una ragazza di 17 anni. Come al solito i dialoghi sono frizzanti, metafore e similitudini azzeccate ed estremamente fantasiose, e una differenza che ho riscontrato con gli altri romanzi di Lansdale è che in questo, udite udite, non ci sono parolacce né morti ammazzati. Solo la voglia di lottare adolescenziale, che peraltro contribuisce a rendere Dot capace di ridurre come un cencio a sprangate il cognato dopo che l’uomo da ubriaco aveva picchiato la sorella di lei.
Per il resto una storia “quasi” normale, con Dot che cerca il riscatto da una vita grama, si impegna per concretizzare occasioni future, sia di studio che lavorative, decide di rintracciare il padre scomparso per avere direttamente da lui una spiegazione dell’abbandono e riesce anche a far innamorare di sé un giovane bello e ricco. E Lansdale è talmente bravo da non far apparire sdolcinato il tutto.
Alla fine lo scrittore assicura il lettore che in questo caso ha raccontato una storia del tutto successa realmente e forse è per questo che il romanzo magari non merita di collocarsi tra i migliori in assoluto di Lansdale, ma resta comunque molto piacevole e nettamente al di sopra della media.
Non c’è che dire, bravo come al solito.
Il Lettore

giovedì 19 febbraio 2015

La foresta

Un nuovo Joe R. Lansdale!
Va bene, magari voi non ne sarete così entusiasti e penserete che le recensioni di questo autore stanno diventando un tormentone come nel caso di Maurizio De Giovanni. Ma che ci posso fare se a me piace? Del resto il blog è mio, lo gestisco io e ci inserisco ciò che mi piace nel modo che più mi piace. E a me Lansdale piace, e se voleste vedere ciò che ne ho scritto fino ad ora non dovete fare altro che cliccare il suo nome qui alla vostra destra sulla colonna delle etichette.




La foresta fa parte della corrente di romanzi di formazione scritti dal nostro ed è stato pubblicato nel 2013. In questo caso l’ambientazione è una parte selvaggia nel nord del Texas degli Stati Uniti di inizio Novecento, nel momento di transizione tra ciò che siamo abituati a vedere nei film western e l’America successiva alle guerre mondiali, quando per intenderci compaiono le automobili nella stessa scena dei cowboys. I protagonisti sono: un ingenuo ragazzo di sedici anni al quale già nelle primissime pagine vengono a mancare i genitori colpiti dal vaiolo, gli rapiscono la sorella, gli uccidono il nonno e lui si trova sbalzato di colpo in situazioni nettamente più grandi di lui, di quelle che ti fanno crescere alla svelta; un nano colto, incazzereccio e dalla pistola facile; un erculeo becchino negro con ascendenti pellerossa; una puttana carina e desiderosa di cambiare vita; uno sceriffo sfregiato, a metà strada tra il delinquente e l’uomo di legge; non ultimo un intelligentissimo maiale che si comporta più come un cane che da suino.
Tutto il romanzo è imperniato su Jack Parker che parte alla ricerca della sorella rapita dai cattivi di turno, che sono proprio cattivi, ma veramente cattivissimi, sconvolgente quanto siano cattivi, aiutato dai comprimari citati sopra e che narra la sue avventure in prima persona. Le peripezie alle quali va incontro l’eterogeneo e strampalato gruppetto assumono connotati grotteschi, a volte esilaranti, crudi all’estremo quando Lansdale descrive le vette a cui può arrivare la crudeltà dell’uomo e spesso ripugnanti, senza tralasciare episodi pieni di tenerezza. Il tutto raccontato nel suo solito stile che è velocissimo, colloquiale, di quelli che quando cominci a leggere non riesci più a staccarti.
Come per gli altri suoi romanzi sono rimasto colpito dall’uso incisivo che Lansdale fa delle similitudini e delle metafore: “Un’acqua fredda come il culo di un escavatore di pozzi.” Oppure: “Papà diceva sempre che nonno era così tirato che quando batteva le palpebre gli si scappellava l’uccello.” E ancora: “…sembrava fosse stato avvolto dalle fiamme e che qualcuno avesse cercato di spegnerle con un’accetta dalla lama non troppo affilata.” Immagini che strappano spesso un sorriso, che magari si spegne subito dopo nel momento in cui Hog (il maiale) comincia allegramente a pasteggiare con la faccia di un uomo non ancora morto per le pallottole che gli hanno sparato contro. Ma l’autore è anche capace di inserire al momento giusto riflessioni  più serie: “- Il problema, figliolo, - disse Shorty, - è che non esiste nessuno sui due lati della barricata che misura le tue azioni. Dio è un'idea, e il diavolo siamo noi.”
Il romanzo si dipana con una fluidità da provare veramente un senso di invidia nei confronti di un autore che possiede una capacità sublime di raccontare storie, inserendovi come suo solito le tematiche a lui care: gli Stati Uniti rurali, l’emarginazione, l’integrazione sociale, la povertà, e riesce pure a rendere divertente il tutto. Un vero e proprio maestro, dotato di una capacità fabulatoria da narratore di altri tempi.
Il Lettore 

