domenica 15 febbraio 2015

Lo Squizzalibro di domenica 15 febbraio

Visto l’afflusso di visitatori ho lasciato l’ultimo post in primo piano sulla home page per un giorno in più. Forse devo parlare più spesso di erotismo… mi toccherà leggere al più presto qualche altro romanzetto piccante.
E di conseguenza si è di nuovo fatta domenica e ho preparato un altro Squizzalibro per far lavorare le vostre cellule grigie.




1 – Anche oggi dovrete indovinare titolo e autore di una biografia. Stavolta di un animale. Strano, vero? Ma di biografie di animali non è che ne abbiano scritte molte, quindi non vi dico di che tipo di animale si tratta, altrimenti…
2 – Insieme alla biografia dell’animale l’autore traccia anche la biografia della persona alla quale l’animale è appartenuto. Ovviamente non vi dico nemmeno chi è questa persona, altrimenti…
3 – Vi basti sapere che anche questo personaggio ha gravitato nel mondo della letteratura e che, pur non essendo italiano, ha finito i suoi giorni in Italia.
4 – Per l’esattezza l’autore della duplice biografia non è un autore ma un’autrice di lingua inglese. Non ha mai vinto il Premio Nobel per la Letteratura ma i suoi lavori sono stati tradotti in più di cinquanta lingue.
5 – Il titolo della biografia consiste nel solo nome proprio dell’animale tratteggiato.
Vi domanderete: ma quante cavolo di biografie legge, questo qui? Be’, quando mi capitano non ne disdegno la lettura: quando sono scritte in modo interessante – non come quella della settimana scorsa, per intenderci – riescono ad essere più avvincenti di un romanzo.
 Ovviamente non sarà ritenuta valida la risposta proveniente dalla persona che mi ha regalato questo libro…
Freereader

giovedì 12 febbraio 2015

Histoire d’O

Qualche giorno fa mi hanno fatto notare che fino a questo momento non ho mai recensito un romanzo erotico, e me ne hanno chiesto il perché. A pormi il quesito è stato un altro blogger del quale non faccio il nome, discretamente seguito e molto attivo sui social network, sui quali è solito intrattenersi con un variegato universo femminile.
In fondo, la risposta è scontata: finora non ho mai recensito un romanzo erotico semplicemente perché di solito non ne leggo. E perché non ne leggi? Sarebbe la domanda a seguire. Anche questo è semplice: non ne leggo perché il sesso e l’erotismo preferisco viverli, piuttosto che leggerne.
Ma visto che mi chiedono una recensione non posso esimermi, e di conseguenza vi fornirò il mio pensiero su quello che ritengo sia uno dei migliori, se non il migliore, romanzo erotico che io abbia mai letto: Histoire d’O, pubblicato nel 1954 da una fino ad allora sconosciuta Pauline Réage. Solo quarant’anni dopo la pubblicazione hanno rivelato che quest’ultimo non è altro che uno pseudonimo sotto cui si è celata la scrittrice francese Dominique Aury.




