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mercoledì 29 marzo 2017

Nessuna cortesia all’uscita

Mi sono letto un'altra avventura di Marco Buratti, alias l’Alligatore, una delle prime, quella in cui Max la Memoria entra a far parte del terzetto di investigatori “non tanto per la quale” che costituiscono il nucleo forte dei romanzi di Massimo Carlotto.



Non starò  a farla tanto lunga: con il consueto stile veloce Massimo Carlotto stavolta mette i suoi protagonisti in una situazione difficile che li vede impegnati addirittura contro la mafia del Brenta, la quale a sua volta ha il suo da fare con la criminalità slava e balcanica che si sta facendo strada nel Nordest italiano.
Oltre che a tentare di salvare la pellaccia i tre sono indaffarati a cercare di non essere incastrati da poliziotti più o meno corrotti e da giudici rampanti tesi a sfruttare il più possibile le crisi di pentimento (interessate) dei delinquenti, e di non  finire in galera per reati che non hanno commesso (o che avranno pure commesso, ma a fin di bene…).
Un romanzetto agile, grondante sangue ancora più del solito per i reiterati ammazzamenti, e dal quale Carlotto tenta di far emergere l’importanza del “codice d’onore” della vecchia criminalità, seriamente minacciato dal progredire di quella “nuova” che non bada tanto per il sottile.
Il Lettore 

sabato 24 dicembre 2016

L’amore del bandito

L’altra sera sono andato alla presentazione del libro di un amico che si svolgeva in un ristorante di quelli con l’atmosfera giusta: salette piccole con pareti rivestite da scaffalature piene di libri.
Visto che come al solito ero in anticipo mi sono messo a curiosare tra i volumi e ho preferito cominciare a leggere qualcosa invece di mischiarmi alle chiacchiere con gli altri. Qualcosa di non particolarmente impegnativo, perché di lì a poco lo avrei dovuto lasciare. Ho scelto questo L’amore del bandito. Quando la presentazione del libro è iniziata ne avevo lette 30 pagine.
E dopo cena me lo sono portato a casa (di nascosto): dovevo assolutamente sapere come andasse a finire.




Perché la bravura di un autore si vede anche e soprattutto da come riesce a incuriosirti fin dalle prime pagine. Massimo Carlotto ci riesce eccome, e anche se questo romanzo magari non sarà fra i suoi migliori, lo stile essenziale e il non tergiversare riescono a prenderti da subito.
I protagonisti sono i suoi soliti: il trio composto da Marco Buratti alias l’Alligatore, Max la Memoria e Beniamino il Contrabbandiere, alla ricerca della donna del terzo misteriosamente rapita da qualcuno che vuole vendicarsi su Beniamino per un omicidio che lui ha commesso senza starci troppo a pensare (come suo solito).
Il tutto si svolge tra Padova e Grenoble, la Serbia e il Libano, in un ambiente tra i più infimi della miseria umana, in cui tutti quanti sono delinquenti, tutti i poliziotti sono corrotti, tutte le altre persone sono corruttibili e se non sei una prostituta sei un magnaccia, se non sei tossico sei spacciatore. Ce ne fosse uno normale: il nordest italiano mostrato come un formicaio di aberrazioni.
Ma se riesci a dominare il ribrezzo e la depressione il romanzo è piacevole soprattutto, come ho già detto, per lo stile incisivo e la rapidità di progressione. Carlotto non va tanto per il sottile, riporta i fatti che si susseguono a ritmo frenetico e negli ammazzamenti non sta tanto a pensarci sopra: se qualcuno deve sparare a qualcun altro lo fa e basta, non sta tanto a chiacchierare permettendo l’arrivo del Quinto Cavalleggeri in extremis.
Tempo fa leggevo un altro romanzo di un autore che intendeva proporlo per la pubblicazione e per quanto fosse presentato in modo perfetto non sono riuscito a proseguire oltre le prime trenta pagine: preamboli chilometrici e infinite masturbazioni mentali me lo hanno fatto abbandonare prima ancora che l’autore si avvicinasse al conquibus. Ogni tanto fa bene rammentare che esistono anche scrittori concreti.
Ora devo ricordarmi, la prossima volta che passo dalle parti di quel ristorante, di portare con me il volumetto per rimetterlo al suo posto sullo scaffale senza che se ne accorga nessuno.
Ah, dimenticavo, Buon Natale!
Il Lettore 

mercoledì 8 giugno 2016

Il mondo non mi deve nulla

Della serie piccolo è bello un altro romanzetto/racconto-lungo di un centinaio di pagine minuscole con scrittura molto spaziata, perché se si fossero stampate pagine normali poi sarebbe stato brutto vendere un libro con una trentina scarsa di fogli.
Perlomeno gli americani quando scrivono opere di questa lunghezza poi le pubblicano a triplette, almeno giustificano i prezzi di copertina. Qui in Italia invece sappiamo fare della spudoratezza una virtù.