venerdì 31 ottobre 2014

Fiamma fredda

Dopo un’intera mattinata trascorsa a tagliare e spaccare legna, nell’ambito della mia campagna personale di aiuti pro bono agli amici, seguita da uno squisito pranzetto agreste, cos’è che sarebbe perfetto per rilassarsi? Ovvio, spulciare tra i volumi della libreria della padrona di casa, dove con stupore ho trovato uno dei miei autori preferiti mimetizzato nella striscia giallo-nera de “I romanzi neri del giallo Mondadori”, quasi fosse un romanzetto da quattro soldi. Ma un romanzetto da quattro soldi non parte in maniera così cruda dipingendo nell’incipit il cadavere di una madre “colato” sul materasso, sia pure “…solo in parte, e se lui teneva la porta sbarrata e puntava il ventilatore per respingere il fetore, non era poi questa schifezza.”


Un autore come Joe R. Lansdale può permettersi il lusso di intitolare un romanzo con un ossimoro e di iniziarlo con un’immagine capace di scioccarti e poi di continuare per tutto il volume con scene che oscillano tra il raccapricciante e lo scandaloso senza mai farti venire la voglia di bruciare il volume. Non per niente qualcuno l’ha proposto per un Nobel che non prenderà mai, perlomeno finché continuerà ad usare nei suoi scritti una quantità di parolacce tale da far schiattare sul colpo un’educanda (ma ne esistono più?).
Dello stile e dell’opera di Lansdale non parlerò (se siete incuriositi guardate qui); dirò solo che in questo romanzo che riprende il più duro filone noir l’autore texano ha superato se stesso in quanto a crudezza di esposizione e di linguaggio, infilando pagina dopo pagina una sfilza di scene durissime e spesso rivoltanti che si susseguono per tutta la trama sfociando in un finale in cui i cattivi vincono alla grande e non si sognano nemmeno minimamente di redimere la propria anima. Ma anzi.
Ma sapendo leggere tra le righe, al di là del marcio che impregna quasi tutti i protagonisti, al di là dello splatter, al di là del grottesco e del surreale, al di là delle vagonate di sangue e di sesso, si intravede come l’autore sia sempre coinvolto da un universo di disperati che navigano senza saper dove andare, ricercando accanitamente una guida e una maniera per riscattare le loro esistenze perdute, senza futuro. Lansdale si nasconde dietro comportamenti bestiali per denunciare la povertà, l’emarginazione, il rifiuto da parte di una società sbagliata, la volontà dell’individuo di ricercare una redenzione situata sempre al di là della sua portata.
Una lettura dura, adatta solo a quelli che ritengono di avere uno stomaco forte, con personaggi che rimarranno impressi a lungo nella memoria del lettore.
Il Lettore 

venerdì 6 giugno 2014

Notizie dalle tenebre

Terminare di leggere questo libro è stata una tortura, dilaniato in continuazione da una dicotomia insolubile: a me lo stile di Joe R. Lansdale piace molto, ma non sopporto le tematiche horror, tanto più quando sono condite da reiterate scene splatter.
Come fare?