Il romanzo è stato subito applaudito dalla critica dell’epoca, ha vinto dei premi e ha suscitato non poco scalpore anche nella fazione meno bigotta dei benpensanti, e qualche anno dopo ne è stato tratto l’omonimo film con protagonista la splendida Corinne Clery.
Prima però di entrare nel tema di un argomento delicato da trattare è necessaria una puntualizzazione. Sarà anche scontato, ma mi sembra opportuno ribadire il modo estremamente diverso di percepire il sesso e l’erotismo, nella dimensione scritta e filmata, da parte dell’universo maschile rispetto all’universo femminile.
Un uomo preferisce, in genere, situazioni più crude spostate verso la pornografia, mentre una donna predilige, in genere, soffermarsi su momenti più cerebrali, romantici, intriganti e di un erotismo più soft. Questo non esclude che molte donne non disdegnino talvolta la visione di un film porno, e che esista anche qualche uomo tra i milioni di lettori di Cinquanta sfumature di grigio.
Penso sia necessaria un’ulteriore parentesi anche nei riguardi di questa serie, non fosse altro perché sono i libri più venduti degli ultimi anni. Non ho letto per intero il sunnominato pessimo romanzo. Mi sono bastate le prime trenta pagine per mandarlo a cag riporlo sullo scaffale del supermercato dal quale l’avevo prelevato appunto e solo per leggerne le prime pagine. All’epoca, ovunque ti girassi ne sentivi parlare, e se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione non avrei potuto dire la mia se non l’avessi letto, cosa della quale non sentivo assolutamente il bisogno. Ho raggiunto il compromesso di leggerne la parte iniziale al supermercato, comodamente appoggiato allo scaffale dei pelati, e questo mi è bastato per rimetterlo a posto dopo poco senza alcun rimpianto. I pelati invece li ho caricati nel carrello. Ma milioni di lettrici lo hanno comperato, e, senza considerare l’importanza che in ciò ha rivestito il fenomeno virale amplificato dai media (ma più che altro il battage pubblicitario, che ha consentito a milioni di pudiche signore di liberarsi dall’imbarazzo di essere colte nel bel mezzo della lettura di un romanzo erotico, perché: ehmoh, no, sai, lo sto leggendo solo perché ne parlano tutti…), questo significa che in ogni caso molte donne, leggendo questo romanzo, hanno ottenuto la loro soddisfazione, si sono sentite toccate, avranno avuto delle corde segrete che sono state fatte vibrare dalla stucchevole prosa dell’autrice. Perlomeno me lo auguro. Chiusa parentesi.
Tornando a bomba: spero che anche voi ammettiate la fondatezza della sopradetta precisazione, perché non vorrei attirarmi addosso le ire del femminismo estremo quando dico che personalmente preferisco la visione di un film porno alla lettura di un romanzetto erotico, né quando affermo la validità di un romanzo come Histoire d’O, la cui tematica principale verte sul realizzarsi dell’appagamento spirituale di una donna attraverso il progressivo annullamento della sua volontà individuale. Che del resto è la stessa tematica delle sfumature, solo che uno è un capolavoro, l’altro una porcata che ha venduto milioni di copie. E sono stati scritti entrambi da donne, di conseguenza non si può tirare in ballo lo schifoso maschilismo dell’autore.
Una tematica scottante, con profonde implicazioni nel sociale, resa anche molto scabrosa dall’esplicitazione di situazioni nelle quali il sadomasochismo assume un ruolo da protagonista. Il personaggio principale dell’histoire si presta di sua spontanea volontà a pratiche estreme per amore del proprio uomo: viene abusata, frustata, sodomizzata, torturata, ceduta ad altri uomini fino a rendersi del tutto schiava, marchiata a fuoco, finendo col rinunciare del tutto alla propria libertà e trovando in questo l’appagamento spirituale se non una vera e propria felicità. Il tutto è svolto senza alcun tipo di violenza coercitiva e viene sempre sottolineata la volontà personale di sottoporsi ai trattamenti più dolorosi e degradanti, e alla fine del libro (ora non ricordo esattamente se al termine di questo romanzo o del successivo Ritorno a Roissy) il lettore attento saprà riconoscere il velato accenno al ribaltamento di ruoli che porta gli amanti di O ad essere dominati psicologicamente da lei stessa.