Al di là del dato di fatto, perlomeno il libretto è piacevole, si legge bene e per forza di cose in un lampo. Anche se a me non ha lasciato del tutto soddisfatto, e tra poco ve ne dirò il perché
La trama (ovviamente senza il finale): uno scalzacani di ladruncolo spiantato e grezzotto entra in un appartamento per ripulirlo e vi trova la proprietaria, una bella e raffinata sessantenne che, disillusa e stanca della vita, cerca di convincerlo a farsi uccidere da lui permettendo che si prenda tutti i propri averi come ricompensa. Da qui lo scontro fra due personalità del tutto diverse come anime, come vite vissute, come convinzioni e modi di fare e di pensare, che si muovono anche su differenti piani esistenziali.
Il racconto è scritto con il consueto stile veloce e pragmatico di Massimo Carlotto, che ti fa entrare subito nel pieno della vicenda e te ne fa visualizzare immediatamente i protagonisti con sobrie e incisive descrizioni. E il plot è intrigante: riuscirà la bella rapinata a farsi ammazzare dal rapinatore? Riuscirà quest’ultimo a superare le remore in nome dell’avidità? La conclusione del racconto ovviamente non soddisferà tutti, e il lettore solo in parte. Perlomeno me.
Al di là del dinamismo dello stile di Carlotto che consente una lettura piacevole e veloce, non mi sono piaciuti due aspetti della narrazione che giudico non da poco. Il primo è la presenza di capitoletti nei quali sono chiariti i pensieri dei protagonisti: secondo me non ce n’era alcun bisogno e l’autore sarebbe riuscito lo stesso nel proprio intento continuando a far trasparire le intenzioni attraverso le azioni, per cui mi hanno dato l’impressione di essere stati scritti con il solo scopo di allungare un qualcosa ancora troppo corto per poter essere pubblicato senza arrossire di vergogna.
Il secondo aspetto inverosimile è quello della moglie del ladro che gli telefona in continuazione mentre lui sta “lavorando” in casa d’altri. Ma quando mai! Nemmeno il più dilettante dei scassinatori, ancorché succube della consorte, permetterebbe che questa gli telefoni durante una scorreria, né peraltro terrebbe il cellulare acceso.
Altri aspetti del romanzetto sono interessanti, a partire dal legame psicologico contrastato che si crea tra i due protagonisti, ma certo è che Carlotto ci aveva abituato a romanzi dotati di una ben diversa corposità, e benché si legga bene questo ti lascia con un po’ di rimpianto per le cose migliori.
Il Lettore 

venerdì 15 maggio 2015

Il corriere colombiano

Ieri ho ricevuto un bel cazziatone dal mio editor: “Un insegnante di scrittura creativa non ci fa una bella figura a lasciare delle ripetizioni nei suoi post!”. E questo detto con quella sottile vena di profonda soddisfazione (sarcasmo? perfidia?) tipica di mia moglie quando (a ragione) mi può criticare per qualcosa. Del tutto vero, chiedo venia. “Correggilo subito.” No, non lo farò, non cambierò il primo o il secondo “gradevole” che ho doppiato a distanza di una sola riga nella recensione precedente, e questo perlomeno per giustificare le parole che sto scrivendo ora in modo che tutti possano rendersi conto che anche i migliori possono sbagliare…
Non cerco scuse per l’errore, se non la stanchezza e la miriade di cose da fare che non mi hanno consentito di rileggere più volte e più a fondo il testo prima di cliccare sul tasto “pubblica”. Quando si hanno almeno venti finestre aperte sullo schermo (sette o otto del Forum su Explorer, due del blog su Chrome, un paio di Excel, tre o quattro Word, tre di programmi professionali, OneNote, Gmail, tre di Adobe Reader e un paio di Powerpoint), allora capita che possa sfuggire qualcosa. Imploro perdono, e aspetto l’occasione giusta per la vendetta
Ed è proprio la vendetta, o meglio, la rinuncia alla vendetta (questa è una ripetizione voluta…) uno dei temi portanti del libro di Massimo Carlotto di cui parlerò oggi.