Non c’è stata storia, alla fine ha avuto la meglio il piacere del suo stile originale, ma che fatica!


Come ho già scritto in quest’altra recensione, Joe R. Lansdale è uno degli scrittori statunitensi più quotati del momento, con una produzione di romanzi e racconti veramente consistente e un corpus di tematiche oltremodo interessanti, capace come pochi di passare dall’horror alla commedia, dalla denuncia sociale al romanzo di formazione, dal surreale alla realtà nuda e cruda.
Uno scrittore capace di scrivere metafore originali: “Era una signora di mezza età così robusta che avrebbe potuto bloccare un manzo a terra e costringerlo a recitare una poesia. E avevo saputo da qualcuno in città che l’aveva già fatto, tranne per la parte sulla poesia”. O scene decisamente ributtanti: “Elvis sognò che aveva tirato fuori il cazzo dai pantaloni, per controllare se la protuberanza sulla cappella si fosse di nuovo riempita di pus. In quel caso, l’avrebbe ribattezzata Priscilla, come la sua ex moglie, e si sarebbe masturbato fino a farla scoppiare”. O situazioni decisamente inquietanti, di quelle che è meglio non leggere in una notte di tempesta da soli in casa. Peccato che queste ultime siano troppo lunghe e articolate per poterle riportare qui, ma immaginate fantasmi sanguinolenti armati di rasoio, o mostri d’acciaio scaturiti dal nulla, o numerose dita scheletriche che si infilano tra gli stipiti della porta per cercare di raggiungere il protagonista indifeso…
I racconti di cui è composto questo Notizie dalle tenebre (e già il titolo la dice lunga), sono stati scelti da Lansdale stesso come i migliori della sua cospicua produzione, e lui stesso ha curato la prefazione all’edizione italiana inserendovi la spiegazione del perché preferisce scrivere racconti piuttosto che romanzi e di come sia molto più difficile scrivere i primi. È vero: un racconto può essere rovinato anche da una singola parola messa male.
Una prosa perfetta, giù fino alla scelta delle singole parole, delle parolacce e della punteggiatura. Ritmo come il respiro affrettato dalla paura di ciò che sta per succedere.
Ma alla mia tranquillità interiore ci tengo troppo. Non vedo la ragione per la quale turbarla con scene raccapriccianti o immagini inquietanti, e così come non vado a vedere film di questo genere e non metto piede sulle montagne russe da più di quarant’anni, credo che per leggere ancora Lansdale mi orienterò su quella sua parte di tematiche abbordabile dai deboli di stomaco.
Il Lettore

lunedì 26 agosto 2013

Acqua buia

Qualcuno ha indovinato?
Joe Richard Harold Lansdale è considerato da molti critici letterari di tutto il mondo come il miglior scrittore statunitense contemporaneo. Da alcuni di essi come il miglior scrittore contemporaneo in assoluto.

I suoi molteplici temi ricoprono un arco che va dalle problematiche adolescenziali allo squallore della  vita quotidiana nei sobborghi delle metropoli americane, dalle tensioni razziali alle ingiustizie sociali, dalle ambientazioni storiche alle arti marziali, dalla fantascienza ai fumetti, dal pulp più splatter alla comicità più irresistibile alle difficoltà di integrazione degli omosessuali. Lo spaziare tra tante argomentazioni e il suo stile particolarissimo ne fanno un artista poliedrico come pochi altri.