Il romanzo è forte, saturo di situazioni esplicitamente sessuali senza mai però cadere nel cattivo gusto, senza indulgere in un linguaggio volgare e mantenendo la contestualizzazione all’interno di un ambiente di classe. Le scene sono mostrate senza falsi pudori, senza interventi autoriali e soprattutto senza che l’autrice ne fornisca un giudizio proprio, ma lasciando che il lettore ne tragga ciò che vuole: eccitazione, morbosità, per gli animi più pudibondi immagino anche disgusto. Una delle rare volte in cui l’autrice si fa sentire è quando comincia a descrivere una scena in cui O sta per essere frustata e posseduta in ogni modo, ma di colpo interrompe la narrazione e dichiara: c’è bisogno di far vedere altro? scatenando così la fantasia del lettore. Immaginatevi ciò che volete, del resto è questo uno degli scopi della letteratura.
Un assaggio?
“Lo sconosciuto si era seduto sul bordo del letto, aveva preso e lentamente aperto, tirando il vello, le labbra che proteggevano l’incavo del grembo. (…) (O) gemette quando le labbra estranee, che premevano sulla protuberanza di carne da cui si diparte la corolla interna, l’infiammarono repentinamente, l’abbandonarono per lasciare che la calda punta della lingua l’infiammasse ancora di più; gemette più forte quando le labbra la ripresero; sentì indurirsi e rizzarsi la linguetta nascosta, che fu aspirata tra i denti e le labbra in un lungo morso, un lungo e dolce morso, sotto il quale ansimò; il piede le mancò, si trovò riversa sul dorso, la bocca di René sulla sua bocca; le sue mani le fecero aderire le spalle al letto, mentre altre due mani sotto le sue ginocchia le aprivano e le sollevavano le gambe.”
Basta così, altrimenti travalichiamo la decenza. E nello scegliere il brano ci sono andato molto, ma mooolto leggero.
Ho trovato Histoire d’O eccitante e ben scritto, coinvolgente e intrigante, mentre altri romanzetti pseudoerotici che mi sono capitati tra le mani non mi hanno suscitato dentro nessuna sensazione e, anzi, mi hanno annoiato tanto da non averli nemmeno terminati e da non ricordarne i titoli. Romanzetti in genere scritti da donne e destinati ad altre donne. Per provocare eccitazione basta poco: intravedere di sfuggita un reggicalze in un momento in cui non te lo aspetti; per una donna la forma delle mani nell’uomo che le piace; ma anche, tornando a noi maschietti, immaginare una O brutalmente posseduta. Ma anche per farla sfumare basta poco, è sufficiente una parola di troppo nel punto sbagliato, e molte autrici sono delle maestre, nel parlare troppo. Forse è per questo che esistono pochi romanzi erotici di buona qualità.
Dopo aver letto questo romanzo molte lettrici hanno confessato di essersi sentite “sconvolte” per la scabrosità delle situazioni e per lo stato di sottomissione accettato dalla protagonista, sensazione mitigata dalla constatazione di un’autrice donna anch’essa. Mi piacerebbe sapere se anche le lettrici delle sfumature si saranno sentite sconvolte per lo stesso concetto raccontato in modo più “leggero”, o se invece avranno mimetizzato dietro sorrisetti imbarazzati il sottile senso di eccitazione, il nascosto desiderio di trasgressione provocato dal romanzo nelle loro menti.
Nel caso, buon per loro.
Oops! Prima di spegnere tutto devo ricordarmi di chiudere youporn nell’altra finestra…
Il Lettore pornomane