Il corriere colombiano fa parte dei romanzi i cui protagonisti seriali sono Marco Buratti, alias l’Alligatore, e i suoi fidati compagni Beniamino Rossini e Max La Memoria, un trio consolidato di “investigatori” sui generis che si impelaga in indagini di quelle che gli organi di polizia non possono affrontare, inchieste che sarebbe difficile portare avanti con metodi legali. I tre stavolta sono impegnati nel cercare un metodo per far uscire dal carcere una persona accusata di un delitto che non ha commesso, e nel corso delle loro ricerche si confrontano con trafficanti di droga colombiani, poliziotti corrotti e operazioni segrete dei reparti speciali delle forze dell’ordine, oltre che con parecchi rappresentanti di quella varia umanità, in genere fuori dalla retta via, che costella i romanzi di Massimo Carlotto.
Che come al solito mette in campo uno stile sobrio e dal ritmo velocissimo, fondato sull’essenziale, e nel quale si ritrovano tutte le particolarità del carattere dei suoi personaggi principali.  Come dice lo stesso autore nella postfazione, la trama è basata su un episodio reale che gli ha permesso di scandagliare il tema del tradimento e del “codice d’onore” della criminalità, e questo mi ha fatto venire in mente le esagerazioni di Educazione siberiana, nel quale Lilin amplifica fino alla parodia quella che è la condotta “morale in un mondo di amorali” presente da sempre anche tra i delinquenti nostrani. E anche in questo ambito si può riscontrare il segno di una civiltà che sta cambiando troppo in fretta: i valori “deontologici” che venivano rispettati tra i “vecchi” fuorilegge sembrano non essere più validi tra i “nuovi”, l’esasperata ricerca del guadagno facile fa calpestare qualsiasi arcaico senso dell’onore.
Nella criminalità così come in parecchi altri campi.
Un buon romanzo, forse non tra i migliori di Carlotto a cui si può imputare di aver messo in azione troppi personaggi tra i quali si fa un po’ di confusione, ma che comunque si legge bene e con un crescente senso di curiosità per vedere come i protagonisti riusciranno a dipanare una vicenda intricata.
Il Lettore 

giovedì 28 agosto 2014

Il maestro di nodi

Salve a tutti! Prima di parlare del libro di oggi porto a conoscenza dei miei affezionati lettori che il sottoscritto si prenderà una settimana di vacanza, dal momento che la cara mogliettina è riuscita a trascinarmi con l’inganno (ha prenotato senza chiedermi alcun parere preventivo…) in un’isola greca dove non so se avrò la possibilità di collegarmi.

Va be’… alle mogli si perdona tutto, no? Ne approfitterò per prendere appunti per le recensioni dei libri letti in vacanza…


Ok, per quest’altro romanzo di Massimo Carlotto, Il maestro di nodi, comincerò a parlare prima dei difetti, che non sono pochi, ma non per questo il libro è da bocciare né risulta meno interessante.
Dopo L’oscura immensità della morte ho trovato quest’altro Carlotto meno profondo, meno curato e forse un po’ più tirato via, e mostra alcune ingenuità da dilettante che avrebbero potuto essere ovviate con una buona operazione di editing.
La prima pecca è stata subito inserita nel “raccontare”, a inizio libro, le biografie del protagonista e dei suoi collaboratori. Invece di “mostrare”, Carlotto si dilunga con l’antefatto storico dell’io narrante e degli altri protagonisti, rallentando l’azione. Poteva benissimo farlo in seguito o lasciar cadere riferimenti durante un dialogo.
La descrizione dell’ambiente sado-maso nel quale è contestualizzata la vicenda (con tanto di terminologia adeguata: “master”, “slave”, ecc.) sembra presa pari pari da una documentazione svolta su un noto sito di incontri a carattere sado-masochistico (vi piacerebbe che ve ne facessi il nome, eh?), e la conclusione del libro mi sembra sia stata un po’ troppo sbrigativa e leggermente tirata per i capelli, con una plausibilità che si avvicina all’inconsistenza.
Inoltre: il difendere un certo codice d’onore malavitoso sa tanto di Educazione Siberiana (vedi);  il giustificare il ricorso alla violenza da parte dei protagonisti, ma il condannarlo quando se ne serve qualcun altro, è un po’ sopra le righe, e i consistenti riferimenti ai fatti del G8 di Genova, che forniscono una collocazione temporale alla vicenda narrata, poteva risparmiarseli: sanno tanto di “forzato”.
D’altra parte resta un romanzo che si legge di un fiato, con una trama quel tanto scabrosa da stuzzicare, personaggi interessanti e una tensione narrativa che viene subito innescata (a parte le biografie iniziali…) dal rapimento di una donna e dall’inizio delle indagini intraprese per poterla ritrovare all’interno di un ambiente particolare in cui le deviazioni sessuali sono accennate ma non discusse né tantomeno giudicate. Nell’analisi di uno dei protagonisti è riassunta tutta la morale: in campo sessuale, tra adulti consenzienti è ammessa qualsiasi pratica.
Nonostante la poca credibilità di tutta la vicenda lo stile è scorrevole e immediato, i personaggi dotati di un certo fascino e in definitiva, nonostante i difetti, è un romanzetto anche piacevole da leggere.
Ci sentiamo tra una settimana!
Il Lettore