Quello che traspare chiaramente dalle sue opere è che lui si diverte veramente, a scriverle. Lo stile è semplice, le trame lineari così come le costruzioni sintattiche, il ritmo veloce e il linguaggio alla portata di tutti, ad eccezione forse di alcuni romanzi nei quali per entrare meglio nella realtà di alcune situazioni utilizza un lessico che va dallo scurrile fino allo sfacciatamente volgare, di quelli tipici della bettola più infima e che non gli consentirà certo di ottenere il Nobel per la Letteratura. Le vicende che Joe R. Lansdale racconta non hanno in genere nulla di complicato proprio perché sono solo pretesti per trattare gli argomenti che gli interessano veramente: discriminazioni razziali, stupidità umana, amicizia vera, processi di formazione individuale e identità sessuali.
Così come Cielo di sabbia e La sottile linea scura, Acqua buia può essere considerato un romanzo di formazione condito da una buona dose di noir e ambientato in quell’America di emarginati così cara a Lansdale così come lo è stata a Steinbeck e Faulkner, e il viaggio che intraprendono i tre protagonisti è in realtà un percorso che consente loro di varcare la soglia dell’adolescenza per sbarcare nell’inizio dell’età adulta. Nel libro si incontrano alcuni spunti di moderato umorismo e il linguaggio adoperato è del tipo accessibile a tutti, e il tono generale è di quel serio che scivola via come l’olio fino alla conclusione con annesso colpo di scena.
Se si vuole indagare il lato umoristico di Lansdale bisogna invece mettere mano alla sua saga forse più apprezzata, quella che sta rapidamente diventando un cult tra gli affezionati allo scrittore: in romanzi come Il mambo degli orsi, Mucho mojo, Rumble tumble e altri, Lansdale assegna il ruolo di protagonista ad una coppia di disperati che strepitosi è dire poco, una coppia che simboleggia l’amicizia più profonda e gli estremi che si incontrano.
Hap e Leonard sono due amici di quelli che più diversi tra loro non potrebbero essere: Hap è bianco, eterosessuale convinto, repubblicano e conservatore; Leonard è nero, democratico e omosessuale consapevole. In comune hanno la povertà, il cinismo, l’aderenza alla realtà, il desiderio di una giustizia equa, il sense of humour e la conoscenza delle arti marziali. Una coppia delineata con una maestria sopraffina che ha permesso a Lansdale di scrivere libri forti sia come impatto che come contenuti, estremamente ironici, politicamente non corretti e veramente spassosi. Una volta conosciuti, Hap e Leonard restano scolpiti nella memoria del lettore come personaggi indimenticabili.


Certo che per i contenuti forti e per l’altissima frequenza di parolacce, sangue ed espliciti riferimenti sessuali non sono proprio romanzi per stomaci deboli, benpensanti schizzinosi e lettori facili a scandalizzarsi, ma ditemi voi come si fa a non rimanere del tutto affascinati da un incipit come questo:
“Quando arrivai da Leonard, la sera della vigilia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano The Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.”
Il  lettore ignaro non può assolutamente fare a meno di chiedersi: perché questo Leonard sta appiccando il fuoco “alla casa accanto”? E soprattutto, perché “ancora una volta”? E da qui all’arrivare in fondo al libro senza staccare gli occhi dalle pagine è veramente un attimo. E quelli invece che come me, per aver letto i romanzi precedenti, conoscono già le risposte ai due perché, non possono fare a meno di mettersi subito a ridere già da queste primissime righe.
Ah, questo incipit geniale proviene da Il mambo degli orsi, e mi perdonerete, ma una reminiscenza del poco pudore che ancora mi è rimasto mi impedisce di spiegarvi che cosa l’autore intende mostrare con la metafora utilizzata per questo titolo…
Il Lettore
PS: Per farvi capire qualcosa di più di Hap e Leonard devo assolutamente riportarvi anche questo breve e incredibile dialogo tratto da Una coppia perfetta:
Leonard si sedette, sorridendo, e cominciò a inzuppare i wafer nel latte.
“Allora, com’è andata?” gli chiesi.
“Mi hanno dato della checca.”
“Ma tu sei una checca.”
“Era il tono, che non mi è piaciuto.”
“E come facevano a saperlo, che sei una checca?” intervenne Brett.
“Ci ho provato con uno di loro, ma con molto tatto.”
Spettacolare, vero?