martedì 10 febbraio 2015

La figlia del papa

Se questo La figlia del papa fosse stato scritto prima del 1997, e i componenti la commissione incaricata di assegnare il Premio Nobel per la Letteratura lo avessero letto prima di operare la scelta, col cavolo che Dario Fo ne sarebbe uscito vincitore!
Una delle peggiori biografie lette in vita mia.




In questo libretto di 190 pagine, con molte illustrazioni delle quali però non sono riportati né autori né crediti, Dario Fo ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, personaggio enigmatico e affascinante, fornendo uno spaccato della vita sociale e politica del 1400 e delle lotte intestine alla Chiesa Cattolica soprattutto per ciò che riguarda l’elezione dei Papi.
Lucrezia Borgia, figlia di un cardinale futuro papa di cui forse è stata anche amante (così come dicono del suo stesso fratello), è una di quelle donne che hanno scatenato l’immaginazione popolare per cinque secoli, dando origine a leggende e credenze nelle quali l’aspetto negativo supera quello positivo e fornendo materiale per una serie impressionante di biografie e romanzi imperniati su di lei.
Questa sembra sia l’ultima della serie, e a parer mio, senza stare a sindacare sulla veridicità storica e sulla pur sempre presente possibilità di una semplice operazione commerciale, un Premio Nobel se la sarebbe potuta anche risparmiare.
Esagerato! Penserete. Stiamo parlando di Dario Fo! Penserete ancora. Be’, stavolta non crediate di trovarvi davanti un capolavoro come il Mistero buffo, vi rispondo io: quella era una cosa, questa è del tutto diversa, anche se Fo ha cercato di infiorettare una biografia con guizzi da attore consumato che magari in teatro lo avrebbero fatto applaudire ma in un testo scritto ci stanno come i finocchi a merenda. Lo so che sarebbero i cavoli, ma a me piacciono meno i finocchi.
Quando ho detto a un altro superlettore che ero impegnato in questo libro mi ha risposto con uno sbuffo (che stava a significare: perlamordidio!), al ché anch’io (come voi) ho ribattuto: ma come, Dario Fo! Vedrai… è stata la risposta conclusiva.
E in effetti la qualità di questa biografia è nettamente sotto la media, e questo da un autore del calibro di Dario Fo non me lo sarei aspettato. Mi sono trovato di fronte un testo sconnesso, pieno di divagazioni e richiami caotici nel tentativo di riallacciare i fili della Storia, farcito di commenti dell’autore che vorrebbero essere per lo più ironici e inseriti allo scopo di strappare un sorriso a un lettore annoiato, melense domande retoriche del tipo: Tizio è morto. Chi l’avrà ucciso? , e i dialoghi diretti aggiunti per rendere più dinamica la narrazione mi sono sinceramente sembrati obbrobriosi.
Per darvi un assaggio, tratto da pag. 26: “A ciò pensa appunto la ruffiana che propone come sposo per l’amante del prossimo pontefice addirittura suo figlio, Orsino Orsini. Una soluzione proprio casa e chiesa! Il figlio oltretutto è orbo di un occhio, quindi lasciamo correre e chiudiamo anche l’altro! Bisogna subito affrettarsi, Giulia è incinta, naturalmente di Rodrigo… Non a caso il termine vescovo nell’espressione degli antichi cristiani si traduceva in «attivo e infallibile». Perfetto! Ad ogni modo è meglio che il figlio nasca con un padre legittimo.”
In questo brano c’è di tutto: divagazioni, avverbi superflui, salti di palo in frasca, addirittura tre punti esclamativi, più i puntini di sospensione, senza parlare di ben tre interventi autoriali, in sole sette righe. Più che una prosa da Premio Nobel mi sembra un testo scritto dai principianti che sono chiamato a valutare. E proprio perché è di Fo che stiamo parlando sono riuscito a reggere fino a metà libro, altrimenti l’avrei piantato prima.
Le divagazioni e le puntualizzazioni specifiche fanno perdere il filo del discorso, i continui riferimenti storici, sia pur necessari alla contestualizzazione, annoiano, i frequentissimi interventi dello scrittore stuccano non poco, e non parliamo più dei dialoghi; il tutto conducendoti ben presto a pensare che se ti resta davvero la voglia di sapere qualcosa della vita di Lucrezia Borgia, allora sarebbe senz’altro molto meglio rivolgersi a qualche altra biografia.
Seria.
Il Lettore 

domenica 8 febbraio 2015

Lo Squizzalibro di domenica 8 febbraio

Buona domenica a tutti. Oggi sembra essere una bella giornata, perlomeno è uscito un po’ di sole, ma non potrò godermela all’aperto. Va be’, pazienza. Sarà sicuramente meglio di ieri, quando ho forato una gomma per ben due volte, mi hanno dato buca a un appuntamento e ho litigato con un paio di persone, e il tutto non ha contribuito a rendere propriamente positivo il mio stato d’animo. Bah, dimentichiamo.
Per lo Squizzalibro di oggi ho scelto ancora una volta un testo che sarebbe molto facile da indovinare, se io non mi fossi ingegnato per renderla difficile…




