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venerdì 11 dicembre 2015

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

Non è che avessi veramente l’intenzione di leggere questo “libro”, soprattutto dopo le ultime esperienze fatte con Luis Sepùlveda che mi avevano veramente deluso, ma il fatto è che l’ho scoperto mentre stavo rovistando nella directory di libri in formato elettronico e dal momento che non ricordavo proprio di averlo ho incominciato a leggerlo e dopo dieci minuti, quando stavo per abbandonarlo a causa della stomachevole stucchevolezza, ho scoperto che era già terminato.
Però! Questo significa che il prezzo di copertina del cartaceo, di ben dieci euro per dieci minuti di lettura, rappresenta uno degli aspetti più sfacciatamente esosi dell’editoria nostrana.




E non è nemmeno giustificato dalla presenza delle illustrazioni di Simona Mulazzani che personalmente non ho apprezzato molto, ma già, pure quelle sono indirizzate a un pubblico di bambini.
Anche questo, così come Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, è infatti un racconto per bambini (e nulla più). Con la lumaca Sepùlveda ha voluto per l’appunto inneggiare alla lentezza (non riuscendoci nemmeno), mentre la morale di questa favoletta è invece un elogio dell’amicizia in tutte le sue sfaccettature (multietà, multietnica, multirazziale e chi più ne ha ne metta).
Raccontino veramente melenso oltre che retorico e breve, che in fondo non raggiunge altro scopo che quello di farti rimpiangere di non essere famoso, perché da famoso puoi permetterti di vendere in tutto il mondo qualsiasi insulsa stronzata scritta in un paio d’ore.
Il Lettore per nulla famoso

martedì 18 agosto 2015

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Se fossi stato un bambino di cinque anni e mi avessero letto questo libro, forse, e dico forse, può anche darsi che avrei apprezzato la storia. Anche se poi la morale avrebbero dovuto spiegarmela un po’ meglio.
Ma i miei cinque anni sono passati da un pezzo, da allora ho fatto diverse esperienze e il piacere di leggere una storia scontata in uno stile banale non riesco più a provarlo.
E la morale in questo caso è una sola: peggio per me.




Ho letto con piacere parecchi libri di Luis Sepùlveda, da quelli più seri ai romanzi più leggeri ai saggi a quelli per ragazzi, compresa la gabbianella, e quando più quando meno sono rimasto in genere sempre abbastanza soddisfatto. Ma questa volta proprio no, questo Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza Sepùlveda avrebbe dovuto proprio risparmiarselo.
Sciatto, banale, scontato, corto, trito, incoerente sono solo alcuni degli attributi che mi sono venuti in mente leggendolo, e se non fosse stato così breve, appena una sessantina di pagine molte delle quali bianche e altre riempite con i puerili (ma questa non è una critica) disegni di Simona Mulazzani, l’avrei lasciato ben prima di arrivare alla fine.
Il difetto più grande è che Sepùlveda ha copiato pari pari Il gabbiano Jonathan Livingstone, sostituendo la comunità di gabbiani con una di lumache e la ricerca della velocità con quella della lentezza, cercando di mantenere intatto lo sforzo del singolo per approdare a una nuova e più appagante dimensione del proprio essere. Ma se questo a Richard Bach è riuscito più che bene, allo scrittore cileno il tutto è venuto male in modo davvero sgradevole. Non si può inneggiare al concetto di lentezza, al fare le cose con calma per risolvere i mali della società odierna e poi, al primo ostacolo che il gruppo di lumache si trova ad affrontare, farglielo superare per mezzo di un gufo che in volo le trasporta in un battibaleno dove devono arrivare! È… imbarazzante, ecco, totalmente incoerente. Alla faccia della morale che intende trasmettere.
Per non parlare dei dialoghi, del solito vedere le cose umane dalla parte dei piccoli animali come abbiamo già visto in migliaia di cartoni animati, del solito condannare l’edilizia e la cementificazione e oh! che poveri, questi animaletti che finiscono schiacciati dalle auto! Basta, non se ne può più, e lo dice uno che quando vede una chiocciola sull’asfalto la prende e la rimette nell’erba.
Fatto sta che alla resa dei conti questo libercolo si rivela essere la solita operazione commerciale che di certo fa guadagnare molto di più alle case editrici che all’autore. Buono per un bambino, e neanche tanto. Se lo avessero messo in vendita con la scritta “pericolo di regressione: se ne sconsiglia la lettura ai maggiori di cinque anni”, non avrebbero fatto niente di male.
Il Lettore

lunedì 8 settembre 2014

Ingredienti per una vita di formidabili passioni

Ho letto diversi libri di Luis Sepulveda, a partire da quel Il vecchio che leggeva romanzi d’amore con il quale lo scrittore cileno è diventato famoso, e devo dire che nella maggior parte dei casi i suoi scritti mi sono piaciuti, forse perché ho trovato nel loro stile un allontanamento da quella matrice sudamericana che in diversi altri autori mi annoia verso una tecnica più marcatamente europea, e questo probabilmente a causa dell’esilio al quale Sepulveda è stato costretto e che gli ha fatto passare una buona parte della sua vita al di fuori della sua patria.


Diciamo subito che questo Ingredienti per una vita di formidabili passioni non è un romanzo, ma una serie di considerazioni dell’autore sulla propria vita e su fatti che gli sono successi. Una specie di biografia in 27 capitoli, dalla passione adolescenziale per il calcio e i primi innamoramenti, attraverso l’impegno politico e l’amicizia con poeti e scrittori, alle lotte dalla parte dei lavoratori contro il capitalismo e i distruttori dell’ambiente, per finire con il ritorno in famiglia a gioire di figli e nipoti.
Be’, certo, quando uno conosce Salvador Allende, cresce con Pablo Neruda, dialoga con Josè Saramago, è amico di Gabriel Garcia Màrquez, riceve lezioni di sceneggiatura da Tonino Guerra e conduce una vita impegnata in viaggio per mezzo mondo, è facile che di fatti che interessano i lettori ne abbia diversi da raccontare, ma in ogni caso bisogna sempre saperlo fare, e si deve ammettere che Sepulveda lo sa fare talmente bene che molto spesso durante la lettura ci si sente indignati, oserei dire incazzati neri, per come l’autore dipinge le situazioni politiche, a partire da quella cilena fino a quella spagnola (sembra di essere in Italia, ma lasciamo perdere la politica che il lettore eccetera eccetera). Sepulveda attacca senza pietà i regimi totalitari, i politicanti corrotti, le multinazionali che rigirano i governi come pare a loro (vedi il termine “politicanti corrotti”), i criminali distruttori dell’ambiente e tutti coloro che sfruttano il lavoro altrui, e proprio a riguardo di quest’ultimo punto l’autore insiste sul significato del proprio lavoro, svolto in nome del lavoratore umile e sconosciuto, quel “fare letteratura” che dovrebbe significare il dare voce a chi non ha voce.
Le riflessioni sulla crisi economica e sulle sue cause sono istruttive e i ricordi della dittatura subìta dai suoi compatrioti angoscianti, ma nel resoconto c’è posto anche per le gioie che si possono trovare in seno alla famiglia, o per le bellezze struggenti del deserto di Atacama, o per la dolcezza del ricordo di un amico a quattro zampe o dei primi amori.
Insomma, con questo libro di ricordi si ride (poco), ci si commuove (un po’ di più), ci si incazza (spesso), e si impara qualcosa. Molto meglio di una gabbianella e di un gatto qualsiasi.
Il Lettore