mercoledì 6 agosto 2014

L’oscura immensità della morte

Tanto per far notare a qualcuno, lui sa chi, che se si ha pazienza si vedrà che prima o poi i consigli vengono ascoltati. E chi consiglia verrà anche ringraziato calorosamente se, come in questo caso, il consiglio è di quelli più che buoni.


Grande romanzo questo di Massimo Carlotto, un romanzo duro e crudo, con una tale dose di violenza sia fisica che psicologica che alle volte leggendo viene da rabbrividire. E l’averlo letto subito dopo la lettura di Giorgio Scerbanenco induce per forza di cose a delle riflessioni sia sulla giustizia che sul sistema carcerario ipotizzato da Cesare Beccaria.
In entrambi i romanzi si parla di giustizia, di redenzione, di espiazione delle proprie colpe e di quanto la punizione possa influire sul pentimento, e viceversa, e in entrambi i romanzi il pessimismo la fa da padrone portando a far propendere le scelte verso una improbabile giustizia personale.
Ma sorgono anche riflessioni sui rapporti umani quando questi sono intaccati dalla morte violenta, sulla capacità e sulla giustezza del perdonare, sui misteri insondabili della mente umana e sul labile confine che divide la normalità dalla pazzia. I due protagonisti sono due uomini entrambi distrutti, chi per una ragione e chi per un’altra, e quando un uomo sente che per lui più nulla ha valore le azioni che intraprende possono essere del tutto imprevedibili.
A differenza di Scerbanenco, Massimo Carlotto adopera periodi brevissimi che trasmettono immediatezza, quasi frenesia, e l’artificio di far narrare alternativamente in prima persona i due protagonisti consente al lettore di immedesimarsi quasi nei due personaggi, rimanendo talora agghiacciato sia dal loro modo di pensare che dal loro comportamento.
Un errore che Carlotto non ha commesso sarebbe potuto essere quello di indulgere nell’esagerazione e nell’autoreferenzialità, ma l’autore in questo caso è stato bravo nel mantenersi distaccato dalla narrazione che scorre con regolarità facendo appassionare il lettore alla vicenda.
Un grande noir, grazie M.!
Il Lettore

lunedì 14 ottobre 2013

L’arrosto argentino

Nella collana “Piccola Biblioteca di Cucina Letteraria” di Slow Food Editore vengono pubblicati brevi testi di autori conosciuti che abbiano in qualche modo a che fare con il cibo e la gastronomia. Tra gli altri vi sono già apparsi Moni Ovadia e Simonetta Agnello Hornby, e Massimo Carlotto è il numero 6 della serie di quelli che si cimentano nell’inneggiare alla cucina nell’esiguo spazio di 24 cartelle.


I libri di Carlotto che ho letto, Alla fine di un giorno noioso e Respiro corto, mi sono piaciuti per lo stile incalzante, anche se per questo a volte peccano un poco di superficialità non approfondendo i personaggi in modo adeguato, e per l’asprezza delle situazioni che l’autore tratta in un modo che più crudo sarebbe difficile.
Nelle 24 pagine di questo volumetto il Carlotto narrante parla dell’antico rito della preparazione dell’arrosto argentino, l’asado, insegnatagli da un vecchio asador, che in Argentina è una figura tenuta molto in considerazione, in questo caso una specie di gaucho solitario che ama le intese silenziose e rifugge dalle chiacchiere banali. Insieme alla ricetta di come si allestisce un buon asado, l’alter ego del protagonista fornisce al narratore una storia d’amore romantica ma allo stesso tempo tragica che funge da terza linea narrativa.
Nel complesso un racconto carino, che si legge in un quarto d’ora e ti fa venire voglia di andare a comprare un quarto di manzo e poi accendere il fuoco senza stare a pensarci su tanto.
Un libricino per niente adatto ai vegetariani.
Il Lettore