1 – Il libro da indovinare oggi è una biografia. Se vi dicessi di chi sarebbe troppo facile.
2 – Vi basti sapere che è un personaggio storico molto ambiguo e molto famoso.
3 – L’autore è un Premio Nobel per la Letteratura. Se vi dicessi di che nazionalità sarebbe troppo facile.
4 – Il genere trattato non è quello solito dell’autore in questione. Se vi dicessi qual è quest’ultimo genere sarebbe veramente troppo facile.
5 – Va be’, basta. Penso che sia facile da indovinare anche con queste poche indicazioni. Tutt’al più posso aggiungere che il libro è stato pubblicato da poco tempo e la maggior parte, diciamo un 70%, delle recensioni trovate in rete ne parlano più che bene (!).
Io mi schiererò con il restante 30%. Non ci provo molta soddisfazione a stroncare i Premi Nobel, ma quando ci vuole ci vuole!
Freereader

venerdì 6 febbraio 2015

Il maestro del tè

Nel mio passato ci sono anni di arti marziali e litri di sudore spremuti sul tatami, ed è per questo motivo che la mia libreria è ben fornita su vari aspetti inerenti questi argomenti: dalle discipline marziali alle tecniche di combattimento, dalle filosofie orientali ai samurai allo zen, nell’ambito del quale la cerimonia del tè assume delle connotazioni spirituali, mistiche e religiose che vanno ben oltre un semplice prendere il tè con gli amici, e Il maestro del tè, cioè colui che conduce il rito, assume anche un ruolo da cerimoniere, da mentore, da consigliere spirituale.




Ok, detto questo, prima di recensire questo libro vorrei puntualizzare una cosa. Una volta terminato di leggerlo non riuscivo a capire perché il romanzo fosse intitolato Il maestro del tè, dal momento che il personaggio che nel romanzo ricopre questo ruolo non risulta così importante nella storia né talmente simbolico da ergerlo a titolo. Ho pensato al solito ghiribizzo di traduzione, sono andato a fare una scandagliata in rete per cercare il titolo originale e… ho scoperto che non esiste alcuna traduzione né tantomeno alcun Carlos Leòn Monteverde,  che non è altro che uno degli pseudonimi con cui tali Luca Crippa e Maurizio Onnis firmano i loro romanzi.
Quindi l’infondatezza del titolo sembra proprio voluta e resta il dubbio del perché di ciò, ma d’altra parte, da un certo punto di vista questo può essere coerente con l’infondatezza di tutto il resto del romanzo.
La trama è imperniata sulle difficoltà di un gesuita veneziano incaricato di portare il messaggio apostolico nelle lontane terre del Giappone della fine del 1500, epoca in cui in queste isole si succedono al potere una serie di tiranni che in comune hanno un sanguinario despotismo e la chiusura totale verso tutto ciò che al Giappone risulta straniero.
Dal punto di vista stilistico e formale il romanzo è scritto anche abbastanza bene, così come è plausibile la ricostruzione storica, ma una volta arrivati in fondo ci si rende conto che le motivazioni sulle quali si muovono i personaggi sono fumose e inconsistenti e non si capisce dove l’autore (gli autori) abbia voluto andare a parare. Di capitolo in capitolo assumono rilevanza personaggi sempre diversi che poi vengono abbandonati a loro stessi senza motivo, o perlomeno non spiegando a sufficienza le ragioni delle loro mosse. Il peregrinare coatto di quello che avrebbe dovuto essere il protagonista, il gesuita Mocenigo, appare privo di un reale scopo se non quello di permettere all’autore di continuare a raccontare qualcosa, così come il suicidio finale del maestro del tè sa tanto di forzato, ripreso pari pari dalla tradizione nipponica sia reale che cinematografica, senza che ne sia data una spiegazione soddisfacente.
Ai samurai viene fatta fare la figura dei pellegrini; l’entrata in scena del classico personaggio femminile ammantato di mistero fa solo capire come l’autore abbia sentito a un certo punto la necessità di inserire un personaggio femminile ammantato di mistero perché in un romanzo ci sta sempre bene; e quello che avrebbe potuto essere un aspetto interessante, cioè la diatriba tra gesuiti e francescani all’interno della chiesa per quanto riguardava gli interessi partitici nelle politiche missionarie, viene trattato in maniera superficiale e non risolutiva.
Troppi buchi per essere un buon romanzo, troppe cose non spiegate e poco spessore dei personaggi principali, e la sola cosa che l’ha salvato dall’essere abbandonato a metà è stata la buona prosa e la curiosità (purtroppo poi delusa) di sapere dove volesse andare a parare.
Restando sempre nella stessa tematica, cioè quella dell’uomo occidentale che si scontra con il modo di pensare giapponese, e tanto per restare sul leggero, allora devo dire che mi hanno soddisfatto enormemente di più libri come Sol levante di Michael Crichton e film come L’ultimo samurai con Tom Cruise.
Il Lettore 

mercoledì 4 febbraio 2015

L’assassino più colto del mondo

L’Oxford English Dictionary è una pietra miliare della cultura anglosassone e internazionale, uno dei prodotti di quell’Inghilterra vittoriana che ha visto scontrarsi una miriade di contraddizioni. Il suo creatore è stato il Professor James Murray, che dal quartier generale del dizionario, il famoso Scriptorium in quel di Oxford, ha chiesto aiuto a una miriade di collaboratori per redigere le spiegazioni di tutti i lemmi conosciuti dando origine al più completo dizionario di lingua inglese esistente, per la cui compilazione non bastarono settant’anni e centinaia di collaboratori.




Uno dei collaboratori più attivi, forse proprio il più attivo, risultò essere tale William Chester Minor, che fornì materiale per centinaia di parole e migliaia di citazioni. Dopo che da vent’anni a Murray continuava a pervenire per lettera materiale di Minor senza che questi avesse mai fatto un passo per farsi vedere in carne e ossa al quartier generale del dizionario, il professore volle conoscerlo di pirsona pirsonalmente, e grande fu il suo stupore quando scoprì che William Chester Minor altri non era che un pazzo assassino rinchiuso nel manicomio criminale di Broadmoor.
Questa è la storia romanzata dal giornalista di inizio Novecento dall’articolo del quale Simon Winchester ha preso lo spunto per scrivere questo libro. Nella realtà, James Murray sapeva da tempo come W.C. Minor fosse un assassino e fosse rinchiuso da decenni in manicomio, e questo non gli aveva mai impedito di collaborarci e di intrattenerci dotti scambi epistolari sul tema della lessicologia e su quella che era la sua fissazione maniacale: un dizionario completo della lingua inglese.
William Chester Minor era un medico americano uscito sconvolto dalla guerra civile e trasferitosi a Londra dove, affetto da schizofrenia e mania di persecuzione, aveva ucciso un uomo ed era stato quindi condannato al manicomio criminale. Ma in carcere aveva continuato ad alimentare la sua sete di cultura non smettendo mai di leggere, e questo lo aveva portato alla corposa collaborazione con il prestigioso progetto di Murray.
Simon Winchester ricostruisce la sua storia insieme a quella dello stesso dizionario in questo L’assassino più colto del mondo, un saggio romanzato scorrevole e di una piacevolezza che soddisfa appieno. Come al solito non si capisce bene perché nella versione italiana abbiano reinventato il titolo che in inglese recitava The Professor and the Madman, forse perché la versione nostrana è più eclatante e quindi avrebbe dovuto far vendere più copie? A parte che l’esplicitazione del titolo non è per nulla detto che sia una verità assoluta, ma tant’è, ormai dovremmo esserci abituati. Fatto sta che il libro merita davvero, non ce ne sarebbe neanche stato bisogno.
Simon Winchester è uno scrittore e giornalista britannico che risiede negli Stati Uniti. Predilige una saggistica che spazia su diversi argomenti, tanto è vero che di suo ho già letto: La mappa che cambiò il mondo – la storia del disegno della prima carta geologica al mondo, ad opera di un piccolo proprietario terriero inglese che realizzando la cartografia geologica del Galles si scontrò con le filosofie creazioniste dell’epoca; Krakatoa – in cui attraverso l’analisi dell’eruzione storica del 1883 del famoso vulcano indonesiano dispiega al lettore profano una panoramica sullo stato della vulcanologia attuale; Il fiume al centro del mondo – un viaggio in barca risalendo lo Yangtze, il “lungo fiume”, attraverso tutta la Cina fin quasi alle sorgenti nel Tibet, e nello stesso tempo un viaggio nella storia e nella sociologia del grande paese che ne è solcato.
Li ho trovati tutti estremamente interessanti, scritti benissimo con un tono discorsivo e accattivante, chiari e coinvolgenti, cosa che per dei saggi è un pregio non indifferente.
Il Lettore 

lunedì 2 febbraio 2015

Se Steve Jobs fosse nato a Napoli

Questo librettino di Antonio Menna – poco più di centosettanta pagine in formato ridotto – al termine della lettura mi ha lasciato veramente depresso.
Ma attenzione! Non perché faccia schifo, anzi, l’ho terminato in un lampo e si legge davvero bene, quanto perché Menna adopera la forma del romanzo per spiattellarti una serie di verità sulle magagne del nostro paese da farti venire seriamente la voglia di espatriare.




Il plot l’abbiamo già visto: un giovane ricercatore geniale inventa un nuovo tipo di computer rivoluzionario aiutato da un amico, poi tenta di commercializzarlo eccetera eccetera. Esattamente ciò che ha fatto Steve Jobs a Cupertino, e il seguito, la Apple, sappiamo tutti ciò che significa (se vi interessasse la biografia di Jobs, l’ho recensita qui).
Solo che stavolta i protagonisti del romanzo, Stefano Lavori (Steve Jobs) e Stefano Vozzini (Steve Voznjak), creano il loro elaboratore in un garage di Napoli, e quella che sarebbe potuta essere la Mela cambia strada, si modifica, precipita in un baratro dal quale non riuscirà a risalire e neanche alla fine, quando un’ulteriore geniale invenzione infonderà una flebile speranza nei protagonisti, si riesce a vedere un pizzico di positività nel mare di amarezza e delusione in cui stiamo affogando.
Dite che l’ho fatta un po’ troppo pessimistica?
D’altra parte è così. Non basta essere un genio per poter ricevere gli onori che si meritano, ma servono anche una serie di circostanze fortuite quanto si vuole, non ultima quella di nascere nel posto giusto. Qui siamo in Italia – a volte, purtroppo, mi viene da dire: “purtroppo” – e a Napoli, e i due Stefani si trovano a dover fare i conti con la povertà, la camorra, i carabinieri, i commercialisti, le tasse, le leggi italiane, la corruzione, le tasse (l’ho già detto?), la camera di commercio, l’ispettorato del lavoro, le tangenti, l’inail, e ancora le tasse, la polizia municipale, l’enel, gli assicuratori, i nas, la guardia di finanza, l’inps, i bolli, la telecom, i ragionieri, gli avvocati, equitalia, i delinquenti, l’iva, gli squali e, non ultime, le tasse. Non a caso ho messo tutto minuscolo.
E ciò che avrebbe potuto essere un’idea formidabile non solo si risolve in un nulla di fatto, ma fa anche rischiare i protagonisti di perdere ben più delle proprie idee.
Un’invenzione ironica e geniale, questa di Antonio Menna, un romanzetto amarissimo che spesso lascia filtrare un sorriso storto per le situazioni paradossali in cui incappano i protagonisti, che sono mostrate con quel disincanto e quell’autocritica di cui, a parte tutto, qualche italiano è ancora capace.
Mi verrebbe da continuare, ma dal momento che così facendo questo post si trasformerebbe in uno sfogo contro l’infinità di cose sbagliate che caratterizzano quello che sarebbe potuto essere il più bel paese del mondo, la pianto qui. Riflettete, gente, riflettete.
Think different!
Il Lettore amareggiato